innervisions

Inutile parlare in generale di cosa sia stato Stevie Wonder per la musica mondiale.
Una fucina inesauribile di talento, creatività che non possono essere descritte.
Questo album, Innervisions, è del 1973. Ha già raggiunto il successo, Stevie. Talking book, precedente, seguito da un tour spettacolare al fianco dei Rolling Stones, lo hanno già proiettato ai vertici in ogni luogo del pianeta.
Ma questo disco certifica e aumenta il suo credito e testimonia il suo incredibile valore.
E’, senza ombra di dubbio, un capolavoro. Non c’è un solo pezzo che non sia un capolavoro.
Di più, un solo pezzo, tra questi nove, avrebbe fatto la fortuna di qualunque musicista.
E penso che lo stesso Wonder non abbia mai potuto replicare un disco simile.
Un inno all’amore, alla gioia, alla speranza, ma anche una dichiarazione convinta e decisa contro le ingiustizie, un urlo al cielo contro le discriminazioni razziali, una denuncia dura, senza sconti, come ha sempre fatto nella sua vita.
Living for the city è il simbolo di questa denuncia, un testo davvero drammatico, e strapieno di rabbia, di grinta.
Il disco, stiamo parlando del 1973, è una bomba in quanto a novità non solo di testo, ma soprattutto a livello strumentale. Non si era mai visto un nero usare in maniera così netta e totalizzante i sintetizzatori, la tecnologia, arrivando a spaziare attraverso ogni genere, il soul, il funk, il jazz, diventando precursore dell’acid jazz, come in Too High, dove sembra di sentire la nascita di Jamiroquai, un brano ancora di denuncia, stavolta contro la droga. E’ una magia continua, questo viaggio dalle ballate come Visions al groove scatenato di Higher ground o Don’t you worry ‘bout a thing (il brano più divertente), un funk inarrivabile, con una vocalità di cristallo puro, senza paragoni, stupefacente. Jesus child of America, un invito a farsi guidare da Dio, l’elemento religioso che Wonder tiene sempre ai primi posti nella sua musica. In Higher ground il testo dice:
“Sono davvero grato che Egli mi abbia permesso di riprovarci,
perchè la mia ultima(precedente) volta sulla terra, ho vissuto un mondo pieno di peccato
Sono grato di sapere adesso, molto più di prima
Continuando a tentare fino a raggiungere il mio posto più alto.”

Appena finito di registrare Innervisions, Stevie Wonder ebbe un terribile incidente automobilistico, rimase in coma per diversi giorni. Al risveglio, si rese conto di aver difficoltà, fortunatamente non definitiva, nel riconoscere odori e sapori.
Ma la sua preoccupazione principale era sapere se avesse riportato danni all’udito, e se sapesse ancora suonare come prima. Si fece portare uno dei suoi strumenti musicali in ospedale. E suonò. Sì, sapeva ancora suonare. Da quel momento la sua musica e la sua vita hanno avuto un indirizzo ancora più marcato verso la religione e verso l’attenzione nei confronti del prossimo.
Jazz puro in All in love is fair, Golden lady, dove si entra nell’amore puro, nella gioia pura che solo l’amore può donare.

E infine He’s Misstra know-it-all, per me sempre la preferita, la più bella in assoluto, musicalmente senza confini, inarrivabile, musica e voce da Paradiso. Una dolcezza senza limiti ma che non inganni, perchè questo brano è una polemica aperta verso Richard Nixon.

Stevie Wonder non è solo un grande musicista, è stato un cieco che a soli 23 anni ha saputo avere uno sguardo lunghissimo e lungimirante sugli Stati Uniti e sulla sua intera condizione sociale e civile.
Una fotografia perfetta.

Annunci

Un pensiero su “

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...