Abbaiare stanca, di Daniel Pennac

Abbaiare_Stanca

Siate più teneri, siate più amici, credete di più in voi stessi, cercate di capire di più gli altri, anche quando vi sembrano strambi e che facciano cose inutili.
Lasciatevi addomesticare e addomesticate.
Sappiate riconoscere quello che davvero conta, nella vita.
“La forza non conta niente nella vita. Saper schivare è quello che conta.”
Siate aperti ai cambiamenti.
“Il problema con la vita è che, anche quando non cambia mai, cambia continuamente.”
Pensate. Pensare fa bene, è giusto. Ma alla fine, agite.
“A forza di riflettere, si finisce per arrivare a una conclusione. A forza di giungere a una conclusione, succede che si prende una decisione. E una volta presa la decisione, succede che si agisce per davvero.”

Firmato, con affetto e fedeltà

Il Cane

(Prendendo in prestito una frase di un bambino letta su internet e modificandola un pochino “Lo consiglio ai bambini e agli adulti speciali come questa storia e anche a quelli non speciali che lo vogliono diventare.”  )

Musica: Quattro cani per strada, Francesco De Gregori

Tutto in ordine e al suo posto, di Brian Friel

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Prima la copertina.
Un quadro di Martin Gale, artista contemporaneo.
La scelta visuale non è un dettaglio messo a caso.
Ha appena smesso di piovere.
Probabilmente una pioggia notevole.
Il paesaggio cambia, il cielo si schiarisce.
E un uomo vestito molto elegantemente
passeggia con estrema disinvoltura,
sembra quasi felice.
Il suo abbigliamento, oltre al suo incedere,
stride col tipico paesaggio irlandese,
quello che fa da sfondo
a questi racconti.
Il contrasto è netto.
Perché la vita è dura, durissima.
Quando il sole sorge, si sa già che dovrai
faticare per arrivare a fine giornata.
Ma il sogno no, nessuno te lo toglie,
nessuno può togliertelo, e tu ti vesti elegante
quasi per far dispetto alla realtà,
per dirle ehi, guardami, oggi ti frego,
ti spiazzo.
Questa Irlanda, posto inospitale, da cui
molti vogliono fuggire via.
Ma nello stesso tempo un luogo magico, in
cui regna un incanto che è impossibile
trovare altrove.

“A settecento metri dalla punta del promontorio,
il sentiero scendeva a precipizio in una minuscola valle,
un piattino di erba verde contornato da dune di sabbia giallastra,
mentre il promontorio terminava in una collina alta e smussata
che rompeva il vento dell’Atlantico.
L’impeto del vento continuò per un po’ a risuonare nelle loro orecchie
dopo che furono entrati nella valle, e questo li portò a rivolgersi
ancora l’uno all’altro ad alta voce.
Poi si resero conto del silenzio e,
non appena ne furono zittiti, udirono le allodole:
non un paio, né una dozzina o una ventina, ma centinaia di allodole,
tutte invisibili nella calura azzurra del cielo,
come un ombrello di musica aperto su quel piccolissimo mondo.”

E allora si resta, non si può fare altro.
Ma non si resta con la rassegnazione.
Si continua a sognare un cambiamento.
Si continua a pensare possibile il cielo sereno
dopo la tempesta. E a volere solo questo.
Sanno che lavoreranno senza essere pagati,
sanno che non troveranno un tesoro andando a pesca,
sanno che il loro colombo non vincerà la gara, ma
il solo fatto di poterlo immaginare è tutto.
La vita è solo questa resistenza,
questo barcamenarsi tra realtà ed immaginario,
questo opporsi al presente disilluso col tentativo
di rendere gioioso il ricordo del passato, e dargli un senso.

“Perché il passato è un miraggio: una dolce illusione nella quale
uno entra per sfuggire al presente.
Come nascondersi nel rifugio in fondo al giardino.”

 

“Il passato aveva un senso. Non era né realtà né sogno,
non erano quelle poche querce di oggi e nemmeno
i grandi boschi della sua adolescenza.
Era semplicemente continuità, vita che si ripeteva e sopravviveva.”

