Come un respiro interrotto, di Fabio Stassi

 

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Dalle prime pagine, subito, Stassi ti proietta al centro della storia, ti ritrovi dentro in un secondo senza nemmeno avere
tempo per pensarci. E ti ritrovi in mezzo a questi personaggi come se li conoscessi.
Matteo e Sole, un legame che solo il tempo può mettere alla prova.
Non c’é bisogno per forza di un letto da condividere, tra due persone, per creare un legame solido, che vinca differenze e distanze, soprattutto, e anni trascorsi lontanissimi, conducendo vite ed esperienze diversissime.
Ma non è solo una storia tra Sole e Matteo.
E’ anche la storia della famiglia di Sole.
Una famiglia eterogenea, ma compatta.
Fatta di gente che parla, è polemica, che urla, e gente che sussurra. O gente che non parla per niente, che si esprime solo con gesti e lavori che fanno rumore. Perché chi si vuol bene, chi si conosce bene, spesso non ha bisogno di parole per comunicarselo, e per farsi capire. Ma non una famiglia da Mulino Bianco, una famiglia vera, dove si possono anche rompere
legami teoricamente indistruttibili, come quelli tra un padre e un figlio.
Ma è anche la storia di una generazione di ragazzi, che hanno vissuto gli anni ’70 e ’80.
Ragazzi che lottano a livello politico, sociale.

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Le occupazioni degli alloggi. Le manifestazioni. Gli scontri, le manganellate subite.
Le soddisfazioni e le sconfitte. Gli irriducibili e quelli che vanno in India o in Sudamerica per ritrovare stimoli o cercare nuove strade.
La storia di chi ha lottato per cambiare il Paese e sè stesso, a cui personalmente devo il mio rispetto. Il rispetto della generazione seguente, che ha poco lottato e molto perduto, senza lottare.
La storia di un mondo di “compagni”, quando questa bellissima parola aveva ancora un significato pieno, corposo, meraviglioso.
Un romanzo che parla di tante cose, e per questo difficile da raccontare.
Un romanzo pieno di musica, di una voce sopra le altre, diversa, quella di Sole, che cerca la propria affermazione attraverso un levare piuttosto che attraverso un battere.

La nostra è una storia in levare, Sole, un mosaico di parti che mancano, un gioco di specchi. Si può suonare soltanto sulla tastiera spezzata di un contrabbasso

Una voce fatta di mancanze, di richiesta di aiuto invece che di occupazione di
pensiero e di parole.

“Chi ti aveva sentita cantare diceva che davi a tutti la stessa sensazione: di mettere un piede nel vuoto. Una nota eri a terra, e quella dopo spaesamento”

Una voce e una fisicità che fa innamorare ogni uomo in cui si imbatte.

Non mi sarebbe dispiaciuto continuare a camminare con questa ragazza. Anche senza dire una parola. Sembrava una cosa semplice. 

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Ma anche una storia di dolori, di malattie gravi, di lutti.
Di sogni e di fallimenti, di potenzialità enormi ma insoddisfazioni altrettanto enormi.
E ci sono tanti, troppi, per me, respiri interrotti. Troppi viaggi, troppe partenze.
Troppe sospensioni temporali ed emozionali.
E’ un romanzo pieno di poesia e commozione, ma che mi ha lasciato appunto sospeso, in attesa di un avvenimento finalmente definitivo.
Che non c’è stato.
E’ un romanzo molto ma molto intimo, sussurrato. Credo rientri perfettamente nel suo stile, rarefatto, sognato, quasi evanescente. A tratti così evanescente che forse mi ha lasciato distaccato dai personaggi.
Probabilmente questo è un mio problema, sempre quello, la voglia di risposte, magari di stabilità.
Ma probabilmente Stassi voleva proprio ottenere questo effetto.
La vita forse è questo, un’accelerazione improvvisa e una frenata, una corsa e una lunga pausa stagnante, una sequela di respiri brevi, ognuno concatenato all’altro, un percorso al buio, in cui la voce dell’altro è l’unica strada che possiamo
seguire, braccia sulle sue spalle e andare. E dove le cose inaspettate sono sempre dietro ad ogni angolo.
Alla fine non è il mio libro preferito, ma è comunque un bel libro, stilisticamente notevolissimo.

Musica: Vuelvo al Sur, Astor Piazzolla

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Holden, Lolita, Zivago e gli altri, di Fabio Stassi

 

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Un libro che non è un libro.
E’ un viaggio letterario tra il 1946 e il 1999.
Stassi è uno che scrive mentre viaggia in treno, e, durante questi tragitti, ci presenta i personaggi incontrati e conosciuti durante le sue innumerevoli letture. E me lo sono immaginato su quei sedili, a guardare di fuori dal finestrino e a scrivere, pensando a Zivago, a Gugliemo da Baskerville o a Zazie nel metrò..

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Sono sicuro che questa specie di enciclopedia non sarà gradita a molti, perché diranno che è solo un elenco, magari noioso e pedante.
Posso capire. Ma non posso concordare.
Ovviamente è un libro personalissimo.
L’autore fa parlare i protagonisti dei romanzi in prima persona. E dalle loro parole conosciamo le impressioni che romanzi e personaggi hanno lasciato in Fabio Stassi.
E altrettanto ovviamente non è affatto detto che queste impressioni siano coincidenti con le nostre.
Possiamo criticare quanto vogliamo. Possiamo chiederci il perché abbia scelto un dato romanzo e non un altro. Ma una cosa è certa, qui si vede quanto Stassi sia appassionato.
Quanto la lettura sia per lui un pilastro fondamentale e coinvolgente.
Per scrivere un libro in questa modalità ci vogliono passione e cultura enormi.
Per riassumere in venti righe un personaggio di un romanzo ci vogliono abilità, intelligenza, maestria non comuni, capacità di sintesi, dote a me totalmente ignota.
Per quanto mi riguarda, naturalmente non ho letto la stragrande maggioranza dei libri da lui citati.
Molti non li leggerò, di molti mi sono segnato i titoli, ma chissà se li leggerò tutti.
Di quelli che ho letto ho apprezzato e ho letto con trepidazione la sua interpretazione.
Ed è come una macchina del tempo, torni indietro con la memoria a quando avevi letto quel dato libro, a com’eri, a cosa facevi, a cosa avevi provato leggendolo. Come un album di vecchie foto.
Ho provato tanta invidia per la sua cultura e per tutto quello che ha letto. Ma soprattutto ammirazione per la sua passione e la capacità di trasmetterla.

