Fine pena: ora. Di Elvio Fassone

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Un maxiprocesso per mafia. Tanti mesi in cui giudici, accusati e loro amici e parenti vivono a stretto contatto. Un giudice illustre condanna Salvatore all’ergastolo. La storia dovrebbe finire qui. Ma non va cosi per questo giudice. Che sente il bisogno di scrivere a Salvatore in carcere. E di regalargli un libro , Siddharta, augurandosi che Salvatore non si stanchi subito di leggerlo e arrivi alle ultime parole:
“Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore”.
Inizia cosi una corrispondenza epistolare che durerà 26 anni. Nemmeno due amanti potrebbero durare cosi a lungo. E’ un libro che ci parla del destino, forse segnato dalla nascita, per ognuno di noi.


«“Presidente, lei ce l’ha un figlio?” Ne ho tre, e il maggiore ha solo qualche anno in meno di Salvatore. (…)“Glielo chiedo perché le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”».

E’ un libro che parla di un uomo. Un uomo che mostra una resistenza indicibile. Un uomo che capisce il valore della propria vita. Che non perde la speranza della redenzione fino all’ultimo, la speranza di uscire dal carcere e di lavorare, di farsi una famiglia. Ma anche un uomo che vede tutte le sue lotte e le sue speranze frustrate sia da una pigra e cieca e sorda burocrazia, che da un’opinione pubblica terrorizzata, che finisce col condizionare ancora di più le decisioni di quella burocrazia. E quindi tutta questa paura impedisce di giudicare caso per caso, uomo per uomo, e finisce col chiudere le porte a tutti, compresi gli speranzosi, i volenterosi, i pentiti.

“Penso al bambino che costruisce un castello con le carte, ed è giunto al quarto piano, mai prima edificato, quand’ecco che passa un individuo e urta il tavolo per sbadataggine e tutto crolla. Il bambino piange, noi lo consoliamo, era solo un gioco, non è una tragedia, ora lo rifacciamo. È vero, ma la vita di chi è in galera da venticinque anni non è un gioco”.

 

” …. c’è una stagione, ignota agli altri ma vera, nella quale il detenuto ha maturato la convinzione di aver pagato il giusto. Sa che doveva “pagare” …. e sente che quella quantita’ corrisponde al dovuto secondo la “sua” idea di giustizia. Se siamo capaci di cogliere quel tempo, è salvo lui con tutto il percorso fatto, e siamo salvi noi. Se siamo sordi, è salvo solo lui …. “

Le parole di Salvatore commuovono, spiazzano, ci spingono al muro. Ci fanno comprendere quanto sia diverso il cielo e quanto sia diverso lo scorrere del tempo, e la concezione del futuro, a seconda che si viva in libertà oppure sotto detenzione.
«Ce lo detto presidente, che dove cammino io non può crescere l’erba… che se io tocco l’oro diventa ferro».

Un libro senza alcuna ambizione letteraria, ma pieno di umanità, pieno di interrogativi su un argomento che le persone tendono a mettere da una parte , evitando scomode risposte. Un delinquente deve pagare, e me ne frego di lui e se secondo la legge il carcere dovrebbe prevedere la sua riabilitazione preparando il suo reingresso nella società. Tanto meno mi interessa se questo essere umano sia cambiato profondamente nel corso dei decenni. Questo è un libro per chi crede nella giustizia e per chi crede nell’uomo, per chi crede nella speranza che una mano tesa può dare. Per chi crede che il buio apparente possa contenere sempre una luce nascosta. E’ un libro che sbatte contro le nostre paure e ci chiede se vorremo e sapremo superarle. Che ci chiede se siamo disposti ad accettare la possibilità che anche un assassino sia in grado di redimersi, o se vogliamo almeno dargli la possibilità di provare a farlo.

“….la comunita’ offesa dal delitto si fa risarcire con fette di vita …. E’ tutto ineccepibile, non si potrebbe accettare un perdono generalizzato, specie a proposito dei delitti piu’ gravi. Il singolo puo’ e deve sforzarsi di perdonare; la collettivita’ deve praticare la giustizia. In fondo, il condannato vive ancora, la vittima non piu’. Eppure si sente che qualche cosa non funziona, non appaga, non ci legittima piu’ ad infliggere questa specie di sofferenza. Ma non hanno ancora inventato un tipo di pena diverso…..”

Non si pensi che il giudice Fassone faccia discorsi garantisti, che dimentichi quello che i colpevoli hanno arrecato alle loro vittime e ai familiari delle vittime. E’ un uomo rigoroso, puntuale, che ha il libro della legge sempre in mano e sotto gli occhi. E nemmeno lo stesso Salvatore nega, è ben cosciente del male, del dolore che ha causato, rinuncia infatti a ricorrere contro la condanna. Ma sa anche di esserne stato vittima. Fassone nemmeno ci prova, a giustificare Salvatore. Ma le lettere di Salvatore non possono far altro che colpire chi legge per il carico enorme di umanità che contengono. Per la sua voglia di imparare, di migliorare, di studiare, per la lotta infinita ingaggiata col sapere, tanto lontano da lui, e arrivare alla licenza elementare, e poi la grande gioia per l’arrivo del primo permesso di semi-libertà, gioia strozzata in gola dal troppo tempo passato in una galera.

«Presidente, non sapevo nemmeno camminare. Fuori anche l’aria che si respira è diversa da dentro. È tutto nuovo per me, le macchine, la roba che c’è nei negozi, la gente come è vestita, anche il fatto di pagare con l’euro».

Leggiamo, riflettiamo. Ci può far bene.

Musica: Nella mia ora di libertà, Fabrizio De Andrè

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