Preghiera per Černobyl’, di Svetlana Aleksievic

 

Jpeg

Il libro che fa parlare i morti.
Che fa parlare coloro che hanno dato la vita per gli altri.
Che fa parlare i sopravvissuti.
Un coro di commenti, pareri, invettive,
preghiere, domande, disperazioni.
Che dà la voce, un libro che ascolta, che non commenta,
che è un’inchiesta umana e psicologica.
Che pone interrogativi,
che sgretola certezze.
Che dimostra quanto l’uomo possa essere superficiale.
Che dimostra anche quanto l’uomo possa essere pieno di amore profondo.
Un diario del dolore e della sofferenza.
Un diario dell’amore familiare.
Un diario della distruzione di una fede.
L’esplosione di una centrale
nucleare ha fatto esplodere o implodere una
dottrina politica, un regime, un Credo intero,
e hanno infilato tutto in quel sarcofago di cemento.
Il regime ha sottovalutato,
il regime ha coperto,
il regime ha depistato.
“Fosse accaduto qui o in un’altra nazione, no,
non sarebbe andata così.”
Sicuri? Io no.
Mi ricordo ancora di Seveso,
mi ricordo che dopo una settimana
non ci avevano ancora detto niente,
e mi ricordo che quarant’anni dopo la gente
ancora ne moriva.
Mi ricordo dei vigili del fuoco
delle Torri Gemelle,
e delle malattie per cui sono morti.
Mi ricordo di Fukushima,
di cui ancora sappiamo poco e niente.
Eppure si va avanti.
Non siamo tutti portati al comando,
ci affidiamo ad altri, per vivere al meglio.
Siamo probabilmente colpevoli, ma anche innocenti.
Abbiamo bisogno di credere.
In qualcosa.
In qualcuno.
In un’idea.
Se sei abituato a credere in un ideale,
quando questo crolla tu non riparti,
resti senza guida, spaesato, distrutto.
Muori anche tu.
Ecco, m’interessa la normalità,
m’interessa la pietà che questi racconti
suscitano.
Il libro parla di una sola esperienza, comune a tutti,
ma ognuno ha il suo dolore, il suo percorso privato di lacrime.
All’autrice interessano più i sentimenti e i pensieri
di chi è morto, chi si è ammalato, chi ha perso tutto,
rispetto alle colpe.
Anche a me interessano gli uomini, le donne, i bambini.
I bambini, che diventano passivi, tristi,
immobili, pensierosi, rivolti alla morte
e non alla vita.
Non so se abbiamo imparato qualcosa, da Cernobyl.
Non so se abbiamo imparato a rispettare il mondo, la natura,
e noi stessi per primi.
A me non sembra, che abbiamo imparato.


Musica: Marooned, Pink Floyd

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