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Ti invita a rileggere e ti invita a leggere, a lanciarti in una nuova avventura, a prendere anche tu un treno e viaggiare. Ho trovato analogie con Tumbas, e tanto mi basta.
Chi ama senza freni la letteratura ed è in grado di “passarti” questo amore, è autore che va considerato e preservato.


 

“Gabriella”

“Dicono di me che non mi si può spiegare, basta sapere che esisto. Dicono che odoro di garofano e ho colore di cannella, che domo i gatti stringendoli al seno, che la mia pelle brucia, che non sono fatta per un solo uomo. Dicono anche che ho una bocca di rosa, che cucino salse inimitabili, che non sono mai stanca sonnolenta sazia.
Arrivai un giorno scalza e danzante in una vecchia provincia e, dopo, nulla da quelle parti rimase uguale. L’amore, come per miracolo, tornò a essere allegria, invito, febbre, disordine e mai più colpa e delitto. Solo esuberanza africana, voce di canto, luce lunare del desiderio.”

Jorge Amado, Gabriella garofano e cannella, 1958

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“METELLO SALANI”

“Anche quando pascolavo pecore mi chiamavano il cittadino. Perché mia madre era morta nel consegnarmi alla luce di Firenze e l’Arno mi aveva portato via il padre, anarchico e renajolo. La città mi riconobbe quando vi tornai, con un ciuffo nero fuori dal berretto, l’ombra dei baffi che mi sarebbero cresciuti, le scarpe di vacchetta, il gilè… Non avevo quindici anni e non sapevo ancora di carcere, né di cantiere, né di donne. Ci pensarono una vedova, un vecchio operaio e una ragazza di San Frediano a insegnarmi tutto ciò che serviva.
Il secolo, intanto, finiva tra case stonacate, quartieri di manovali e sigaraje che vociavano. Sulle mie spalle ormai larghe pesavano le settimane di sciopero e la sera il futuro mi tremava nelle mani da muratore insieme alla speranza che mio figlio crescesse libero come voleva il nome che gli avevo dato.”

Vasco Pratolini, Metello, 1955
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Musica: Last train home, Pat Metheny

Fine pena: ora. Di Elvio Fassone

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Un maxiprocesso per mafia. Tanti mesi in cui giudici, accusati e loro amici e parenti vivono a stretto contatto. Un giudice illustre condanna Salvatore all’ergastolo. La storia dovrebbe finire qui. Ma non va cosi per questo giudice. Che sente il bisogno di scrivere a Salvatore in carcere. E di regalargli un libro , Siddharta, augurandosi che Salvatore non si stanchi subito di leggerlo e arrivi alle ultime parole:
“Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore”.
Inizia cosi una corrispondenza epistolare che durerà 26 anni. Nemmeno due amanti potrebbero durare cosi a lungo. E’ un libro che ci parla del destino, forse segnato dalla nascita, per ognuno di noi.


«“Presidente, lei ce l’ha un figlio?” Ne ho tre, e il maggiore ha solo qualche anno in meno di Salvatore. (…)“Glielo chiedo perché le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”».

E’ un libro che parla di un uomo. Un uomo che mostra una resistenza indicibile. Un uomo che capisce il valore della propria vita. Che non perde la speranza della redenzione fino all’ultimo, la speranza di uscire dal carcere e di lavorare, di farsi una famiglia. Ma anche un uomo che vede tutte le sue lotte e le sue speranze frustrate sia da una pigra e cieca e sorda burocrazia, che da un’opinione pubblica terrorizzata, che finisce col condizionare ancora di più le decisioni di quella burocrazia. E quindi tutta questa paura impedisce di giudicare caso per caso, uomo per uomo, e finisce col chiudere le porte a tutti, compresi gli speranzosi, i volenterosi, i pentiti.

“Penso al bambino che costruisce un castello con le carte, ed è giunto al quarto piano, mai prima edificato, quand’ecco che passa un individuo e urta il tavolo per sbadataggine e tutto crolla. Il bambino piange, noi lo consoliamo, era solo un gioco, non è una tragedia, ora lo rifacciamo. È vero, ma la vita di chi è in galera da venticinque anni non è un gioco”.

 

” …. c’è una stagione, ignota agli altri ma vera, nella quale il detenuto ha maturato la convinzione di aver pagato il giusto. Sa che doveva “pagare” …. e sente che quella quantita’ corrisponde al dovuto secondo la “sua” idea di giustizia. Se siamo capaci di cogliere quel tempo, è salvo lui con tutto il percorso fatto, e siamo salvi noi. Se siamo sordi, è salvo solo lui …. “

Le parole di Salvatore commuovono, spiazzano, ci spingono al muro. Ci fanno comprendere quanto sia diverso il cielo e quanto sia diverso lo scorrere del tempo, e la concezione del futuro, a seconda che si viva in libertà oppure sotto detenzione.
«Ce lo detto presidente, che dove cammino io non può crescere l’erba… che se io tocco l’oro diventa ferro».

