La luce smeraldo nell’aria, di Donald Antrim

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“In meno di un anno aveva perso sua madre, suo padre e, come credeva un tempo e a volte ancora gli sembrava, l’amore della sua vita: Julia; e, durante quell’anno o, per meglio dire, durante il periodo seguito ai tentativi di suicidio, si era ricoverato due volte nel reparto psichiatrico dell’ospedale universitario di Charlottesville, dove, in entrambe le occasioni, una in autunno e l’altra nell’estate seguente, per tre mattine a settimana, lunedì, mercoledì e venerdì, era salito su un tavolo operatorio dove piangeva rivolto al soffitto mentre i medici regolavano le pulsazioni, gli piazzavano gli elettrodi sulla fronte, gli mettevano l’ossimetro al dito, gli affondavano un ago nel braccio e gli ordinavano, fra i bip delle macchine e l’anestetico che gocciolava dalla pipetta verso la vena, di contare alla rovescia a partire da cento; ora, a distanza di un altro anno, stava andando alla discarica, a buttare i disegni e i dipinti che Julia aveva sfornato nei mesi in cui andava a letto di nascosto con l’uomo per il quale alla fine lo aveva lasciato, e che aveva sposato, e la sua collezione di fumetti – più che una collezione era uno scatolone zeppo di giornalini – che conservava da quando era piccolo. Aveva dimenticato da tempo i suoi vecchi fumetti; poi, pochi giorni prima, li aveva scoperti su una mensola polverosa in fondo al garage, mentre cercava una scatola di cartucce.”

L’incipit dell’ultimo di questi racconti è forse il più significativo.
Antrim parla in larga parte di disagio psicologico e mentale. Parla di malattie mentali, di sofferenza interiore, e non a caso, essendo lui stesso precipitato più volte nel gorgo, più volte tentando il suicidio e passando anni ricoverato in ospedali psichiatrici.

I personaggi descritti sono tutti enormemente, disperatamente, fragili.
Insoddisfatti di se stessi, sempre con la mente rivolta al passato, ai loro errori, alle loro colpe, alle sofferenze a loro inflitte dai genitori o dai loro ex compagni di vita. Nevrosi assoluta, che combattono con gli antidepressivi, con i calmanti, e soprattutto con bottiglie di alcolici, ovviamente tutte le componenti sopra descritte vengono “sapientemente” mescolate in un disperato tentativo di stordimento.
Eppure c’è sempre il desiderio di cambiamento, di rivalsa, di rivincita, di ripartenza, sempre la sottile speranza di cambiare, di rifarsi una vita, di ripartire in coppia, di avere un figlio.
Ed eccoli lì, vagare inciampando con un enorme vaso di fiori, o ruzzolare a terra in mezzo ai tavoli di un ristorante, perdersi durante una festa e ritrovarsi in strada, telefonare alla ragazza di un tempo, piangere per poi tornare indietro e inginocchiarsi per dichiarare le proprie intenzioni di matrimonio ad un’altra donna. C’è un bel po’ di umorismo, in mezzo a situazioni quasi tragiche e a malinconia a pacchi.

Commuovono, perchè tremano di paura quando decidono di non rivelare tutto alla persona che hanno di fronte, paurosi che questi non comprenda, si spaventi e scappi via.
Commuovono, quando ballano, bevono, e si abbracciano e si sostengono a vicenda, piangenti, traballanti ma ancora vivi, sullo sfondo di una luce del sole accecante o di un temporale improvviso, eventi meteo mai casuali, ma sempre molto precisi e puntuali nel sottolineare i cambi di umore e di scenario.
Commuovono perché si illudono di poter cambiare, di poter avere davvero una nuova vita, mentre New York li tiene sotto una cappa da cui in realtà non riusciranno ad uscire.

Ma nell’ultimo racconto ecco la speranza. Non si sa se ancora una volta illusoria, stavolta sembra qualcosa di reale, quella luce smeraldo. Speriamo.

Musica: Manhattan, Kings of Leon

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Le piccole virtù, di Natalia Ginzburg

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Undici racconti, undici brani di vita, undici saggi, undici lettere.
Non so come descrivere questi scritti.
Ci ho trovato però tanta vita.
Mitezza, rassegnazione, dolcezza, attenzione per i dettagli, per i paesaggi, per le persone, soprattutto. Un punto di vista da parte di una donna, una donna che è stata bambina, figlia, poi amica, compagna di vita, madre, scrittrice.
Bellissime descrizioni dei posti in cui ha vissuto, dell’esilio in Abruzzo, dell’Inghilterra, di Londra e delle manie e abitudini dei suoi abitanti. Senza tono da pedante o da maestrina, in modo semplice, diretto, asciutto.
Le parti più belle, più dolci, sono quelle dedicate all’amore, alla vita quotidiana condivisa. All’eterna paura della guerra, anche dopo che era finita.
Anche alla nascita e alla scoperta di quello che sarebbe diventato il suo mestiere.

“Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se no ci si stanca. Uno non può sperare di scrivere qualcosa di serio così alla leggera, come con una mano sola, svolazzando via fresco fresco. Non si può cavarsela così con poco. Uno, quando scrive una cosa che sia seria, ci casca dentro, ci affoga dentro proprio fino agli occhi; e se ha dei sentimenti molto forti che lo inquietano in cuore, se è molto felice o molto infelice per una qualunque ragione diciamo terrestre, che non c’entra per niente con la cosa che sta scrivendo, allora, se quanto scrive è valido e degno di vita, ogni altro sentimento s’addormenta in lui.”

