Prendila così, di Joan Didion

did

Tristezza infinita.
Scrittura scarna e scarnificata.
Sofferenza scritta a pezzetti, frammenti.
Difficile seguire il corso degli eventi, chiamiamoli così.
Perchè alla fine qui si tratta del nulla.
Di nuovo, ancora lui, il famigerato sogno americano che
va in frantumi, stavolta a Hollywood.
Maria fugge. Fugge dai problemi, fugge dalla realtà
Prende e scappa in automobile, in autostrada, e beve,
beve.
Meglio bere che pensare.
Meglio bere che affrontare.
E chi le sta intorno forse beve meno di lei, ma è un
fallito come e più di lei.
Nessuna mano tesa verso chi sta male.
Maria provoca compassione in chi legge, anche se decide di essere vile. Anche se ti fa incazzare per l’apatia della quale decide di nutrirsi.  Ma subisce comunque troppo, dalla vita, per non provare compassione.
Amici finti, amanti finti.
Anche il sesso è triste, quasi recitassero tutti un
copione, anche fuori dal set.
Si vive perché si deve. E basta.
So che significa nulla.. eppure continuo a giocare.
Nessuna speranza, nessuna gioia.
E’ tutto fuori fuoco, tutto ripetitivo, troppo.
Il caldo fortissimo fuori, cinquanta, sessanta gradi di
un deserto accecante.
Il freddo, il gelo disperato dentro al cuore.
Gelo anche per me. Ho le mani congelate, e sono
stranito, affaticato, sgomento, inacidito, infastidito, intossicato.

Musica: Free Fallin’, Tom Petty

Annunci

Scritto sul corpo, di Jeanette Winterson

 

Screenshot_2017-04-28-11-08-33

Una corsa. Senza respiro. Un libro che mangi, letteralmente. Un libro che ti trascina via, ti turba. Ti rende felice, emozionato, poi triste, addolorato, ferito, muori e poi ti risollevi.

L’amore è questo? O dovrebbe essere questo, forse. Un rollercoaster continuo.

Soprattutto è un bene primario universale. L’io narrante si nasconde, cela la sua identità di genere. Perché non conta essere uomo o donna, conta il sentimento e contano le parole che si dicono. Le parole sono le vere, uniche protagoniste illuminate sulla scena, l’unico Dio a cui rivolgersi e dare ascolto. Qui le parole spesso sono dirette, crude. Anche incoerenti, ripetitive, ossessionanti. Ma molto più spesso finiscono per essere poesia, in una storia che non ha una trama classica, ma è continuamente in evoluzione, un mostro dolce a più teste e a più voci, tragiche, romantiche, ironiche, dissacranti.

E’ una storia che si può riguardare chiunque di noi.

Una passione sconvolgente, ma anche razionale, in fondo ha una sua logica. Un libro che costringe a fermarsi improvvisamente a pensare. A rileggere certe frasi, periodi interi, che sfiorano la perfezione, a centellinare. Parlare d’amore è sempre stato l’argomento numero uno dei romanzi, ma proprio per questo ci sembra difficile, perché ci sembra sempre che in fondo sia stato detto tutto.

Ma questo libro ne parla in un modo unico. Questo libro è un viaggio, dalla prima riga ci sei dentro, e si parte, via, verso la passione, l’eros, la gelosia, la possessività, la dolcezza, una sconcertante altalena di sensazioni. E’ un viaggio in cui il CORPO è il centro, il nucleo fondante del rapporto amoroso. Attraverso il corpo capiamo le origini di tutti i nostri sentimenti e le nostre sensazioni. E’ il corpo che viene descritto in un modo mai visto prima, minuziosamente, da tutte le angolazioni, sia fisiche che psichiche.  Louise è un demone tentatore dai capelli rossi fiammeggianti, un demone tentatore che ti conduce all’adulterio, senza scampo.

“Non desideravo solo la carne di Louise, desideravo le sue ossa, il suo sangue, i suoi tessuti, i tendini che la tenevano insieme… l’avrei tenuta stretta finché lo scheletro fosse diventato polvere.”

Un desiderio famelico.

“Gli odori del corpo della mia amata sono ancora impressi nelle mie narici. La mia amata è un pezzo di selvaggina…andrò a trovarla nella sua tana angusta e mi ciberò di lei”.

E’ una celebrazione assoluta dei sensi, vista, tatto e olfatto pienamente coinvolti.

Il corpo è passione, desiderio, è una cartina geografica da esplorare in ogni recesso, il corpo è un libro, scritto in un codice segreto, che è decifrabile  e visibile solo dai due amanti.

Sublimazione dei sensi, ma, nello stesso tempo, conta solo il cuore, per decifrare e carpire i segreti dell’altro conta solo l’amore, il sentimento. Ci si riconosce anche al buio, se si parla con il cuore.