Un libro senza alcuna ambizione letteraria, ma pieno di umanità, pieno di interrogativi su un argomento che le persone tendono a mettere da una parte , evitando scomode risposte. Un delinquente deve pagare, e me ne frego di lui e se secondo la legge il carcere dovrebbe prevedere la sua riabilitazione preparando il suo reingresso nella società. Tanto meno mi interessa se questo essere umano sia cambiato profondamente nel corso dei decenni. Questo è un libro per chi crede nella giustizia e per chi crede nell’uomo, per chi crede nella speranza che una mano tesa può dare. Per chi crede che il buio apparente possa contenere sempre una luce nascosta. E’ un libro che sbatte contro le nostre paure e ci chiede se vorremo e sapremo superarle. Che ci chiede se siamo disposti ad accettare la possibilità che anche un assassino sia in grado di redimersi, o se vogliamo almeno dargli la possibilità di provare a farlo.

“….la comunita’ offesa dal delitto si fa risarcire con fette di vita …. E’ tutto ineccepibile, non si potrebbe accettare un perdono generalizzato, specie a proposito dei delitti piu’ gravi. Il singolo puo’ e deve sforzarsi di perdonare; la collettivita’ deve praticare la giustizia. In fondo, il condannato vive ancora, la vittima non piu’. Eppure si sente che qualche cosa non funziona, non appaga, non ci legittima piu’ ad infliggere questa specie di sofferenza. Ma non hanno ancora inventato un tipo di pena diverso…..”

Non si pensi che il giudice Fassone faccia discorsi garantisti, che dimentichi quello che i colpevoli hanno arrecato alle loro vittime e ai familiari delle vittime. E’ un uomo rigoroso, puntuale, che ha il libro della legge sempre in mano e sotto gli occhi. E nemmeno lo stesso Salvatore nega, è ben cosciente del male, del dolore che ha causato, rinuncia infatti a ricorrere contro la condanna. Ma sa anche di esserne stato vittima. Fassone nemmeno ci prova, a giustificare Salvatore. Ma le lettere di Salvatore non possono far altro che colpire chi legge per il carico enorme di umanità che contengono. Per la sua voglia di imparare, di migliorare, di studiare, per la lotta infinita ingaggiata col sapere, tanto lontano da lui, e arrivare alla licenza elementare, e poi la grande gioia per l’arrivo del primo permesso di semi-libertà, gioia strozzata in gola dal troppo tempo passato in una galera.

«Presidente, non sapevo nemmeno camminare. Fuori anche l’aria che si respira è diversa da dentro. È tutto nuovo per me, le macchine, la roba che c’è nei negozi, la gente come è vestita, anche il fatto di pagare con l’euro».

Leggiamo, riflettiamo. Ci può far bene.

Musica: Nella mia ora di libertà, Fabrizio De Andrè

Una questione privata, di Beppe Fenoglio

 

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La villa.
La vedo.
Il cuore mi esplode in petto.
Anzi no, il cuore non batte, sembra latitante in petto.
Fulvia, stesa a terra, le sue trecce, le ciliegie appena colte.
Scrivimi una lettera, ti ha detto, Milton, devi scrivermi, voglio una tua lettera, un’altra.
La voglio sempre.
Perchè tu forse sei brutto, Milton.
Sei secco, allampanato, sei curvo di spalle, pallidissimo come una luna pallida e offuscata.
Ma no, chi dice che sei brutto lo dice perchè non ci riflette.
E comunque nessuno ha i tuoi occhi, e nessuno sa scrivere come te.
Sei Cyrano e Don Chisciotte.
Avanzi nel fango.
Fino alle ginocchia.
Blocchi di fango alle caviglie.
La nebbia negli occhi e nel cuore.
Lei ti amerà o avrà virato l’anima verso il tuo amico?
Ricchezza e povertà, nobiltà d’animo e aridità di cuore, rossi e azzurri, tutti insieme.
Mischiati in questa guerra maledetta.
In cui nemmeno si distinguono amici e nemici.
Ci vuole la parola d’ordine sempre.
E per farti dare un tozzo di pane devi dimostrare chi sei e chi sei stato.
C’è una gerarchia sempre e comunque.
Mille bandiere diverse.
Invidie, gelosie, rancori.
Ho fatto più di te, no non è vero.
Non me ne frega niente, io voglio la verità e basta.
Non mi importa della guerra, di Mussolini, quel bastardo.
Niente conta se non c’è Fulvia.
O meglio, se Fulvia mi ama, allora sì, che tutto ha un senso.
Anche questa guerra, questo fango e questo sangue mischiati, hanno senso.
Questi uomini da guerra che hanno 14 anni.
E chi ne ha 25 è un vecchio, senza speranze, e il valore è deprezzato, merce in scadenza.
Anche prendere alle spalle un poveraccio di un nemico, ha un senso.
Fulvia conta più di Giorgio.
Ti serve un corpo da scambiare per un altro.
Non importa chi. Non importa nemmeno che faccia abbia, e non importa che vita abbia passato, il perchè si trovi davanti alla tua strada.
Non ce la fai. E’ troppo difficile.
La pioggia ti martella le tempie.
Ti entra nelle ossa.
Vuoi maledire il mondo, vuoi urlare al cielo.
E non lo puoi fare, il nemico è vicino.
Non ce la faccio. No, devo farcela.
Dio mio, la testa tra le mani mille volte.
Chiudi gli occhi e te la premi, per farne uscire il ricordo dei suoi occhi.
Non puoi dimenticare, Milton, non li devi dimenticare.
Se dimentichi i suoi occhi, sei morto.
E continui a cantare Over the rainbow.
“Ho camminato tanto, ma sono sempre lo stesso, Fulvia.
Sono scappato e ho inseguito.
Mi sono sentito vivo come mai e mi son visto morto.
Ho ucciso, e ne ho visti uccidere.
Ma io sono sempre lo stesso.”

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Musica: Over the rainbow, Judy Garland

La donna che scriveva racconti, di Lucia Berlin.

