La donna che scriveva racconti, di Lucia Berlin.

 

 

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A manual for cleaning women. Manuale per donne di pulizie, o Manuale per pulire le donne. Davvero peccato, per come sia stato reso questo ambivalente titolo in italiano.
43 racconti. Ma in fondo è un racconto unico, il racconto della sua vita. Il racconto delle sue delle sue tante sconfitte.
Ma queste sconfitte sono tutte raccontate con compassione, empatia, e sorrisi, spesso.

Lucia è nata in Alaska, nel 1936, in un posto con le miniere accanto. E le miniere ci saranno sempre, trascorrerà i suoi primi anni in Stati diversi, ma sempre dietro al padre ingegnere, Idaho, Montana, Kentucky. Poi il padre, nel 1941, entra nell’esercito.
E allora Lucia inizia un pellegrinaggio diverso, va in Texas, El Paso, dal nonno dentista, uno dei personaggi citati, anche se sotto mentite spoglie, in uno di questi racconti.
Lucia scrive. Non sono racconti strettamente autobiografici, non fa comparire il suo nome o quello dei suoi familiari ed amici, ma è chiaro che si parli della sua vita, o che almeno se ne riconoscano i tratti. Lucia soffriva di scoliosi, e qui c’è una ragazzina con la scoliosi. Lucia beveva, e qui di donne che bevono sono pieni i racconti. Così come il dentista è suo nonno. Qui c’è sua madre, c’è suo padre, ci sono le sorelle, ci sono i suoi amici. E’ un diario, pieno di annotazioni, di vicende, di storie umanissime, commoventi, disgraziate, dolorosissime, c’è l’amore, c’è la malattia, c’è la morte, insomma c’è la vita.

“Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. E’ proprio come leggere un libro… Perlopiù pulisco case vuote, ma anche le case vuote hanno le loro storie, i loro indizi. Una lettera d’amore nascosta in fondo a un armadio, bottiglie vuote di whisky dietro l’asciugatrice, liste della spesa: Per piacere compra una scatola di Tilde, un pacco di linguine e una confezione da sei di Coors. Scusami per quello che ti ho detto ieri sera “.

Sono comunque storie che raccontano verità, e sono verità senza addolcimenti, sono nude, crude, e piene, strapiene di dettagli. Non c’è l’editor di Carver, qui, che sfrangia e taglia senza pietà. Qui i particolari abbondano e spesso la fanno da padroni. E non è la Munro, enigmatica. Qui c’è realtà sbattuta in faccia dietro a un cristallo puro.
Lucia ha vissuto. Ha stravissuto.
Ha girato senza sosta. Ha vissuto da nomade praticamente per tutta la vita, abituata a girare da piccola, ha mantenuto quest’indole per sempre.

“Il treno rallentò alle porte di El Paso. Non svegliai Ben, il mio bambino, ma lo portai fuori, nello spazio tra le due carrozze, per poter guardare dai finestrini. E sentire quell’odore, l’odore del deserto. Caliche, artemisia tridentata, zolfo della fonderia, fuoco di legna delle capanne messicane vicino al Rio Grande.”

Arizona, Messico, New York, Colorado.
Ha avuto quattro figli. Si è sposata tre volte, tre matrimoni prima di aver compiuto 32 anni.
Ha fatto mille mestieri, proprio per mantenere questi quattro figli.
Perché si sa, di cultura non si mangia, no?…ovviamente la donna delle pulizie. La centralinista, l’infermiera, l’insegnante, la segretaria, le troverete tutte descritte qui dentro questo libro, le sue vite e le sue trasformazioni.

“Vi capiteranno un sacco di donne emancipate. Il primo stadio sono i gruppi di autocoscienza, il secondo la donna delle pulizie, il terzo il divorzio”.

