Svanire, di Deborah Willis

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Amo i racconti. Questa è una premessa doverosa.
Che forse spiega il perché io abbia letto queste trecento pagine in un giorno.
Ma non voglio che questa specie di pregiudizio tolga il merito che l’autrice ha.
Se Alice Munro è rimasta così colpita da quest’autrice, il motivo esiste.
Il modo di fotografare i personaggi in quell’attimo preciso
in cui gli accade qualcosa di decisivo, qualcosa
che gli resterà cucito addosso per sempre.
È che proprio non sono riuscito a smettere di leggere.
E come sempre scopro qualche autore validissimo dopo anni e anni,
devo proprio essere uno che dorme della grossa…

«La gente semplicemente scompare. Mia moglie se n’è andata. Mia madre ha raggiunto una vecchiaia robusta. E mia figlia la vedo solo raramente…E’ la sua prima telefonata in oltre un mese, ma non ero preoccupato. Continuamente la gente si attorciglia in direzioni proprie, come i rami sbattuti in giro dalla corrente di un fiume. Io cerco di essere il punto fermo, una roccia sulla riva. Non sono uno di quei padri che sta sempre a chiamare e inviare e-mail, ripetendo quanto sentono la mancanza dei figli. Non indosso i miei bisogni in pubblico…Il fatto è che talvolta la gente torna. Tornano proprio quando ormai pensavi che se ne erano andati per sempre, quando hai perfino smesso di sentire la loro mancanza»

Ecco, il tema è l’assenza. La scomparsa. Qualcuno sparisce.
Una moglie che se ne va. Un marito che scappa. Una persona muore.Un figlio va in fuga da un genitore, prima scompare la comprensione reciproca e dopo scompare la persona. Scompare un matrimonio.
L’adolescenza, scompare.
E ci sono vuoti diversi, forse peggiori.
Quei vuoti esistenziali, quando ti rendi conto
che non sarai mai quello che avresti voluto essere.
Quando abbracci una persona solo per il desiderio
inconscio di toccare fisicamente colui che ti affascina,
come se potesse passarti grazia e bellezza.
Sembrano situazioni nette.
Da cui non è possibile tornare indietro.
Sembrano dei vuoti, che non è possibile colmare.
Ma ci sono dei vuoti che sono come macigni, occupano spazio come fossero dei solidi, pesantissimi.
L’assenza diventa una presenza tangibile.
E, come citato prima, a volte si torna, a volte l’assente ritorna, senza avvisare così come quando era scomparso.
Le domande che i racconti ci pongono sono molteplici.
Cosa succede, quando qualcuno o qualcosa scompare?
Che cosa succede a chi resta?
Che domande si pone, chi resta?
Prova dolore? Si sente tradito? Si chiede di continuo se e dove ha sbagliato,
se doveva fare di meglio, di più?
O alla fine ci si sente soli e basta, si comprende che alla fine
siamo sempre soli, che il dolore e la solitudine sono ronzii ininterrotti
che ci accompagnano sempre e con cui dobbiamo imparare a convivere?
E anche i nostri segreti dobbiamo tenerceli sempre per noi,
perché è impossibile che qualcuno li accolga come noi vorremmo e come forse sarebbe giusto?
Perchè spesso non occorre che qualcuno se ne vada da noi, per avvertire l’assenza e la solitudine.
A volte nessuno va via, ma si è soli lo stesso.
Capita che accada qualcosa che cambia tutta la prospettiva,
e che fa apparire come una gigantesca finzione tutto ciò che prima sembrava bello e vero.
E quando arriva questa consapevolezza, è come morire.

“Se lo studio delle parole ha insegnato qualcosa a Peter (e quindi a me)
è la disinvoltura nella menzogna. Ogni parola è una frode,
una piccola, insignificante collezione di suoni
che finge di essere ciò che non è: gatto, caso, marito.
Una serie di damerini a un ballo in costume.
E tutti accettano questa buffonata come se le parole,
coperte dalle loro maschere e dalle cappe di consonanti,
non stessero fingendo affatto.
Siamo tutti complici consenzienti, mi ha detto una volta Peter:
anche solo dicendo buon giorno a un vicino, stiamo partecipando alla grande bugia”.

Alla fine dei racconti arriva quella che forse è la verità.
Nessuno scompare davvero, per citare un titolo di un altro libro.
Tutti siamo figli di qualcuno, e spesso genitori di qualcun altro.
Fratelli, sorelle, figli, madri, padri, amici.
Ognuno lascia un’impronta indelebile, anche se pensa di non averlo fatto.
Ognuno ha un passato che si va a mischiare col suo presente e si mischierà
col suo futuro, come due mari che si incontrano.

“Quello che capii, più tardi ma sempre molto prima che lo capisse Claudia,
è che era impossibile. Che non avremmo mai potuto evadere.
Qualunque cosa facessimo, non avremmo mai potuto separare loro da noi.
I nostri corpi erano stati costruiti dalle lenticchie e dai semi di lino con cui ci avevano nutrite.
La loro struttura ossea persisteva nei nostri visi.
Il loro senso dell’umorismo e le loro nevrosi erano profondamente impiantate nei nostri cervelli,  e avevamo ereditato le loro voci, i loro modi di dire, le loro storie. Erano i nostri genitori.”

Musica: An end has a start, Editors

 

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2 pensieri su “Svanire, di Deborah Willis

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