 

 

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A manual for cleaning women. Manuale per donne di pulizie, o Manuale per pulire le donne. Davvero peccato, per come sia stato reso questo ambivalente titolo in italiano.
43 racconti. Ma in fondo è un racconto unico, il racconto della sua vita. Il racconto delle sue delle sue tante sconfitte.
Ma queste sconfitte sono tutte raccontate con compassione, empatia, e sorrisi, spesso.

Lucia è nata in Alaska, nel 1936, in un posto con le miniere accanto. E le miniere ci saranno sempre, trascorrerà i suoi primi anni in Stati diversi, ma sempre dietro al padre ingegnere, Idaho, Montana, Kentucky. Poi il padre, nel 1941, entra nell’esercito.
E allora Lucia inizia un pellegrinaggio diverso, va in Texas, El Paso, dal nonno dentista, uno dei personaggi citati, anche se sotto mentite spoglie, in uno di questi racconti.
Lucia scrive. Non sono racconti strettamente autobiografici, non fa comparire il suo nome o quello dei suoi familiari ed amici, ma è chiaro che si parli della sua vita, o che almeno se ne riconoscano i tratti. Lucia soffriva di scoliosi, e qui c’è una ragazzina con la scoliosi. Lucia beveva, e qui di donne che bevono sono pieni i racconti. Così come il dentista è suo nonno. Qui c’è sua madre, c’è suo padre, ci sono le sorelle, ci sono i suoi amici. E’ un diario, pieno di annotazioni, di vicende, di storie umanissime, commoventi, disgraziate, dolorosissime, c’è l’amore, c’è la malattia, c’è la morte, insomma c’è la vita.

“Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. E’ proprio come leggere un libro… Perlopiù pulisco case vuote, ma anche le case vuote hanno le loro storie, i loro indizi. Una lettera d’amore nascosta in fondo a un armadio, bottiglie vuote di whisky dietro l’asciugatrice, liste della spesa: Per piacere compra una scatola di Tilde, un pacco di linguine e una confezione da sei di Coors. Scusami per quello che ti ho detto ieri sera “.

Sono comunque storie che raccontano verità, e sono verità senza addolcimenti, sono nude, crude, e piene, strapiene di dettagli. Non c’è l’editor di Carver, qui, che sfrangia e taglia senza pietà. Qui i particolari abbondano e spesso la fanno da padroni. E non è la Munro, enigmatica. Qui c’è realtà sbattuta in faccia dietro a un cristallo puro.
Lucia ha vissuto. Ha stravissuto.
Ha girato senza sosta. Ha vissuto da nomade praticamente per tutta la vita, abituata a girare da piccola, ha mantenuto quest’indole per sempre.

“Il treno rallentò alle porte di El Paso. Non svegliai Ben, il mio bambino, ma lo portai fuori, nello spazio tra le due carrozze, per poter guardare dai finestrini. E sentire quell’odore, l’odore del deserto. Caliche, artemisia tridentata, zolfo della fonderia, fuoco di legna delle capanne messicane vicino al Rio Grande.”

Arizona, Messico, New York, Colorado.
Ha avuto quattro figli. Si è sposata tre volte, tre matrimoni prima di aver compiuto 32 anni.
Ha fatto mille mestieri, proprio per mantenere questi quattro figli.
Perché si sa, di cultura non si mangia, no?…ovviamente la donna delle pulizie. La centralinista, l’infermiera, l’insegnante, la segretaria, le troverete tutte descritte qui dentro questo libro, le sue vite e le sue trasformazioni.

“Vi capiteranno un sacco di donne emancipate. Il primo stadio sono i gruppi di autocoscienza, il secondo la donna delle pulizie, il terzo il divorzio”.

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Questo libro è una centrifuga di esperienze, di microcosmi descritti, dalla lavanderia a gettoni alla spiaggia messicana, un viaggio senza fine. Tutte queste esperienze potevano consentirle di scrivere duecento libri. Ha vissuto sempre con enormi difficoltà. Ha vissuto nel dolore, spesso. Ma ha voluto sempre sorridere. Cercare di vivere con passione, al meglio, cercando sempre il meglio, disperatamente ma anche convintamente decisa a scovare il sorriso ovunque.
Era bellissima, Lucia. Una donna che parlava più lingue. Ha vinto una borsa di studio, per quanto scriveva bene. Ed è finita a Parigi, con quella borsa di studio, con quel denaro. Ma, appunto, aveva voglia di ridere della vita, e a Parigi non ha scritto nemmeno una parola, su un foglio. Si è ubriacata, ha combinato di tutto, ma scrivere proprio niente. Anzi, qualcosa ha scritto: una lettera in cui ha riferito al comitato che l’aveva premiata tutto quello che aveva combinato a Parigi con quei soldi, non omettendo niente, ma ringraziandolo tanto..

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Quando il padre è ritornato dalla guerra via, tutti a Santiago del Cile. Lì si dà alla bella vita, conosce Principi. Ma sua madre beve, di brutto. Passa le giornate a letto, poi muore, forse si è suicidata. Poi si ammala la sorella, di cancro. Lucia passa con lei due anni, a Città del Messico, sempre al suo capezzale. Sempre però nel suo modo, nel loro modo.

“La solitudine è un concetto anglosassone. A Città del Messico, se una persona sale su un autobus e tu sei l’unico passeggero, non solo viene a sedersi vicino a te, ma ti appoggia anche la testa sulla spalla”.

C’è più di un racconto, tra questi 43, che descrive questo loro modo di vivere questi anni di dolore. Fool to cry per me è il più bello, e di questo, parla, del loro non arrendersi, del ripercorrere con la memoria tutta la loro vita, ma anche degli amori che vivono nel presente, delle follie che fanno, è un racconto pieno di commozione.
E’ un volersi bene caciarone, sopra le righe, ma autentico, e fa piangere.
Aspetta un attimo, un racconto, un titolo, ma anche un programma.
Non morire subito, che prima ti faccio ridere, c’è ancora tanto per cui ridere, in questa vita.
Ripeto, nessuno sconto.
C’è tanta durezza. Ci sono morti che non si riesce a digerire. Ci sono figli che nascondono le bottiglie alla madre. Che la disprezzano.
Ci sono i tanti tentativi di disintossicazione.
C’è una scrittrice che sembra andare in giro con una telecamera, che riesce a farti vedere i luoghi, a trasportarti accanto a tutta questa umanità. Lydia Davis, nell’introduzione, scrive «questi racconti ti fanno dimenticare cosa stavi facendo, dove sei e perfino chi sei».

