Preghiera per Černobyl’, di Svetlana Aleksievic

 

Jpeg

Il libro che fa parlare i morti.
Che fa parlare coloro che hanno dato la vita per gli altri.
Che fa parlare i sopravvissuti.
Un coro di commenti, pareri, invettive,
preghiere, domande, disperazioni.
Che dà la voce, un libro che ascolta, che non commenta,
che è un’inchiesta umana e psicologica.
Che pone interrogativi,
che sgretola certezze.
Che dimostra quanto l’uomo possa essere superficiale.
Che dimostra anche quanto l’uomo possa essere pieno di amore profondo.
Un diario del dolore e della sofferenza.
Un diario dell’amore familiare.
Un diario della distruzione di una fede.
L’esplosione di una centrale
nucleare ha fatto esplodere o implodere una
dottrina politica, un regime, un Credo intero,
e hanno infilato tutto in quel sarcofago di cemento.
Il regime ha sottovalutato,
il regime ha coperto,
il regime ha depistato.
“Fosse accaduto qui o in un’altra nazione, no,
non sarebbe andata così.”
Sicuri? Io no.
Mi ricordo ancora di Seveso,
mi ricordo che dopo una settimana
non ci avevano ancora detto niente,
e mi ricordo che quarant’anni dopo la gente
ancora ne moriva.
Mi ricordo dei vigili del fuoco
delle Torri Gemelle,
e delle malattie per cui sono morti.
Mi ricordo di Fukushima,
di cui ancora sappiamo poco e niente.
Eppure si va avanti.
Non siamo tutti portati al comando,
ci affidiamo ad altri, per vivere al meglio.
Siamo probabilmente colpevoli, ma anche innocenti.
Abbiamo bisogno di credere.
In qualcosa.
In qualcuno.
In un’idea.
Se sei abituato a credere in un ideale,
quando questo crolla tu non riparti,
resti senza guida, spaesato, distrutto.
Muori anche tu.
Ecco, m’interessa la normalità,
m’interessa la pietà che questi racconti
suscitano.
Il libro parla di una sola esperienza, comune a tutti,
ma ognuno ha il suo dolore, il suo percorso privato di lacrime.
All’autrice interessano più i sentimenti e i pensieri
di chi è morto, chi si è ammalato, chi ha perso tutto,
rispetto alle colpe.
Anche a me interessano gli uomini, le donne, i bambini.
I bambini, che diventano passivi, tristi,
immobili, pensierosi, rivolti alla morte
e non alla vita.
Non so se abbiamo imparato qualcosa, da Cernobyl.
Non so se abbiamo imparato a rispettare il mondo, la natura,
e noi stessi per primi.
A me non sembra, che abbiamo imparato.


Musica: Marooned, Pink Floyd

Il buio fuori, di Cormac McCarthy

 

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“È la gente dura che rende duri i tempi.
Ho visto tanta cattiveria fra gli uomini
che non so perché Dio non ha ancora spento il sole
e non se n’è andato.”

 

