“La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri! Il mio impegno in questo senso è un dovere verso i miei genitori, mio nonno, e tutti i miei zii. E’ un dovere verso i milioni di ebrei ‘passati per il camino, gli zingari, figli di mille patrie e di nessuna, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e verso i mille e mille fiori violentati, calpestati e immolati al vento dell’assurdo; è un dovere verso tutte quelle stelle dell’universo che il male del mondo ha voluto spegnere . . . I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato storia, è la storia oggi, si sta paurosamente ripetendo.”

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Elisa Springer, detta Lizzi. Nata a Vienna il 12 febbraio del 1918. Morta a Matera, qui da noi, il 20 settembre del 2004.
Una delle persone sopravvissute all’Inferno di Auschwitz. Poi Berger Belsen. Infine Theresienstadt.
Il resto della sua vita lo ha trascorso a Manduria.
Aveva deciso di tenerlo nel suo cuore, nel posto più buio e polveroso e nascosto del suo cuore, il racconto di quell’Inferno.
Anche in Italia aveva trovato gente che diffidava di lei. Il paese piccolo, la gente che mormora. Chi sarà, sta tedesca, una ballerina, una spia, una dama nobile.
Alla fine ha ragionato diversamente. Ha pensato che il silenzio fosse controproducente. Che fosse una specie di colpa, e il sospetto la colpiva:

«Il loro scherno e la loro indifferenza mi ferivano».

Perché esistono diversi inferni, nella vita, triste da dire, ma così è. L’indifferenza può far male tanto quanto una frustata o un calcio al ventre.
E così, dopo tantissimi anni, decide di tirar fuori la sua voce e la sua storia vera. E lo fa scrivendo Il silenzio dei vivi.

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«Il mio silenzio – mi raccontò – è stato causato dal silenzio degli altri. C’è il dolore di coloro che hanno sofferto e soffrono, che hanno subito e subiscono le atrocità della guerra, i massacri in nome di Dio o della razza. E c’è il silenzio che ci continua ad accompagnare».

“Ho provato anch’io a dimenticare, ma qualcosa si è mosso dentro me. Ho finalmente capito che dovevo parlare, prima che fosse troppo tardi. Dare voce al mio silenzio è un dovere: troppe storie esistono nel silenzio e sono rimaste in silenzio, nell’attesa che qualcuno le raccogliesse.”

Elisa Springer nasce a Vienna da una ricca famiglia ebrea di commercianti di origine ungherese, da Riccardo Springer e Sidonia Bauer. Nel 1938 l’Austria viene annessa alla Germania, il progetto della Grande Germania votato dalla quasi totalità della popolazione. Ed è da quel momento che comincia il suo inferno. Da quel momento inizia la persecuzione degli ebrei. Il padre viene arrestato, nel 1940. Ed Elisa fugge a Milano, comincia a lavorare, traduttrice per diverse aziende. Ma una donna fa il suo nome, la tradisce, una maledetta donna fascista e spia. Elisa viene arrestata, come suo padre, nel 1944. Deportata ad Auschwitz, è il 2 agosto del 1944. Scelta da Joseph Mengele in persona. Il Dottor Morte, l’Angelo Nero, la guarda negli occhi e la “sceglie”.

«Con un cenno del pollice ti dava la vita o la morte» – racconta Elisa Springer nel suo libro. «Appena arrivati ti mandava al gas o in campo, e poi faceva le selezioni ogni 15 giorni. Bastava un foruncolo o una piaga per finire nel camino. Una volta mi hanno bruciato con un ferro rovente su una coscia perché avevo sorretto una compagna durante un lungo appello. Mi hanno chiamata fuori dalla fila e mi hanno punita davanti a tutte. Ho scampato il gas solo perché, quando la ferita era ancora aperta, non ci sono state selezioni».

Ma Elisa è forte. E “fortunata”. Lo scrivo tra virgolette. Perché attraversare l’inferno non è una fortuna, nel senso che viene dato da noi al termine.
Attraversa quello di Auschwitz, passa a quello di Berger- Belsen. Lì conosce Anna Frank di persona. Il terzo girone infernale, il suo ultimo, è quello di Theresienstadt, e il 5 maggio 1945 arriva il raggio di sole atteso ma anche insperato, la liberazione.

Nel 1946 è già in Italia, sceglie Manduria, e la sceglie per sempre, la provincia di Taranto. Ed è lì che viene sepolta, è lì che possiamo andarla a trovare.

Nel maggio del 1999 al Teatro Politeama Greco di Lecce furono eseguiti due valzer di Elkan Bauer, il nonno materno di Elisa, morto nel campo di concentramento di Theresienstadt. Le partiture di “Diana walzer” e “Aeroplan walzer” scampate alla notte dei cristalli di Vienna furono affidate al direttore d’orchestra Realino Mazzotta. Il concerto fu presentato dal giornalista televisivo e scrittore Corrado Augias e dall’ambasciatore d’Austria in Italia Günter Birbaum.

La parte finale della sua vita la trascorre dedicandosi interamente a tramandare ai giovani tutti gli orrori vissuti in quei maledetti campi.

«Oggi, più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano. È l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch’io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere.
Un mondo in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola libertà».

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4 pensieri su “

  1. Alessandra ha detto:

    Anche questa appare come un’esperienza tremenda e tutto ciò che questa donna scrive, sull’importanza di dover capire e comprendere, è assolutamente condivisibile. Sarebbe bello, però, che la sensibilità comune (quella della collettività, delle persone in generale) si interessasse a tali questioni anche nel corso dell’anno, e non solo nel giorno della Memoria.

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    • Carlo ha detto:

      Sì. Proviamoci. Troviamo tempo e modo. Il testimone tra poco passerà totalmente nelle nostre mani. Questa donna non è più tra noi, e tra non molto non avremo più sopravvissuti. Quindi si, tocca a noi, essere testimonianza giornaliera.

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      • Alessandra ha detto:

        Il problema è anche quello dei mass media, che sollecitano interesse su queste dolorose vicende solo in prossimità della ricorrenza… Possiamo fare qualcosa nel nostro piccolo, per iniziare. Magari noi due, se sei d’accordo, ci impegniamo a leggere un’altra di queste testimonianze (ognuno scelga liberamente il testo) anche fra qualche mese, e poi ne parliamo nel blog. Per sollecitare altre riflessioni, per mantenere accesa un po’ più a lungo la candela.

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