Ma ho letto questo libro soprattutto per la parte dedicata a Cesare Pavese. Una sincera, appassionata e dolce amicizia, che qui viene rappresentata alla perfezione.
Non è facile descrivere un amico in questo modo così pieno, puntuale, affettuoso, attento.
Non è facile ricordare un amico che si è tolto la vita, non è facile convivere col dolore della perdita, e forse anche con qualche rimpianto o rimorso. Con una nostalgia così addolorata, ma anche piena di ammirazione e di rispetto.

“Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo – la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni.”

“Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da travagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, la gentilezza d’un adolescente.
Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutò in nulla le sue abitudini schive, né la modestia della sua attitudine, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo lavoro d’ogni giorno. Quando gli chiedevamo se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva, con un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato: aveva, a volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che lampeggiava e spariva. Ma quell’esserselo sempre aspettato, significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia: perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte così a fondo, che essa non gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti, non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non avevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi, mortificati d’annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano dell’esistenza, che procede uniforme, e apparentemente senza segreti. Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo; e così non poteva che guardarla come da sconfinate lontananze. È morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi.
Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesia antica, di molti e molti anni prima:
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D’un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette; c’erano cascinali con grappoli di pannocchie, l’erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, al margine della città e sul limitare dell’autunno, che lui amava.
Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre.
Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l’uno con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai presente, su quella proda della collina.”

Musica: Across the universe, Rufus, Moby, & Sean Lennon

La casa degli spiriti, di Isabel Allende

 

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Quando lo stato di grazia che pervade una scrittrice si riflette in ogni pagina di un romanzo. Questo succede ne La casa degli spiriti. Non so cos’altro ci sia da dire. Perchè è proprio difficile commentare una meraviglia simile.

Un agglomerato di emozioni, di rabbia, di paura, di dolore, di gioia, di amore, un infinito incontro e scontro di personaggi, di vite piccole e grandi, una perpetua saga familiare che non si interrompe mai, nemmeno dopo la morte, e che si intreccia con la Storia, grande e dolorosa, di una nazione intera.

Un intero universo creato dalla mente di Isabel Allende. Generazioni di uomini e donne che si susseguono, con i loro sogni, le loro speranze, le solo solitudini e i loro amori, con la realtà continuamente intrecciata al sovrannaturale, con lo spaziare tra una realtà domestica, rurale, e la vita della città, tra nobili e contadini, tra ricchezza e povertà, tra le baracche e palazzi sfarzosi, con le continue trasformazioni sociali e politiche.

Una capacità incredibile di farti sentire dentro tutte quelle storie, vicini a tutti questi personaggi, senza mai sentirti confuso, annoiato, disorientato, se non dalla bellezza assoluta di queste parole. Sei lì, con Blanca e Pedro, sulle rive di quel fiume, sei con Nicolas e le sue follie, i suoi esperimenti pindarici, sei con Jaime e la sua immensa biblioteca, sei con Ferula e la sua dedizione assoluta, sei con Clara, eterea,  e i suoi mutismi e le sue magie e le sue predizioni, sei anche con la rabbia cieca di Esteban e poi col suo solitario e terrificante dolore, sei con i sogni di Alba, e sei con tutto il Paese, la sua povertà e la sua voglia di cambiare e di ribellarsi.

La cosa forse più incredibile che puoi ritrovare un pezzo di te stesso in ognuno di questi personaggi. Ed è forse anche per questo che non riesci a smettere di leggere questo romanzo.

Un libro che vola ad altezza siderale, e che solo gli scritti di Garcia Marquez possono eguagliare o superare. Un libro che ti porta via lontano, che ti fa volare, ti fa sognare. La Grande Casa dell’angolo ti resta nel cuore. Non c’è una sola riga fuori posto, una sola riga superflua. C’è una prosa che il più delle volte sconfina nella poesia, dolce, fluida, appassionante. C’è un’armonia assoluta tra il magico e il reale, che viaggiano insieme come amici che si comprendono con un solo sguardo. Se la perfezione non esiste, qui comunque ci siamo andati proprio vicini.

Ho letto questo romanzo due volte, ma penso siano poche, troppo poche. Quando lo termini, non hai voglia che sia finita così. E in questa sensazione, questa volontà, c’è tutto il significato della Grande Letteratura.

“Clara abitava un universo inventato da lei, protetta dalle avversità della vita, dove la verità prosaica delle cose materiali si confondeva con la verità tumultuosa dei sogni, nei quali non sempre funzionavano le leggi della fisica e della logica.”

“Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l’unica che l’aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d’alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.”

 

“Quando li trovarono, il bambino era con le spalle a terra e Blanca stava accoccolata con la testa sul ventre rigonfio del suo nuovo amico. In quella stessa posizione sarebbero stati sorpresi molti anni dopo, per loro sventura, e non sarebbero vissuti abbastanza per scontarlo.”

 

Musica: Entre dos aguas, Paco de Lucia

La versione di Barney, di Mordecai Richler

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Brutto e bello, rabbia e pace, vero e falso, odio e amore.

In questa storia c’è tutto, c’è Barney Panofsky,

“sopravvissuto alla scarlattina, agli orecchioni, a due rapine a mano armata, alle piattole, all’estrazione di tutti i denti, a un’operazione all’anca, a un processo per omicidio e a tre mogli”.

Vecchia carogna incallita, alcolista non anonimo, anzi reo confesso senza limiti, i difetti esposti come un distintivo luccicante, rivendicazione assoluta di imperfezione e di bassezza. Un’infinita lista di errori, di meschinità, di invidie, di rabbiose reazioni, malvagità. Lettere anonime.

