La Peste, di Albert Camus

camus

 

È necessaria la catastrofe, l’irruzione del Male senza spiegazione, il fascismo, il nazismo, è necessario che l’uomo sprofondi nel baratro della sofferenza fisica, della morte dei suoi compagni di viaggio, affinché si renda conto di quanto inconcepibile sia il suo modo di vivere, si renda conto di quanto davvero la vita sia un bene prezioso e che vale la pena essere umani nella pienezza vera di questo termine, e che solo essere umani ci salva da tutto?
Quali sono i rimedi al Male?
Ce n’è uno, oppure ogni uomo ha il suo?
E tutti i rimedi insieme possono convivere e condurci alla salvezza?
Possiamo convivere col fatto che il Male non verrà mai estirpato definitivamente?
Possiamo convivere col pensiero che siamo sempre in equilibrio precario e che basta un niente per tornare nell’abisso della malvagità, della cattiveria, della distruzione?

“… il bacillo della peste non muore né scompare mai…”
forse sarebbe venuto il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.”

Possiamo arrivare a comprendere che il Male lo si può combattere e sconfiggere solo dopo aver aperto gli occhi su noi stessi ed aver capito che prima bisogna accettarlo e venirci a patti, per poi, solo poi, tentare di sconfiggerlo?

Tante risposte, qui.

Il senso del dovere, fare il proprio lavoro con coscienza.
La fede in Dio.
Il senso dell’amicizia, della condivisione, dello stare vicini.

Tutte risposte diverse, tutte valide.
Diverse, ma contenenti tutte un vaccino, quello della solidarietà umana.
La battaglia e la vittoria dell’uomo comune, del vicino di casa, di noi stessi, che siamo medici o che siamo operai o baristi o poliziotti, nessuno è eroe, tutti siamo eroi.
Ma appena perdiamo la solidarietà, appena vince l’egoismo, ecco che la Peste torna.
Orano è lontana, ma Orano è ovunque.
Solo l’amore salva.

«Vediamo, Tarrou, lei è capace di morire per un amore?»
«Non so, ma mi sembra di no, adesso».«Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama»

 

 

Musica: Epitaph, King Crimson

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Vicolo Cannery, di John Steinbeck

 

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Sempre Steinbeck.
Con la sua voglia immutata di raccontare l’altro lato del sogno americano.Quello dove risiede la povertà, la miseria, il difetto e il peccato, anche.
Ma anche quello, il solo, dove puoi trovare la vera umanità, l’amicizia, la compassione, la partecipazione attiva.
Una comunità composta quasi esclusivamente dagli sconfitti dalla vita, ma che non si arrendono mai, che cercano sempre la loro strada verso la dignità.
Steinbeck gliela concede, sempre, è sempre dalla loro parte.
Generoso verso i generosi. Mai moralista, sempre pronto a comprendere.
Perché è nella difficoltà, e nella povertà, che l’umanità si stringe, che appare autentica, che sa divenire comunità vera. La ricchezza ti porta in alto, ma può lasciarti da solo.
Difficile non provare empatia verso questi personaggi così colorati, così simpatici, che si rialzano sempre anche dopo una scarica di pugni subita.
La debolezza diventa forza, gli eroi non sono sempre quelli pieni di virtù, spesso sono quelli che ci provano sempre, ad andare avanti, quelli che ridono in faccia alla sfortuna.
Quelli che sanno riconoscere la bellezza della vita, della natura, che si incantano di fronte ad un lago o di fronte al colore del cielo prima che sorga una nuova alba.
Non è Furore, non è Uomini e topi, non c’è quella potenza, quel fiume in piena, qui c’è più malinconia e sorriso, e apparente leggerezza, ma Steinbeck si riconosce comunque.

