Appunti per un naufragio, di Davide Enia

Jpeg

E’ un libro sull’ascoltare.
Sulla capacità che abbiamo di ascoltare gli altri,
e anche noi stessi.
Sulla capacità di ascoltare le nostre paure,
le nostre angosce.
C’è chi attraversa un continente,
a piedi, senza nient’altro che la propria speranza,
e inseguito dalle proprie paure.
Poi si mette in mare, va incontro alla speranza
di un approdo, uno qualsiasi.
Mette in gioco tutto.
E noi, cosa mettiamo in gioco?
Noi che stiamo sulla terraferma, al riparo,
apriamo la porta del cuore o la teniamo rigidamente chiusa?
Chi è, il vero disperato, il vero naufrago della vita?
Il fuggiasco o noi?
Qui c’è Lampedusa.
Un’isoletta, che sembra chiusa, impervia, inospitale,
piccolissima.
Ma che decide di aprire. E diventare immensa.
Decide senza pensare. Magari decide suo malgrado.
I numeri sono contro di lei.
Ma sa che allargare le braccia è l’unica via.
Conta solo cercare di salvare una vita.
Questi uomini così duri, così forti,
ma così provati. Che scoppiano a piangere senza preavviso,
rivivendo il dolore. Che improvvisamente ammutolivano.
Perché quando sei in mezzo a quel mare,
in mezzo a quelle onde, tra tutte quelle grida,
tra tutte quelle donne, quei bambini, quei ragazzi,
quasi sempre devi scegliere. Con una sola occhiata,
scegli chi devi tirare su e chi devi lasciare
affondare nel buio.
E allora ecco che arriva il punto da cui non si torna
più indietro.
Il punto in cui quando guardi il mare sai che non è
più uguale a prima.
E’ la storia di urla, di pianti, di ferite, di cadaveri che galleggiano
e scompaiono, di bambini chiusi in sacchi neri di plastica.
Ma è anche la storia di approdi. Di sirene delle barche che suonano.
Di un molo che si anima e si rianima.
Del sorriso di chi riemerge e di chi accoglie.
Della sofferenza e della felicità di essere vivi
che si mescolano, tra disperati e soccorritori.
E’ anche la storia di fratelli, e di un figlio e di suo padre.
Perché anche all’interno di una famiglia ci sono naufragi silenziosi
e braccia che devono aprirsi e parole che devono essere dette,
anche lì ci sono viaggi da affrontare con coraggio.
Entrare in comunione e in relazione con gli altri
è un’azione che probabilmente resta la nostra unica
speranza di trovare una casa, un luogo dove andare,
un obiettivo da raggiungere, la nostra salvezza.
E’ stata dura, leggere.
Per me il più esaustivo e chiaro
racconto di quello che sta accadendo.
Un dolore nitido, senza scampo.
Ma anche l’onesta speranza di
chi ci crede ancora, nell’Uomo.

 

Musica: Solo andata – Canzoniere Grecanico Salentino

La caduta, di Albert Camus

 

Jpeg

Un avvocato e un interlocutore.
Dialogo? No, è finto.
È un monologo,
a tratti divertente,
a tratti angoscioso,
a tratti estenuante e noioso.
Un diluvio di parole per fingere
di essere colpevole, e invece mettere
tra sè e gli altri uno specchio,
in modo tale che saranno loro,
a sentirsi accusati e colpevoli.
L’essere umano è un mentitore.
Che si pente solo per egoismo,
per sentirsi pulito e di nuovo
far la morale agli altri.
Ogni azione di questo mondo
è perpetrata solo per il bene personale.
Facciamo del bene al prossimo
per avere un applauso,
sentirci considerati,
non perché ne siamo convinti.
Vili, codardi, bugiardi,
fatevi avanti, non abbiate timore
di riconoscere quanto vivete con doppiezza,
sfruttando gli altri,
perché solo riconoscendolo potrete davvero
essere liberi di vivere al meglio.
O al peggio, ma in ogni caso
questo è il massimo che si possa fare.
Tutto è caduto, cadono i sogni, le speranze,
cadono le maschere, cade la pretesa di
essere felici, una volta riconosciuta la nostra
pochezza e la nostra vanità, non resta che
accettare la Caduta verticale.
Tutti colpevoli, nessuno si salva.
Tutti a massacrarci.
Tutti giudici l’uno dell’altro,
per questo tutti colpevoli.
Vince chi più si adatta a portare
la maschera e più sa riconoscere
quella altrui.

“Mi accuso per lungo e per largo. Non è difficile,
adesso la memoria mi aiuta.
Ma attenzione, non mi accuso grossolanamente,
a pugni sul petto. No, navigo con destrezza,
moltiplico le sfumature e le digressioni,
insomma adatto il discorso all’ascoltatore,
lo induco a rincarare la dose.
Mescolo quel che mi concerne e quel che riguarda gli altri.
Prendo i tratti comuni, le esperienza sofferte insieme,
le debolezze che abbiamo entrambi, le buone maniere,
l’uomo d’oggi insomma, quale inferisce in me e negli altri.
Con questi ingredienti, fabbrico un ritratto di tutti e di nessuno.
Una maschera insomma, abbastanza simile a quelle di carnevale, fedeli e semplificate al tempo stesso,
davanti a cui si è portati a dire
«Guarda un po’, quel tipo l’ho già incontrato!».
Quando il ritratto è terminato, come stasera,
lo mostro, tutto sconsolato:
«Ahimè, ecco chi sono».
La requisitoria è finita.
Ma in quel preciso istante, il ritratto che mostro ai miei contemporanei diventa uno specchio.”

Pessimismo e fastidio, sì, lo so.

Musica: I promise, Radiohead