In mezzo al lusso ma anche in mezzo alla povertà assoluta e senza speranza. Ricchi, benestanti, agiati, accostati a poveri, derelitti, delinquenti, disperati.

«Allungò una mano sotto il materasso: la bottiglia di vodka da un quarto era vuota. Scese dal letto, si tirò in piedi. Tremava tanto che dovette sedersi per terra. Era in affanno. Se non avesse bevuto presto qualcosa le sarebbe venuto un attacco epilettico o di delirium tremens…»

Lucia, che negli ultimi anni della sua vita viveva in un camper. Attaccata all’ossigeno. E che stacca l’ossigeno per fumarsi due sigarette insieme, e fanculo tutti. Lucia, che dicono fosse un’eccezionale conversatrice, che avesse una voce dolcissima, che alla fine diventa professoressa all’Università, e chissà gli allievi, come pendevano da quelle labbra e come annegavano in quegli occhi azzurri.

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Elena Stancanelli ha detto “un libro sontuoso, stracolmo di meraviglie”, vale la pena tenerlo vicino al comodino e leggerlo lentamente, una storia ogni tanto. Centellinarlo, come una cosa buonissima. È una raccolta di storie, La donna che scriveva racconti, ma è soprattutto il romanzo di un’esistenza, con tutte le sue sfumature, le battaglie vinte e perse. Quasi sempre poeticamente perse, ma è proprio questa la potenza della scrittura di Lucia Berlin”.

 

Musica: Out on the weekend, Neil Young

Bugiardi e innamorati, di Richard Yates

 

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Quando inizi un rapporto, sai già che sta finendo.
Il dubbio è già cominciato.
Quando costruisci la tua vita, e sai già che è tutto sbagliato.
O sai già che alla fine del percorso dirai che non è stato come volevi, come avevi sognato.

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E sai già che con i tuoi sogni e con le tue ambizioni farai a cazzotti per sempre, e saranno lacrime e sangue.
Ma lacrime e sangue nascosti, accuratamente, il più delle volte.
Tranne in alcuni momenti, dove non ce la puoi proprio fare a nascondere i tuoi occhi tutti bagnati.

Pochi come Yates hanno saputo descrivere la Gabbia.

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Quella dove molti di noi hanno infilato tutta la loro vita, sempre a sorridere fintamente e sempre ad affacciarsi di fuori per cercare di abbrancare quello che passa davanti agli occhi, quello che si vuole davvero sta fuori, non dentro.

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Non ci sono mai svolte decisive, vere. C’è solo una lotta ai limiti della disperazione, con l’aiuto di un bicchiere, quasi sempre.

“Ironico, vero, che le cose non sembrassero mai andare completamente per il verso giusto”.

Sette racconti, sette storie che descrivono mariti, mogli, amanti, madri, padri e figli, tutti intrappolati nella realtà che non vorrebbero popolare. Come sopravvissuti ad un disastro, si aggirano tra le macerie di case distrutte, o aggrappandosi a un relitto dopo un affondamento di una nave, partita in pompa magna per quello che doveva essere un bellissimo viaggio, e che invece viene maciullato dalla quotidianità, e restano dolore, rabbia, risentimento, sofferenza, apatia, e tanto ghiaccio dentro a tanto whisky.

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E quei bicchieri colmi sono l’unico vero salvagente, quello che ti permette di annebbiarti e dimenticare quanto tutto ti faccia schifo, te stesso in testa al gruppo.

E così ci si racconta di essere innamorati, ma in realtà è una finzione. Una finzione nei confronti di chi ascolta ma soprattutto verso se stessi. E’ tutta una farsa, un’immensa messa in scena teatrale

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Yates, lo dice benissimo Giorgio Vasta nell’introduzione, è come un ingegnere demolitore della letteratura. Descrive sempre perfettamente il crollo, e ce lo mostra in un perfetto rallentatore, dal primo attimo, zoomando sui dettagli, su ciò che a prima vista potrebbe sfuggire quasi a tutti, quel minuscolo atto quotidiano che sembra innocuo, ma che invece segna la fine.

Ma non è tutto amaro e disperato.
Tutti hanno dei sogni, delle illusioni, e con queste vanno avanti, sono queste a rendere la loro vita degna di essere vissuta, si sorride davvero, spesso, ci si appassiona alle cose, ci si crede davvero, alla possibilità di rovesciare il tavolo da gioco. Alla fine spesso si esce sconfitti e distrutti, ma finchè si è lottato, si è vissuto.Ti manca sempre un passo per arrivare alla meta, ma quel braccio e quel piede in avanti, solo il pensiero di poter tendere quel braccio e quel piede, ti tiene in vita.

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Impietoso, ma vero, verissimo. Tanto dolore e tanto piacere insieme.
L’umanità descritta così perfettamente da commuovere. Perché, alla fine, siamo tutti inadeguati.