Un inferno scuro di scorrettezze.  Un uomo che sembra scollegato del tutto dall’empatia col mondo intero. Eppure no. Arrivano lampi di luce. Per quello che Barney pensa e fa in nome dell’amicizia. Per quello che Barney pensa e fa in nome dell’amore. Sembri così duro, Barney, e invece sei fragilissimo. E scrivi questa biografia per cercare comprensione, aiuto, compagnia, e per aggrapparti alla memoria della tua vita, per cercare disperatamente di non cadere nell’oblio, per tenerti addosso tutti i ricordi belli e tutte le persone che hai amato. Scrivi per chiedere aiuto e perdòno per i tuoi errori, le tue enormi cazzate.

Le donne, sono quelle che segnano i capitoli della tua vita. Sono sempre loro, ad aver scandito il tuo tempo, sempre loro ad aver stimolato la tua fantasia, la tua creatività.

Il tuo modo di raccontare le cose, così leggero, scorretto, brutale, volgare, ma così divertente da far dimenticare tutto il resto.

“Mike mi ha ripetuto per l’ennesima volta che avrei il pianoterra tutto per me. Dà sul giardino, ingresso indipendente. E per i bambini, che sono pazzi di Venerdì 13, sarebbe fantastico passare un po’ di tempo col nonno. Peccato che io detesti di essere nonno. Lo trovo indecente. Dentro di me continuo ad avere venticinque anni, massimo trentatré, to’. Certo, non sessantasette, con quel che ne segue – la puzza di stantio e di sogni infranti, l’alito cattivo, le gambe che avrebbero un disperato bisogno di una bella lubrificata. E ora che mi è toccato farmi mettere un’anca in vera plastica, non sono neppure più biodegradabile. Gli ambientalisti mi negheranno il diritto alla sepoltura”.

Ubriacone, traditore, bugiardo, egocentrico, invidioso, maleducato, e bastardo, perché alla fine non si può non tifare per te, non si può non essere dalla tua parte, non avere la voglia di abbracciarti, e anche di ringraziarti, perché ci fai capire che anche un uomo così è capace di amare alla follia.

“Quando mi ritrovavo a passeggiare in quelle stanze nel cuore della notte, con l’ennesimo bicchiere in una mano ed il miliardesimo Montecristo nell’altra, chiudevo gli occhi e ripensavo a Miriam, a come mi era apparsa il giorno delle mie nozze con la Seconda Signora Panofsky. La donna più bella che avessi mai visto. Lunghi capelli neri come l’ala di un corvo. Occhi blu da perdere la testa. Un vestito da cocktail di chiffon azzurro, e una grazia meravigliosa, meravigliosa. Dio, quella fossetta. E quelle spalle nude… Sono tre anni che Miriam se n’è andata, ma continuo a dormire da una parte del letto, e appena mi sveglio la cerco. Miriam, mia adorata Miriam.”

E sì, perché in mezzo a tutte queste bassezze, collere, intrattabilità, menzogne, beh c’è anche una storia d’amore come poche altre è capitato di leggere. Una lunghissima dichiarazione d’amore, in sostanza il libro è questo, prima di ogni altra cosa. Un amore che non ha fine, mai.

“A un certo punto mi ha preso la mano sotto il tavolo e ha detto che ero la donna più bella che avesse mai visto, e che una volta aveva osato sperare che saremmo morti insieme a novant’anni, come Filemone e Bauci, e che uno Zeus misericordioso ci avrebbe trasformati in alberi, con i rami che d’inverno si tengono caldo a vicenda, e le foglie che in primavera si intrecciano”. Ok, dite qualcosa, adesso…

Non è la storia di una perfezione umana, è quanto di più lontano dalla perfezione, tutto questo. Perché  “i grandi scrittori descrivono anche le azioni più basse degli uomini, non solo quelle virtuose. E questo sortisce un effetto benefico, perché risparmia all’umanità la disperazione”.

Ma è un uomo vero, uno che non si tira indietro di fronte a se stesso, uno che si toglie la dentiera per prendere pugni, per combattere. Un mascalzone, ma di sincerità vivida, limpida. Capace di slanci di umanità infinita. Un uomo che attacca e colpisce ovunque intraveda ipocrisia, conformismo, banalità, mediocrità. Un uomo che ama la genialità, e la premia sempre, la riconosce sempre, e sempre si incazza se vede che non viene sfruttata.

E sì, Barney,  ti si vuole così bene che, appena si chiude il libro, arriva la sensazione di abbandono, ci si sente orfani, sento di aver perso un amico. Un senso di malinconia che ti avvolge, ti toglie un po’ il fiato.

Musica:Chopin Etudes Op.10 No.1-4, Louis Lortie

Denti bianchi, di Zadie Smith

 

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Multiculturalismo, il tema principale trattato è questo. Il libro è del 2000, scritto da una ragazza universitaria, allora venticinquenne.

Fa parecchio impressione il suo stile e soprattutto la sua lucidità e lungimiranza sul tema.

Non è un romanzo facilissimo. E questo nonostante una dose abbondantissima di ironia. Ti ci catapulta subito dentro, centrifuga immediata, poi arrivano i personaggi, molteplici, e si rischia la confusione, si rischia di smarrirsi.

Le vicende vengono narrate in quattro sezioni, da quattro punti di vista diversi, e non certo a caso. Tutto si allinea al tema.

E’ una storia che fa sorridere, ma nello stesso tempo soffrire. E non poco.

