Cleopatra va in prigione, di Claudia Durastanti

 

cleopatra

Caterina. Come Cleopatra. In mezzo a due uomini, a due storie, in mezzo a due vite, tra l’aspirazione ad un’esistenza normale, matrimonio, figli, e un’altra ai margini, illegale, tra l’autonomia personale e un vivere a rimorchio delle vite altrui.
Caterina bada ai conti del locale, Caterina poi prova a spogliarsi per i clienti. Due scelte opposte, la seconda sembra qualcosa di lontanissimo da lei, invece poi scopre che le piace. La vita spesso va così, improvvisamente scopri il colore sfumato, le scelte non sono più così nette, sicure, scopri che puoi essere tutto e il suo contrario.
Caterina e la vita nella periferia romana.
Non rivendica niente di politico, osserva e basta. Ci fa vedere come si va avanti, a vivere perifericamente. La lotta quotidiana per la sopravvivenza. Al meglio che si può. Prendendo botte e cercando di assorbirle senza cadere, arrotondando i propri spigoli, al limite dell’indifferenza. Roma e le sue differenze, dall’adolescenza all’età adulta le cose cambiano, come le persone. Se vuoi sopravvivere, devi adattarti ai cambiamenti della città. E anche alle cose sempre uguali delle periferie, le feste, i luna park, gli autoscontro.

“Questa città abbrutisce solo chi non la capisce”.

Non provare a sognare di arrivare in alto, se sai di non avere i mezzi, soprattutto economici, per farlo.
Qui tutto è precario. Precaria la vita, precario il lavoro, precarie le amicizie e i rapporti umani.
Ci sono padri che scappano, ci sono amici che scappano, ci sono amanti che scappano, ci sono fallimenti a raffica.

Alla fine è Caterina, la dura della situazione, quella che sembrava una ragazzina debole, sballottata, invece è lei a catalizzare tutto e tutti, le bastano gli occhi che possiede, quella che va avanti.

“Mia madre dice che ho la capacità di fulminare le lampadine con lo sguardo e di invertire il moto dei pianeti, anche se io non ho mai voluto dei superpoteri e non sono una calamità naturale. Però a volte credo davvero di essere un’eroina, soprattutto se penso a come ho reagito quando mi si è fratturata l’anca: non ho mai raccontato a nessuno come è successo; detesto lamentarmi e questa è la forza che mi tiene insieme.”

Le ossa rotte non la fermano. E’ nata così, a dispetto del mondo, abituata a farcela con le sue forze, e così va avanti, dritta per la sua strada, che sarà anche povera, ma è sua. Non si dispera mai. Un minuscolo istante di vuoto, che usa per raccogliere i pezzi, e poi riparte subito, perché la sua legge è questa, mettere sempre me stessa al centro, è una che si preoccupa di tutti, ma non può dipendere da nessuno, se vuole vivere. Non c’è un padre, non c’è nemmeno una madre, alla fine. Le scelte sono obbligate, e tristi. E devi restare lucido, per capire bene e uscirne bene.

“Dare la colpa agli altri mi fa sentire gelatinosa e sporca come quando esci dalla palestra senza lavarti e devi farti il tragitto in autobus con i capelli che si piegano male dietro le orecchie e gli altri fingono di non sentire il tuo odore mentre tu stessa lo trovi insopportabile e ti vergogni.”

La vita contemporanea è un mare in tempesta, e ci vuole almeno una barchetta, magari ridotta malamente, ma ci vuole, se vuoi affrontare quel mare. Non puoi combatterla, la tempesta, e non serve condannarla, devi solo attraversarla.

Musica: Il viaggio (pochi grammi di coraggio), Daniele Silvestri

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