Musica: Watch over you, Alter Bridge

The first time ever i saw your face

The first time ever I saw your face
I thought the sun rose in your eyes
And the moon and the stars were the gifts you gave
To the dark and the endless skies, my love

And the first time ever I kissed your mouth
I felt the earth move in my hand
Like the trembling heart of a captive bird
That was there at my command, my love

And the first time ever I lay with you
I felt your heart so close to mine
And I knew our joy would fill the earth
And last till the end of time my love

The first time ever I saw your face
Your face

La tregua, di Mario Benedetti

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Forse non è un capolavoro. Forse tra cento anni nessuno se lo ricorderà. Nessuno lo citerà in un social network, ammesso che ce ne saranno in futuro.
Ma, se non è un capolavoro, è una storia che rende giustizia alla potenza della scrittura.
La scrittura capace di trasformare una storia qualunque in un’intensa meraviglia di 240 pagine.
La vita di Martin scorre come un fiume dentro argini saldissimi.
Una vita che deve arrivare placida verso l’ozio della pensione, unico obiettivo prefissato.
La storia è questa, quella che abbiamo letto mille volte. La routine di un essere umano qualunque, apparentemente senza qualità particolari. Un uomo che vive di malinconia, di emozioni trattenute, che cavalca la sua esistenza come su un cavallo stanco, che si concede solo guizzi brevissimi, senza particolare emozione. Come se avesse già dato tutto quello che aveva, e ora si viaggia solo per forza d’inerzia. Non ci si attende nulla di più, dalla vita. Hai avuto una moglie, ora ci sono i figli da mantenere ed educare, ma anche qui si fa il minimo indispensabile, non si ha la forza di combattere.
E’ tutto opaco. Tutto ovattato. Si sta dentro una comoda ma insignificante campana. Al riparo da tutto. Martin è anche un uomo detestabile, quando esprime le sue idee sull’omosessualità, ad esempio.

“Quel che desidero oggi è assai più modesto di quel che desideravo trent’anni fa e, soprattutto, mi importa assai meno di ottenerlo”.

Ma questo è un romanzo che parla del tempo. Un romanzo sulle possibilità. Sul destino.
E il destino arriva. Arriva a portare scompiglio, vento forte dove prima regnava la bonaccia.
L’amore. Sì, abbiamo già letto, e tante volte, dell’amore tra un uomo maturo e una ragazza giovane. Benedetti lo sapeva bene, che non avrebbe prodotto sconquassi, narrando questo.
Ma gli sconquassi li provoca con il modo.
Con una scrittura che è leggera la metà di una piuma.
Ma così densa di significati, di emozioni esplose ma soprattutto trattenute, che resti a bocca aperta.
Poche volte ho visto tutte le emozioni contenute in certi silenzi narrate così bene.
Martin scopre e riscopre se stesso.
Non è più “io”, scopre il “noi”.
Non c’è più costrizione, c’è libertà.
Non c’è più soffocamento, c’è aria pura.
Non credo in Dio, adesso invece ci parlo, provo a cercarlo.
Forse non sono arido, forse so amare. E sono in grado di essere amato, allora forse valgo qualcosa.

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Non c’è più orizzonte delimitato, adesso c’è il nuovo, c’è il dubbio.
Martin ripensa al passato, gli arrivano addosso i ricordi, la sua donna del passato, i suoi occhi, la sua pelle, l’amore presente a paragone con il primo amore, perché “prima di cominciare a dimenticare, bisogna ricordare”.

Arriva la felicità, e arriva a braccetto con la paura.

“E subito ho avvertito un terribile peso al petto, un’oppressione che non sembrava interessare questo o quell’organo, ma era quasi asfissiante, insopportabile. Qui, nel petto, vicino alla gola, qui deve stare, raggomitolata, l’anima…Quell’oppressione al petto era la vita”

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La paura di essere felice. Perché c’è il Tempo. Perché ho paura di essere inadeguato. Paura che il Tempo mi abbia reso ormai inadeguato, ridicolo, vecchio, forse ho perso l’attimo propizio.
Di sicuro ho poco tempo per viverla, questa felicità inattesa.
Perché quando hai di fronte chi ami hai paura. Forse “Si è più convincenti nei sogni che nella realtà”.

“Poi, all’improvviso, ho avuto coscienza che quel momento, quel frammento di quotidianità, era il grado massimo del benessere, la Felicità. Mai ero stato tanto pienamente felice come in quel momento, tuttavia avevo la dolorosa sensazione che mai più lo sarei stato, almeno con quella forza, con quell’intensità. L’apice è così, esattamente così. Come se non bastasse, sono certo che l’apice duri solo un secondo, un breve istante, la durata di un lampo, e non si ha diritto a proroghe”.

Martin vive la felicità come un pugile, sempre con la guardia alta.
Non si fida.
E’ braccato dal Tempo. “La tragica fretta di questi cinquant’anni che mi tallonano”.
E’ diffidente. Ma proprio a me, perché questa occasione bellissima a me, che non ci credevo, che non ci speravo, che non la meritavo?
“Sono troppo sul chi vive per sentirmi felice. Sul chi vive nei miei confronti, nei confronti della sorte e di quell’unico futuro tangibile che ha nome domani”.

Ma non può combattere a lungo. La guardia la deve abbassare. “Quando si è nel cuore stesso della vita, è impossibile riflettere”.

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Perché lei è dolce. Perché lei sa appassionare. Perché lei si trasforma davanti a lui, lui sa renderla bella come mai prima. Insieme sono migliori, si specchiano uno nell’altra e si scoprono migliori di quanto pensassero.

«Proviamo il bisogno imperioso di dirci tutto. Parlo con lei come se parlassi con me stesso, e anzi ancora meglio. Quasi che Avellaneda fosse parte della mia anima, come se fosse rannicchiata in un recesso della mia anima, in attesa delle mie confidenze, reclamando la mia sincerità».

L’amore vero. Come tutti abbiamo sognato che fosse, esattamente così, pieno di rispetto, senza che il sesso lo offuschi o prenda il sopravvento, un sentimento che contenga tutto, che rispetti la libertà altrui, che si concentri e renda fondamentali gesti minimi, ma essenziali, che li esalti. Stare vicini, alla luce di una finestra, stringendosi le mani.

“Mi dava la mano, e non avevo bisogno d’altro. Mi bastava per sentirmi accolto. Più che baciarla, più che stare vicini, più di ogni altra cosa, mi dava la mani, e questo era amore.”