Perché c’è tutta la difficoltà dei protagonisti a vivere in un mondo di cui si vogliono sentire partecipi a pieno titolo, ma che nello stesso tempo si sentono esclusi da esso.

Di fronte a questo mondo moderno ognuno di questi personaggi londinesi di vari colori reagisce a suo modo. Sono divisi, a tratti dilaniati, tra l’accettazione e la repulsione per la cultura dell’Occidente, tra la ricerca della propria identità culturale e il disgusto per i costumi corrotti, la voglia di rivincita che può sfociare anche in risposta violenta, integralista, tra la ricerca delle origini tribali e la curiosità del futuro e della conoscenza scientifica.

In tutto questo si innestano altri temi, primo tra tutti l’atteggiamento verso la religione, tra l’agnosticismo, Geova, Allah, la paura di un Dio vendicativo e le tentazioni della società occidentale, che pone diavoli ad ogni angolo di strada.

“Se la religione è l’oppio dei popoli, la tradizione è un analgesico ancora più sinistro, semplicemente perché di rado appare sinistro. Se la religione è un laccio fasciato stretto, una vena pulsante e un ago, la tradizione è una misura assai più casalinga: semi di papavero macinati nel tè; una dolce bevanda al cioccolato spruzzata di cocaina”

E’ difficile vivere, ancora più difficile vivere se si cercano in modo spasmodico radici su cui piantare in modo solido la propria vita, soprattutto in terra considerata straniera, quando tu non hai scelto di essere davvero lì, ma sono le circostanze più grandi di te, ad averti catapultato lì.

Non è un libro che condanni la speranza di integrazione, ma è un libro che vuole metterne in luce tutte le drammatiche difficoltà, che descrive la sensazione di chi si trova come intrappolato e senza uscita.

“In questi giorni ho la sensazione che quando si entra in questo paese si fa un patto con il diavolo. Si consegna il passaporto, si riceve un timbro, si vuole guadagnare qualcosa, si comincia… ma allo stesso tempo di vuole tornare indietro! E chi vorrebbe mai restare? Freddo, umido, miseria; cibo orribile, giornali spaventosi… e chi vorrebbe mai restare? In un posto dove non si è mai benaccetti, ma solo tollerati  all’improvviso non sei più adatto al ritorno, i tuoi figli diventano irriconoscibili, non appartieni più a nessun posto”.

Le difficoltà che aumentano quando arrivano le seconde generazioni, e lo scontro diventa doppio, tra due mondi diversi e tra genitori e figli, quando persone e cose si mescolano ancora di più. Qui non c’è la Londra del turismo, con la sua bella facciata da mordi e fuggi, qui c’è la periferia oppressa, dove più che vivere si sopravvive, dove il razzismo non è una parola ma è un fatto con cui si deve fare i conti giornalmente, da bambini.

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Non è facile vivere tra due culture, tra due mondi, nella linea di intersezione tra Oriente ed Occidente, sapendoti a malapena tollerato.

“Sapeva che lui, Millat, era un pakistano, da qualunque parte venisse; sapeva di puzzare di curry; di non avere un’identità sessuale; di rubare il lavoro agli altri; o di non avere lavoro e di vivere con i quattrini dello stato; o di dare tutti i lavori ai propri parenti; di poter fare il dentista o il proprietario di negozio o il commerciante di curry, ma non il calciatore o il regista cinematografico; sapeva di dover tornare al suo paese; o restare là a guadagnarsi la fottuta pagnotta; di adorare gli elefanti e portare il turbante; sapeva che nessuno che assomigliasse a Millat, o parlasse come Millat, o sentisse come Millat, arrivava mai a fare notizia, a meno che non fosse stato assassinato di recente. In breve, aveva saputo di non avere una faccia, in quel paese, una voce nel paese, fino a due settimane prima, quando la gente come Millat era comparsa in tutte le stazioni televisive e radiofoniche e su tutti i giornali, ed era arrabbiata, e Millat aveva riconosciuto la rabbia, aveva pensato che la rabbia riconoscesse lui, e l’aveva afferrata con le due mani”.

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Il dramma nasce dalla vera mancanza di integrazione, che è mentale, oltre che sociale. Da qui deriva il chiudersi in se stessi, radicalizzare, escludere ogni possibilità di dialogo tra padri, madri e figli, ognuno si sistema sul bus sedendo in fila indiana, non l’uno accanto all’altro, non ci si capisce più, si finisce col perdersi, col non amarsi più, scaricando sul vicino le colpe di tutto. In un mondo in cui ci si sente in colpa per i capelli crespi. In un mondo dove devi camminare tenendo un braccio sulla pancia per non farla vedere, perché il modello non corrisponde alle attese.

“Vedete, Millat non l’amava. E lei pensava che Millat non l’amasse perché non poteva. Pensava che fosse così danneggiato da non poter più amare nessuno. E voleva trovare chi l’aveva danneggiato fino a quel punto, danneggiato in modo tanto terribile, voleva trovare chiunque l’avesse reso incapace di amarla. Che strano, il mondo moderno. Nelle toilette si sentono ragazze che dicono: “Sì, mi ha scopata e poi se n’è andato. Non mi amava. Era completamente incapace di amare. Era troppo incasinato per sapermi amare”. Ora, com’è accaduto? Che cosa, in questo secolo così poco amabile, ci ha convinti che malgrado tutto siamo da amare come persone, come specie? Chi ci ha portato a pensare che chiunque non ci ami sia in qualche modo danneggiato, mancante di qualcosa, malfunzionante? E in particolare se ci sostituiscono con un dio, o con una madonna piangente, con la faccia di Cristo in un telo di stoffa…allora gli diamo dei pazzi. Degli illusi. Dei regrediti. Siamo così convinti della bontà di noi stessi, e della bontà del nostro amore, che non sopportiamo di credere che possa esistere qualcosa di più degno d’amore di noi, di più degno d’adorazione. I cartoncini per le varie festività continuano a ripeterci che tutti meritano amore. No. Tutti meritano aria fritta. Non tutti meritano amore in ogni occasione”.

