Anna e Marco, Lucio Dalla

 

1978.
Una canzone che era nata sbagliata, doveva chiamarsi “Sera”.
Il produttore Colombini la ascolta e dice: “Lucio, guarda che non va, non funziona, non mi piace”.
Lucio non era un immodesto, un presuntuoso. Lucio ascolta, capisce.
Si rimette sotto, al piano, tutta la notte.
E all’alba eccoli, all’orizzonte, arrivano questi due ragazzi, Anna e Marco.
La canzone è di quelle senza tempo.
La ascolti, e provi qualcosa.
La riascolti, provi qualcos’altro che si aggiunge a quel qualcosa di prima.
E via così, all’infinito. Nel corso degli anni cambia, aggiunge, ti rivolta.
E’ una canzone che ho ascoltato milioni di volte.
Ma ogni volta con timore. Perché mi sconvolge di malinconia.
Perché mi fa piangere.
E non lo so perchè.
Spiegare è difficile.
Forse perché mi riporta a quando avevo certi sogni importanti.
Non ho mai sognato l’America, in senso stretto,
ma l’America qui rappresenta la voglia di arrivare in un posto,
in una vita che voglia dire riscatto, il porto per una bastimento di ambizioni più alte.
Quando ti senti arrabbiato, permaloso come Anna, con lo sguardo che ogni giorno perde qualcosa.
Anna che vorrebbe andar via.
Quando ti senti solo un ragazzo magro, come Marco, quando pensi che di importante, di visibile per gli altri, di te, ci siano solo quelle scarpe enormi.
Quando hai il cuore in allarme, quando scappi col branco per respirare un po’ di vita,
che quella che hai con tua madre e tua sorella, è poca, è sempre quella, e non ti basta.
Marco che vorrebbe andar via.
La canzone è triste. La canzone parla di luoghi tristi, un bar, un flipper, un biliardo.
Poco da raccontare e da raccontarsi.
Ma esiste sempre la possibilità di riscattarsi.
Un incontro che ti cambia la vita.
Una Luna gigante che illumina quei luoghi e fa diventare tutto bello,
una pioggia di stelle che ti fa vedere il presente diverso, e ti mostra la luce per il futuro.
Ovunque voi siate, oggi, Anna e Marco, chiunque voi siate diventati, auguri.
Auguri a noi e ai nostri sogni.

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Controvento, di Federico Pace

 

controvento

Il viaggio cos’è?

“un passo più in là, un movimento ampio o breve. Andare via proprio in un certo momento. È allora che le cose cominciano ad accadere. Un gesto che possa placare l’inquietudine, suggerirci il modo di prendere le misure con la sensazione dell’assurdo e aprirci la strada a una felicità inattesa. Essere porosi e febbrili. Accettare la paura di Camus. Non necessariamente un viaggio lunghissimo. Potrà anche essere un perdersi per qualche istante nella città in cui si vive da sempre”.

Ecco, qui ci sono ventotto passi, ventotto cambi di orizzonte, ventotto prese di coraggio o di incoscienza, ventotto sguardi verso il mistero, alla ricerca di se stessi o di quello che potremmo essere, ventotto momenti di cambiamento, a volte radicale, di personaggi famosi.
Vedremo l’architetto brasiliano Niemeyer che si mette in viaggio per migliaia di chilometri in mezzo al nulla immaginando di costruirci Brasilia. Vedremo la rinascita di Milena Jesenska, dopo Kafka, la sua consapevolezza di quanto sia stupendo quello che ci viene concesso, in questa vita, “questa radura sabbiosa, piena di erica e di esili pinastri dalle cui chiome filtra la luce del sole”.  (Che meraviglia….)
Assisteremo alla corsa in Renault 4 di Keith Jarret verso il miracolo del concerto di Colonia, irripetibile. Accompagneremo Borges e Casares in macchina, in una corsa dalla quale nasce un’amicizia sempiterna.
Guarderemo il viaggio a ritroso di Cortazar, verso le proprie origini, alla ricerca di un frammento che unisca il passato e il presente, e portarlo nel cuore per coprire la voragine tra i due tempi.
Vedremo il cambiamento di David Bowie durante il viaggio in Transiberiana, quando anche un Dio come lui si sente minuscolo e ridimensionato rispetto al mondo, così vasto, desolato, misterioso.
Vedremo il viaggio di Van Gogh, alla ricerca di quell’aria aperta dove “trovava i colori, quei colori che rapiscono e catturano”, vedremo la fuga di Joni Mitchell, inseguita dalla fine di un amore, alla ricerca di un punto di approdo saldo per ripartire. Vedremo Gabito trasformarsi in Gabo.
Vedremo il viaggio tragico di un non personaggio, di José Matada, dall’aeroporto di Luanda fino a Londra, senza nessuno, senza amici, senza biglietto, infilato nel vano delle ruote di atterraggio, anche lui alla disperata ricerca di un futuro.
I viaggi sono e possono essere molteplici, ognuno con mezzi e intenzioni diverse, come diverse possono essere le distanze, enormi o infinitesimali, conta però la percezione. E così anche quello che compie un bimbo quando un genitore lo prende in braccio, anche quello è un grande e meraviglioso viaggio, di conquista dello spazio e del mondo. Ce lo racconta Maria Zambrano, nelle parole di Pace:

“Rapido e fugace. Ripetuto e inatteso. Il primo viaggio. La dimensione è domestica. Avvicina al mondo dell’altro in un modo tutto nuovo, che non si poteva ancora immaginare.”