 

Musica: Hungry heart, Bruce Springsteen

Gli addii, di Juan Carlos Onetti

addii
Romanzo brevissimo.
Ma è come un sogno.
Una scrittura onirica, poetica, che dilata spazi, luoghi, tempi,
facendo sembrare tutto più lungo.
Un uomo che deve dare il suo addio alla vita,
ma che ne sceglie lui le modalità, che non si addicono alle aspettative degli altri.
E c’è un narratore che offre il suo sguardo ci guida alle interpretazioni altrui con delicatezza infinita, è Onetti, che parla.
Un narratore psicologo, amico, che non si limita ad osservare,
ma che vuole entrare nella mente e nel cuore di quest’uomo malato.
Ne riceve le lettere femminili a lui destinate, due grafie diverse, due vite possibili che si incrociano come i due inchiostri differenti usati. Ne riceve gli sguardi, le poche parole, i tanti gesti, i sorrisi e le tristezze. Che si affeziona.
Poi ci sono gli altri, la gente.
Che cerca di indovinare, che offre la sua interpretazione, che giudica, che fa illazioni, e in qualche caso condanna, pure, senza sapere effettivamente altro che non sia il linguaggio del corpo e parole solo sussurrate e immaginate.
Un uomo a cui resta pochissimo tempo,
ma che sfrutta benissimo, a differenza di tutte le altre persone,
che sono vive, che vivranno ancora a lungo, ma che restano come asfissiate dalla loro vita monocorde, senza possedere la sua bellezza, la sua capacità di dare e ricevere amore, e anche senza la possibilità e la forza di gestire la propria morte.
Alla fine è lui, il vincitore, e gli altri gli sconfitti, tutti.
Ci vuole uno sguardo attento e partecipe, per comprendere gli altri. Altrimenti avremo solo una serie di immagini sfuggenti, labili, non definite.
E la morte poi arriverà a rendere il tutto simile a un sogno.

 

Musica: Goodbye stranger, Supertramp

KHORAKHANE’, Fabrizio De André

 

I “Khorakhané” ( “Amanti del Corano”) sono una tribù rom musulmana di origine serbo-montenegrina.

«L’emarginazione deriva anche da comportamenti acquisiti da culture antichissime. Gli zingari girano il mondo da più di duemila anni, se vogliamo credere a Erodoto. Questi Rom, questo popolo libero è affetto da dromomania, cioè desiderio continuo di spostarsi. Non credo abbiano mai fatto del male a qualcuno, malgrado le strane dicerie; è vero che rubano – d’altra parte non possono rinunciare a quell’impulso primario presente nel DNA di ciascun essere umano: quello al saccheggio, di cui abbiamo avuto notizie in queste ultime amministrazioni – però non ho mai sentito dire che abbiano rubato tramite banca. Inoltre non ho mai visto una donna Rom battere un marciapiede. Girano senza portare armi; quindi se si dovesse dare un Nobel per la pace ad un popolo, quello Rom sarebbe il più indicato.»

(Presentazione del brano da parte di Fabrizio durante il concerto al Teatro Valli di Reggio Emilia (6/12/1997)

……….

Mi dispiace per mille motivi del fatto che tu non ci sia più, Fabrizio.
Certo se fossi vivo oggi soffriresti. Molto più di quando tu hai scritto questa meraviglia.
Il mondo è diventato una cloaca tracimante di cattiveria, Fabrizio.
Lo è sempre stato, siamo nati cattivi.
Ma ci siamo “evoluti”, abbiamo scelto di andare avanti per la strada dell’odio.
E oggi lo rivendichiamo a viso aperto, non ci nascondiamo più,
oggi con orgoglio diciamo al mondo che abbiamo ragione, nell’essere cattivi.
E’ questo, che non stai vivendo. E forse meglio così, per te.
Ma certo ci manchi. Ci manca la tua voce umana. Il tuo pensiero aperto.
Ci manca e mi manca quella tua capacità di scrivere un rigo e fulminarmi.
Come in questa canzone, che per me è tra le più bella mai scritte da un essere umano, anzi due, perché c’è Ivano Fossati, con te, e non lo dimentico mai.
Perché eravate diversi, molto diversi. Due geni, ma diversi. Ti sei scontrato, con lui, perché avevate idee diverse nel comporre. Eppure tu hai sempre voluto qualcuno con te, e specialmente qualcuno che potesse farti ascoltare un parere diverso dal tuo, sapevi che sarebbe stata dura, ma sapevi anche che ne saresti usciti arricchiti entrambi.
Che grande lezione di vita, è stata, e quanto lo sarebbe oggi.
Sei stato un migrante vero, il primo, un migrante della vita e dell’arte,
uno che non ha mai avuto paura di salpare e di quello che avrebbe potuto trovare.
Per te la vita era questo, andare incontro all’ignoto con fiducia.
Una canzone sui Rom, una canzone come questa, oggi, accompagnata dalle parole di cui sopra, con cui l’hai presentata, oggi vorrebbe dire uno scontro mediatico senza fine.
Ma tu sei sempre stato questo. Senza paura, dalla parte di chi è all’angolo della vita.
A dialogare, a cercare di capire, a stringere mani sporche.
E a scrivere versi folgoranti.