Unica consolazione, unica via di uscita, è l’amicizia. Anche se evidentemente forzata dagli eventi, anche se spuria, anche se a tratti ipocrita, tanto da sembrare qualcosa avvertita nettamente come a tempo determinato.

“Discutevano su idee che Archie non capiva a pieno, e nelle fresche serata Samad rivelò segreti che non erano mai stati raccontati ad alta voce. Fra loro passavano lunghi silenzi confortevoli, simili a quelli delle donne che si conoscono da anni. Guardavano le stelle che illuminavano un paese sconosciuto, ma nessuno dei due si aggrappava in particolar modo al ricordo di casa. In breve, era esattamente il tipo di amicizia che un inglese stringe durante una vacanza. Un’amicizia che supera le classi e il colore della pelle, un’amicizia che ha come base la vicinanza fisica e sopravvive perché l’inglese presume che quella vicinanza fisica non durerà.”

Eppure Archie e Samad resteranno amici. E coinvolgeranno i loro familiari, mogli, figli, nipoti, nella loro amicizia, formandone altre. Capendo però che le certezze che cercavano, e di cui erano anche convinti, in realtà sono destinate ad andare in fumo. Tutta la vita è incertezza totale. L’unica cosa da fare è cercare di restare in equilibrio. Altro non esiste e non va cercato, esiste solo il tentativo di cercare aiuto negli altri, di cercare negli altri i pezzi che sono mancanti in noi stessi, perché ognuno ha la sua storia, ognuno ha la sua personalità, ognuno ha il suo apporto imperfetto da fornire.

“Ti prego. Fammi un grande favore, Jones. Se senti qualcuno, quando torni a casa – se tu, se io, torneremo alle nostre rispettive case – se senti qualcuno parlare dell’ Oriente non emettere giudizi affrettati. Se ti dicono “sono questo e quello” o “fanno questo” o “queste sono le loro opinioni”, non emettere giudizi affrettati finché non hai in mano tutti i fatti. Perché il paese che chiamano “India” ha mille nomi diversi ed è abitato da milioni di persone, e se pensi di aver trovato due uomini uguali in mezzo a quella moltitudine, allora ti sbagli. E’ stato semplicemente un trucco del chiaro di luna.”

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E’ un bel casino, sto libro.  Ti trascina a destra e a manca, ti fa perdere il filo, a tratti ti annoia, si dilunga, si ripete. Eppure è un bel libro. Niente è perfetto, e il casino è la vita, oggi più di ieri. Un casino tale che, per risolvere la situazione , a volte devi tirare una monetina, giocartela a testa e croce. E forse dovremmo pensare più a quello che ci attende appena svoltiamo l’angolo, invece che restare ancorati a ciò che abbiamo appena superato, cercare radici nel futuro più che nel passato. Forse perdiamo troppo tempo a rivendicare e ricordare qualcosa incarognendosi, invece che a vivere.

 «Che esistenza tranquilla. Che gioia dev’essere, la loro vita. Aprono una porta, e dietro ci sono solo un bagno o un soggiorno. Solo spazi neutrali. E non questo interminabile labirinto di stanze presenti e stanze passate e le cose dette dentro quelle stanze dieci anni fa, e la merda storica di ognuno spiaccicata ovunque. Loro non continuano a ripetere regolarmente i vecchi errori. Non ascoltano sempre vecchie puttanate. Non danno pubbliche esibizioni di Angst per i trasporti pubblici. Davvero, quella gente esiste. Ve lo dico io. I più grandi traumi della loro vita sono rappresentati da cose come il cambio della moquette. Il pagamento delle bollette. La riparazione del cancello. Non si preoccupano di ciò che fanno i loro figli nella vita, finché si comportano in modo, sapete, ragionevolmente sano. Felice. E ogni singolo giorno del cazzo non è un’enorme battaglia fra chi sono e chi dovrebbero essere, ciò che erano e ciò che saranno. Avanti, chiedeteglielo. E loro ve lo diranno. Niente moschee. Forse una chiesetta. Praticamente nessun peccato. Un sacco di perdono. Niente soffitte. Niente merda nelle soffitte. Niente scheletri negli armadi. Niente bisnonni. Sono pronta a scommettere subito venti sterline che qui dentro Samad è l’unico a conoscere la maledetta misura interna della gamba del suo bisnonno. E lo sapete perché loro non la conoscono? Perché non gliene frega un cazzo! Per quanto li riguarda, è il passato. E’ così che va nelle altre famiglie. Non vivono ripiegate su se stesse. Non corrono in tondo, godendo, godendo del fatto che sono mentalmente disturbate. Non passano il tempo a tentare di trovare il modo di rendere più complessa la loro vita. Si limitano a viverla. Bastardi fortunati. Figli di puttana fortunati.»

Musica: Morcheeba, Never an easy way

 

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di Carlo Emilio Gadda

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E stata una fatica immensa. Inframmezzata da pagine dorate, ma sempre una fatica.         Ho capito il senso.                                                                                                                                         Ho capito che Gadda non intendeva certo scrivere un classico giallo. L’omicidio e le indagini  sono  sempre un classico della letteratura, e lui di certo dai classici ha attinto, ma non voleva di sicuro copiare niente.