Il libro è bellissimo. Una prosa poetica. Chissà se noi tutti ci riconosceremo un po’, in questi viaggi. Chissà se anche noi abbiamo avuto quel momento in cui abbiamo voluto interrompere il corso della nostra vita quotidiana, chissà se siamo mai andati via da qualcosa o da qualcuno o alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, o di noi stessi, dei nostri limiti, chissà se abbiamo mai avuto questo rito di passaggio, chissà se abbiamo trovato il modo di cambiare e trasformarci, chissà se abbiamo trovato lo sbocco e la fine del nostro dolore.
Perché “Viaggiare non vuol dire soltanto attraversare il cuore segreto dei continenti. Viaggiare è anche l’uscita dall’infanzia, l’inizio di un’amicizia, la rottura di un legame che credevamo non potesse finire mai. Perché è quando si va oltre che le cose importanti cominciano ad accadere, quando la vita ci mette alla prova e ci svela una parte di noi che prima non conoscevamo.”

 

Musica: Last train home, Pat Metheny

Purgatorio, di Tomas Eloy Martinez

 

Jpeg

“Sìmon Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday.”

L’incipit ti porta via subito, ti afferra e ti rovescia nella storia, e si parte verso questo Purgatorio.
Ma ci vorrà tanta attenzione, per rimanere attaccati alla storia.
Un libro sulla perdita, sulla morte, ma anche sulla vita, sulla memoria, sull’amore .
A metà tra realtà e sogno.
Tra ragione e follia.
A metà, tra Inferno e Paradiso.
Tra passato, presente e futuro.
Tra la prima e la terza persona narrante.
Il tuo Purgatorio, Emilia.
Il Purgatorio del tuo Paese, Argentina. L’Argentina della dittatura degli anni Settanta.
Le persone scompaiono. Nel fiume, nel mare. O chissà dove.
Chi dissente, viene fatto evaporare. Contano i Mondiali di calcio, non i poveri,
che spariscono come i loro quartieri.
Videla dice che chi non si vede, non è mai esistito.

“Prima bisognerebbe verificare se quello che secondo voi è esistito, si trovava proprio là dove dite. La realtà può essere ingannevole. Molta gente fa di tutto per farsi notare, e scompare solo per non essere dimenticata”.

No. Non per te, Emilia.
Nessun dittatore ti convincerà che Sìmon non è mai esistito.
Che Sìmon è morto, ammazzato come un cane.
Quanto si soffre quando ti negano un corpo, una tomba, quando ti negano l’amore, il futuro ma anche il passato? Possiamo immaginare un oltraggio superiore a quello che ci nega l’esistenza ma anche la non esistenza?
Possiamo mai immaginarlo?
Non muore solo tuo marito, tuo figlio, tuo nipote,
muori anche tu. Trentamila scomparsi. Trentamila persone senza tomba, che vagano in cerca di pace, come i loro cari, sospesi in un infinito Purgatorio.
Anche la parola stessa per definirli, desaparecidos, viene vietata.
No, Emilia non muore.
Emilia ama. Emilia ricorda. Emilia cambia, ma resta fedele al suo cuore.
Emilia vuole saltare nello specchio come Alice,
abbandonare questa vita vuota, contraffatta da odiosi regimi,
e stringersi tra le braccia del suo amore.
Emilia abbandona la realtà e vive in una dimensione parallela, onirica.
E Sìmon torna. Emilia è invecchiata, lui noi, lui torna come era stato prima di sparire.
Qual è la realtà? Non lo sappiamo.
Alla fine conta solo l’amore, questa passione invincibile,
che ci consente di trovare la felicità in mezzo a tanto orrore.
Conta costruirsi una mappa su cui segnare il nostro passaggio su questa Terra,
essere cartografi come Emilia e Sìmon, lasciarsi segnali per non perdersi e
per non essere cancellati.
Come Martinez, questo scrittore anche lui sospeso, un grande scrittore, in esilio per vivere, che dall’esilio tornerà, ma niente gli è restituito, di ciò che gli è stato rubato nella vita.
Come al Museo ebraico di Berlino, dove ti ritrovi a camminare in un luogo dove
«la tua ragion d’essere si è cancellata, non sei niente, un posto da cui nessuno può tornare. L’esilio».
In mezzo a tutte queste perdite, questa morte, queste perdite di identità, in mezzo a questo dolore, in mezzo ad un Paese che ha preferito girarsi dall’altra parte, e sappiamo quante volte la Storia può ripetersi, e si è ripetuta, quindi niente dito puntato, restano le madri di Plaza de Mayo, resta Emilia con il suo amore inviolabile, Emilia, che non possiamo non amare, restano la letteratura, l’arte, che si dimostrano invincibili, le uniche cose che sopravvivranno sempre a qualunque morte.