Brian Friel è bravo, perché tratta tutto con ironia,
qui ci si commuove, ma si sorride anche, e molto.
Ed è bravo soprattutto a trasportarci nell’azione,
siamo sul calesse con i bambini che marinano la scuola per andare
a lavorare nei campi, siamo sulle rive di quel lago
e siamo a bordo di quella barchetta, sul lago,
siamo insieme ai protagonisti speranzosi e
disperati, mentre due galli combattono,
siamo sulla cima di una collina di fronte ad un silenzioso e spettacolare
paesaggio, e sentiamo tutto, odori e suoni.
E siamo presenti all’accadere di quel fatto imprevisto
che cambia il corso delle cose. Insieme a quella gente
che cerca di spezzare la monotonia e la disillusione, che siano
rabdomanti o illusionisti o allevatori di colombi, alla ricerca
di un volo che non sono mai riusciti ad ottenere.

Sono dieci racconti che sono come centinaia di bellissime e nitide
foto, una dietro l’altra.
Complimenti sinceri a Daniele Benati, che ha messo insieme il tutto,
e alla sua esauriente postfazione.

“La facilità con cui Brian Friel attira il lettore nell’universo del racconto, senza mai fornire nessuna spiegazione, è frutto di un lavoro meticolosissimo che lo rende simile a un orafo alle prese con minuscoli e delicatissimi ingranaggi.”

“È tale la nitidezza con cui egli descrive certi paesaggi o certe scene particolari, che questa sua tecnica finisce per provocare nel lettore uno scatenamento immaginativo grazie al quale poi le immagini prodotte dai suoi racconti si fissano nella memoria in maniera indelebile.”
(Daniele Benati)
Musica: Easy come, easy go, Rory Gallagher

Madame Bovary, di Gustave Flaubert

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Ogni pagina ha un significato preciso.
Ogni minuscola descrizione degli ambienti,
dei paesaggi, degli stati d’animo, tutto
si incastra con la storia.
Un vero pittore, Flaubert.
Dipinge la realtà così bene
per far capire quanto sia netta,
abbagliante, precisa, dettagliata,
rispetto alla visione romantica
della vita.

Disdicevole, sei, Emma?
Sei immorale, Emma?
Per il tuo tempo, e anche per i nostri tempi?
Ma sì, certo che lo sei.
Ma chi può darti lezioni?
Chi possiede la verità, la giustizia dei comportamenti?
L’ottuso, il mediocre, l’opportunista?
L’uomo razionale, che parte in volo con te e poi ti lascia in aria, gettandosi con un comodo paracadute?
E tu resti lassù, priva di certezze,privata della felicità
che tanto hai cercato e che ti viene tolta subito.
Perchè il mondo in cui vivi non ti consente di sbagliare.
No, l’uomo forse sì, ma la donna non può.

“Un uomo è libero; può errare attraverso passioni e paesi.
Una donna ha continui impedimenti. A un tempo inerte e cedevole, ha contro di sé le debolezze della carne e la sottomissione alle leggi.
La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre un desiderio che trascina, e una convenienza che trattiene”.

La donna deve stringersi in abiti costruiti dagli altri,
e magari sentirsi soffocare in essi, ma continuare a sorridere,
un freddo, glaciale sorriso, mentre dentro c’è un enorme belva che si chiama insoddisfazione che ti divora. E tu devi sorridere.
Ma tu no, Emma.
Tu ci hai provato. Ma non ce l’hai fatta.
Tra il desiderio che ti trascina e la convenienza che ti trattiene, sei restata dilaniata.
Hai provato a colmarlo, il baratro che avevi dentro.
Hai provato a riscattarti, ad elevarti.
Hai disperatamente provato a credere nell’Amore.
All’umano desiderio di essere a tua volta desiderata.
Ma hai trovato un muro.
Hai trovato una scala da salire, e ogni volta che mettevi piede su un gradino, credendo fosse quello giusto, te lo sei ritrovato polverizzato sotto i tuoi piedi.
Hai trovato il mondo reale, che ti ha detto che non sei speciale.
Che sei come le altre.
Nessuna novità, non provochi battiti diversi.
Hai capito che gli uomini guardano, ma non vedono.
Hai scoperto che l’amore è una maligna illusione,
un fuoco che ti incanta ma che si spegne, e diventa ghiaccio
in un secondo, un travestimento orribile, un camaleonte crudele che ti serve solo veleno.