Ho capito che qui voleva rappresentare l’animo umano.                                                               Con tutti i difetti, le bassezze, la povertà d’animo, il denaro che tutto guida e tutto vince. Un’elencazione infinita di tipi umani, le loro manie, le loro fissazioni, le ipocrisie, le bugie, il tirare avanti alla meglio, la lotta per la sopravvivenza quotidiana, la giornata da condurre al termine in ogni modo, le gelosie, le invidie, le chiacchiere. Una visione pessimista.      Ma è l’ironia, che salva tutto. Forse.

Ho capito, almeno spero, il messaggio.

Ma il problema è lo stile. E direi che sia un grosso problema, perché penso che questo romanzo abbia un suo esclusivo essere proprio per lo stile adoperato, è proprio per lo stile, che è divenuto famoso.                                                                                                                                 E’ una fucina di neologismi, di dialetti mescolati, ci si sente molisani, nella pagina seguente napoletani e infine romani de Roma. L’Italia descritta è quella di quasi cento anni fa, eppure ci si può ritrovare benissimo, non ci si sente sperduti, ci si sente a casa.

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L’ironia si taglia a fette, come l’attacco continuo al fascismo e al Mascellone, non ci sono sconti, non ci sono pause, in questo. L’attacco alla borghesia del periodo dittatoriale, alla sua burocrazia, ai suoi miti fondanti, la virilità maschile e la visione della donna che deve essere sottomessa e feconda, la facciata sorridente e coesa delle famiglie che invece nasconde sopraffazione violenta, insomma un attacco nucleare globale al Pelatone e a tutta la sua “visione” della vita e della politica.

Sono belli i dialoghi, sono belle le descrizioni psicologiche dei personaggi, e riesce a farlo in poche righe.                                                                                                                                               Ma resta la fatica disumana nel seguire i vocaboli, questa pioggia, questa tempesta di metafore, di similitudini, di aggettivi, momenti in cui la voce del narratore si mescola con quella dei personaggi, e decine di digressioni impressionanti, interminabili, che ti trasportano in mondi lontanissimi dalla trama del romanzo, mentre sei lì a cercare di capire chi ha trafugato un topazio, ecco che ti ritrovi a seguire i comportamenti di una gallina e delle sue feci,  e a cui cui nessun ombrello può porre riparo, e che ti costringono a rallentare la lettura fin quasi a fermarti, in senso globale, perché confesso che più di una volta ho avvertito l’impulso di chiudere definitivamente il libro e portarlo in cantina per dimenticarlo per sempre, causa frustrazione. Quando ti capitano intere pagine in cui praticamente non capisci nulla, causa neologismi, è dura andare avanti. Devi intuire, molto più che capire, spesso non serve a niente ricorrere al vocabolario. Ma essendomi intestardito, ce l’ho fatta, a concludere.

Il mondo, per Gadda (e dagli torto…), è un inesplicabile groviglio, di situazioni, di sentimenti, di individui, ognuno a sè stante, ognuno a sua volta pieno di contraddizioni, di azioni e reazioni in contrasto tra di loro, e figuriamoci il groviglio che viene fuori quando le azioni e reazioni dei vari singoli si intersecano tra loro. Nessuno ci può capire niente. L’incoerenza travolge e sommerge l’umanità intera. Tanto che non importa e non ha senso nemmeno dare un finale al romanzo stesso, che resta sospeso, alla mercè di ogni interpretazione possibile da parte di chiunque lo abbia letto. Non contano i fatti, conta il modo in cui vengono raccontati.

“Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuoi dire gomitolo”.

Un libro che è commedia, che è tragedia, che è poesia, come la campana di Santa Maria Maggiore, che scandisce, che regola il dolore e la vita umana.

“Intrappolata dentro il suo gabbione, la campana grossa de li scolari principiò dondolare a sua volta, dagio adagio, con un fremito quasi inavvertito in sulle prime, con un rombo tuttavia sospeso nei cieli, come d’un’ala metallica. L’onda si dilatava lieta sui penzieri, sui terrazzi, ne vibravano i vetri chiusi delle case, ogni più addormita finestra. Una vecchia nonna su la canofiena, che prendesse ritmicamente l’aìre: e grattugiava fuori il suo susurro dolce e un tantino acquoso…Vrùn, vrùn, vrùn, vrùn!…quer segnale de calabrone a pendolo t’oo mollava con tutto er core, a ogni corpo de tutto culo che je dava, da poté pijà la spinta in avanti…Quella perorante cautela avvicinava il male per gradi, in una modulazione sommessa:..il male del ridestarsi a conoscere e a rivivere la verità d’ogni giorno…Ce durava na mezz’ora a cresce, dagio adagio, e n’antra mezzora a piantalla.”

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Un libro eccessivo, in tutto. Un Libro che ha sfidato la mia intelligenza, e ha ovviamente vinto.