Il mondo è una landa desolata.
Il cuore di tutti, è una landa desolata.
McCarthy è sempre lui, si diverte a mostrarci
come sarà l’universo e come diventeranno i suoi abitanti
dopo averlo distrutto, depredato, spolpato, massacrato,
ridotto ai minimi termini.
Che cos’è che resta?
Resta il Buio.
Il Buio non fa distinzioni.
Il Buio non è razzista.
Il Buio azzera chiunque, buoni, cattivi, bianchi, neri, rossi.
C’è un fuoco che brucia tutto, c’è una polvere che investe tutto,
e c’è un gelo che invade tutto e tutti.
C’è sempre un fuoco da accendere, con quattro sterpi,
più per avere una luce che per ottenere calore.
Il mondo è composto da zombie che di umano mantengono solo le sembianze.
Persone che hanno commesso errori imperdonabili, cattiverie inaudite,
comunque persone divorate dai loro sensi di colpa,
costrette, come questi due fratelli, a camminare perpetuamente
alla ricerca di qualcosa che nemmeno loro sanno esattamente cosa sia.
Culla, un uomo con un nome singolare.
Un nome in qualche modo rassicurante, ma è solo un nome.
Culla, che deve espiare la sua colpa.
E lo fa lungo tutto il suo cammino,
ad ogni passo incontra persone che lo accusano
di ogni Male. La sua espiazione è la fuga affannosa,
sono le ferite fisiche, sono le pallottole che scansa per un soffio,
il dito accusatorio puntato sempre addosso.
Rinthy, il suo viaggio è diverso.
E’ durissimo, ma affrontato con uno scopo diverso.
I suoi seni gonfi di latte in qualche modo causano
compassione, pietà, in chi la incontra.
Il suo cammino è l’unica luce in tutto il romanzo.
E non dobbiamo sottovalutarla.
Anche se il destino è identico.
Il dolore, la sofferenza, il disagio, l’angoscia.
Tutte le sfumature del Nero, questa è la vita.
Il Nero è dentro di noi, il Buio è dentro di noi,
possiamo solo adattare la nostra vista e il nostro istinto
a questo colore, per sopravvivere.
Non ci sono amici, non ci sono parenti, nessuno ci aiuta.
Tutto è meschino, tutto è indifferente, e molto è malvagio.
Viene da dire lasciate ogni speranza,
o voi che vi imbattete nella strada di McCarthy,
perchè qui non ci sono aiuti, non ci sono speranze,
non c’è alcun Dio che si interessi a voi,
non avete nemmeno le scarpe giuste per affrontarlo,
e quando le avrete, ve le ruberanno,
qui ci sono tre maligni che seminano Morte senza averne motivo,
c’è un Male che non fornisce nè reclama ragioni,
sullo sfondo di un paesaggio senza tempo,
paludoso e fosco, desolato e vinto e marcio,
come gli uomini a cui appartiene.
Siete soli, e da soli dovrete cercare di sopravvivere e di rimettere
in sesto le cose al meglio che vi sarà possibile.
Ed ecco, il bello, nel Buio.
McCarthy ha parlato pochissimo, due interviste nella vita.
McCarthy ha detto di aver avuto una vita difficile.
Di essere stato povero in canna per lungo tempo.
Ma ha detto di essersi sempre sentito fortunato.
Che la vita gli ha sempre fornito un’opportunità.
Quello che scrive lo scrive in buona parte per
ricordarci che dobbiamo godere di ciò che abbiamo,
e farlo fruttare. Non fermarsi, non arrendersi nemmeno
quando sembra che il Mondo ci abbia chiuso ogni porta
e portato sull’orlo del baratro, nemmeno quando
sappiamo di aver combinato un disastro e qualcuno ce la
sta facendo pagare, fa parte di questo gioco.
Una fede epica, uno scrittore fantastico,
per me il migliore tra i viventi,
una folgorante e potente Poesia.
Quando tutto è Buio, anche quando sei cieco,
cerca la luce, perché esiste.

 

“Una volta non avevo nemmeno i quaranta dollari al mese per pagarmi l’hotel. Sì, e mi hanno buttato fuori. Allora ero molto ingenuo. Ero convinto che in un modo o nell’altro tutto sarebbe andato bene. Ed è stato proprio così. Sono sempre stato molto fortunato. Quando la situazione era particolarmente dura, succedeva sempre qualcosa di assolutamente imprevisto.
Sì. Vivevo in una baracca nel Tennessee e avevo finito il dentifricio. E un mattino sono andato all’ufficio postale per vedere se era arrivato qualcosa. E nella mia cassetta delle lettere c’era un dentifricio.
Era un campione omaggio. Ma la mia vita è piena di episodi come questo. E’ sempre stato così: quando la situazione si faceva critica, succedeva sempre qualcosa
Ecco, mi basterebbe che gli uomini prendessero a cuore le cose e le persone e che apprezzassero maggiormente ciò che hanno. La vita è bella anche quando sembra brutta. E dovremmo apprezzarla di più. Dovremmo essere riconoscenti. Non so a chi, ma dobbiamo essere riconoscenti per ciò che abbiamo.”

 

“Non mi interessa scrivere storie brevi. Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena”.

 

“Il tuo futuro si accorcia e tu te ne rendi conto. Negli ultimi anni non ho voglia di fare nient´altro che lavorare e stare con mio figlio John. Sento qualcuno che parla di andare in vacanza o cose del genere e io penso: ma a che serve? Non ho nessun desiderio di fare un viaggio. La mia giornata perfetta consiste nello starmene seduto in una stanza con un po´ di fogli bianchi. Questo è il paradiso. È oro puro e tutto il resto è solo una perdita di tempo.”

