Denti bianchi, di Zadie Smith

 

denti bianchi

Multiculturalismo, il tema principale trattato è questo. Il libro è del 2000, scritto da una ragazza universitaria, allora venticinquenne.

Fa parecchio impressione il suo stile e soprattutto la sua lucidità e lungimiranza sul tema.

Non è un romanzo facilissimo. E questo nonostante una dose abbondantissima di ironia. Ti ci catapulta subito dentro, centrifuga immediata, poi arrivano i personaggi, molteplici, e si rischia la confusione, si rischia di smarrirsi.

Le vicende vengono narrate in quattro sezioni, da quattro punti di vista diversi, e non certo a caso. Tutto si allinea al tema.

E’ una storia che fa sorridere, ma nello stesso tempo soffrire. E non poco.

Perché c’è tutta la difficoltà dei protagonisti a vivere in un mondo di cui si vogliono sentire partecipi a pieno titolo, ma che nello stesso tempo si sentono esclusi da esso.

Di fronte a questo mondo moderno ognuno di questi personaggi londinesi di vari colori reagisce a suo modo. Sono divisi, a tratti dilaniati, tra l’accettazione e la repulsione per la cultura dell’Occidente, tra la ricerca della propria identità culturale e il disgusto per i costumi corrotti, la voglia di rivincita che può sfociare anche in risposta violenta, integralista, tra la ricerca delle origini tribali e la curiosità del futuro e della conoscenza scientifica.

In tutto questo si innestano altri temi, primo tra tutti l’atteggiamento verso la religione, tra l’agnosticismo, Geova, Allah, la paura di un Dio vendicativo e le tentazioni della società occidentale, che pone diavoli ad ogni angolo di strada.

“Se la religione è l’oppio dei popoli, la tradizione è un analgesico ancora più sinistro, semplicemente perché di rado appare sinistro. Se la religione è un laccio fasciato stretto, una vena pulsante e un ago, la tradizione è una misura assai più casalinga: semi di papavero macinati nel tè; una dolce bevanda al cioccolato spruzzata di cocaina”

E’ difficile vivere, ancora più difficile vivere se si cercano in modo spasmodico radici su cui piantare in modo solido la propria vita, soprattutto in terra considerata straniera, quando tu non hai scelto di essere davvero lì, ma sono le circostanze più grandi di te, ad averti catapultato lì.

Non è un libro che condanni la speranza di integrazione, ma è un libro che vuole metterne in luce tutte le drammatiche difficoltà, che descrive la sensazione di chi si trova come intrappolato e senza uscita.

“In questi giorni ho la sensazione che quando si entra in questo paese si fa un patto con il diavolo. Si consegna il passaporto, si riceve un timbro, si vuole guadagnare qualcosa, si comincia… ma allo stesso tempo di vuole tornare indietro! E chi vorrebbe mai restare? Freddo, umido, miseria; cibo orribile, giornali spaventosi… e chi vorrebbe mai restare? In un posto dove non si è mai benaccetti, ma solo tollerati  all’improvviso non sei più adatto al ritorno, i tuoi figli diventano irriconoscibili, non appartieni più a nessun posto”.

Le difficoltà che aumentano quando arrivano le seconde generazioni, e lo scontro diventa doppio, tra due mondi diversi e tra genitori e figli, quando persone e cose si mescolano ancora di più. Qui non c’è la Londra del turismo, con la sua bella facciata da mordi e fuggi, qui c’è la periferia oppressa, dove più che vivere si sopravvive, dove il razzismo non è una parola ma è un fatto con cui si deve fare i conti giornalmente, da bambini.

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Non è facile vivere tra due culture, tra due mondi, nella linea di intersezione tra Oriente ed Occidente, sapendoti a malapena tollerato.

