chirico5

“Spesso il male di vivere ho incontrato

era il rivo strozzato che gorgoglia

era l’incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

 

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.”

 

Si può arrivare al punto di desiderare di essere uno di quegli animali che vanno in letargo. Per almeno sei mesi, direi che a me servirebbe un periodo di questa portata, almeno. E non per necessità di dormire, almeno non è questo il motivo principale. Direi che è più voglia di sospensione della pena. Ci sono momenti in cui si arriva a desiderare una temporanea uscita di scena. Una letargia che ci accarezzi, che sia capace di fermare anche i sentimenti. Perché a volte la testa non regge più il ronzio continuo, l’arrovellarsi al limite della fusione interna, la sofferenza del dover andare avanti comunque, perché è questo per cui siamo stati programmati, il dover andare avanti comunque. Sempre. Beh, a volte si arriva alla batteria scarica, l’ultima tacca si spegne, e se non si spegne il motore si rischia di implodere  senza rimedio. Il dolore a volte fa rumore, graffia, ti prende a pugni, ti parla e ti dice che è lui, il più forte, e tu devi andare al tappeto.  La routine appare ancora di più senza senso alcuno, in certi giorni. E sale alta la voglia di scendere dal carrozzone. Ti puoi salvare solo se prendi le redini con decisione, se alzi la voce, se dici quello che pensi e fai quello in cui credi. C’è il bisogno assoluto di trovare una giustificazione alla vita. Non sempre si può scrollare le spalle, non sempre si può delimitare l’orizzonte all’oggi, e fregarsene del domani o del dopo ancora. Non sempre. Non sempre accetti. A volte la consapevolezza di essere perdente pesa di più delle altre. A volte non scrolli, a volte le abbassi, le spalle, sotto un indicibile peso, e resti schiacciato. Manca l’aria. Come dice Samuele Bersani, bisogna provare a cercare la libertà di essere noi stessi, senza costrizioni, spesso a liberarsi della razionalità che ci inchioda a terra.

“adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori/come Mastroianni anni fa sono una nuvola fra poco pioverà/e non c’è niente che mi sposta o vento che mi sposterà”. Ecco, tirare la maniglia e andare fuori. Questo, dovremmo. Oppure volare in alto, restare in sospensione più che si può, opporre una strenua resistenza alla gravità, continuare imperterriti a guardare il mondo dall’alto, per sfuggire alla pochezza, alla pesantezza delle cose terrene, ma anche per capirle meglio.

See, magari…

 

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3 pensieri su “

  1. Laura Ragni ha detto:

    Mi ha colpito la tua espressione ….”Si ha voglia di sospensione della pena”
    Ecco, si, è proprio questo, è una forma di libertà.
    Una delle poche a noi concesse.
    Grazie Carlo…
    Laura Ragni

    Mi piace

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