“Saper leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura”

“Questo filo di pane tra miseria e fortuna”.

Dio mio, quanta bellezza ci hai dato e quanta ci hai costretto ad immaginarne.

…………….

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare

Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Jugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio 
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina 
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.

Čvava sero po tute (**)
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kašta
vašu ti baro nebo
avi ker.

kon ovla so mutavla
kon ovla
ovla kon aščovi
me ğava palan ladi
me ğava
palan bura ot croiuti.

– – – –
(**) In lingua romanes-khorakhané, versi di Giorgio Berzecchi, rom harvato (croato),
cantati da Dori Ghezzi (splendidamente) , nel corso degli anni, anche dalla figlia Luvi (altrettanto splendidamente)

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali.

L’urlo e il furore, di William Faulkner

 

urlo e furore

“La vita è un racconto detto da un idiota, pieno di urlo e furore, che non significa nulla.”
Queste parole sono pronunciate da Macbeth.
Da qui Faulkner ha preso l’ispirazione.
E cosa dovevo aspettarmi, dopo una premessa simile?
Questo libro è uno sguardo sul baratro.
Qui non c’è consolazione, qui non c’è scampo, per nulla e per nessuno.
Siete razionali, tendete a razionalizzare tutto,
tendete a cercare assolutamente una spiegazione logica
nei confronti di tutto quello che leggete e che vi capita?
Lasciate stare, qui non attacca.
Qui non c’è conforto, qui non c’è sollievo.
Qui, se non ti lasci andare alla corrente,
se ti metti a fare resistenza,
se non ti metti in riga con le intenzioni di Faulkner,
se non sei disposto a guardare la realtà
con gli occhi di un alcolizzato, di un disabile,
di un sordomuto, di un razzista, di una puttana, di un disperato,
se non sei disposto a dare credito al tatto, alla vista,
all’udito, all’immaginazione, più che alla ragione,
se non vuoi nuotare nei flussi di coscienza
dei personaggi, allora non fa per te, questo romanzo.
E lo stesso, anche se ti ci metterai di impegno e sarai disposto
a lasciarti andare, lo stesso proverai più e più volte la disperata voglia
di gettare questo libro tra le fiamme di un camino,
o di farlo volare via dalla finestra più alta,
o di stracciarlo in mille pezzi nel tentativo di dimenticare ogni
astrusa sillaba letta, dimenticare questi quattro capitoli
declamati come se fossero scritti da un predicatore invasato.
Meno male che c’è l’appendice finale,
che ti spiega chi sono queste persone, ma peccato l’abbiano messa alla fine,
continui a tenere tutti questi pezzi di puzzle in mano per trecento pagine
e solo alla fine scopri il disegno che dovevi costruire.
Qui trovi una famiglia, i Compson. Marito, moglie, quattro figli.
E Dilsey, la cuoca nera.
Una volta erano ricchi, oggi si arrabattano, la grande crisi è alle porte.
Romanzo a quattro voci, indietro e avanti nel tempo.
Dopo aver letto due sole pagine ti trovi pieno di domande.
Chi diavolo è tutta questa gente? Chi cavolo sta parlando, chi è Caddy,
chi è Maury, quanti Quentin ci sono, perchè c’è questo maledetto corsivo
che interrompe il discorso ogni due per tre??
Devi capire chi sono, altrimenti chiudi il libro e te ne vai.