«Il movimento delle dita, il linguaggio dei sordomuti, scrivere sul corpo il desiderio del corpo. Chi ti ha insegnato a scrivere col sangue sulla mia schiena? Chi ti ha insegnato a usare le mani come ferri per marchiare? Hai inciso il tuo nome sulle mie spalle, hai apposto su di me il tuo marchio. I polpastrelli delle tue dita sono diventati punzoni, trasmetti un messaggio alla e sulla mia pelle, il messaggio viene recepito nel mio corpo. Il tuo codice Morse intralcia il battito del mio cuore. Avevo un cuore sano prima di incontrarti, potevo contare su di lui, era stato in prima linea ed era diventato forte. E adesso alteri il suo incedere con il tuo ritmo, lo suoni per me, pizzicandomi come una corda di violino. Scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce; quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì. In certe parti il palinsesto è inciso con forza tale che le lettere si possono sentire al tatto, come fosse stato scritto in braille. Preferisco tenere il mio corpo ripiegato, al riparo da occhi indiscreti. Mai aprirsi troppo, svelare tutta la storia. Non sapevo che Louise avesse mani capaci di leggere. Mi aveva tradotto nel suo libro personale.»

Capirai che l’autrice ha voluto letteralmente sezionare, smontare ogni paradigma amoroso classico, mescolare e rimettere in discussione, scrivere d’amore in un modo nuovo, originale. Il narratore è uomo o donna? Te lo chiederai fino alla fine e non lo capirai. Perché non devi capirlo. Devi concentrarti sulle parole e basta, sui sentimenti e basta. E sul nuovo modo di descrivere l’amore, che ribalta tutto quello che conosci. Elenchiamo prima le basi banali e le frasi fatte classiche, facciamo a pezzi i clichés, “sono i clichés, il problema”.

“Il sistema di sicurezza più affidabile, benedetto dalla Chiesa e approvato dallo Stato, è il matrimonio. Giura che ti concederai solo a lui o solo a lei e per magia sarà così. L’adulterio ha a che fare sia con l’illusione sia con il sesso. L’incantesimo non ha funzionato. Hai speso tutti quei soldi, hai mangiato la torta nuziale e non ha funzionato. Il matrimonio è l’arma più inefficace per combatter il desiderio.”

«L’amore richiede espressione. Non rimarrà fermo, in silenzio, non sarà buono, modesto, non sarà visto e non sentito, no. Irromperà in canti di lode, la nota più alta che rompe il bicchiere e fa versare il liquido. Non è un conservatore, l’amore. È un grande cacciatore e noi siamo la preda del suo gioco. Come puoi continuare a giocare se le regole cambiano in continuazione? Mi chiamerò Alice e giocherò a croquet con i fenicotteri. Nel paese delle meraviglie tutti imbrogliano e l’amore è un po’ come il paese delle meraviglie, non è vero? L’amore fa girare il mondo. L’amore è cieco. Tutto ciò di cui hai bisogno è amore. Nessuno è mai morto per un cuore spezzato. Lo supererai.»

Ma è impossibile distruggere tutti i clichés dell’amore. Le citazioni abbondano, infatti. Il narratore non può fare a meno di citare Madame Bovary, Jane Eyre, Romeo e Giulietta, Anna Karenina, e canzoni, e film…

Il loro amore è circondato da queste immagini e queste parole immortali, e costretto a vivere solo nello spazio di un letto, il resto non esiste. L’amore è un vero rompicapo, un labirinto attraverso il quale devi passare e che devi risolvere, altrimenti ne resterai per sempre prigioniero.

Non riuscirai a non essere coinvolto. La sincerità assoluta, l’originalità delle parole scelte con cura, unite al mistero di fondo di questo personaggio, ti tratterranno dentro questa storia, facendotela vivere fino all’estremo, attraversandone ogni fase. Subirai le provocazioni continue di questa autrice, dovrai porti domande che forse non ti sei mai posto, sarai costretto a metterti in discussione, e a tentare di decifrare il codice che è impresso sulla tua pelle.

«Voglio che tu venga da me senza passato, le frasi che hai imparato, dimenticale, dimentica di aver frequentato altri luoghi. Vieni da me come fosse la prima volta, non dire mai che mi ami fino al giorno in cui non me lo dimostri.»

«cos’è che uccide l’amore? Soltanto la disattenzione. Non vederti quando mi stai davanti. Non pensare a te nelle piccole cose. Non spianarti la strada, non prepararti la tavola. Sceglierti per abitudine e non per desiderio, passare davanti al fioraio senza accorgermene. Lasciare i piatti da lavare, il letto da rifare, ignorarti al mattino, usarti la notte. Desiderare un’altra persona mentre ti bacio sulla guancia. Dire il tuo nome senza ascoltarlo, dare per scontato che sia mio diritto pronunciarlo.»

