La tregua, di Mario Benedetti

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Forse non è un capolavoro. Forse tra cento anni nessuno se lo ricorderà. Nessuno lo citerà in un social network, ammesso che ce ne saranno in futuro.
Ma, se non è un capolavoro, è una storia che rende giustizia alla potenza della scrittura.
La scrittura capace di trasformare una storia qualunque in un’intensa meraviglia di 240 pagine.
La vita di Martin scorre come un fiume dentro argini saldissimi.
Una vita che deve arrivare placida verso l’ozio della pensione, unico obiettivo prefissato.
La storia è questa, quella che abbiamo letto mille volte. La routine di un essere umano qualunque, apparentemente senza qualità particolari. Un uomo che vive di malinconia, di emozioni trattenute, che cavalca la sua esistenza come su un cavallo stanco, che si concede solo guizzi brevissimi, senza particolare emozione. Come se avesse già dato tutto quello che aveva, e ora si viaggia solo per forza d’inerzia. Non ci si attende nulla di più, dalla vita. Hai avuto una moglie, ora ci sono i figli da mantenere ed educare, ma anche qui si fa il minimo indispensabile, non si ha la forza di combattere.
E’ tutto opaco. Tutto ovattato. Si sta dentro una comoda ma insignificante campana. Al riparo da tutto. Martin è anche un uomo detestabile, quando esprime le sue idee sull’omosessualità, ad esempio.

“Quel che desidero oggi è assai più modesto di quel che desideravo trent’anni fa e, soprattutto, mi importa assai meno di ottenerlo”.

Ma questo è un romanzo che parla del tempo. Un romanzo sulle possibilità. Sul destino.
E il destino arriva. Arriva a portare scompiglio, vento forte dove prima regnava la bonaccia.
L’amore. Sì, abbiamo già letto, e tante volte, dell’amore tra un uomo maturo e una ragazza giovane. Benedetti lo sapeva bene, che non avrebbe prodotto sconquassi, narrando questo.
Ma gli sconquassi li provoca con il modo.
Con una scrittura che è leggera la metà di una piuma.
Ma così densa di significati, di emozioni esplose ma soprattutto trattenute, che resti a bocca aperta.
Poche volte ho visto tutte le emozioni contenute in certi silenzi narrate così bene.
Martin scopre e riscopre se stesso.
Non è più “io”, scopre il “noi”.
Non c’è più costrizione, c’è libertà.
Non c’è più soffocamento, c’è aria pura.
Non credo in Dio, adesso invece ci parlo, provo a cercarlo.
Forse non sono arido, forse so amare. E sono in grado di essere amato, allora forse valgo qualcosa.

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Non c’è più orizzonte delimitato, adesso c’è il nuovo, c’è il dubbio.
Martin ripensa al passato, gli arrivano addosso i ricordi, la sua donna del passato, i suoi occhi, la sua pelle, l’amore presente a paragone con il primo amore, perché “prima di cominciare a dimenticare, bisogna ricordare”.

Arriva la felicità, e arriva a braccetto con la paura.

“E subito ho avvertito un terribile peso al petto, un’oppressione che non sembrava interessare questo o quell’organo, ma era quasi asfissiante, insopportabile. Qui, nel petto, vicino alla gola, qui deve stare, raggomitolata, l’anima…Quell’oppressione al petto era la vita”

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La paura di essere felice. Perché c’è il Tempo. Perché ho paura di essere inadeguato. Paura che il Tempo mi abbia reso ormai inadeguato, ridicolo, vecchio, forse ho perso l’attimo propizio.
Di sicuro ho poco tempo per viverla, questa felicità inattesa.
Perché quando hai di fronte chi ami hai paura. Forse “Si è più convincenti nei sogni che nella realtà”.

