Independiente Sporting, di Mauro Berruto

 

Jpeg

Un pallone da calcio di vecchio cuoio lucido.
Una nave che salpa.
Un gomitolo alle cui due estremità ci stanno due cuori,
due ansie, due dolori, e una sola speranza.
Un capo lo tiene tua madre, sulla banchina, uno lo tieni tu,
che parti.
Il piroscafo si muove, il gomitolo si disfa.
I fili alla fine volano nel vento.
Perché non ci hanno attaccato niente, papà?..sembrano aquiloni
senza aquilone..”
“Ci hanno attaccato l’anima, amore mio”.

Per almeno metà libro in testa Titanic di De Gregori.

“La prima classe costa mille lire, la seconda cento
La terza dolore e spavento
E puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto”.

Tanto mare. Mare che accoglie, mare che respinge,
mare che diventa terribile quando si sentono quei tonfi.
Tonfi che ti segnano a fuoco, tonfi che non dimentichi.
Che parti e non sai se arrivi.
E qualcuno resta con un paio di scarpette in mano.
Un piroscafo. Mascagni. La poesia di
Alfonsina Storni. I desaparecidos.
Mario Kempes, Argentina campione del mondo.
Qualcuno festeggia, qualcuno odia Videla e non partecipa.
Qualcuno si sente riscattato, qualcuno sogna
un Paese davvero libero.
Perché un Paese può chiamarsi meraviglioso
solo quando tutti possono esultare, stare insieme.
Qualcuno invece scompare.
Tanti, troppi. Troppi tonfi in quel mare.
Tante foto in questo libro.
Un pallone di cuoio che unisce i continenti e i sogni.
Da Genova a Buenos Aires.
Di quanta speranza è fatto il mondo.
E quanto è circolare, non solo nella forma.
Quanto si ripetono gli avvenimenti.
Quanti viaggi compiono le persone.
Un pezzo di Italia che va a popolare
l’America. A mescolare sangue e speranza e sudore.
Trentadue giorni di viaggio, sola andata.
Bagaglio leggero, che tanto
“quello che serve lo troverai dove ora vedi il blu
del mare confondersi con quello del cielo, perfettamente pulito come una tela che aspetta qualcuno che disegni un capolavoro”.
E Che Guevara che guida, incita, unisce.
Destinato a comandare, con quegli occhi
che guardano nel futuro che nessuno riesce
ancora a vedere.
Il folle romantico visionario
che era bravo anche a giocare a rugby
o al calcio.
Che in quindici giorni cambia la vita
di questa squadra che ha sempre perso,
che ha la sconfitta nel cuore e nella mente.
Un folle visionario.
Che conosce i sogni.
E sa che i sogni di undici contadini che perdono con chiunque sono gli stessi di quegli altri undici di Torino
che non perdono con nessuno,
e tutto è possibile, se coltivi una passione e una speranza.
Un grande stadio è uguale ad uno polveroso con i pali delle
porte arrugginiti.
Non gliene frega niente, se segni un gol fantastico.
Lui si incazza, se tu sei felice per il tuo gesto tecnico.
Lui dice che dovete essere una squadra.
Che è quella la cosa che conta, solo quella.
Se non sei con gli altri, non sei nessuno.
Essere un corpo unico, pensare tutti, e pensare tutti
la stessa cosa.
Avere tutti lo stesso sogno,
la stessa visione, fino ad essere un corpo unico.
Le basi della Rivoluzione, del cambiamento,
applicate su un piccolo campo sportivo fatto di terra rossa
e di polvere.
Perché “il giusto atteggiamento, nello sport come nella vita,
è la volontà di migliorarsi ogni giorno, di un solo passo o di
un solo centimetro. La volontà di conquistare, ogni giorno,
un centimetro in più”.
E se lo dice Che Guevara, tu ci credi, lo guardi negli occhi,
e capisci che sono occhi che guardano qualcosa che tu non riesci ancora a vedere, e ti fidi.

Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia…
Lo sport a volte ti salva. O ti mostra la via.
E così anche un piccolo uomo può sconfiggere l’uomo più grande.

Musica: Cohiba, Daniele Silvestri

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