Umami, di Laia Jufresa

 

Jpeg

 

 

Che strano libro.
C’è un condominio, Villa Campanario.
Un cortile, un viottolo a forma di campana.
Come per chiamare a raccolta.
Cinque abitazioni. Ognuna dedicata ad un gusto.
Acido. Amaro. Salato. Dolce. E Umami.
Cosa diavolo sarebbe, l’umami?
E’ la domanda chiave.
Alfonso, l’ideologo del complesso, tenta di spiegarlo più volte.
Questo libro parla di tante cose.
Al centro, però, come fosse un cuneo, c’è il dolore per una perdita.
Muore il tuo coniuge. Muore una figlia. Muore una sorella. Una madre abbandona tutti.
Come ne esci?
Soprattutto, ne esci?
Che sapore , che gusto ti resta in bocca, dopo il dolore?
Cinque persone parlano, è un romanzo collettivo.
A ritroso. Dal 2004 al 2000. Sembra complicato, più voci, tornare indietro nel tempo,
quasi quasi mi veniva voglia di andare alla fine del libro e leggere al contrario.
Ma va bene così. Alla fine il puzzle si ricompone.
E un po’ capisci la storia, e un po’ capisci la vita.
Capisci che devi adattarti.
Che non superi. Ti adatti, ti ridimensioni, convivi con lutti, dolori, perdite.
E capisci che ci convivi meglio, se condividi.
Se ti ritrovi con uno che ha perso quanto te, e ti siedi
al tavolino di un bar senza bisogno di parlare,
perchè il bello è questo, in questa vita un po’ di merda c’è di bello
che la Storia non è solo quella scritta sui libri, fatta dai popoli come entità astratta,
la storia siamo noi, siamo noi padri e figli (cit.), certi pensieri e certi sentimenti
sono universali, e non c’è bisogno di traduzione, beviamo una birra insieme e ci leggiamo nel pensiero.
Il dolore e il lutto non possono essere spiegati per bene.
C’è la nostalgia per i momenti.
Quelli belli, le colazioni insieme, le risate,
le ironie, la nostalgia anche per i litigi,
le incompresioni, i difetti esposti.
Ci scappa un sorriso malinconico.
Ma c’è anche il dolore disperato.
Lo sbandamento da cui non ci si riprende, da cui si diventa un’altra persona,
ci si scollega da tutto quanto si era collegati prima di quella linea nera.
Arrivano quelle ondate in cui c’è davanti agli occhi il nitido quadro che ci fa capire
che indietro non si tornerà più, che niente sarà più uguale, che nessuno ci ridarà quella persona, che abbiamo perso quella quotidianità che ci apriva e chiudeva le giornate.
C’è il bisogno di dimenticare, ma vive nella stessa casa in cui abita il bisogno assoluto di ricordare.
E allora, anche in mezzo a Città del Messico, in mezzo a venti milioni di persone,
dove ognuno ha la sua casa, la sua strada, le sue finestre chiuse, la sua vita,
ognuno allo stesso tempo può connettersi con l’altro,
come a Villa Campanario, dove il viottolo conduce la mia vita dentro quella altrui,
in un continuo incrocio di ricordi e di esperienze comuni,
per tentare di sopravvivere, per tentare di non lasciarsi travolgere, e andare avanti.

«Solo che non è nemmeno un fiume la nostra tristezza, è acqua stagnante.
Da quando Luz è affogata, c’è sempre qualcosa che affoga a casa nostra. Certi giorni no.
Ci sono giorni in cui si potrebbe credere che siamo ancora vivi,
i cinque rimasti della famiglia: mi viene un brufolo,
Theo riceve una telefonata da una ragazza,
Olmo dà il suo primo concerto,
papà torna da una tournée,
mamma fa una torta.
Ma poi entri in cucina e c’è la torta,
ancora cruda, sul tavolo di legno,
la metà della superficie già punzecchiata con la forchetta,
l’altra ancora liscia,
mamma con la forchetta sospesa per aria,
la forchetta immobile, lei imbambolata,
e allora capisci che a casa saremo per sempre quasi sei»

Fast car, di Tracy Chapman

 

 

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