«Perdere qualcuno che ami ti sconvolge la vita per sempre. Non riesci a superarlo, perché si tratta della persona che amavi. Il dolore si ferma, ci sono nuove persone, ma quella distanza non si chiuderà mai. Come potrebbe? La peculiarità di qualcuno che significava così tanto da essere rimpianto non è anestetizzata dalla morte. Questo buco nel mio cuore ha la tua forma e nessun altro può riempirlo. Perché dovrei volere che qualcuno lo riempisse?»

Musica: True love waits, Radiohead

 

 

quella
Atmosfera che sembra pacifica, di cose ne accadono poche, invece c’è molta tensione, fino alla fine. I dialoghi tra i personaggi, ma anche i loro silenzi e i loro segreti non svelati reggono tutto il romanzo, sono duelli psicologici. È una storia leggera, elegante, surreale, ma non mi ha rapito. È un intreccio di uomini e donne che sembrano aver trovato la loro strada nella vita, ma alla fine ognuno instillerà dubbi nell’altro, e nuove prospettive si apriranno per tutti. Forse i dialoghi si ripetono, forse non sono tutti di alto livello. Ma non sono all’altezza di criticare Cameron su niente. Scrive benissimo, penso che su questo non ci piova. Posso solo parlare emotivamente. È un romanzo che ti tiene lì incollato, quasi ipnotizzato, per me il maggior pregio è questo. Le zone d’ombra che restano sui protagonisti contribuiscono al fascino della narrazione, e ti lasciano lì a pensarci su dopo aver chiuso la storia. Il non detto sembra pesare molto più del detto. E voi mi direte “oh, e ti pare niente?” Rispondo no, certo che non è niente. Eppure non sono rimasto convinto, non mi sono sentito trascinato e travolto. E il finale mi ha lasciato un po’ di amaro. Non mi sono emozionato come in Un giorno questo dolore ti sarà utile. È mancato qualcosa. (E la traduzione del titolo originale mi provoca il solito prurito).

Lacci, di Domenico Starnone

lacci

 

Storia di un matrimonio. Realtà amarissima, ai limiti della ferocia. Storia di persone che cambiano, perché è proprio così che accade. Si cambia. Ci si lega con dei lacci invisibili e spesso inconsapevoli. Poi si cerca di liberarsene. E se ne creano altri. Ipocrisia, questo lega le persone. Ipocrisia e parlare il meno possibile. Amarezza totale, perché proprio nel luogo deputato alla sicurezza, sociale e sentimentale, la famiglia, lì può nascere, e nasce, un distacco e un odio mortale. Persone che dividono un tetto ma che non si incontrano mai, come treni su binari diversi. E allora si vive moltiplicando i lacci, e sopravvivendo in mezzo ad essi, con la massima cautela possibile, tentando di non fare movimenti bruschi per non restarne strangolati. Questo libro può far sorridere, qualcuno può annoiarsi, anche. Ma può far male, molto male, che tu sia stato figlio, genitore, coniuge o amante di qualcuno. Può far male come un bisturi. Una lama che ferisce e scarnifica quell’ordine spesso apparente di cui è fatta una famiglia. Si sente il sinistro scricchiolio che precede il crollo, e poi il rumore dello schianto, e il dolore che invade tutto, tracimante.

Musica: I miei complimenti, Marina Rei

Shotgun lovesongs, di Nickolas Butler

 