“Ma per lei, ecco, l’esistenza era fredda come un solaio esposto a settentrione, il silenzioso ragno della noia tesseva e ritesseva la tela nell’ombra, in ogni cantuccio del suo animo”

Flaubert si sentiva Emma?
Beh, Emma siamo comunque tutti noi, quando abbiamo creduto ai richiami illusori della vita e dell’amore,
quando e se abbiamo pensato di avere le chiavi della
porta della felicità e, una volta aperta, scopriamo la stanza del dolore, quando ci agitiamo in cerca di un benessere fisico e morale non riuscendo a trovare pace.
Quando ci chiediamo “perché a me no?? perché non io??”

Ma chi è che ha perso?
Chi ha combattuto e si è ritrovato a terra, o chi
si è adattato, accontentato, restando vivo ma col capo chino?
O perdiamo sempre tutti, senza distinzione alcuna,
schiacciati dalla rivelazione dell’enorme distacco tra desiderio e possibile?

Musica: Lucia di Lammermoor, di Gaetano Donizetti – Maria Callas, Il dolce suono

Era mia madre, di Iaia Caputo

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Madre e figlia.
Rapporto tra rette parallele che cercano di incontrarsi,
ma decidono poi di scontrarsi, di non capirsi.
E gli anni passano, i rancori si solidificano,
si danno per scontate tante cose, si crede che un genitore
sappia tutto di una figlia, e la figlia crede di saper tutto
e prevedere tutto di un genitore.
Che una condanna e un astio restino tali,
con motivazioni immutate e immutabili.

“Non si sceglie di essere compassionevoli,
non lo diventiamo per riflessione o per bontà d’animo;
solo che l’esperienza ci insegna che nessuno invecchia senza aver deluso qualcuno,
senza aver distribuito una certa dose di sofferenza tra quanti ci sono stati accanto”

E nel momento cruciale, Alice, scopri che quasi sempre
gli esseri umani nascondono debolezze,
sotto quella corazza, che tua madre era una donna
come tutte le altre, colta, piena di cose da dire,
di ideali, ma che, in fondo, era tutta una maschera
per nascondere insicurezze e fragilità. E che alzare il muro
alla fine serviva per evitare di crescere.

«la fragilità è quel che rende autentica la materia di cui siamo fatti tutti».

Seppelliti i rancori, la voce si abbassa,
e nel silenzio di una malattia arrivano verità
sempre taciute e finalmente una comprensione dell’altro inaspettata.
Finalmente una figlia comprende il disperato sbattersi di una madre
nel tentativo di lasciarle qualcosa, un segno della sua presenza, del
suo amore.
Non ci sarà mai una comprensione totale tra due generazioni diverse,
ma già prendere atto di questo aiuta a vivere meglio, ognuna nel
proprio ruolo, con rispetto per gli sforzi altrui.
E quando la vita ti costringe al momento del passaggio
del testimone, forse è lì che davvero comprendi, cresci, e inizi ad
essere davvero te stesso. A capire che nessuna conquista prevede,
purtroppo,l’esclusione della sofferenza e del dolore.
E c’è sempre tempo per dialogare.

Molto ben scritto, molto elegante, molto commovente,
anche se gli uomini qui sono puri comprimari.

Musica:Quattordici luglio, Carmen Consoli
https://youtu.be/7xuXOjROgfA

Dona Flor e i suoi due mariti, di Jorge Amado

 

DONA FLOR

Flor, quanto ti abbiamo immaginata, sognata, desiderata.
Ma anche criticata, compatita.
Ma anche amata, invidiata.
Con il tuo sguardo “perso, che sembrava guardare dentro al proprio cuore”.
Con quegli occhi “pieni di languore”,
“al di là del tempo, come se intorno a lei non fossero esistite
lacrime di lutto né risa festose, ma soltanto solitudine”,
con la tua bellezza senza dimensione.