Musica: Ma che ne so, Gabriella Ferri

Il suo vero nome, di Charles D’Ambrosio (Minimum Fax, 2008, 250 pagine)

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Bello. Grande bellezza. Grande stile.
Carver era un grande maestro, D’Ambrosio non è Carver, come non lo è stato nessuno, del resto, ma ha un suo percorso, segue un suo stile che lo rende degnissimo interprete del genere racconto.
Carver tendeva a limare. D’Ambrosio aggiunge. Dettagli perfetti, descrizioni di personaggi e di ambienti davvero bellissime.
E probabilmente D’Ambrosio non concede molti sconti ai suoi personaggi, possibilità di tornare indietro o di cambiare radicalmente se stessi, non c’è la stessa comprensione di Carver.
Tutti hanno a che fare con grandi difficoltà, e ci fanno i conti fino alla fine. E tutti sono permeati e ingabbiati dalla religione cattolica, che rende tutto ancora più difficile, i sensi di colpa li attorcigliano e li soffocano.
C’è una disperazione lancinante e dolcissima, in queste persone.
Tutti questi sette racconti contengono la Vita.
Il dolore, la malinconia, lo smarrimento, la scoperta di sé, bambini che diventano adulti, uomini in preda allo sconforto e all’autodistruzione, bisogno di spazi personali, rapporti che si logorano, si concludono, la morte che giunge feroce e improvvisa, spesso, ma anche la speranza, l’amore. La vita, come dicevo. Le piccole cose, le grandi cose. Le domande che tutti ci poniamo quando il dolore ci viene addosso, come farò a sopportarlo, come farò a superarlo?
Il primo racconto, La punta, protagonista un ragazzino, Kurt, senza più un padre, un padre che scriveva queste lettere dal Vietnam:

“Per me, se non altro, è un sollievo sapere che c’è qualcuno, lontano lontano, che non può veramente capire, e spero che non possa capire mai”.

Un ragazzino costretto a crescere da solo, e a sbrigarsi a crescere. Le sue riflessioni commuovono, sono adulte, improvvisamente adulte. A trovare il modo per vivere al meglio che si può.

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«L’idea era la seguente: a una certa età, in mezzo alla vita delle persone compariva un buco nero che risucchiava ogni cosa, e da quel momento in poi uno sarebbe stato conscio della sua presenza, di quel denso spazio negativo, eppure andava avanti, si faceva il culo, portava a casa i soldi, metteva al mondo dei bambini, si sbronzava, sempre facendo finta che il buco nero non ci fosse e senza mai guardarci dentro, se ci riusciva».

Ci sono scontri generazionali:

“Mi sentivo come una marea che saliva insensatamente contro il frangiflutti di decenza che mio padre aveva eretto con la sua vita.”

La consapevolezza del momento di passaggio, che ti arriva come un fulmine:

“Mi vedevo correre per il quartiere, affannato, sbuffante, e pensai a come mi sentivo, lontanissimo dalla felicità, eppure… correvo fino a riempirmi i polmoni, quasi che l’eccitazione stessa li gonfiasse come mantici, e il cuore mi batteva fino a scoppiare, le gambe mi facevano male, la pancia pompava e succhiava aria fredda e umida, correvo fino a che il sangue non mi batteva nelle orecchie e anche ora, seduto sulla veranda dietro casa a bermi una birra con papà, ancora sentivo quel rumore, ancora sentivo il rumore dell’essere vivo.”

D’Ambrosio ha diversi pregi.
Il primo, dopo poche righe ti catapulta dentro la storia, e non ne esci.
E i finali, direi. Che sono qualcosa di unico. Perché sanno chiudere e aprire allo stesso modo. I racconti sono un po’ questo, in generale, un lampo di una vita, un riflettore puntato su un momento, dove il lettore deve immaginare il prima e immaginare anche il dopo. D’Ambrosio ti lascia lì, con un finale meraviglioso, a scegliere quale strada percorrerà quel personaggio un attimo dopo che il libro si sarà chiuso. Niente di banale, niente di scontato, è tutto inaspettato e tutto bellissimo, soprattutto. Perché le nostre esistenze sono così, quando pensi di aver chiuso il cerchio, spesso ti capita qualcosa che esce dal programma, si improvvisa, e devi essere in grado di seguirla, l’improvvisazione. Non è solo il brutto, ma anche il bello della vita, questo.
Non so quale dei sette racconti sia stato il più bello. Forse Lirismo. Ma probabilmente farei un torto agli altri. Leggeteli, e poi mi direte.

Musica: Canone, di Pachelbel
https://youtu.be/NlprozGcs80

Mia figlia, Don Chisciotte. Di Alessandro Garigliano

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Una bambina di tre anni.

Un piccolo vulcano esplosivo, esplosivo di creatività, gioia, emozioni, voglia e coraggio di scoprire il mondo, e ovviamente di impulsività e incoscienza. E di clamoroso interesse per i libri, per le avventure narrate in un libro.

Un padre. Un quarantenne. Diviso a metà tra il coraggio e la paura, o meglio, la prudenza con cui spesso decide di affrontare la vita. E spesso vince la paura.

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Soprattutto quando si tratta della vita della figlia. Un padre che si incanta solo ad osservarla, quella figlia. Un padre senza un lavoro fisso. Ma con una “fissa”, il Don Chisciotte di Cervantes, probabilmente il più grande romanzo di ogni tempo.

Attraverso il quale analizza e vive anche la sua vita reale. E si divide, di nuovo, tra la voglia di scoprire e la fantasia sfrenata del Cavaliere e la prudenza, il pragmatismo e il buon senso del suo fedele scudiero e compagno di avventure.

“E a questo punto mi tolgo la giacca. Seduto nello studio tempestato di libri accatastati ovunque (colonne di volumi impilati contro i muri senza librerie a sorreggerli), più che stare in trincea, mi sembra di essere seppellito dalla finzione. Fisso il protagonista da una distanza incolmabile, ritengo ormai velleitaria ogni ipotesi di cambiamento: non solo non riesco a vivere il presente, non sono nemmeno capace di proiettare un futuro.”