 

“I «buoni scrittori» sono Melville, Dostoevskij, Faulkner, quelli, insomma, «che affrontano questioni relative alla vita, alla morte»; Proust e Henry James non gli interessano, «non li capisco, per me quella non è letteratura. Molti scrittori che in molti considerano grandi per me sono inutili”.

 

“Il lavoro creativo spesso è stimolato dal dolore. Se non avessi qualcosa nel profondo del tuo cervello che ti fa diventare matto, forse non faresti niente.”

 

“Io non penso che la bontà sia qualcosa che impari. Se vieni lasciato alla deriva a imparare dal mondo a essere buono, non è facile. Ma ogni tanto la gente mi dice che mio figlio John è proprio un bambino d´oro. Io dico che lui è talmente superiore a me che mi sento stupido a correggerlo su certe cose, ma qualcosa devo fare, sono suo padre. Non puoi fare molto per cercare di trasformare un bambino in qualcosa che non è. Ma qualunque cosa sia, di sicuro puoi distruggerla. Se sei meschino e crudele, puoi distruggere la persona migliore del mondo.”

 

“Ho degli amici al Santa Fe Institute. Sono persone brillantissime che fanno un lavoro veramente difficile risolvendo problemi difficili, e loro dicono: “È molto più importante essere buoni che essere intelligenti”. E io sono d´accordo, è più importante essere buoni che essere intelligenti. È tutto quello che posso offrirvi.”

Ditemi se non è speranza, questa, per tutti.

 

 

Musica: Black Heart, Calexico

Dischi da possedere: Music of my Mind, Stevie Wonder

Aveva 21 anni.
Steveland Judkins Morris, detto Stevie Wonder.
Forse non è il suo disco più bello, ma è bello da impazzire.
Da questo disco in poi parte davvero il Mito, capace di influenzare generazioni e generazioni di musicisti.
Music of my Mind è una fontana da cui sgorga Innovazione continua, a moto perpetuo.
Lui è stato, ed è, uno dei più grandi Maghi Musicali. In questo, come in tanti altri suoi capolavori, trovi
un pentolone in cui c’è dentro rock, funky, soul, black music, rythm and blues, gospel, jazz, folk. Una roba assurda.
Intanto ripetiamo quel che è noto, che questo album, così come altri, è INTERAMENTE creato e SUONATO da Stevie Wonder. Ripeto, interamente suonato da lui. Ogni singola nota, ogni singolo strumento lo suona lui.
Ci sono solo due “presenze estranee”, il chitarrista Buzzy Feiton su “Superwoman” e un assolo ditrombone di Art Baron in un altro pezzo. Basta così. Al massimo ci sono i cori, quelli non poteva farli tutto da solo, anche se forse ci sarebbe riuscito.
Uno che a nove anni sapeva già suonare piano, armonica e percussioni, penso possa fare tutto, nella vita.
Uno che a 21 anni aveva già dischi alle spalle, già vendeva da matti, uno sotto contratto con la Motown, il Colosso della Musica, da ragazzino.
Uno che appunto a ventun’anni, un secondo dopo la scadenza del contratto, chiama la Motown e gli dice ridatemi tutte le royalty che avete messo da parte nel mio fondo fiduciario, che da oggi faccio da solo.
Prende quei soldi e si costruisce tre studi di registrazione favolosi.
Poi si riaccorda con la Motown, ma alle sue condizioni: i dischi li produco io, ho la mia etichetta, ho il mio studio, invento la mia musica e la incido senza le vostre interferenze.
In questo disco si sentono pianoforte, batteria, armonica, organo, clavicordo, clavinet e sintetizzatori.
Ed è sempre il piccolo grande Stevie, che suona.
Non sono un musicista, non sono un tecnico. Penso che di difetti ce ne siano, nel disco. Ma non me ne frega niente.
Provate ad ascoltare “Keep On Running” restando seduti sulla sedia. Provateci. Se doveste riuscirvi, prenotate una visita da un luminare, perché non state bene, c’è qualcosa che non va.
Provate ad ascoltare “Superwoman”, oppure “Happier Than The Morning Sun” senza sognare di prendere un vecchio camper e andarvene affanculo di fronte ad una spiaggia oceanica, percorrendo tutta la costa senza pensare ad un domani, come se il domani fosse inaspettato e non voluto.
Lui era felice, quando ha composto il disco.
Si sentiva libero.
E questo senso di libertà ti arriva addosso come una doccia fresca, ascolti “I Love Every Little Thing About You” e ti senti al di fuori di tutta la bruttezza del mondo, non ti ci senti manco più, in questo mondaccio, apri una porta e ti trovi in mezzo ai fiori appena sbocciati, come se ti fossi fatto dell’erba migliore al mondo, insieme a chi ami e se non ami nessuno, beh corri in mezzo a quel campo e te la trovi, subito, per ascoltare questo pezzo meraviglioso insieme.
Perchè la gioia va condivisa.
Andate e condividete.
Moltiplicatevi solo se volete.

