Breve trattato sulle coincidenze, di Domenico Dara

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“Sembrava che la gente scrivesse in continuazione lettere d’amore, e questo per il postino succedìa perché le parole d’amore sono un modo di cominciare a farlo, l’amore: sono gli esercizi che scaldano le membra e ne prolungano il piacere fino all’estremo, fino all’estremo, perché l’elastico svela la sua natura solo un attimo prima del momento critico della rottura.”

Un romanzo di altri tempi. Un romanzo composto da passioni umane, da passato e presente che si intrecciano, si rimescolano, così come si mescolano italiano e dialetto, senza mai darsi fastidio o impiccio.

Grazie a questo postino “impiccione”, e che viola la legge, perché apre e legge lettere altrui, vediamo lo svolgersi delle vicende umane, ne capiamo gli sviluppi, ci sentiamo più vicini al mondo  e al Destino, al Fato che lo governa, che ci governa, capiamo quanto dei piccoli particolari, come possono essere dei pezzi di carta, come queste lettere, possano rovesciare, sconvolgere o solo modificare il corso degli eventi. E così far diventare piccolo ciò che doveva essere grande, ma anche l’inverso. Farci capire che chi non ha avuto una vita soddisfacente magari è solo incorso in un apparentemente insignificante intralcio del destino.

Il postino cerca di intervenire nella vita altrui, di cambiarne gli esiti, di condurre verso una gioia o di alleviare o evitare un inutile dolore alle persone con cui condivide la vita di tutti i giorni, sotto lo stesso cielo di Girifalco, un paese specifico, ma che rappresenta il mondo intero, immutabile, con le sue strade, i suoi odori, le voci dei suoi abitanti, mentre l’uomo arriva sulla Luna, Girifalco è lì, con le mura di sempre e le azioni di sempre.

Lo fa leggendo e cambiando quelle lettere, mai con cattiveria, ma sempre con enorme sensibilità e dolcezza. Un burattinaio delicatissimo, che dà voce a chi non ne ha, o a chi l’ha perduta, per un dolore o per rassegnazione o per incapacità personale.

Un uomo che ha scelto l’isolamento, che ha avuto una sola occasione per cambiare tutto ma l’ha perduta, non per sua sola colpa. Per una lettera ha perso tutto quello che avrebbe desiderato, e allora, tramite tutte le altre, decide di regalare un pizzico di felicità agli altri. Tutto questo in mezzo alle vie piene di lenzuola stese ad asciugare, alla sensualità rovente delle donne del paese, alle rivalità, alle gelosie, alle invidie, ma anche alle amicizie e alla solidarietà delle persone che caratterizzano ogni luogo che noi conosciamo. In mezzo alle tante coincidenze che annota, in mezzo alla vita e alla morte che si danno il cambio, ai sogni che popolano le sue notti e quelle altrui, alla vita che lascia qualcuno e che arriva tramite altri, in un continuo alternarsi di atmosfere comiche e tragiche.

Un romanzo che celebra il mistero della nostra esistenza.

Dove un semplice foglio di carta ci viene a dire che può dirigere un destino, una cosa che può spaventare, che può spingerci a non impegnarci, perché ci ricorda che tutti i nostri sforzi potrebbero comunque essere vani, dall’altro lato ci ricorda che conviene non montarci troppo la testa, perché spesso, oltre al nostro impegno, occorre l’intervento, la spintarella del fato favorevole. E allora pietà per chi non ce l’ha fatta a stare al nostro passo.

Grazie, dico grazie a questo autore, grazie al suo postino, così pieno di nostalgia, di malinconia, di bellezza, per la sua ricerca struggente di dare un senso alla vita degli altri, del mondo intero, contrapposto al rifiuto di dare un senso alla sua, di fare quel passo fisico verso un cambiamento. Un romantico, che spende tutte le sue energie per gli altri, e che per se stesso si accontenta di osservare, di donare felicità  e di sognare di essere l’altro mentre vive quella felicità.

Un uomo eccezionale nel riprodurre la grafia altrui, ma incapace di scrivere la sua vita.

Il postino pensava che se fosse stato un uomo sicuro di sé e dei suoi mezzi, fiero, deciso, coraggioso, forte, non sarebbe stato un filosofo mancato. E invece non gli restava che pensare e dai suoi pensieri desumere piccoli meccanismi di vita, come quella mattina, quando si svegliò con la certezza che i sogni condizionano e indirizzano le giornate degli uomini.

Quanto è scritto bene, questo libro. Quanta bellezza, quanto dialetto primitivo ma efficace e musicale, quello che non capisci lo immagini, e niente stona. Un vero dono di arte letteraria.

… dopo aver cenato con patati e vajaniaddi il postino, pensando all’incontro del pomeriggio , prese dall’archivio il fascicolo di Maria Beddicchia consistente in due lettere. La prima gliela aveva scritta sei mesi prima una sua amica, Cuncetta Valeo: erano cresciute insieme come sorelle ma da due anni era emigrata in Svizzera,  e da Aarau le aveva scritto che aveva conosciuto uno swizzeru che le piaceva assai, che c’era uscita e l’aveva puru baciata sulla vucca, e che insomma se continuava accussì, prima dell’anno si fidanzava in casa. Le rispose qualche giorno dopo: Cuncettina, quanto sono contenta che ti stai zitijando. Come vedi, lu principe azzurru che aspettavamo da zitedde c’è, e prima o poi arriva. Il mio ancora lo aspetto, che guagliuni che mi girano intorno ce ne sono quanto vovolaci alla Marchisa, ma te lo dico solo a te, io lu principe azzurru me lo sono scelto, ed è bellu assai, ed è un poco timido, che ha sempre gli occhi bassi come se ha perso ncuna cosa che non trova cchiù, e io spero che la cosa che perse e non trova sono io.”

Uno di quei libri che lo chiudi, alla fine, con una nostalgia e un dispiacere immenso di non rileggere e immaginare di nuovo quelle viuzze e quelle persone.

“i balconi del paese, invece, appartenevano al cielo. Per scoprirli bastava guardare in alto come a cercare un banco di nuvole, e ci si accorgeva così di Lina d’o Tata che tutto il giorno se ne stava assettata su una seggia di vimini a ricamare il corredo per la figlia, oppure di Mariettuzza Rosanò che chiudeva tutti i balconi con le tende, o anche di Marianna Chirinu che nelle latte arrugginite di sarde salate aveva chiantatu un intero orto botanico. Bastava poco per accorgersi delle comari che chiatavanu da una parte all’altra della strada, come se dall’alto le cattiverie e i pettegolezzi pesassero di meno.”

 

Musica: A mano a mano, Rino Gaetano

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4 pensieri su “Breve trattato sulle coincidenze, di Domenico Dara

  1. Alessandra ha detto:

    Non l’avevo mai sentito nominare questo autore. Ma il libro è un misto tra italiano e dialetto calabrese? Bella l’idea del postino che cerca di dare un senso alla vita degli altri, non riuscendo a fare altrettanto con la propria. Originale.

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