“Vadinho, pazzo e tiranno, fuoco e brezza”.
Vadinho, che lo ami e poi vorresti spaccargli la faccia.
Che vai con tutte, che la lasci sola la notte, che la maltratti,
che ti giochi anche le mutande,
che vivi di espedienti.
Ma che sorridi alla vita, che per te è sempre Carnevale,
e che per te Flor è la più bella donna del mondo,
che non ti stanchi mai di toccarla,
di possederla, di farla venir meno sotto i tuoi baci.

Perché quel letto di ferro è inutile e ghiacciato, senza di lui.
Perché la vita, senza di lui, è “un asfissiante pantano di fango”.
Senza di lui finito il divertimento, finita la sorpresa.
Senza di lui tutto è paccottiglia, presunzione, non vale la pena…

Poi Teodoro. Un altro uomo.
Un altro amore. Opposto.
La precisione, la meticolosità.
Ogni cosa al suo posto
L’adorazione assoluta.
Lui non ti tradisce, lui è tutto per te.
Lui non ti lascia, lui c’è sempre, su di lui puoi contare.
Lui non è una barcaccia che naviga in altri mari impetuosi
e non sai quando torna. Lui è una nave poderosa, massiccia,
sicura, ancorata al tuo porto.
Teodoro lo prendiamo un po’ in giro, sì, a volte è fastidioso.
La sua normalità senza mai una piccola follia diventa insopportabile.
La stabilità è un pregio, ma anche un difetto.
Ma Teodoro non merita le prese in giro,
Teodoro non merita di essere tradito.

Qual’è la strada per la felicità, Flor?
“La felicità non ha storia, con una vita felice non si può scrivere un romanzo.”

Ecco, la felicità è sorriso ed è pianto.
E’ vita e morte che si rincorrono, si alternano.
La felicità è sregolatezza e un posto sicuro dove tornare.
La felicità è avere due uomini insieme, due vite da far coincidere.
La felicità è la ricchezza, ma anche la povertà.
E’ nell’avere, ma anche nel dare.
La felicità è Bahia, le sue strade, i suoi balli,
i suoi canti, la sua miseria, i suoi truffatori,
le vicine di casa pettegole e cattive, le amiche che ti amano,
la generosità, la gente che ti sta accanto sempre,
il gioco d’azzardo, e soprattutto il sesso, che è il vero gioco,
come il cibo,
che si deve vivere senza mortificazioni, liberi, gioiosi,
senza colpe.
E soprattutto è nell’accettarci per come siamo,
imperfetti, contraddittori, umani.
E anche accettare di chiudere questo libro con un sorriso sulle labbra
e un pizzico di malinconia.

...un’ amore così grande che resiste oltre la vita disastrosa, così grande, che, dopo di non essere, sono tornato ad esistere, e sono qua. Per darti gioia, sofferenza e godimento., sono qui. Ma non per restarti accanto, essere la tua compagnia […]per questo no, amore mio. Questo è compito del mio nobile collega di letto…..e migliore di lui non ne troverai…io sono il marito della povera dona Flor, colui che viene a risvegliare la tua ansia, a mordere il tuo desiderio, nascosti nel fondo del tuo essere, dietro al tuo ritegno…lui si occupa della tua virtù, del tuo onore, del tuo rispetto…lui è il tuo volto mattutino, io sono la tua notte, l’ amante di fronte al quale non hai né possibilità di fuga, né forza. Siamo i tuoi due mariti, i tuoi due volti, il tuo sì e la tua negazione. Per essere felice hai bisogno di tutti e due. Quando eri sola con me, avevi il mio amore ma ti mancava tutto, e quanto soffrivi! Poi avesti solo lui: avevi tutto, non ti mancava nulla, e soffrivi ancora di più. Ora, si, sei dona Flor intera, come devi essere……

Musica: O que será (A flor da terra) – Chico Buarque

Il condominio, di James G. Ballard

 