 

Appunti per un naufragio, di Davide Enia

Jpeg

E’ un libro sull’ascoltare.
Sulla capacità che abbiamo di ascoltare gli altri,
e anche noi stessi.
Sulla capacità di ascoltare le nostre paure,
le nostre angosce.
C’è chi attraversa un continente,
a piedi, senza nient’altro che la propria speranza,
e inseguito dalle proprie paure.
Poi si mette in mare, va incontro alla speranza
di un approdo, uno qualsiasi.
Mette in gioco tutto.
E noi, cosa mettiamo in gioco?
Noi che stiamo sulla terraferma, al riparo,
apriamo la porta del cuore o la teniamo rigidamente chiusa?
Chi è, il vero disperato, il vero naufrago della vita?
Il fuggiasco o noi?
Qui c’è Lampedusa.
Un’isoletta, che sembra chiusa, impervia, inospitale,
piccolissima.
Ma che decide di aprire. E diventare immensa.
Decide senza pensare. Magari decide suo malgrado.
I numeri sono contro di lei.
Ma sa che allargare le braccia è l’unica via.
Conta solo cercare di salvare una vita.
Questi uomini così duri, così forti,
ma così provati. Che scoppiano a piangere senza preavviso,
rivivendo il dolore. Che improvvisamente ammutolivano.
Perché quando sei in mezzo a quel mare,
in mezzo a quelle onde, tra tutte quelle grida,
tra tutte quelle donne, quei bambini, quei ragazzi,
quasi sempre devi scegliere. Con una sola occhiata,
scegli chi devi tirare su e chi devi lasciare
affondare nel buio.
E allora ecco che arriva il punto da cui non si torna
più indietro.
Il punto in cui quando guardi il mare sai che non è
più uguale a prima.
E’ la storia di urla, di pianti, di ferite, di cadaveri che galleggiano
e scompaiono, di bambini chiusi in sacchi neri di plastica.
Ma è anche la storia di approdi. Di sirene delle barche che suonano.
Di un molo che si anima e si rianima.
Del sorriso di chi riemerge e di chi accoglie.
Della sofferenza e della felicità di essere vivi
che si mescolano, tra disperati e soccorritori.
E’ anche la storia di fratelli, e di un figlio e di suo padre.
Perché anche all’interno di una famiglia ci sono naufragi silenziosi
e braccia che devono aprirsi e parole che devono essere dette,
anche lì ci sono viaggi da affrontare con coraggio.
Entrare in comunione e in relazione con gli altri
è un’azione che probabilmente resta la nostra unica
speranza di trovare una casa, un luogo dove andare,
un obiettivo da raggiungere, la nostra salvezza.
E’ stata dura, leggere.
Per me il più esaustivo e chiaro
racconto di quello che sta accadendo.
Un dolore nitido, senza scampo.
Ma anche l’onesta speranza di
chi ci crede ancora, nell’Uomo.

 

Musica: Solo andata – Canzoniere Grecanico Salentino

La caduta, di Albert Camus

 