Ed è proprio Sancio, il personaggio a cui lui si sente più vicino. Sancio che lui interpreta come un padre per Don Chisciotte, più che un amico. Così come lui è il padre di questa bambina, che invece rappresenta il Cavaliere errante, senza macchia e senza paura. Un’interpretazione di comodo, magari.. 🙂

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La vita, seguendo il romanzo, diventa un’avventura, segue questo filo logico un po’ folle, questo barcamenarsi continuo tra il coraggio di immaginare ed aprire nuove porte, e la paura di perdere il sentiero battuto da sempre.

Sancio teme, a volte fugge, controlla, mette il freno alle ambizioni e ai voli pindarici spesso pericolosi del suo compagno, ma, nello stesso tempo, quando lo vede a terra sfinito e demoralizzato, comprende quanto sia importante comunque seguire un sogno, e lo rivitalizza, inventa e si ingegna affinché il Cavaliere rimonti in groppa a Ronzinante e prosegua la sua ricerca di avventura, bellezza e amore.

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Perché se è vero che tocca stare con i piedi per terra e non perdere d’occhio la realtà, è anche vero che a volte la realtà è così brutta che l’evasione è assolutamente necessaria.

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Un romanzo che rivela il grande amore per il Don Chisciotte, un amore da vero studioso, e in generale per la letteratura e il potere infinito della fantasia. Un amore che lo porta a ragionamenti e intuizioni che non devono essere per forza esatti, ma che comunque sono affascinanti.

Avevo intenzione di rileggere il Don Chisciotte, quest’anno, e, se lo farò, non potrò certo fare a meno di pensare a questo scritto, e a sentirmi molto piccolo, rispetto ad una persona che studia il capolavoro di Cervantes da anni e anni.

Un libro in cui non mancano momenti di commozione, di sentimento vero, di poesia, dove si descrive l’affannoso, sofferente, preoccupato, emozionante e gioioso percorso di un padre, e sono i più belli.

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Ma anche un libro a tratti molto “tecnico”, ricercato, in cui sembra assolutamente necessaria la conoscenza del Don Chisciotte. E qui a volte mi sono ovviamente arenato, specialmente dopo due terzi del romanzo.

Che fa capire benissimo quanto la letteratura, a volte, si intersechi con la vita, e quanto una lettura possa condizionarla (magari troppo).

E speriamo di essere stati un po’ Don Chisciotte e un po’ Sancio Panza, e di esserlo ancora, perché c’è bisogno di entrambi.

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Musica: On an island, David Gilmour

Quale allegria (senza di te, molta di meno)

Ce l’hai fatta anche stamattina. Sono cinque anni che non sento la tua voce dal vivo, che non ti vedo più in televisione, che non sento più i tuoi gargarismi e vocalizzi, che non faccio più battute sulla tua pelliccia naturale, che non dico “Dio mio, quanto sei bravo” al tuo apparire in qualsiasi luogo sia.

Eppure anche stamattina ce l’hai fatta, a farmi piangere sul bus. Con quel signore seduto davanti a me che avrà capito poco o niente. Sono cinque anni che ce la fai, in questo giorno. Con questa canzone, che metto sempre, che tanto mi ha donato e tanto mi ha rappresentato, più di una poesia, più di un libro, più di ogni altra cosa al mondo. Un contrasto tra quello che sembravi essere e quello che dici in questa canzone. Un istrione sempre ironico, sempre allegro, dissacrante, con lo sguardo sempre rivolto al futuro, ottimista. E qui, invece, una dichiarazione di umanissima sofferenza, quasi una resa, un senso di colpa per la vita stessa. Ma tu eri questo, eri tutto, in quel piccolo corpo contenevi un mondo, e penso che tu abbia detto di te solo un decimo, di quel che avevi da dire. Una volta hai detto, prima di cantarla, che preferivi cantare i contrasti, la sofferenza, anche il litigio, nell’amore, e che l’amore viene meglio a cantarlo che a viverlo. E mi sa che avevi ragione.

 

Quale allegria

se ti ho cercato per una vita senza trovarti

senza nemmeno avere la soddisfazione di averti

per vederti andare via

quale allegria

 

quale allegria

se non riesco neanche più a immaginarti

senza sapere se volare se strisciare

insomma, non so più dove cercarti

quale allegria

 

quale allegria

senza far finta di dormire

con la tua guancia sulla mia

saper invece che domani ciao come stai

una pacca sulla spalla e via…

quale allegria

 

quale allegria

cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino

di essere un bambino

con un sorriso ospitale ridere cantare far casino

insomma far finta che sia sempre un carnevale…

Sempre un carnevale.

 

Senza allegria

uscire presto la mattina

la testa piena di pensieri

scansare macchine, giornali

tornare in fretta a casa

tanto oggi è come ieri

 

Senza allegria

anche sui treni e gli aeroplani

o sopra un palco illuminato

fare un inchino a quelli che ti son davanti

e son in tanti e ti battono le mani.

 

Senza allegria

a letto insieme senza pace

senza più niente da inventare.

Esser costretti a farsi anche del male

per potersi con dolcezza perdonare

e continuare.

 

Con allegria

far finta che in fondo in tutto il mondo

c’è gente con gli stessi tuoi problemi

e poi fondare un circolo serale

per pazzi sprassolati e un poco scemi

 

facendo finta che la gara sia

arrivare in salute al gran finale.

Mentre è già pronto Andrea

con un bastone e cento denti

che ti chiede di pagare

per i suoi pasti mal mangiati

i sonni derubati i furti obbligati

per essere stato ucciso

quindici volte in fondo a un viale

per quindici anni la sera di Natale…