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Devastante. Spietato. Lucido.
Oppure no. Lucido nella sua follia.
La descrizione lucida e precisa della regressione umana verso la preistoria.
L’abbandono totale della razionalità, del controllo, e l’abbraccio pieno
all’istinto primordiale.
Come se l’uomo in realtà fosse questo, bestiale, barbaro, inumano.
Come se la vita che conduce in realtà sia una costrizione, una finzione,
una messa in scena ipocrita, in verità quello che vogliamo è solo essere crudeli, sadici o masochisti, fare del male agli altri e a noi stessi,
senza motivo apparente ma solo per il gusto immenso di farlo.
Come se fossimo immensi contenitori di odio represso.
Pronti ad esplodere se capita l’occasione,
e l’occasione può essere vivere insieme in spazi ristretti
e senza alcun controllo esterno.
Ballard è come lo scienziato pazzo che ci mostra questo
esperimento, freddo, asettico, senza alcun coinvolgimento morale.
Osserva questi esseri umani alla stregua di formiche in un formicaio,
spingendoli alla lotta per la sopravvivenza, distruggendo ogni infrastruttura sociale e mostrando solo nervi ed ossa.
Il grattacielo mostra crepe nel funzionamento tecnologico
e i suoi abitanti non reagiscono, anzi sembrano soddisfatti,
come aspettassero questo segnale per togliersi la maschera rassicurante e mostrare finalmente i denti aguzzi.
Il cibo, il sesso, la caccia, la difesa del territorio.
Solo questo, conta, in un’ipnosi collettiva devastante.
Esci dalla lettura disturbato, angosciato, sconvolto.
Quello che più disturba è l’apparente mancanza di motivazioni
per diventare così crudeli.
È così che siamo? Il mondo è quello di Cecità di Saramago? Siamo in un’immensa Arancia Meccanica pronta all’esplosione?
Il finale non fornisce risposta.
Anzi, ci conduce verso un’angoscia più cupa.

Musica: Dogs, Pink Floyd

Un’imprecisa cosa felice, di Silvia Greco

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Pessoa, subito. “Fu un momento”
Wislawa, a chiudere. “Sotto una piccola stella”.

“Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido”.

No, non è una storia pesante.
No, non leggerai e dirai “Dio, che pugno nello stomaco”.
Staccherai un po’ dal tuo mondo quotidiano, magari noioso e asettico,
e viaggerai di fantasia, che ti farà bene.
Leggerai e sorriderai. Ti commuoverai un po’.
Leggerai della morte, ma sarà un sospiro, e poi farai un sorriso.
Capirai che le persone importanti che ci lasciano no, non ci lasciano mai.
Sfoglierai quei capitoli brevi, che a me piacciono tanto, perchè sono come le fotografie.
Immediati. Ti sentirai come a teatro, a vedere una commedia.
Come al teatro delle marionette.
Sai che è per bambini, ma rifletti e ti diverti lo stesso.
La bellezza è bellezza, anche sotto un’apparente ingenuità.
Abbraccerai Nino, che arriva in ritardo su tutto, ma la lentezza gli fa restare negli occhi il sogno,
e fa fuggire via le cose brutte.
Nino, che si incanta ad ascoltare una storia, Nino che ritaglia gli sguardi e i volti.
Nino, che, mentre leggo, penso no eh, non fargli succedere niente di male, a Nino,
che non lo potrei sopportare.
Che quando penso a “ritardo cognitivo” mi viene un brivido.
In cui c’è tutto, dentro, da un pianto a dirotto a Forrest Gump e alla sua piuma.
Marta è sveglia, invece. Marta corre, Marta pretende, Marta si incazza, Marta che la sofferenza se l’è ingoiata tutta.
Entrambi, a loro modo, hanno in mente un piano di risalita.
Non conoscono bene la strada, ma la troveranno.
Alla fine c’è un sorriso che li aspetta.
E’ una fiaba, una piccola magia, una poesia delicata, questo libro.
Che quando lo chiudi, alla fine, stai bene, senza dover spiegare bene perché.
Ascoltate musica. Mangiate marmellate di consolazione.
Fate a gara di stelle. Mettete un cartello con scritto “oggi chiuso per cose mie”.

“Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’imprecisa cosa felice”.

Musica: Felicità, Lucio Dalla

Cade la terra, di Carmen Pellegrino

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Ti trovi a camminare per questo paese, e non sai se ti trovi in Abruzzo, in Calabria oppure in Sud America.
Alento, dove il sole non scalda mai.
Alento, “una malora che aveva le montagne da tutte le parti, incorruttibili guardiani di un buco dove si andava a morire, mai a nascere”.
Non sai sei sia prosa o sia poesia.
Non sai se si parli di morte oppure di vita.
Estella, che si prende addosso un fardello pesante.
Ricordare i morti e farli rivivere.
Tutti vanno via, la frana spinge via case ed abitanti, ma lei resta.
Lei resta per tramandare quello che è stato e per consolare se stessa, rifugiandosi sotto il grande ombrello del rimpianto e della nostalgia.
Come l’edera, che di tutto si ciba e testarda vive e si arrampica, caparbia si aggrappa ai ricordi di chi non c’è più.
Sento il rumore dei suoi passi, il suo sguardo che vaga tra quel che resta di quelle case, uno sguardo in bianco e nero che diventa colore, che fa rivivere la quotidianità perduta, misera o ricca che fosse stata, sostando in una dimensione indefinibile, tra morte e vita, tra questi fantasmi che ci parlano, che siedono a tavola con noi, che raccontano, si difendono, vorrebbero ma non possono.

“Quando pure questa casa cominciò a diruparmi addosso, un frullio di calcinacci dietro l’altro, io ero già cotta e mi facevo sera da sola, senza più voler sapere in che punto preciso del tempo ero. Non chiedevo nulla: sedevo presso i muri che dilungavano il loro sibilo di vita e non chiedevo nulla. Aspettavo, questo sì, ma sapevo bene quanto l’attesa fosse vana, perché nulla poteva venire”.

Ma finché c’è l’amore, ci sarà il ricordo. Una lampadina, un berretto da banditore, un pezzo di cioccolato, una lettera da un figlio che è partito in cerca di fortuna, gli oggetti della vita di ogni giorno che rappresentano la tangibilità del ricordo, del passaggio indelebile su questa terra che cade, che frana, ma nulla può contro il cuore di chi non dimentica.

Un omaggio ai più deboli, a coloro che hanno sofferto, che si sono dovuti piegare al destino.
Come Lucia Parisi, che aveva sempre in testa le parole della madre “come passi in salita lungo le scale della rassegnazione”.
Come la vecchia Mariuccia, che sistema “la mantella a mo’ di tappeto perché la vita che stava per nascere non toccasse subito la polvere”.
Come Marcello, che “non era che l’ultimo anello di una catena di odi che risalivano per le generazioni”, “una tradizione centenaria di risentimenti”.
Come Cola Forti, che, perse le illusioni, “si sedette sotto questa pergola e non si mosse più, le gambe ferme, gli occhi lacrimosi come un cane che ha smesso di correre, persino in sogno”.

Tutti riuniti sotto il grande olmo
“Questo grande albero dal sonno insonne, questo generoso fracassone dall’odore povero credeva nella gioia di darsi, come fa il frutto che cade, felice com’è di farlo, perchè solo ciò che non si dà muore.”

Il segreto evidentemente è questo, non tenersi tutto per sè, non aver paura di donarsi, di muoversi, non aggrapparsi alla terra, ma assecondarne il movimento, trovare l’equilibrio tra lo stare con i piedi sulla palude e il guardare al cielo, vivere tra le crepe e, attraverso esse, cercare le nuvole.

I morti reclamano, protestano un diverso destino.
“Se non riuscite a fare a meno di noi, chiamateci pure, ma non per ricordarci chi siamo. Chiamateci per farci indossare abiti di vento. Toglieteci da questa pena di polvere, è insano lasciarci bocconi. Fateci camminare in mezzo a voi con passi burattini, leggeri e volubili. Chiamateci per cambiarci i destini”.