6 aprile 1928.
Chi parla è Benjiamin. Il fratello ritardato.
Il trentatreenne, corpo da adulto e mente da bambino.
Ci avete mai pensato, a quello che passa per la mente,
a come può vedere la vita un uomo con disturbi mentali?
Ci avete mai pensato, che potrebbe guardare il fuoco di un fornello
e passare il tempo a correre dietro alle fiamme
proiettate sul muro? Ci avete mai pensato alla paura
che potrebbe avere di essere abbandonato
dalla sorella che ama? Ci avete mai pensato,
che un essere umano assegni un odore di albero ad un’altra persona?
Benji, sei l’unico innocente.
E’ un capitolo tremendamente difficile, ma è geniale.

Poi parla Quentin. 2 giugno 1910. 18 anni prima.
E ti commuove.
Quentin che ha capito che il tempo è una truffa.
Quentin che stacca le lancette dal suo orologio,
perchè il tempo esiste solo quando si ferma.
Ma il passare del tempo è nella sua mente, non può staccarlo da lì.
Quentin, la sua passione incestuosa, che lo divora,
la passione che scrive in corsivo, che si mangia la sua vita e i suoi pensieri.
Quentin, che desidera l’inferno come punizione,
perché, se così’ fosse, sarebbe molto meglio di questa vita.

7 aprile 1928
Jason.
Il rancore fattosi uomo.
Un rancore da fuoco e fiamme.
Una vita di aspettative andate in fumo.
La rivalsa verso tutti, senza sconti.
Odio puro.Veleno puro, urlo e furore, contro
tua madre, contro i tuoi fratelli, contro tua nipote.
Soldi, vuole solo i soldi, per la sua rivincita col mondo.
Poche volte mi sono imbattuto in un personaggio così
pieno di fiele, cattivo, intossicato dal veleno della cattiveria.

“Puttana una volta puttana per sempre, dico io.
Io dico che sei fortunata se tutto quello che ti preoccupa
è il fatto che salta la scuola.
Io dico che adesso dovrebbe essere giù in quella cucina,
anziché su in camera sua, a spalmarsi la faccia di belletto
e ad aspettare che sei negri che non sono neanche capaci
di alzarsi da una sedia se non hanno vuotato un tegame di pane e di carne per tenersi in equilibrio le preparino la colazione.”

8 aprile 1928.
Dilsey, la serva nera.
L’unico punto di vista lucido,
il più lucido, comunque.
I suoi passi faticosi, pesanti,
come faticosa e pesante è la famiglia
per cui lavora. Una pazienza infinita,
per cercare di tenere tutti a bada,
per cercare di capire, conoscere,
difendere ed attaccare a seconda dei momenti
e delle persone. Una voglia incrollabile di crederci ancora.

Questo libro bisogna affrontarlo con coraggio,
e tenacia, soprattutto. E’ capace di distruggerti e di scaraventarti via
come fossi un fuscello. Non è un libro che puoi chiudere prima che sia finito.
Hai il terrore costante che se provassi
a chiuderlo non ti ci ritroveresti più,
non riusciresti mai a riprenderlo.
E’ una droga tossica, una sfida immane,
il buio ti accompagna dalla prima riga e non ti lascia più.
Devi essere disposto a vagare nel buio,
ad accettare duecento pagine incomprensibili,
ad accettare che il destino ti massacri.
Ad accettare che tutte quelle persone così disperate,
grette, meschine, cattive, crudeli,
ecco, siamo noi, alla fine, chi più chi meno.
Siamo noi, è l’umanità, che nonostante
questa Malvagità senza fine, nonostante i suoi errori,
le sue mancanze, resiste, non cede, va avanti.
Benji, l’unico innocente. Dilsey, l’unica a cui stia a cuore una famiglia unita.
E deve andare avanti avendo il coraggio di guardare
nel proprio abisso più nero, prenderne atto.
Difficilmente vi imbatterete in un libro così pieno di dolore e di angoscia.
Difficilmente odierete altri personaggi in altri romanzi come in questo.
Difficilmente odierete un romanzo come odierete questo.
Ma difficilmente vi resterà in mente un altro romanzo come vi resterà questo, in mente.

“Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo.
È fin troppo facile dire che l’uomo è immortale
perché destinato a resistere: che quando l’ultimo din don
del giudizio universale risuonerà svanendo dall’ultima
inutile rupe sporgentesi sull’assenza di mare,
nell’ultima sera rossa e morente, anche allora un suono resterà:
quello della sua flebile ma inesausta voce che continua a parlare.
Mi rifiuto di accettarlo. Io credo che l’uomo non si limiterà a resistere:
egli prevarrà. Egli è immortale, non perché solo tra tutte le creature
ha una voce che non si esaurisce, ma perché ha un’anima,uno spirito
capace di compassione, di sacrificio e di resistenza.
Il compito del poeta, dello scrittore, è di scrivere di queste cose”.

Quando vi verrà voglia di bruciare questo libro,
e ve ne verrà, è sicuro, pensate a queste parole
da lui pronunciate.
Pensate a Garcia Marquez, a Bolano, alla Munro,
a McCarthy, a tutti gli scrittori che lo hanno considerato
e lo considerano il loro Maestro, il loro mentore.
Per quanto mi riguarda, è un pensiero a cui ho fatto ricorso
di continuo, durante la lettura.

 

Musica: Sinnerman, Nina Simone

Svanire, di Deborah Willis

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Amo i racconti. Questa è una premessa doverosa.
Che forse spiega il perché io abbia letto queste trecento pagine in un giorno.
Ma non voglio che questa specie di pregiudizio tolga il merito che l’autrice ha.
Se Alice Munro è rimasta così colpita da quest’autrice, il motivo esiste.
Il modo di fotografare i personaggi in quell’attimo preciso
in cui gli accade qualcosa di decisivo, qualcosa
che gli resterà cucito addosso per sempre.
È che proprio non sono riuscito a smettere di leggere.
E come sempre scopro qualche autore validissimo dopo anni e anni,
devo proprio essere uno che dorme della grossa…

«La gente semplicemente scompare. Mia moglie se n’è andata. Mia madre ha raggiunto una vecchiaia robusta. E mia figlia la vedo solo raramente…E’ la sua prima telefonata in oltre un mese, ma non ero preoccupato. Continuamente la gente si attorciglia in direzioni proprie, come i rami sbattuti in giro dalla corrente di un fiume. Io cerco di essere il punto fermo, una roccia sulla riva. Non sono uno di quei padri che sta sempre a chiamare e inviare e-mail, ripetendo quanto sentono la mancanza dei figli. Non indosso i miei bisogni in pubblico…Il fatto è che talvolta la gente torna. Tornano proprio quando ormai pensavi che se ne erano andati per sempre, quando hai perfino smesso di sentire la loro mancanza»

Ecco, il tema è l’assenza. La scomparsa. Qualcuno sparisce.
Una moglie che se ne va. Un marito che scappa. Una persona muore.Un figlio va in fuga da un genitore, prima scompare la comprensione reciproca e dopo scompare la persona. Scompare un matrimonio.
L’adolescenza, scompare.
E ci sono vuoti diversi, forse peggiori.
Quei vuoti esistenziali, quando ti rendi conto
che non sarai mai quello che avresti voluto essere.
Quando abbracci una persona solo per il desiderio
inconscio di toccare fisicamente colui che ti affascina,
come se potesse passarti grazia e bellezza.
Sembrano situazioni nette.
Da cui non è possibile tornare indietro.
Sembrano dei vuoti, che non è possibile colmare.
Ma ci sono dei vuoti che sono come macigni, occupano spazio come fossero dei solidi, pesantissimi.
L’assenza diventa una presenza tangibile.
E, come citato prima, a volte si torna, a volte l’assente ritorna, senza avvisare così come quando era scomparso.
Le domande che i racconti ci pongono sono molteplici.
Cosa succede, quando qualcuno o qualcosa scompare?
Che cosa succede a chi resta?
Che domande si pone, chi resta?
Prova dolore? Si sente tradito? Si chiede di continuo se e dove ha sbagliato,
se doveva fare di meglio, di più?
O alla fine ci si sente soli e basta, si comprende che alla fine
siamo sempre soli, che il dolore e la solitudine sono ronzii ininterrotti
che ci accompagnano sempre e con cui dobbiamo imparare a convivere?
E anche i nostri segreti dobbiamo tenerceli sempre per noi,
perché è impossibile che qualcuno li accolga come noi vorremmo e come forse sarebbe giusto?
Perchè spesso non occorre che qualcuno se ne vada da noi, per avvertire l’assenza e la solitudine.
A volte nessuno va via, ma si è soli lo stesso.
Capita che accada qualcosa che cambia tutta la prospettiva,
e che fa apparire come una gigantesca finzione tutto ciò che prima sembrava bello e vero.
E quando arriva questa consapevolezza, è come morire.