shot

Un romanzo piacevole. Che scorre via veloce, fresco come un ruscello del Wisconsin ( ci sarà un ruscello fresco, lì, spero, altrimenti la metafora va a farsi un barbecue).
L’ho letto, ma non ho scritto niente, subito. E col passare dei giorni ci ho ripensato su molto, pensato e ripensato. E ho perso un bel po’ della “magia” che credevo di averci trovato.
Ripeto, lettura piacevole, e comunque questo non è poco.
Una storia piena di testosterone, in linea di massima, dato che abbiamo in primo piano una storia di amicizia maschile.
Abbiamo birre, abbiamo bar, abbiamo alcol, abbiamo pacche sulle spalle, mucche da mungere, pick up sgommanti, abbiamo camicie di flanella a quadrettoni, abbiamo barbecue, abbiamo coyote e abbiamo neve, tanta, quando occorre.
Poi ci sono le parti romantiche, abbiamo i tramonti, le albe, le rocce e le erbe con tutto il campionario di colori possibili e oltre i possibili.
Abbiamo sentimenti veri, forti, indistruttibili.
C’è gente messa alla prova dalla vita, gente che resta in paese e gente che invece sente di soffocare e parte. Ma non si spezza il filo dell’amicizia, mai. Ci sono scossoni forti, ma non si crolla.
Persone che vivono, lottano, cercano la felicità, provano, riescono e sbagliano, come tutti.
Il tutto in quest’atmosfera che sa di magico incantesimo.
Mi piace l’espediente narrativo che fa parlare tutti i personaggi, uno alla volta.
Ti affezioni a queste persone, le senti vicine.
Ma ecco che questo espediente segna il suo limite quando tutte queste voci finiscono con avere una sola tonalità. Non c’è stacco vero tra nessuno dei personaggi. Tutti questi amici parlano con la stessa voce, con lo stesso timbro. Nemmeno il personaggio che dovrebbe avere una voce diversa, per questioni di salute mentale, alla fine si distingue dagli altri.
E questo è un limite grosso, per una storia che si definisce autentica.
C’è un confine sottilissimo tra il reale/genuino/romantico e il melenso.
E questo romanzo lo oltrepassa più volte, per me.
Sì, ti fa venir voglia, probabilmente, di amici così, di avere un posto sicuro dove stare o dove tornare, di silenzi che contano e di notti piene di stelle, e di musica buona, avvolgente come una sciarpa calda. E penso che qualche lettore le abbia, queste cose, queste amicizie.
Ma mi sa che è troppo, tutto troppo.
E’ troppo pacifico. Non esiste un torto possibile che porti alla rottura di un rapporto, qui.
Qui c’è gente che predica bene e razzola diversamente, non dico male eh, ma diversamente. Ma nulla cambia. Non c’è lo strappo che ti aspetti. Troppi matrimoni, troppo amore, troppi tradimenti, troppi cuori spezzati, troppe riconciliazioni, troppa birra, per potere rendere credibile uno status quo che si rinnova.
C’è pure troppo Bob Dylan, nominato una volta, ma è troppo lo stesso, in questo contesto sembra un nome buttato lì facendo l’occhiolino…
Questo romanzo “scalda”, han detto tutti. Ma a furia di star troppo vicino a un camino, si va a bruciarsi, dopo essersi scaldati per bene.
Dove sono andati a finire, i perdenti? Qualcuno dirà: ma perché, non può andare tutto bene, finire bene, che male c’è? Nessuno, ovviamente. Ma a volte non è che basti prendere un gettone e far risuonare una canzone in un vecchio juke box, per mettere a posto tutto quello che di storto si è andato accumulando negli anni, o per farti sentire vicino qualcuno che hai sempre detestato o l’amico che ti ha tradito.
C’è grosso rischio di atmosfera da soap opera, per me.
Sembra scritto per finire in una sala cinematografica.
Ecco perché appare più furbo che autenticamente genuino (e in fondo nemmeno la storia in sè, è originale, dato che lo spunto lo fornisce una storia vera).
Fino a metà, il libro si regge e si legge bene, o discretamente bene.
Poi diventa prevedibile, fino ad un finale per me quantomeno affrettato, se non ampiamente deludente.
Sì, lo so, sputatemi pure. Ma questo è.

Musica: My My, Hey Hey (Out Of The Blue), Neil Young

L’Arminuta, di Donatella Di Pietrantonio

Screenshot_2017-04-09-18-05-47

Una storia e una scrittura potente, intensa come poche altre si possono immaginare.
Una storia durissima. Crudele. Un Abruzzo duro, ruvido, di 40 anni fa.
Dove gli adulti sono cupi, brutali, senza affetto, dove si è poveri e tristi, dove portare a casa un pezzo di pane è l’unica cosa che conta, per avere poi la forza di ricominciare tutto al mattino dopo, senza prospettive ulteriori.
Un abisso tra questi sconfitti dalla vita e i loro figli.
Costretti anche loro nella miseria, nella sporcizia, nell’ignoranza e nella fame, ma capaci ancora di amare, di stringersi, di cercare una via di uscita dignitosa.
Come l’Arminuta e come Adriana.
L’Arminuta, la “ritornata”, la storia è la sua. La storia di un abbandono terribile. Cosa c’è di peggio di una ragazzina che perde ogni punto di contatto, che resta sola, e a cui tutti fanno pesare il fatto di essere venuta al mondo?

“La parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori.
Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.
È un vuoto persistente, che conosco ma non supero”.

“La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure”.

Come se lo avessi chiesto tu, di nascere, a qualcuno. Come se fosse una colpa. Come se lo avessi chiesto tu, di avere una famiglia, di avere tutto, e poi di perderlo. Non appartieni più a nessuno. E’ come essere morti in vita.
Prima accudita, curata, amata. Poi abbandonata al tuo destino, alla tua sola capacità interiore di sopravvivere.
La paura, la rabbia, il dolore, l’incapacità di stare bene in una situazione tremenda. Questa scrittrice ci fa percepire tutto. Con parole scarne, dirette. Come se vedessimo un film. Le scene non le immaginiamo, le guardiamo.