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Questo libro è una centrifuga di esperienze, di microcosmi descritti, dalla lavanderia a gettoni alla spiaggia messicana, un viaggio senza fine. Tutte queste esperienze potevano consentirle di scrivere duecento libri. Ha vissuto sempre con enormi difficoltà. Ha vissuto nel dolore, spesso. Ma ha voluto sempre sorridere. Cercare di vivere con passione, al meglio, cercando sempre il meglio, disperatamente ma anche convintamente decisa a scovare il sorriso ovunque.
Era bellissima, Lucia. Una donna che parlava più lingue. Ha vinto una borsa di studio, per quanto scriveva bene. Ed è finita a Parigi, con quella borsa di studio, con quel denaro. Ma, appunto, aveva voglia di ridere della vita, e a Parigi non ha scritto nemmeno una parola, su un foglio. Si è ubriacata, ha combinato di tutto, ma scrivere proprio niente. Anzi, qualcosa ha scritto: una lettera in cui ha riferito al comitato che l’aveva premiata tutto quello che aveva combinato a Parigi con quei soldi, non omettendo niente, ma ringraziandolo tanto..

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Quando il padre è ritornato dalla guerra via, tutti a Santiago del Cile. Lì si dà alla bella vita, conosce Principi. Ma sua madre beve, di brutto. Passa le giornate a letto, poi muore, forse si è suicidata. Poi si ammala la sorella, di cancro. Lucia passa con lei due anni, a Città del Messico, sempre al suo capezzale. Sempre però nel suo modo, nel loro modo.

“La solitudine è un concetto anglosassone. A Città del Messico, se una persona sale su un autobus e tu sei l’unico passeggero, non solo viene a sedersi vicino a te, ma ti appoggia anche la testa sulla spalla”.

C’è più di un racconto, tra questi 43, che descrive questo loro modo di vivere questi anni di dolore. Fool to cry per me è il più bello, e di questo, parla, del loro non arrendersi, del ripercorrere con la memoria tutta la loro vita, ma anche degli amori che vivono nel presente, delle follie che fanno, è un racconto pieno di commozione.
E’ un volersi bene caciarone, sopra le righe, ma autentico, e fa piangere.
Aspetta un attimo, un racconto, un titolo, ma anche un programma.
Non morire subito, che prima ti faccio ridere, c’è ancora tanto per cui ridere, in questa vita.
Ripeto, nessuno sconto.
C’è tanta durezza. Ci sono morti che non si riesce a digerire. Ci sono figli che nascondono le bottiglie alla madre. Che la disprezzano.
Ci sono i tanti tentativi di disintossicazione.
C’è una scrittrice che sembra andare in giro con una telecamera, che riesce a farti vedere i luoghi, a trasportarti accanto a tutta questa umanità. Lydia Davis, nell’introduzione, scrive «questi racconti ti fanno dimenticare cosa stavi facendo, dove sei e perfino chi sei».

In mezzo al lusso ma anche in mezzo alla povertà assoluta e senza speranza. Ricchi, benestanti, agiati, accostati a poveri, derelitti, delinquenti, disperati.

«Allungò una mano sotto il materasso: la bottiglia di vodka da un quarto era vuota. Scese dal letto, si tirò in piedi. Tremava tanto che dovette sedersi per terra. Era in affanno. Se non avesse bevuto presto qualcosa le sarebbe venuto un attacco epilettico o di delirium tremens…»

Lucia, che negli ultimi anni della sua vita viveva in un camper. Attaccata all’ossigeno. E che stacca l’ossigeno per fumarsi due sigarette insieme, e fanculo tutti. Lucia, che dicono fosse un’eccezionale conversatrice, che avesse una voce dolcissima, che alla fine diventa professoressa all’Università, e chissà gli allievi, come pendevano da quelle labbra e come annegavano in quegli occhi azzurri.

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Elena Stancanelli ha detto “un libro sontuoso, stracolmo di meraviglie”, vale la pena tenerlo vicino al comodino e leggerlo lentamente, una storia ogni tanto. Centellinarlo, come una cosa buonissima. È una raccolta di storie, La donna che scriveva racconti, ma è soprattutto il romanzo di un’esistenza, con tutte le sue sfumature, le battaglie vinte e perse. Quasi sempre poeticamente perse, ma è proprio questa la potenza della scrittura di Lucia Berlin”.

 

Musica: Out on the weekend, Neil Young

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