Musica :Sobreiviendo, di Victor Heredia

Umami, di Laia Jufresa

 

Jpeg

 

 

Che strano libro.
C’è un condominio, Villa Campanario.
Un cortile, un viottolo a forma di campana.
Come per chiamare a raccolta.
Cinque abitazioni. Ognuna dedicata ad un gusto.
Acido. Amaro. Salato. Dolce. E Umami.
Cosa diavolo sarebbe, l’umami?
E’ la domanda chiave.
Alfonso, l’ideologo del complesso, tenta di spiegarlo più volte.
Questo libro parla di tante cose.
Al centro, però, come fosse un cuneo, c’è il dolore per una perdita.
Muore il tuo coniuge. Muore una figlia. Muore una sorella. Una madre abbandona tutti.
Come ne esci?
Soprattutto, ne esci?
Che sapore , che gusto ti resta in bocca, dopo il dolore?
Cinque persone parlano, è un romanzo collettivo.
A ritroso. Dal 2004 al 2000. Sembra complicato, più voci, tornare indietro nel tempo,
quasi quasi mi veniva voglia di andare alla fine del libro e leggere al contrario.
Ma va bene così. Alla fine il puzzle si ricompone.
E un po’ capisci la storia, e un po’ capisci la vita.
Capisci che devi adattarti.
Che non superi. Ti adatti, ti ridimensioni, convivi con lutti, dolori, perdite.
E capisci che ci convivi meglio, se condividi.
Se ti ritrovi con uno che ha perso quanto te, e ti siedi
al tavolino di un bar senza bisogno di parlare,
perchè il bello è questo, in questa vita un po’ di merda c’è di bello
che la Storia non è solo quella scritta sui libri, fatta dai popoli come entità astratta,
la storia siamo noi, siamo noi padri e figli (cit.), certi pensieri e certi sentimenti
sono universali, e non c’è bisogno di traduzione, beviamo una birra insieme e ci leggiamo nel pensiero.
Il dolore e il lutto non possono essere spiegati per bene.
C’è la nostalgia per i momenti.
Quelli belli, le colazioni insieme, le risate,
le ironie, la nostalgia anche per i litigi,
le incompresioni, i difetti esposti.
Ci scappa un sorriso malinconico.
Ma c’è anche il dolore disperato.
Lo sbandamento da cui non ci si riprende, da cui si diventa un’altra persona,
ci si scollega da tutto quanto si era collegati prima di quella linea nera.
Arrivano quelle ondate in cui c’è davanti agli occhi il nitido quadro che ci fa capire
che indietro non si tornerà più, che niente sarà più uguale, che nessuno ci ridarà quella persona, che abbiamo perso quella quotidianità che ci apriva e chiudeva le giornate.
C’è il bisogno di dimenticare, ma vive nella stessa casa in cui abita il bisogno assoluto di ricordare.
E allora, anche in mezzo a Città del Messico, in mezzo a venti milioni di persone,
dove ognuno ha la sua casa, la sua strada, le sue finestre chiuse, la sua vita,
ognuno allo stesso tempo può connettersi con l’altro,
come a Villa Campanario, dove il viottolo conduce la mia vita dentro quella altrui,
in un continuo incrocio di ricordi e di esperienze comuni,
per tentare di sopravvivere, per tentare di non lasciarsi travolgere, e andare avanti.

«Solo che non è nemmeno un fiume la nostra tristezza, è acqua stagnante.
Da quando Luz è affogata, c’è sempre qualcosa che affoga a casa nostra. Certi giorni no.
Ci sono giorni in cui si potrebbe credere che siamo ancora vivi,
i cinque rimasti della famiglia: mi viene un brufolo,
Theo riceve una telefonata da una ragazza,
Olmo dà il suo primo concerto,
papà torna da una tournée,
mamma fa una torta.
Ma poi entri in cucina e c’è la torta,
ancora cruda, sul tavolo di legno,
la metà della superficie già punzecchiata con la forchetta,
l’altra ancora liscia,
mamma con la forchetta sospesa per aria,
la forchetta immobile, lei imbambolata,
e allora capisci che a casa saremo per sempre quasi sei»

Fast car, di Tracy Chapman