Ma, nella disgrazia, nasce questo rapporto meraviglioso, nel freddo della vita c’è questo incontro pieno di calore, e di amore. C’è Adriana, così minuscola ma così forte, così intelligente, così umana, e nasce questa reciproca protezione dagli urti e dalle cattiverie di quella vita. Un esserino che dimostra più forza e maturità di un adulto. Un fiore nato nella miseria, questo rapporto è la parte più bella del libro, a cui non si smette di pensare. Perché rappresenta l’unica speranza di un futuro diverso. Adriana che ti aspetta col broncio, perché ora sei tu quella che rischia di abbandonare qualcuno che dici di amare, Adriana che ti si accoccola accanto, Adriana che ti stringe, Adriana, col suo piede sul tuo viso, la notte, nello stesso letto. L’unico calore umano vero.

L’Arminuta ci insegna a non mollare, a lottare per avere una spiegazione, per avere una ragione, a rivendicare il diritto ad un’esistenza degna di questo nome. Adriana ci insegna la forza della sincerità, dell’istinto, del cuore, la potenza che si possiede quando si ha la forza di essere sempre se stessi. Voglia di abbracciare entrambe, con una commozione sincera.

“..Nella complicità ci siamo salvate.”

Una grande emozione, questo libro.

Musica: Pane e castagne, Francesco De Gregori

Cleopatra va in prigione, di Claudia Durastanti

 

cleopatra

Caterina. Come Cleopatra. In mezzo a due uomini, a due storie, in mezzo a due vite, tra l’aspirazione ad un’esistenza normale, matrimonio, figli, e un’altra ai margini, illegale, tra l’autonomia personale e un vivere a rimorchio delle vite altrui.
Caterina bada ai conti del locale, Caterina poi prova a spogliarsi per i clienti. Due scelte opposte, la seconda sembra qualcosa di lontanissimo da lei, invece poi scopre che le piace. La vita spesso va così, improvvisamente scopri il colore sfumato, le scelte non sono più così nette, sicure, scopri che puoi essere tutto e il suo contrario.
Caterina e la vita nella periferia romana.
Non rivendica niente di politico, osserva e basta. Ci fa vedere come si va avanti, a vivere perifericamente. La lotta quotidiana per la sopravvivenza. Al meglio che si può. Prendendo botte e cercando di assorbirle senza cadere, arrotondando i propri spigoli, al limite dell’indifferenza. Roma e le sue differenze, dall’adolescenza all’età adulta le cose cambiano, come le persone. Se vuoi sopravvivere, devi adattarti ai cambiamenti della città. E anche alle cose sempre uguali delle periferie, le feste, i luna park, gli autoscontro.

“Questa città abbrutisce solo chi non la capisce”.

Non provare a sognare di arrivare in alto, se sai di non avere i mezzi, soprattutto economici, per farlo.
Qui tutto è precario. Precaria la vita, precario il lavoro, precarie le amicizie e i rapporti umani.
Ci sono padri che scappano, ci sono amici che scappano, ci sono amanti che scappano, ci sono fallimenti a raffica.

Alla fine è Caterina, la dura della situazione, quella che sembrava una ragazzina debole, sballottata, invece è lei a catalizzare tutto e tutti, le bastano gli occhi che possiede, quella che va avanti.

“Mia madre dice che ho la capacità di fulminare le lampadine con lo sguardo e di invertire il moto dei pianeti, anche se io non ho mai voluto dei superpoteri e non sono una calamità naturale. Però a volte credo davvero di essere un’eroina, soprattutto se penso a come ho reagito quando mi si è fratturata l’anca: non ho mai raccontato a nessuno come è successo; detesto lamentarmi e questa è la forza che mi tiene insieme.”

Le ossa rotte non la fermano. E’ nata così, a dispetto del mondo, abituata a farcela con le sue forze, e così va avanti, dritta per la sua strada, che sarà anche povera, ma è sua. Non si dispera mai. Un minuscolo istante di vuoto, che usa per raccogliere i pezzi, e poi riparte subito, perché la sua legge è questa, mettere sempre me stessa al centro, è una che si preoccupa di tutti, ma non può dipendere da nessuno, se vuole vivere. Non c’è un padre, non c’è nemmeno una madre, alla fine. Le scelte sono obbligate, e tristi. E devi restare lucido, per capire bene e uscirne bene.

“Dare la colpa agli altri mi fa sentire gelatinosa e sporca come quando esci dalla palestra senza lavarti e devi farti il tragitto in autobus con i capelli che si piegano male dietro le orecchie e gli altri fingono di non sentire il tuo odore mentre tu stessa lo trovi insopportabile e ti vergogni.”