“Se lo studio delle parole ha insegnato qualcosa a Peter (e quindi a me)
è la disinvoltura nella menzogna. Ogni parola è una frode,
una piccola, insignificante collezione di suoni
che finge di essere ciò che non è: gatto, caso, marito.
Una serie di damerini a un ballo in costume.
E tutti accettano questa buffonata come se le parole,
coperte dalle loro maschere e dalle cappe di consonanti,
non stessero fingendo affatto.
Siamo tutti complici consenzienti, mi ha detto una volta Peter:
anche solo dicendo buon giorno a un vicino, stiamo partecipando alla grande bugia”.

Alla fine dei racconti arriva quella che forse è la verità.
Nessuno scompare davvero, per citare un titolo di un altro libro.
Tutti siamo figli di qualcuno, e spesso genitori di qualcun altro.
Fratelli, sorelle, figli, madri, padri, amici.
Ognuno lascia un’impronta indelebile, anche se pensa di non averlo fatto.
Ognuno ha un passato che si va a mischiare col suo presente e si mischierà
col suo futuro, come due mari che si incontrano.

“Quello che capii, più tardi ma sempre molto prima che lo capisse Claudia,
è che era impossibile. Che non avremmo mai potuto evadere.
Qualunque cosa facessimo, non avremmo mai potuto separare loro da noi.
I nostri corpi erano stati costruiti dalle lenticchie e dai semi di lino con cui ci avevano nutrite.
La loro struttura ossea persisteva nei nostri visi.
Il loro senso dell’umorismo e le loro nevrosi erano profondamente impiantate nei nostri cervelli,  e avevamo ereditato le loro voci, i loro modi di dire, le loro storie. Erano i nostri genitori.”

Musica: An end has a start, Editors

 

Non dirmi che hai paura, di Giuseppe Catozzella

 

Jpeg

 

Una storia importante.
Più di una persona ha detto che questa storia
è scritta in modo troppo semplice, che lo stile
è troppo elementare. Quasi fosse stata scritta
da un adolescente.
Probabilmente Catozzella voleva questo.
E’ entrato nella testa e nel cuore di Samia,
e ha provato ad immaginarne i pensieri e la voce,
e ci ha raccontato la sua storia. La sua storia vera.
Non sarà Dostoevskij, ma comunque leggere questa storia
non penso abbia fatto e farà male a qualcuno.
Penso invece che ancora una volta ci farà riflettere
sui mali, le ingiustizie, le vergogne e le sofferenze
del mondo e della vita.
Ovviamente saranno esclusi tutti coloro che hanno deciso
di stare al mondo pensando di esserne il fulcro.
Alla fine tutti abbiamo un sogno.
Solo che per qualcuno si avvera, per altri no.
A qualcuno il sogno viene servito su un piatto,
che sia d’argento o no non importa.
Qualcun altro invece deve soffrire, il sogno
passa attraverso fame, sete, torture, deserti e mari grossi.
Qualcuno deve correre, e sognare di correre, per restare vivo,
per continuare ad essere una persona, per ricordarsi di chi sia
e di come si chiami. Per arrivare alle Olimpiadi, magari.
Corri, Samia. Corri.

Musica:Jarabi, Toumani Diabatè