Il suo vero nome, di Charles D’Ambrosio (Minimum Fax, 2008, 250 pagine)

16992349_10208104801367829_8108280429144944456_o

Bello. Grande bellezza. Grande stile.
Carver era un grande maestro, D’Ambrosio non è Carver, come non lo è stato nessuno, del resto, ma ha un suo percorso, segue un suo stile che lo rende degnissimo interprete del genere racconto.
Carver tendeva a limare. D’Ambrosio aggiunge. Dettagli perfetti, descrizioni di personaggi e di ambienti davvero bellissime.
E probabilmente D’Ambrosio non concede molti sconti ai suoi personaggi, possibilità di tornare indietro o di cambiare radicalmente se stessi, non c’è la stessa comprensione di Carver.
Tutti hanno a che fare con grandi difficoltà, e ci fanno i conti fino alla fine. E tutti sono permeati e ingabbiati dalla religione cattolica, che rende tutto ancora più difficile, i sensi di colpa li attorcigliano e li soffocano.
C’è una disperazione lancinante e dolcissima, in queste persone.
Tutti questi sette racconti contengono la Vita.
Il dolore, la malinconia, lo smarrimento, la scoperta di sé, bambini che diventano adulti, uomini in preda allo sconforto e all’autodistruzione, bisogno di spazi personali, rapporti che si logorano, si concludono, la morte che giunge feroce e improvvisa, spesso, ma anche la speranza, l’amore. La vita, come dicevo. Le piccole cose, le grandi cose. Le domande che tutti ci poniamo quando il dolore ci viene addosso, come farò a sopportarlo, come farò a superarlo?
Il primo racconto, La punta, protagonista un ragazzino, Kurt, senza più un padre, un padre che scriveva queste lettere dal Vietnam:

“Per me, se non altro, è un sollievo sapere che c’è qualcuno, lontano lontano, che non può veramente capire, e spero che non possa capire mai”.

Un ragazzino costretto a crescere da solo, e a sbrigarsi a crescere. Le sue riflessioni commuovono, sono adulte, improvvisamente adulte. A trovare il modo per vivere al meglio che si può.

ansia-ragazzo

«L’idea era la seguente: a una certa età, in mezzo alla vita delle persone compariva un buco nero che risucchiava ogni cosa, e da quel momento in poi uno sarebbe stato conscio della sua presenza, di quel denso spazio negativo, eppure andava avanti, si faceva il culo, portava a casa i soldi, metteva al mondo dei bambini, si sbronzava, sempre facendo finta che il buco nero non ci fosse e senza mai guardarci dentro, se ci riusciva».

Ci sono scontri generazionali:

“Mi sentivo come una marea che saliva insensatamente contro il frangiflutti di decenza che mio padre aveva eretto con la sua vita.”

La consapevolezza del momento di passaggio, che ti arriva come un fulmine:

“Mi vedevo correre per il quartiere, affannato, sbuffante, e pensai a come mi sentivo, lontanissimo dalla felicità, eppure… correvo fino a riempirmi i polmoni, quasi che l’eccitazione stessa li gonfiasse come mantici, e il cuore mi batteva fino a scoppiare, le gambe mi facevano male, la pancia pompava e succhiava aria fredda e umida, correvo fino a che il sangue non mi batteva nelle orecchie e anche ora, seduto sulla veranda dietro casa a bermi una birra con papà, ancora sentivo quel rumore, ancora sentivo il rumore dell’essere vivo.”

D’Ambrosio ha diversi pregi.
Il primo, dopo poche righe ti catapulta dentro la storia, e non ne esci.
E i finali, direi. Che sono qualcosa di unico. Perché sanno chiudere e aprire allo stesso modo. I racconti sono un po’ questo, in generale, un lampo di una vita, un riflettore puntato su un momento, dove il lettore deve immaginare il prima e immaginare anche il dopo. D’Ambrosio ti lascia lì, con un finale meraviglioso, a scegliere quale strada percorrerà quel personaggio un attimo dopo che il libro si sarà chiuso. Niente di banale, niente di scontato, è tutto inaspettato e tutto bellissimo, soprattutto. Perché le nostre esistenze sono così, quando pensi di aver chiuso il cerchio, spesso ti capita qualcosa che esce dal programma, si improvvisa, e devi essere in grado di seguirla, l’improvvisazione. Non è solo il brutto, ma anche il bello della vita, questo.
Non so quale dei sette racconti sia stato il più bello. Forse Lirismo. Ma probabilmente farei un torto agli altri. Leggeteli, e poi mi direte.

Musica: Canone, di Pachelbel
https://youtu.be/NlprozGcs80

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...