La vita contemporanea è un mare in tempesta, e ci vuole almeno una barchetta, magari ridotta malamente, ma ci vuole, se vuoi affrontare quel mare. Non puoi combatterla, la tempesta, e non serve condannarla, devi solo attraversarla.

Musica: Il viaggio (pochi grammi di coraggio), Daniele Silvestri

Breve trattato sulle coincidenze, di Domenico Dara

IMG_20170404_114142315_1

“Sembrava che la gente scrivesse in continuazione lettere d’amore, e questo per il postino succedìa perché le parole d’amore sono un modo di cominciare a farlo, l’amore: sono gli esercizi che scaldano le membra e ne prolungano il piacere fino all’estremo, fino all’estremo, perché l’elastico svela la sua natura solo un attimo prima del momento critico della rottura.”

Un romanzo di altri tempi. Un romanzo composto da passioni umane, da passato e presente che si intrecciano, si rimescolano, così come si mescolano italiano e dialetto, senza mai darsi fastidio o impiccio.

Grazie a questo postino “impiccione”, e che viola la legge, perché apre e legge lettere altrui, vediamo lo svolgersi delle vicende umane, ne capiamo gli sviluppi, ci sentiamo più vicini al mondo  e al Destino, al Fato che lo governa, che ci governa, capiamo quanto dei piccoli particolari, come possono essere dei pezzi di carta, come queste lettere, possano rovesciare, sconvolgere o solo modificare il corso degli eventi. E così far diventare piccolo ciò che doveva essere grande, ma anche l’inverso. Farci capire che chi non ha avuto una vita soddisfacente magari è solo incorso in un apparentemente insignificante intralcio del destino.

Il postino cerca di intervenire nella vita altrui, di cambiarne gli esiti, di condurre verso una gioia o di alleviare o evitare un inutile dolore alle persone con cui condivide la vita di tutti i giorni, sotto lo stesso cielo di Girifalco, un paese specifico, ma che rappresenta il mondo intero, immutabile, con le sue strade, i suoi odori, le voci dei suoi abitanti, mentre l’uomo arriva sulla Luna, Girifalco è lì, con le mura di sempre e le azioni di sempre.

Lo fa leggendo e cambiando quelle lettere, mai con cattiveria, ma sempre con enorme sensibilità e dolcezza. Un burattinaio delicatissimo, che dà voce a chi non ne ha, o a chi l’ha perduta, per un dolore o per rassegnazione o per incapacità personale.

Un uomo che ha scelto l’isolamento, che ha avuto una sola occasione per cambiare tutto ma l’ha perduta, non per sua sola colpa. Per una lettera ha perso tutto quello che avrebbe desiderato, e allora, tramite tutte le altre, decide di regalare un pizzico di felicità agli altri. Tutto questo in mezzo alle vie piene di lenzuola stese ad asciugare, alla sensualità rovente delle donne del paese, alle rivalità, alle gelosie, alle invidie, ma anche alle amicizie e alla solidarietà delle persone che caratterizzano ogni luogo che noi conosciamo. In mezzo alle tante coincidenze che annota, in mezzo alla vita e alla morte che si danno il cambio, ai sogni che popolano le sue notti e quelle altrui, alla vita che lascia qualcuno e che arriva tramite altri, in un continuo alternarsi di atmosfere comiche e tragiche.

Un romanzo che celebra il mistero della nostra esistenza.

Dove un semplice foglio di carta ci viene a dire che può dirigere un destino, una cosa che può spaventare, che può spingerci a non impegnarci, perché ci ricorda che tutti i nostri sforzi potrebbero comunque essere vani, dall’altro lato ci ricorda che conviene non montarci troppo la testa, perché spesso, oltre al nostro impegno, occorre l’intervento, la spintarella del fato favorevole. E allora pietà per chi non ce l’ha fatta a stare al nostro passo.

Grazie, dico grazie a questo autore, grazie al suo postino, così pieno di nostalgia, di malinconia, di bellezza, per la sua ricerca struggente di dare un senso alla vita degli altri, del mondo intero, contrapposto al rifiuto di dare un senso alla sua, di fare quel passo fisico verso un cambiamento. Un romantico, che spende tutte le sue energie per gli altri, e che per se stesso si accontenta di osservare, di donare felicità  e di sognare di essere l’altro mentre vive quella felicità.

Un uomo eccezionale nel riprodurre la grafia altrui, ma incapace di scrivere la sua vita.

Il postino pensava che se fosse stato un uomo sicuro di sé e dei suoi mezzi, fiero, deciso, coraggioso, forte, non sarebbe stato un filosofo mancato. E invece non gli restava che pensare e dai suoi pensieri desumere piccoli meccanismi di vita, come quella mattina, quando si svegliò con la certezza che i sogni condizionano e indirizzano le giornate degli uomini.

