Come un respiro interrotto, di Fabio Stassi

 

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Dalle prime pagine, subito, Stassi ti proietta al centro della storia, ti ritrovi dentro in un secondo senza nemmeno avere
tempo per pensarci. E ti ritrovi in mezzo a questi personaggi come se li conoscessi.
Matteo e Sole, un legame che solo il tempo può mettere alla prova.
Non c’é bisogno per forza di un letto da condividere, tra due persone, per creare un legame solido, che vinca differenze e distanze, soprattutto, e anni trascorsi lontanissimi, conducendo vite ed esperienze diversissime.
Ma non è solo una storia tra Sole e Matteo.
E’ anche la storia della famiglia di Sole.
Una famiglia eterogenea, ma compatta.
Fatta di gente che parla, è polemica, che urla, e gente che sussurra. O gente che non parla per niente, che si esprime solo con gesti e lavori che fanno rumore. Perché chi si vuol bene, chi si conosce bene, spesso non ha bisogno di parole per comunicarselo, e per farsi capire. Ma non una famiglia da Mulino Bianco, una famiglia vera, dove si possono anche rompere
legami teoricamente indistruttibili, come quelli tra un padre e un figlio.
Ma è anche la storia di una generazione di ragazzi, che hanno vissuto gli anni ’70 e ’80.
Ragazzi che lottano a livello politico, sociale.

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Le occupazioni degli alloggi. Le manifestazioni. Gli scontri, le manganellate subite.
Le soddisfazioni e le sconfitte. Gli irriducibili e quelli che vanno in India o in Sudamerica per ritrovare stimoli o cercare nuove strade.
La storia di chi ha lottato per cambiare il Paese e sè stesso, a cui personalmente devo il mio rispetto. Il rispetto della generazione seguente, che ha poco lottato e molto perduto, senza lottare.
La storia di un mondo di “compagni”, quando questa bellissima parola aveva ancora un significato pieno, corposo, meraviglioso.
Un romanzo che parla di tante cose, e per questo difficile da raccontare.
Un romanzo pieno di musica, di una voce sopra le altre, diversa, quella di Sole, che cerca la propria affermazione attraverso un levare piuttosto che attraverso un battere.

La nostra è una storia in levare, Sole, un mosaico di parti che mancano, un gioco di specchi. Si può suonare soltanto sulla tastiera spezzata di un contrabbasso

Una voce fatta di mancanze, di richiesta di aiuto invece che di occupazione di
pensiero e di parole.

“Chi ti aveva sentita cantare diceva che davi a tutti la stessa sensazione: di mettere un piede nel vuoto. Una nota eri a terra, e quella dopo spaesamento”

Una voce e una fisicità che fa innamorare ogni uomo in cui si imbatte.

Non mi sarebbe dispiaciuto continuare a camminare con questa ragazza. Anche senza dire una parola. Sembrava una cosa semplice. 

contrabbasso

Ma anche una storia di dolori, di malattie gravi, di lutti.
Di sogni e di fallimenti, di potenzialità enormi ma insoddisfazioni altrettanto enormi.
E ci sono tanti, troppi, per me, respiri interrotti. Troppi viaggi, troppe partenze.
Troppe sospensioni temporali ed emozionali.
E’ un romanzo pieno di poesia e commozione, ma che mi ha lasciato appunto sospeso, in attesa di un avvenimento finalmente definitivo.
Che non c’è stato.
E’ un romanzo molto ma molto intimo, sussurrato. Credo rientri perfettamente nel suo stile, rarefatto, sognato, quasi evanescente. A tratti così evanescente che forse mi ha lasciato distaccato dai personaggi.
Probabilmente questo è un mio problema, sempre quello, la voglia di risposte, magari di stabilità.
Ma probabilmente Stassi voleva proprio ottenere questo effetto.
La vita forse è questo, un’accelerazione improvvisa e una frenata, una corsa e una lunga pausa stagnante, una sequela di respiri brevi, ognuno concatenato all’altro, un percorso al buio, in cui la voce dell’altro è l’unica strada che possiamo
seguire, braccia sulle sue spalle e andare. E dove le cose inaspettate sono sempre dietro ad ogni angolo.
Alla fine non è il mio libro preferito, ma è comunque un bel libro, stilisticamente notevolissimo.

Musica: Vuelvo al Sur, Astor Piazzolla

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