Ora che la frana ha distrutto e livellato i destini, ora anche chi non c’è più ha l’occasione di tornare in scena con un compito e un destino diverso, ora che “ogni casa ora è un teatro, con le quinte in disfacimento, il palco che crepita sotto i passi, un teatro dove possono esibirsi anche quelli che una scena non l’hanno mai avuta”

Una scrittura da grande classico del novecento, affascinante, ipnotica.

Musica: Le semplici cose, Vinicio Capossela

Le coccinelle non hanno paura, di Stefano Corbetta

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Molto delicato.
Molto pulito.
Anche molto vero.
Tante riflessioni sulla vita.
Amicizia, amore, nostalgia, malattia, dolore, separazioni.
E jazz, tanto jazz, che si insinua nel rock duro.
Perché la vita ti può sorprendere, anche nel finale, quando meno te lo aspetti.
E’ fatta di tante coincidenze, che sono utili, come dici tu.
Utili per capire gli altri e capire te stesso.
Per scoprire quello che non potevi immaginare.
Per comprendere che la vita è un po’ tutta un’improvvisazione.
Ma bisogna avere la capacità di fare attenzione ai dettagli.
Essere un fotografo come Teo, che di dettagli ci vive.
Che sa immagazzinarli per poi tirarli fuori dal suo archivio mentale quando occorre.
Teo, che scatta le foto con gli occhi.

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Bisogna cercare di andarle incontro, alla vita, anche quando sembra che stia fuggendo,
che ci sia ormai un distacco insormontabile tra lei e le tue speranze.
Assecondarne il ritmo, tanto comanda lei.
Rassegnarsi al destino, all’incrocio possibile delle coincidenze,
al pensiero che nessuno è qui per camminare da solo,
prima o poi il tuo cammino incontrerà un cammino altrui,
e che se smetti di sperare poi non si avvera niente.

Perché

Il destino delle persone si compie mentre altri, da qualche parte, vicino o lontano, se ne stanno seduti a bere un caffè, o passeggiano tra le vie della città con un’attenzione nuova, o fanno l’amore per suggellare un tradimento: tutti indifferenti gli uni agli altri, ognuno dentro una perfezione passeggera o un errore da cancellare, tutti partecipi del grande respiro del mondo.”

 

Un bell’esordio, letto d’un fiato, profondo e leggero, ironico e commovente.

Musica: Somewhere Over the Rainbow, Keith Jarrett

Felici i felici, di Yasmina Reza

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Una scrittrice cinica quanto basta, vera quanto basta, credibile quanto basta.
Sotto accusa il matrimonio.
Coperta sotto cui giacciono corpi e menti insoddisfatte.
Gente che finge, gente che mente.
Gente infelice, gente che cerca.
Quante cose ci raccontiamo, per vivere meglio?
Quante cose nascondiamo, per vivere meglio?
Quante bugie raccontiamo a noi stessi?
Quante parti recitiamo, ogni giorno?
Che razza di capacità di mimetismo siamo in grando di mostrare al mondo, pur di essere lasciati in pace?
Quante illusioni crollate, quanta disillusione incamerata?
Forse non tutto è vero, forse queste storie non sono tutte possibili.
Ma molto è credibile.
Tiriamo su una fortificazione e ci nascondiamo nei suoi viottoli interni.
Ma Yasmina Reza si diverte a colpirci in quegli abissi.
A scoprire le nostre meschinità.
Con una scrittura asciutta, cruda e crudele, sarcastica, ironica.
I personaggi sono tanti e si conoscono tutti tra di loro, sono tutti parenti o amici, e tu finisci col dimenticarti dei loro nomi, ma non contano i nomi, conta il concetto espresso.
Conta il concetto di queste unioni ipocrite, piene di veleno, sempre sul limite della rottura, ma che diventano puro rancore e pura solitudine frustrata.
Quando ti accorgi che puoi solo sopravvivere.
Perchè «Essere felici è un talento. Non puoi essere felice in amore se non hai un talento per la felicità».
E allora non resta che raccontarcela, questa fiaba della felicità.

Musica: You Know I’m No Good, Amy Winehouse