Quanto è scritto bene, questo libro. Quanta bellezza, quanto dialetto primitivo ma efficace e musicale, quello che non capisci lo immagini, e niente stona. Un vero dono di arte letteraria.

… dopo aver cenato con patati e vajaniaddi il postino, pensando all’incontro del pomeriggio , prese dall’archivio il fascicolo di Maria Beddicchia consistente in due lettere. La prima gliela aveva scritta sei mesi prima una sua amica, Cuncetta Valeo: erano cresciute insieme come sorelle ma da due anni era emigrata in Svizzera,  e da Aarau le aveva scritto che aveva conosciuto uno swizzeru che le piaceva assai, che c’era uscita e l’aveva puru baciata sulla vucca, e che insomma se continuava accussì, prima dell’anno si fidanzava in casa. Le rispose qualche giorno dopo: Cuncettina, quanto sono contenta che ti stai zitijando. Come vedi, lu principe azzurru che aspettavamo da zitedde c’è, e prima o poi arriva. Il mio ancora lo aspetto, che guagliuni che mi girano intorno ce ne sono quanto vovolaci alla Marchisa, ma te lo dico solo a te, io lu principe azzurru me lo sono scelto, ed è bellu assai, ed è un poco timido, che ha sempre gli occhi bassi come se ha perso ncuna cosa che non trova cchiù, e io spero che la cosa che perse e non trova sono io.”

Uno di quei libri che lo chiudi, alla fine, con una nostalgia e un dispiacere immenso di non rileggere e immaginare di nuovo quelle viuzze e quelle persone.

“i balconi del paese, invece, appartenevano al cielo. Per scoprirli bastava guardare in alto come a cercare un banco di nuvole, e ci si accorgeva così di Lina d’o Tata che tutto il giorno se ne stava assettata su una seggia di vimini a ricamare il corredo per la figlia, oppure di Mariettuzza Rosanò che chiudeva tutti i balconi con le tende, o anche di Marianna Chirinu che nelle latte arrugginite di sarde salate aveva chiantatu un intero orto botanico. Bastava poco per accorgersi delle comari che chiatavanu da una parte all’altra della strada, come se dall’alto le cattiverie e i pettegolezzi pesassero di meno.”

 

Musica: A mano a mano, Rino Gaetano

Isole minori, di Lorenza Pieri

17634849_10208320393997510_6263407723800512721_n

Quarant’anni di storia italiana. Un percorso lunghissimo, durante il quale l’unica cosa ferma è l’Isola del Giglio, che accoglie, viene invasa, viene abbandonata, ma sempre resta in attesa di chi voglia tornarci.

Torre-di-Campese-Isola-del-Giglio

Un’isola minore. Così come minore è Teresa, la voce narrante, una sorella minore e una persona che si sente minore rispetto agli accadimenti della vita. Teresa, sorella minore di Caterina

“Caterina il sole, io la sua ombra.
Caterina che piange di rabbia, io che rido per niente.
Caterina e le sue storie, io il suo pubblico.
Caterina l’avvocato, io il cliente assolto.
Caterina rossa, tra i rovi e l’erba secca, io mora tra i papaveri e le ginestre.
Caterina continente, io isola minore.”

Caterina, “la parte intelligente di me, la mia complice aguzzina, la mia metà cattiva, la metà più amata, quella che mi sarebbe mancata sempre”.
Teresa soffre. Ma si consola con il sostegno che Caterina le fornisce, a suo modo. “Faceva finta di leggere e si inventava ogni sera una storia nuova per me, e anche se io lo sapevo mi piaceva quel momento.”

Una storia che sembrerebbe una celebrazione tutta declinata al femminile

“Eravamo una strana pianta di frutti donna, trapiantata dalla Pianura Padana all’isola, in cui mio padre aveva tessuto la sua comoda tela di ragno, senza averlo davvero deciso, servito e riverito in quanto unico uomo e in quanto tale anche sempre sorvegliato e criticato”.

Nonnalina, Elena La Rossa, Caterina, Teresa. In ordine di apparizione e in ordine d’importanza. Teresa, almeno, percepisce questa realtà. Nonnalina, che ha fatto tutto da sola, i suoi uomini restano in una cornice di legno con cinque ovali. Elena, sua figlia, “un essere soprannaturale, la mia madreperla, quella che sapeva e faceva la storia, la donna – come mia nonna del resto – della quale non sarei mai stata all’altezza.”

Teresa soffre, perchè sua nonna e sua madre hanno esperienze e ricordi da piedistallo, da tramandare. Lei sente di non avere nulla, che nulla avrà, si sente un ingranaggio invisibile, si sente un passeggero nella macchina della Storia, mai guidatore. Le sue giornate sono piene di pesca col padre, di sole e di maestrale, di passeggiate e di nuovo pesca con Pietro, il suo amico d’infanzia. Le sue giornate in uno scenario da sogno.