“Sapeva che lui, Millat, era un pakistano, da qualunque parte venisse; sapeva di puzzare di curry; di non avere un’identità sessuale; di rubare il lavoro agli altri; o di non avere lavoro e di vivere con i quattrini dello stato; o di dare tutti i lavori ai propri parenti; di poter fare il dentista o il proprietario di negozio o il commerciante di curry, ma non il calciatore o il regista cinematografico; sapeva di dover tornare al suo paese; o restare là a guadagnarsi la fottuta pagnotta; di adorare gli elefanti e portare il turbante; sapeva che nessuno che assomigliasse a Millat, o parlasse come Millat, o sentisse come Millat, arrivava mai a fare notizia, a meno che non fosse stato assassinato di recente. In breve, aveva saputo di non avere una faccia, in quel paese, una voce nel paese, fino a due settimane prima, quando la gente come Millat era comparsa in tutte le stazioni televisive e radiofoniche e su tutti i giornali, ed era arrabbiata, e Millat aveva riconosciuto la rabbia, aveva pensato che la rabbia riconoscesse lui, e l’aveva afferrata con le due mani”.

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Il dramma nasce dalla vera mancanza di integrazione, che è mentale, oltre che sociale. Da qui deriva il chiudersi in se stessi, radicalizzare, escludere ogni possibilità di dialogo tra padri, madri e figli, ognuno si sistema sul bus sedendo in fila indiana, non l’uno accanto all’altro, non ci si capisce più, si finisce col perdersi, col non amarsi più, scaricando sul vicino le colpe di tutto. In un mondo in cui ci si sente in colpa per i capelli crespi. In un mondo dove devi camminare tenendo un braccio sulla pancia per non farla vedere, perché il modello non corrisponde alle attese.

“Vedete, Millat non l’amava. E lei pensava che Millat non l’amasse perché non poteva. Pensava che fosse così danneggiato da non poter più amare nessuno. E voleva trovare chi l’aveva danneggiato fino a quel punto, danneggiato in modo tanto terribile, voleva trovare chiunque l’avesse reso incapace di amarla. Che strano, il mondo moderno. Nelle toilette si sentono ragazze che dicono: “Sì, mi ha scopata e poi se n’è andato. Non mi amava. Era completamente incapace di amare. Era troppo incasinato per sapermi amare”. Ora, com’è accaduto? Che cosa, in questo secolo così poco amabile, ci ha convinti che malgrado tutto siamo da amare come persone, come specie? Chi ci ha portato a pensare che chiunque non ci ami sia in qualche modo danneggiato, mancante di qualcosa, malfunzionante? E in particolare se ci sostituiscono con un dio, o con una madonna piangente, con la faccia di Cristo in un telo di stoffa…allora gli diamo dei pazzi. Degli illusi. Dei regrediti. Siamo così convinti della bontà di noi stessi, e della bontà del nostro amore, che non sopportiamo di credere che possa esistere qualcosa di più degno d’amore di noi, di più degno d’adorazione. I cartoncini per le varie festività continuano a ripeterci che tutti meritano amore. No. Tutti meritano aria fritta. Non tutti meritano amore in ogni occasione”.

Unica consolazione, unica via di uscita, è l’amicizia. Anche se evidentemente forzata dagli eventi, anche se spuria, anche se a tratti ipocrita, tanto da sembrare qualcosa avvertita nettamente come a tempo determinato.

“Discutevano su idee che Archie non capiva a pieno, e nelle fresche serata Samad rivelò segreti che non erano mai stati raccontati ad alta voce. Fra loro passavano lunghi silenzi confortevoli, simili a quelli delle donne che si conoscono da anni. Guardavano le stelle che illuminavano un paese sconosciuto, ma nessuno dei due si aggrappava in particolar modo al ricordo di casa. In breve, era esattamente il tipo di amicizia che un inglese stringe durante una vacanza. Un’amicizia che supera le classi e il colore della pelle, un’amicizia che ha come base la vicinanza fisica e sopravvive perché l’inglese presume che quella vicinanza fisica non durerà.”