Il diario su cui Martin racconta la storia e se stesso descrive questa parabola ascensionale lentissima e diffidente verso la felicità, verso quell’apice unico e irripetibile. E descrive la discesa improvvisa, repentina, dolorosissima, verso il baratro, il vuoto.
Perchè è così. L’apice dura un lampo, e il ritorno al buio ha la stessa rapidità. L’uomo è indifeso, vulnerabile, governato dal destino.
Dio è crudele e indifferente. Mario Benedetti è stato crudele. Ci ha donato, nello spazio di poche pagine, la felicità e il dolore più grande. I giorni felici sono destinati a finire. La tregua è meravigliosa, ma è breve.

“Quanto bisogno ho di lei. Dio è stato quel che mi è sempre mancato di più. Ma di lei ho bisogno più che di Dio.”

«È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente anche che mi ha concesso una tregua. All’inizio, ho riluttato a credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e l’ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua»

Sono scosso. Brutalmente, meravigliosamente, dolorosamente scosso.
Per tanti motivi che non posso e non so esprimere. Ci sono cose che tengo per me.
Quanto ti vedi specchiato in una lettura, quando ci trovi le tue domande, le tue paure, i tuoi mille dubbi, la tua vita, non puoi che restare travolto. Non me l’aspettavo, un coinvolgimento simile. Non faccio retorica. Non riesco a dire quello che ho provato e che sto provando. Non ci riesco. E non voglio dirlo, come Martin

“Ma questo non lo scriverò. Questo è Mio, incorruttibilmente Mio. Questo ci sarà ad attendermi la notte, tutte le notti, quando ritroverò il filo delle mie insonnie e dirò: “Amore”. “

“Ci sono giorni in cui non riesco a distinguere le sfumature che separano l’inerzia dalla disperazione”.

Musica: Lettera, di Francesco Guccini

 

Chi di noi, di Mario Benedetti

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Amore, rimorso, rimpianto, il tempo che passa, il destino, questi i temi del romanzo.

“Provo una sorta di soddisfazione a posteriori nel fantasticare sui possibili sviluppi di certi dubbi del passato e immaginarmi come sarebbe stato il presente se in un certo istante avessi preso un’altra strada. Ma esiste veramente quest’altra strada? In realtà, esiste solo la direzione che prendiamo. Quello che avrebbe potuto essere ormai non vale più. È una moneta che non accetta nessuno, nemmeno io”

Lo scrive Miguel.
Sposato con Alicia. Ma lei gli scivola via dalle mani e dal cuore da quando la conosce.
Incapacità di amare davvero, da parte sua. Troppo complicata, troppo dura, e troppo intelligente e indipendente lei.


«non ho mai ricevuto in modo diretto la felicità di Alicia, ma mi è sempre arrivata dall’esterno. Sono stato uno spettatore, non ho mai avuto accesso ai suoi spazi di allegria»


Lui si avvita nei rimpianti, e nei rimorsi.
Soprattutto si avvita nel pensiero che Alicia sarebbe stata felice solo se avesse sposato Lucas, amico diventato comune ad entrambi.
Miguel riversa in un diario il suo fallimento, e le sue congetture.
Un triangolo amoroso più immaginario che reale.
Il dato principale resta che infilarsi e restare in un rapporto vivendolo da inetti, da incapaci, gestendo silenzi e sorrisi di circostanza, tentando di mantenere una serenità di facciata, non fa bene a nessuno, e alla fine i nodi vengono comunque al pettine. La simulazione resta tale, e si vede.

Magra consolazione definirsi “il più sincero dei mediocri”.
E alla fine chi vuol passare da vittima forse non lo è, forse manipola gli altri due. E’ lui che decide per se stesso, ma anche per gli altri.

 

“A volte mi sono chiesta da chi, o da dove, ti venga quell’atteggiamento obliquo che ti rende allo stesso tempo così affascinante e così odioso. Non favorisci la corrente, né ti opponi ad essa. … Caro, il nostro matrimonio non è stato un fallimento, ma qualcosa di peggiore: un successo sprecato”

E non è vero che c’è sempre tempo per cambiare le cose. Le puoi cambiare, ma le cose migliori restano quelle colte nel momento migliore, se lasci scorrere la clessidra a lungo non sarà mai la stessa cosa.

 

«C’è stato un momento indimenticabile in cui ci siamo osservati in modo spietato e le miserie dell’altro sono diventate riflesso delle nostre. La cosa peggiore era quella sensazione di irrecuperabilità. Non solo non potevamo recuperare l’altro per come era stato, ma non potevamo nemmeno recuperare noi stessi».


Elucubrazioni continue, flashback, tre teste e tre cuori e tre modi diversi di raccontare, diario, lettera, racconto, che compongono questo puzzle psicologico che mi ha attirato molto nella prima parte, ma ho avvertito complicarsi troppo col proseguire, fino alla terza parte che mi ha annoiato moltissimo, la forma racconto ostica, anche per la presenza di numerosissime note a margine, ha messo altri bastoni tra le ruote della lettura, anche se ne riconosco l’originalità.

Musica: Desperado, The Eagles

Il silenzio del lottatore, di Rossella Milone

 

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Colpevolmente ho trascurato quest’autrice e questo libro, questa raccolta di racconti.

Molto spesso i lettori si tengono lontani dalla forma racconto per paura di diversi aspetti, tra cui l’essere tra loro slegati, questo loro presunto imporre la forzatura fastidiosa di dover entrare nella storia di botto  dopo averne abbandonata un’altra, di botto,  dopo lo sforzo di esserci appena entrati, quel continuo prendere e lasciare personaggi e situazioni e modi e tempi storici.