“Che c’è? Perché ti sei fermato?”
“Niente, volevo solo guardare le stelle”.
In effetti, c’era un cielo che solo lì. Un cielo tutto spento e nerissimo, con le stelle tirate a lucido dalla tramontana. Era quello il tetto di casa.”

“Di fronte a me si apriva una distesa di mare che sembrava far finire tutto sulla linea più scura che divideva il cielo dalla terra, l’orizzonte senza un dopo. Bastava quello per sperare in Dio.”

Barca-di-notte-che-costeggia-lIsola-del-Giglio-e1404472728241
I ricordi dell’infanzia per Teresa non sono quasi mai dolci, sono spesso tristi, dolorosi. Sono quelli di una famiglia sempre inquieta, che cerca pace e non la trova, ci sono le incomprensioni, ci sono i litigi, c’è una sorella che si ribella, che recita la parte della cattiva, senza alcun freno alla lingua, che sa far male.
In tutto questo si innesta la Storia, che riesce a portare lo scompiglio in questo luogo pacifico, arrivano Freda e Ventura al confino, c’è la ribellione degli abitanti, già scostanti di loro verso i turisti, figuriamoci contro i terroristi.

Questi arrivi scompaginano ancora di più le fila di questa famiglia.
Teresa cresce. Teresa lascia l’isola, la lascia e ritorna più volte. Cerca una sua strada, nuovi orizzonti, cerca di trovare soddisfazione nel lavoro, ma fallisce, non si sente mai soddisfatta. Teresa ha la sua visione della vita, sbatte la testa in rapporti sbagliati e da dimenticare, ma prosegue.

Mi chiesi se mi mettessi di proposito in situazioni ambigue e strazianti, se non mi piacesse giocare apposta sempre all’ultimo minuto per lasciare campo libero agli alibi e alle ipotesi fantastiche, più facili da affrontare nella vita vera, che non ti risparmia mai la delusione di mostrarsi per com’è, nuda, in piena luce, magari senza una gamba e con un cuore arido.

“Che uso avevo fatto della mia libertà fino a quel momento? L’avevo usata per far contenti gli altri. Adesso era il momento di far contenta me stessa. Adesso ero io che contavo per prima.”

“Teresa, sei veramente unica, solo tu riesci a trovare del bello anche nelle cose sbagliate, sei come una a cui è stata data la mappa del tesoro, però perde la strada perché si distrae, scava in un punto a caso, invece del tesoro trova un pezzo di quarzo e pensa che il tesoro sia quello. Tuo figlio sarà un bambino fortunato, ha una mamma col talento per la felicità.”

Teresa, convinta del bicchiere mezzo pieno, alla fine. Teresa, che pensa che la vita alla fine ti metta sempre in pari, “gioco a somma zero”, che per una morte dolorosa ci spetti un risarcimento, un figlio guadagnato.

Questo romanzo è una formazione personale e umana, è alla fine l’arrivo di una consapevolezza, l’accettazione del fatto che si è quel che si è, che, se si è minori, bisogna farci i conti e proseguire. Il Giglio aspetta. Immobile. E Teresa torna.
Il libro è un omaggio alla Morante, a quell’Isola di Arturo, “quella che credevi un piccolo punto sulla terra, fu tutto”.

Ma anche questo tutto, così fisso, immobile, rassicurante per certi versi, può cambiare, perchè l’uomo è capace di portare cambiamenti e sconvolgimenti ovunque. Tutto è fragile, non solo Teresa. Anche quel paesaggio da cartolina improvvisamente può oscurarsi, per la sagoma di una nave che va ad inclinarsi sulle sue rive. Il secondo evento storico drammatico su cui si chiude questo racconto lungo quarant’anni.

concordia

Questo libro è fatto di partenze e di ritorni, anche di un amore che parte e poi ritorna.
Ho detto sembrerebbe declinato interamente al femminile, ma le presenze maschili, invece, contano. E mi hanno regalato le pagine migliori, quelle più commoventi.
Mi piace questa scrittura, così sincera, gradevolissima, limpida, fresca come la tramontana che descrive. Mi ha tenuto incollato alle pagine senza alcuno sforzo. I rapporti personali familiari sono descritti alla perfezione. Per oltre metà romanzo si soffre e ci si commuove intensamente. Forse l’arrivo della maledetta nave da crociera ha rovinato il Giglio nella realtà, e forse ha “sporcato” un po’ anche la genuina bellezza di questo romanzo, forse i fatti di cronaca hanno un po’guastato la freschezza del racconto.
Ma in complesso è un libro che si legge con passione, con partecipazione, un libro che ti fa venir voglia di leggere.

——————————————————

Musica: Questi posti davanti al mare, Ivano Fossati feat. Fabrizio De André, Francesco De Gregori