Dente per dente, di Francesco Muzzopappa

 

muzzopappa

Divertente, è il primo e scontato aggettivo.
E mi dispiace che sia scontato, perché tutte le battute contenute in questo libro non lo sono.
L’autore riesce a far sorridere e poi a ridere di gusto, di pancia, senza mai essere prevedibile.
Sembra un libro anch’esso scritto di pancia, di getto, mi sa che invece dietro c’è un lavoro notevole di cesellatura.
Le battute sono a raffica, e ti costringono ad essere sempre pronto, attento.
E riderai ad alto volume, la gente ti guarderà incuriosita e pure infastidita, preparati.
Ed è un libro che difficilmente potrai chiudere prima di averlo concluso.
Ironia e sarcasmo a pacchi, molto pungente, molto tagliente, dissacrante, verso molti dei nostri tic, delle nostre manie,
dei nostri difetti, le nostre ipocrisie, la nostra falsissima moralità, il nostro razzismo, il nostro essere cattolici al riparo dietro a un cartellone di pura facciata integralista.

Sono solo un tizio un po’ bohémien che ha avuto un’adolescenza da disadattato. 
Uno come Johnny Depp, su una roba del genere. ci ha costruito la carriera!

Cominciamo dalla parte triste.
Perdere due dita a quindici anni ti rende popolare come la sifilide o la gonorrea.
L’adolescenza non l’ho vissuta, l’ho subita.
Prendiamo le ragazze: quelli come me li fiutavano a distanza. Ero quel tipo di ragazzino triste con una leggera peluria sul labbro, destinato a ragazzine tristi con una leggera peluria sul labbro. Mi spettinavano i capelli dicendomi «come stai, campione?», dove campione era ovviamente ironico.
Nessuno chiama campione un vero campione.
Andava male con le ragazze, socializzavo poco con i ragazzi.
Convinti di possedere un raffinato umorismo, si divertivano a inventare per me deliziosi nomignoli come “Ottodita” o “Moncler” (da Monco, ah-ah).
Il mio passatempo preferito era ormai scrollare le spalle. Mi sentivo sbagliato: non riuscivo a stare in mezzo agli altri, a seguire le lezioni, a stringere amicizia, a presentarmi a una ragazza. Ero considerato una rara forma d’acne sulla pelle liscia della società. Mi esplodeva il cervello. Se avessero inaugurato la fiera del mal di testa ne sarei stato l’ospite d’onore.


Leo, con la sua infanzia e adolescenza da disadattato, Leo il tradito, il cornuto, con il quale presto ci identifichiamo, con il quale presto diventiamo empatici e solidali, e seguiamo con passione partecipata la sua vendetta quasi biblica, anche se per larga parte imperfetta ai limiti del disastro.
La sua sofferenza fa sì che questo libro non possa essere considerato esattamente come un “libro che fa ridere”.
Quando trovi il tuo Amore da sogno a cavalcioni su un altro, quando il sogno si spezza, beh insomma, non ti viene tanto da ridere, al momento. Al momento c’è solo voglia di lanciafiamme e sensazione di emorragia interna.
Non c’è niente di “sempliciotto”.
E’ una storia molto acuta, che comunque ti fa pensare, e che fa capire ancora una volta quanto l’ironia possa salvarci la vita. E’ una storia in cui ci ritroveremo, perché ci sono personaggi descritti minuziosamente, nella loro anima, nei loro pregi, nei loro difetti, nella loro piena umanità.
Bellissime e divertenti le ironie sull’arte contemporanea.
Bellissime anche le quattro pagine di scuse con cui l’autore chiude la storia.
Una bella boccata di aria fresca.
Il potere di una risata resta comunque sempre un gran potere.

 

 

Musica: C’eravamo abbastanza amati, Le luci della centrale elettrica