Io invece dico che il bello è anche questo, e, nel caso specifico, questa raccolta non contiene questa sofferenza  di tenersi insieme a forza. Le storie sono tutte diverse, e anche i tempi, dato che in pratica si passa da un’epoca all’altra percorrendo settant’anni. Ma anche la vita, la nostra vita, procede così, mettendo insieme pezzi di storie personali e viaggi nel tempo. E comunque qui c’è un filo comune, un sentiero condiviso, tanto che spesso ho avuto la percezione che si stesse parlando di un’unica persona, o che fosse possibile, almeno.

Si va dall’adolescenza che scopre,  all’amicizia, all’amore, alla convivenza, dall’entusiasmo all’insoddisfazione, ai ricordi della vecchiaia.

Un mondo essenzialmente tutto femminile, quello descritto dalla Milone, la descrizione di un percorso di vita, la formazione di un’esistenza, il passare da uno stato all’altro, queste donne che subiscono una trasformazione e se ne rendono perfettamente conto, ed è spaventoso, tra virgolette, il rendersi conto che questa trasformazione possa avvenire grazie ad un solo episodio o nello spazio di un momento della vita. Come si possa passare dalla bonaccia alla tempesta, dalle certezze alla paura, dalla sicurezza alla delusione, dai pianti di gioia alla siccità completa nello spazio in un flash.  La consapevolezza che il relazionarsi con gli altri ci cambi, anche se non ce ne rendiamo conto. La consapevolezza che si parta da una sorgente e si sfoci spesso in un mare inaspettato, tutto personale:

“Eppure, quella mattina, non mi sentivo niente di loro addosso, se non il colore degli occhi di lui, se non i capelli lunghi e castani che aveva anche lei. Ma nei miei occhi c’era qualcosa che lui non aveva: certe venature verdastre simili a quelle di alcune pietre nei fiumi. E i miei capelli erano doppi e gonfi, mentre mia madre doveva cotonarli ogni minuto per riuscire a dargli la forma a panettone  che le piaceva tanto. Nonostante i loro geni,  nonostante i loro sforzi e i loro gemiti, io ero riuscita a creare da sola qualcosa di nuovo, che non dipendeva da nessuno dei due, ma soltanto dal fatto che fossi lì, a esistere”

Questo relazionarsi è essenzialmente lotta. Tra genitore e figlio, tra due amiche, tra fidanzati, tra moglie e marito. Una lotta sempre dura, a volte scorretta, ma sempre sincera, sempre tra persone che si conoscono bene, alla ricerca di uno spazio per respirare, che spesso viene a mancare. Uno spazio anche fisico. La necessità di due letti separati, di una linea di confine. In un libro dove la fisicità, e il sesso, hanno un’importanza non certo secondaria.

Un libro dove il silenzio, ha il suo nucleo centrale, il suo motore, il suo respiro profondo.

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Il silenzio come pensiero. Come pausa per riflettere. Il silenzio come rifugio dallo spiare altrui e dalle responsabilità che altri ci vogliono affibbiare. Il silenzio dopo un litigio. E anche prima. Il silenzio di un malato e davanti a un malato. Il silenzio di un cane che ti guarda e cerca spiegazioni. Il silenzio di fronte a un fallimento, di un amore o di un’amicizia. Il silenzio durante il sesso. Per indifferenza, per vergogna,  per senso di colpa, per discrezione, per l’orrore di una violenza subita.

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E allora c’è l’assoluto bisogno di aprire qualcosa, di far uscire l’energia di tutti i non detti, che fanno male, se accumulati.

«Avete presente l’energia che ci teniamo dentro? Quel bagliore? Quella luccicanza?»

    «Quale luccicanza?»

    «Sai quel flusso, quell’ammuina che si ammassa nelle ossa, dentro la testa, e pure nelle mura e nelle case. Tutta quella roba che non vediamo ma che non ci fa dormire la notte».

    «E questo bagliore esce fuori dai cassetti?»

    «Eh. Quello viene fuori da tutte le parti. S’accumula».

La paura dello “strappo”, del restare soli , i tanti dubbi che una decisione così porta alla luce, la citazione di Pavese prima dell’ultimo racconto è significativa, in questo: “Val la pena essere solo, per essere ancora più solo?”. Ecco, qui risposte non ce ne sono. La letteratura, e la Milone, non cercano verità, cercano domande. Lei scrive con sincerità disarmante, con durezza e poesia mescolate assieme, così come la vita alterna luce e buio, luccicanze e sconfitte rassegnate.  Questo è un romanzo pieno di lottatrici, che tentano in diversi modi di reagire, di scrollarsi di dosso pesi insopportabili, che a volte vanno in fuga nel deserto, altre decidono di portare quei pesi con stoicismo, altre di ricominciare con nuove consapevolezze, anche se piene di paure:

“Mi sentivo sopraffatta, quasi violentata: c’era improvvisamente troppa vita che mi spingeva via, che mi allontanava da tutto ciò che mi era familiare. Intuivo che ce n’era un’altra, in agguato e del tutto estranea, pronta a fagocitarmi”

“Quando ti allontani dalla finestra ti rivesti con calma, senza fretta. Ti abbottoni il reggiseno, poi la camicetta, poi infili le calze, poi la gonna, poi tiri su la cerniera degli stivali. Con la stessa lentezza cerchi il pacchetto delle sigarette, la borsa, la giacca. Prima di andartene getti un’occhiata distratta alla camera, per verificare di non dimenticare nulla. Pare di no; le tue poche cose le hai raccolte tutte nella borsa che ti porti sempre dietro. Non capisco cosa dici, forse non dici niente. Ma sei triste, si vede. Te ne vai senza nemmeno salutare, chiudendoti l’ennesima porta alle spalle. In quella stanza rimarrà solo un’ombra di te, solo un bagliore, come nella vita di tutti quelli che ti hanno incontrata.”

ricominciare

La vita è una prova. Essenzialmente di resistenza e di coraggio. Fuggire o ricostruire, usando lunghe pause di silenzio per guarire. Sapendo che non esistono i sempre e non esistono i mai.

Musica: Anime salve, Fabrizio De Andrè