“Poi, all’improvviso, ho avuto coscienza che quel momento, quel frammento di quotidianità, era il grado massimo del benessere, la Felicità. Mai ero stato tanto pienamente felice come in quel momento, tuttavia avevo la dolorosa sensazione che mai più lo sarei stato, almeno con quella forza, con quell’intensità. L’apice è così, esattamente così. Come se non bastasse, sono certo che l’apice duri solo un secondo, un breve istante, la durata di un lampo, e non si ha diritto a proroghe”.

Martin vive la felicità come un pugile, sempre con la guardia alta.
Non si fida.
E’ braccato dal Tempo. “La tragica fretta di questi cinquant’anni che mi tallonano”.
E’ diffidente. Ma proprio a me, perché questa occasione bellissima a me, che non ci credevo, che non ci speravo, che non la meritavo?
“Sono troppo sul chi vive per sentirmi felice. Sul chi vive nei miei confronti, nei confronti della sorte e di quell’unico futuro tangibile che ha nome domani”.

Ma non può combattere a lungo. La guardia la deve abbassare. “Quando si è nel cuore stesso della vita, è impossibile riflettere”.

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Perché lei è dolce. Perché lei sa appassionare. Perché lei si trasforma davanti a lui, lui sa renderla bella come mai prima. Insieme sono migliori, si specchiano uno nell’altra e si scoprono migliori di quanto pensassero.

«Proviamo il bisogno imperioso di dirci tutto. Parlo con lei come se parlassi con me stesso, e anzi ancora meglio. Quasi che Avellaneda fosse parte della mia anima, come se fosse rannicchiata in un recesso della mia anima, in attesa delle mie confidenze, reclamando la mia sincerità».

L’amore vero. Come tutti abbiamo sognato che fosse, esattamente così, pieno di rispetto, senza che il sesso lo offuschi o prenda il sopravvento, un sentimento che contenga tutto, che rispetti la libertà altrui, che si concentri e renda fondamentali gesti minimi, ma essenziali, che li esalti. Stare vicini, alla luce di una finestra, stringendosi le mani.

“Mi dava la mano, e non avevo bisogno d’altro. Mi bastava per sentirmi accolto. Più che baciarla, più che stare vicini, più di ogni altra cosa, mi dava la mani, e questo era amore.”

Il diario su cui Martin racconta la storia e se stesso descrive questa parabola ascensionale lentissima e diffidente verso la felicità, verso quell’apice unico e irripetibile. E descrive la discesa improvvisa, repentina, dolorosissima, verso il baratro, il vuoto.
Perchè è così. L’apice dura un lampo, e il ritorno al buio ha la stessa rapidità. L’uomo è indifeso, vulnerabile, governato dal destino.
Dio è crudele e indifferente. Mario Benedetti è stato crudele. Ci ha donato, nello spazio di poche pagine, la felicità e il dolore più grande. I giorni felici sono destinati a finire. La tregua è meravigliosa, ma è breve.

“Quanto bisogno ho di lei. Dio è stato quel che mi è sempre mancato di più. Ma di lei ho bisogno più che di Dio.”

«È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente anche che mi ha concesso una tregua. All’inizio, ho riluttato a credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e l’ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua»

Sono scosso. Brutalmente, meravigliosamente, dolorosamente scosso.
Per tanti motivi che non posso e non so esprimere. Ci sono cose che tengo per me.
Quanto ti vedi specchiato in una lettura, quando ci trovi le tue domande, le tue paure, i tuoi mille dubbi, la tua vita, non puoi che restare travolto. Non me l’aspettavo, un coinvolgimento simile. Non faccio retorica. Non riesco a dire quello che ho provato e che sto provando. Non ci riesco. E non voglio dirlo, come Martin

“Ma questo non lo scriverò. Questo è Mio, incorruttibilmente Mio. Questo ci sarà ad attendermi la notte, tutte le notti, quando ritroverò il filo delle mie insonnie e dirò: “Amore”. “

“Ci sono giorni in cui non riesco a distinguere le sfumature che separano l’inerzia dalla disperazione”.

Musica: Lettera, di Francesco Guccini

 

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