Eppure Archie e Samad resteranno amici. E coinvolgeranno i loro familiari, mogli, figli, nipoti, nella loro amicizia, formandone altre. Capendo però che le certezze che cercavano, e di cui erano anche convinti, in realtà sono destinate ad andare in fumo. Tutta la vita è incertezza totale. L’unica cosa da fare è cercare di restare in equilibrio. Altro non esiste e non va cercato, esiste solo il tentativo di cercare aiuto negli altri, di cercare negli altri i pezzi che sono mancanti in noi stessi, perché ognuno ha la sua storia, ognuno ha la sua personalità, ognuno ha il suo apporto imperfetto da fornire.

“Ti prego. Fammi un grande favore, Jones. Se senti qualcuno, quando torni a casa – se tu, se io, torneremo alle nostre rispettive case – se senti qualcuno parlare dell’ Oriente non emettere giudizi affrettati. Se ti dicono “sono questo e quello” o “fanno questo” o “queste sono le loro opinioni”, non emettere giudizi affrettati finché non hai in mano tutti i fatti. Perché il paese che chiamano “India” ha mille nomi diversi ed è abitato da milioni di persone, e se pensi di aver trovato due uomini uguali in mezzo a quella moltitudine, allora ti sbagli. E’ stato semplicemente un trucco del chiaro di luna.”

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E’ un bel casino, sto libro.  Ti trascina a destra e a manca, ti fa perdere il filo, a tratti ti annoia, si dilunga, si ripete. Eppure è un bel libro. Niente è perfetto, e il casino è la vita, oggi più di ieri. Un casino tale che, per risolvere la situazione , a volte devi tirare una monetina, giocartela a testa e croce. E forse dovremmo pensare più a quello che ci attende appena svoltiamo l’angolo, invece che restare ancorati a ciò che abbiamo appena superato, cercare radici nel futuro più che nel passato. Forse perdiamo troppo tempo a rivendicare e ricordare qualcosa incarognendosi, invece che a vivere.

 «Che esistenza tranquilla. Che gioia dev’essere, la loro vita. Aprono una porta, e dietro ci sono solo un bagno o un soggiorno. Solo spazi neutrali. E non questo interminabile labirinto di stanze presenti e stanze passate e le cose dette dentro quelle stanze dieci anni fa, e la merda storica di ognuno spiaccicata ovunque. Loro non continuano a ripetere regolarmente i vecchi errori. Non ascoltano sempre vecchie puttanate. Non danno pubbliche esibizioni di Angst per i trasporti pubblici. Davvero, quella gente esiste. Ve lo dico io. I più grandi traumi della loro vita sono rappresentati da cose come il cambio della moquette. Il pagamento delle bollette. La riparazione del cancello. Non si preoccupano di ciò che fanno i loro figli nella vita, finché si comportano in modo, sapete, ragionevolmente sano. Felice. E ogni singolo giorno del cazzo non è un’enorme battaglia fra chi sono e chi dovrebbero essere, ciò che erano e ciò che saranno. Avanti, chiedeteglielo. E loro ve lo diranno. Niente moschee. Forse una chiesetta. Praticamente nessun peccato. Un sacco di perdono. Niente soffitte. Niente merda nelle soffitte. Niente scheletri negli armadi. Niente bisnonni. Sono pronta a scommettere subito venti sterline che qui dentro Samad è l’unico a conoscere la maledetta misura interna della gamba del suo bisnonno. E lo sapete perché loro non la conoscono? Perché non gliene frega un cazzo! Per quanto li riguarda, è il passato. E’ così che va nelle altre famiglie. Non vivono ripiegate su se stesse. Non corrono in tondo, godendo, godendo del fatto che sono mentalmente disturbate. Non passano il tempo a tentare di trovare il modo di rendere più complessa la loro vita. Si limitano a viverla. Bastardi fortunati. Figli di puttana fortunati.»

Musica: Morcheeba, Never an easy way

 

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