Jpeg

Un avvocato e un interlocutore.
Dialogo? No, è finto.
È un monologo,
a tratti divertente,
a tratti angoscioso,
a tratti estenuante e noioso.
Un diluvio di parole per fingere
di essere colpevole, e invece mettere
tra sè e gli altri uno specchio,
in modo tale che saranno loro,
a sentirsi accusati e colpevoli.
L’essere umano è un mentitore.
Che si pente solo per egoismo,
per sentirsi pulito e di nuovo
far la morale agli altri.
Ogni azione di questo mondo
è perpetrata solo per il bene personale.
Facciamo del bene al prossimo
per avere un applauso,
sentirci considerati,
non perché ne siamo convinti.
Vili, codardi, bugiardi,
fatevi avanti, non abbiate timore
di riconoscere quanto vivete con doppiezza,
sfruttando gli altri,
perché solo riconoscendolo potrete davvero
essere liberi di vivere al meglio.
O al peggio, ma in ogni caso
questo è il massimo che si possa fare.
Tutto è caduto, cadono i sogni, le speranze,
cadono le maschere, cade la pretesa di
essere felici, una volta riconosciuta la nostra
pochezza e la nostra vanità, non resta che
accettare la Caduta verticale.
Tutti colpevoli, nessuno si salva.
Tutti a massacrarci.
Tutti giudici l’uno dell’altro,
per questo tutti colpevoli.
Vince chi più si adatta a portare
la maschera e più sa riconoscere
quella altrui.

“Mi accuso per lungo e per largo. Non è difficile,
adesso la memoria mi aiuta.
Ma attenzione, non mi accuso grossolanamente,
a pugni sul petto. No, navigo con destrezza,
moltiplico le sfumature e le digressioni,
insomma adatto il discorso all’ascoltatore,
lo induco a rincarare la dose.
Mescolo quel che mi concerne e quel che riguarda gli altri.
Prendo i tratti comuni, le esperienza sofferte insieme,
le debolezze che abbiamo entrambi, le buone maniere,
l’uomo d’oggi insomma, quale inferisce in me e negli altri.
Con questi ingredienti, fabbrico un ritratto di tutti e di nessuno.
Una maschera insomma, abbastanza simile a quelle di carnevale, fedeli e semplificate al tempo stesso,
davanti a cui si è portati a dire
«Guarda un po’, quel tipo l’ho già incontrato!».
Quando il ritratto è terminato, come stasera,
lo mostro, tutto sconsolato:
«Ahimè, ecco chi sono».
La requisitoria è finita.
Ma in quel preciso istante, il ritratto che mostro ai miei contemporanei diventa uno specchio.”

Pessimismo e fastidio, sì, lo so.

Musica: I promise, Radiohead

Ricordami così, di Bret Anthony Johnston

Jpeg

Un incipit che ti presenta subito il conto.
L’antipasto in cui assaggi
l’incombere della tragedia, e che ti getta
nell’atmosfera che regnerà per tutto il romanzo.
Justin, dove sei?
Cosa accade, quando un figlio o un fratello scompare,
non esiste più?
In un solo attimo, il sole diventa nero.
Il forte diventa debole.
Le difese crollano.
La famiglia si sfalda, si sventra,
il dolore la penetra come lama incandescente
nel burro.
La normalità, tanto derisa e bistrattata,
quanto manca, adesso.
Ma dopo quattro anni si è venuti a patti,
col Signor Dolore.
In qualche modo, un modo terribile e imperfetto,
ma ci si è assestati.
E qui arriva il colpo di scena.
Il momento in cui si ritrova la normalità
è esattamente quello da cui comincia il vero dolore.
Quello in cui ci si accorge che era un’illusione,
pensare che tutto potesse tornare come prima.
Il Dolore ci cambia. Il Dolore ci ribalta,
disintegra le convinzioni,
cambia tutte le priorità. Per sempre.
Ci scava una fossa sotto i piedi.

Quasi cinquecento pagine di tensione,
di sofferenza soffocante,
come l’afa dei luoghi descritti,
te la senti addosso,
come i volti e i pensieri
di queste persone e della loro tragedia,
descritti in modo chirurgico,
in un clima da thriller,
in un infinito ping pong
di flussi di coscienza e
di cose taciute, che pesano
molto di più di quelle non taciute.
Perchè quello che non si dice,
quello che non si sa, è davvero
quello che mette paura.
Il faro puntato sui posti segreti
dove andiamo a rintanarci quando
il dolore ci stringe il collo
come un pitone, e su cosa accade quando
anche quei rifugi personali e solitari
li sentiamo crollare.
Non esiste mai un equilibrio, qui.
Mai un pavimento solido su cui
finalmente poggiarsi e dire a se stessi ok, ci siamo,
finalmente posso stare sereno e fidarmi.
Mai.
Tutti si agitano come insetti
intrappolati, alla ricerca di aria,
di un modo per ricominciare a respirare.
Nessuno si muove in simbiosi,
ognuno scende nel suo bunker,
nel suo burrone,
ognuno è solo sul cuor della terra…

 

 
Musica: Can’t find My Way Home, Blind Faith

Independiente Sporting, di Mauro Berruto

 

Jpeg

Un pallone da calcio di vecchio cuoio lucido.
Una nave che salpa.
Un gomitolo alle cui due estremità ci stanno due cuori,
due ansie, due dolori, e una sola speranza.
Un capo lo tiene tua madre, sulla banchina, uno lo tieni tu,
che parti.
Il piroscafo si muove, il gomitolo si disfa.
I fili alla fine volano nel vento.
Perché non ci hanno attaccato niente, papà?..sembrano aquiloni
senza aquilone..”
“Ci hanno attaccato l’anima, amore mio”.

Per almeno metà libro in testa Titanic di De Gregori.

“La prima classe costa mille lire, la seconda cento
La terza dolore e spavento
E puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto”.

Tanto mare. Mare che accoglie, mare che respinge,
mare che diventa terribile quando si sentono quei tonfi.
Tonfi che ti segnano a fuoco, tonfi che non dimentichi.
Che parti e non sai se arrivi.
E qualcuno resta con un paio di scarpette in mano.
Un piroscafo. Mascagni. La poesia di
Alfonsina Storni. I desaparecidos.
Mario Kempes, Argentina campione del mondo.
Qualcuno festeggia, qualcuno odia Videla e non partecipa.
Qualcuno si sente riscattato, qualcuno sogna
un Paese davvero libero.
Perché un Paese può chiamarsi meraviglioso
solo quando tutti possono esultare, stare insieme.
Qualcuno invece scompare.
Tanti, troppi. Troppi tonfi in quel mare.
Tante foto in questo libro.
Un pallone di cuoio che unisce i continenti e i sogni.
Da Genova a Buenos Aires.
Di quanta speranza è fatto il mondo.
E quanto è circolare, non solo nella forma.
Quanto si ripetono gli avvenimenti.
Quanti viaggi compiono le persone.
Un pezzo di Italia che va a popolare
l’America. A mescolare sangue e speranza e sudore.
Trentadue giorni di viaggio, sola andata.
Bagaglio leggero, che tanto
“quello che serve lo troverai dove ora vedi il blu
del mare confondersi con quello del cielo, perfettamente pulito come una tela che aspetta qualcuno che disegni un capolavoro”.
E Che Guevara che guida, incita, unisce.
Destinato a comandare, con quegli occhi
che guardano nel futuro che nessuno riesce
ancora a vedere.
Il folle romantico visionario
che era bravo anche a giocare a rugby
o al calcio.
Che in quindici giorni cambia la vita
di questa squadra che ha sempre perso,
che ha la sconfitta nel cuore e nella mente.
Un folle visionario.
Che conosce i sogni.
E sa che i sogni di undici contadini che perdono con chiunque sono gli stessi di quegli altri undici di Torino
che non perdono con nessuno,
e tutto è possibile, se coltivi una passione e una speranza.
Un grande stadio è uguale ad uno polveroso con i pali delle
porte arrugginiti.
Non gliene frega niente, se segni un gol fantastico.
Lui si incazza, se tu sei felice per il tuo gesto tecnico.
Lui dice che dovete essere una squadra.
Che è quella la cosa che conta, solo quella.
Se non sei con gli altri, non sei nessuno.
Essere un corpo unico, pensare tutti, e pensare tutti
la stessa cosa.
Avere tutti lo stesso sogno,
la stessa visione, fino ad essere un corpo unico.
Le basi della Rivoluzione, del cambiamento,
applicate su un piccolo campo sportivo fatto di terra rossa
e di polvere.
Perché “il giusto atteggiamento, nello sport come nella vita,
è la volontà di migliorarsi ogni giorno, di un solo passo o di
un solo centimetro. La volontà di conquistare, ogni giorno,
un centimetro in più”.
E se lo dice Che Guevara, tu ci credi, lo guardi negli occhi,
e capisci che sono occhi che guardano qualcosa che tu non riesci ancora a vedere, e ti fidi.

Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia…
Lo sport a volte ti salva. O ti mostra la via.
E così anche un piccolo uomo può sconfiggere l’uomo più grande.

Musica: Cohiba, Daniele Silvestri