L’urlo e il furore, di William Faulkner

 

urlo e furore

“La vita è un racconto detto da un idiota, pieno di urlo e furore, che non significa nulla.”
Queste parole sono pronunciate da Macbeth.
Da qui Faulkner ha preso l’ispirazione.
E cosa dovevo aspettarmi, dopo una premessa simile?
Questo libro è uno sguardo sul baratro.
Qui non c’è consolazione, qui non c’è scampo, per nulla e per nessuno.
Siete razionali, tendete a razionalizzare tutto,
tendete a cercare assolutamente una spiegazione logica
nei confronti di tutto quello che leggete e che vi capita?
Lasciate stare, qui non attacca.
Qui non c’è conforto, qui non c’è sollievo.
Qui, se non ti lasci andare alla corrente,
se ti metti a fare resistenza,
se non ti metti in riga con le intenzioni di Faulkner,
se non sei disposto a guardare la realtà
con gli occhi di un alcolizzato, di un disabile,
di un sordomuto, di un razzista, di una puttana, di un disperato,
se non sei disposto a dare credito al tatto, alla vista,
all’udito, all’immaginazione, più che alla ragione,
se non vuoi nuotare nei flussi di coscienza
dei personaggi, allora non fa per te, questo romanzo.
E lo stesso, anche se ti ci metterai di impegno e sarai disposto
a lasciarti andare, lo stesso proverai più e più volte la disperata voglia
di gettare questo libro tra le fiamme di un camino,
o di farlo volare via dalla finestra più alta,
o di stracciarlo in mille pezzi nel tentativo di dimenticare ogni
astrusa sillaba letta, dimenticare questi quattro capitoli
declamati come se fossero scritti da un predicatore invasato.
Meno male che c’è l’appendice finale,
che ti spiega chi sono queste persone, ma peccato l’abbiano messa alla fine,
continui a tenere tutti questi pezzi di puzzle in mano per trecento pagine
e solo alla fine scopri il disegno che dovevi costruire.
Qui trovi una famiglia, i Compson. Marito, moglie, quattro figli.
E Dilsey, la cuoca nera.
Una volta erano ricchi, oggi si arrabattano, la grande crisi è alle porte.
Romanzo a quattro voci, indietro e avanti nel tempo.
Dopo aver letto due sole pagine ti trovi pieno di domande.
Chi diavolo è tutta questa gente? Chi cavolo sta parlando, chi è Caddy,
chi è Maury, quanti Quentin ci sono, perchè c’è questo maledetto corsivo
che interrompe il discorso ogni due per tre??
Devi capire chi sono, altrimenti chiudi il libro e te ne vai.

6 aprile 1928.
Chi parla è Benjiamin. Il fratello ritardato.
Il trentatreenne, corpo da adulto e mente da bambino.
Ci avete mai pensato, a quello che passa per la mente,
a come può vedere la vita un uomo con disturbi mentali?
Ci avete mai pensato, che potrebbe guardare il fuoco di un fornello
e passare il tempo a correre dietro alle fiamme
proiettate sul muro? Ci avete mai pensato alla paura
che potrebbe avere di essere abbandonato
dalla sorella che ama? Ci avete mai pensato,
che un essere umano assegni un odore di albero ad un’altra persona?
Benji, sei l’unico innocente.
E’ un capitolo tremendamente difficile, ma è geniale.

Poi parla Quentin. 2 giugno 1910. 18 anni prima.
E ti commuove.
Quentin che ha capito che il tempo è una truffa.
Quentin che stacca le lancette dal suo orologio,
perchè il tempo esiste solo quando si ferma.
Ma il passare del tempo è nella sua mente, non può staccarlo da lì.
Quentin, la sua passione incestuosa, che lo divora,
la passione che scrive in corsivo, che si mangia la sua vita e i suoi pensieri.
Quentin, che desidera l’inferno come punizione,
perché, se così’ fosse, sarebbe molto meglio di questa vita.

7 aprile 1928
Jason.
Il rancore fattosi uomo.
Un rancore da fuoco e fiamme.
Una vita di aspettative andate in fumo.
La rivalsa verso tutti, senza sconti.
Odio puro.Veleno puro, urlo e furore, contro
tua madre, contro i tuoi fratelli, contro tua nipote.
Soldi, vuole solo i soldi, per la sua rivincita col mondo.
Poche volte mi sono imbattuto in un personaggio così
pieno di fiele, cattivo, intossicato dal veleno della cattiveria.

“Puttana una volta puttana per sempre, dico io.
Io dico che sei fortunata se tutto quello che ti preoccupa
è il fatto che salta la scuola.
Io dico che adesso dovrebbe essere giù in quella cucina,
anziché su in camera sua, a spalmarsi la faccia di belletto
e ad aspettare che sei negri che non sono neanche capaci
di alzarsi da una sedia se non hanno vuotato un tegame di pane e di carne per tenersi in equilibrio le preparino la colazione.”

8 aprile 1928.
Dilsey, la serva nera.
L’unico punto di vista lucido,
il più lucido, comunque.
I suoi passi faticosi, pesanti,
come faticosa e pesante è la famiglia
per cui lavora. Una pazienza infinita,
per cercare di tenere tutti a bada,
per cercare di capire, conoscere,
difendere ed attaccare a seconda dei momenti
e delle persone. Una voglia incrollabile di crederci ancora.

Questo libro bisogna affrontarlo con coraggio,
e tenacia, soprattutto. E’ capace di distruggerti e di scaraventarti via
come fossi un fuscello. Non è un libro che puoi chiudere prima che sia finito.
Hai il terrore costante che se provassi
a chiuderlo non ti ci ritroveresti più,
non riusciresti mai a riprenderlo.
E’ una droga tossica, una sfida immane,
il buio ti accompagna dalla prima riga e non ti lascia più.
Devi essere disposto a vagare nel buio,
ad accettare duecento pagine incomprensibili,
ad accettare che il destino ti massacri.
Ad accettare che tutte quelle persone così disperate,
grette, meschine, cattive, crudeli,
ecco, siamo noi, alla fine, chi più chi meno.
Siamo noi, è l’umanità, che nonostante
questa Malvagità senza fine, nonostante i suoi errori,
le sue mancanze, resiste, non cede, va avanti.
Benji, l’unico innocente. Dilsey, l’unica a cui stia a cuore una famiglia unita.
E deve andare avanti avendo il coraggio di guardare
nel proprio abisso più nero, prenderne atto.
Difficilmente vi imbatterete in un libro così pieno di dolore e di angoscia.
Difficilmente odierete altri personaggi in altri romanzi come in questo.
Difficilmente odierete un romanzo come odierete questo.
Ma difficilmente vi resterà in mente un altro romanzo come vi resterà questo, in mente.

“Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo.
È fin troppo facile dire che l’uomo è immortale
perché destinato a resistere: che quando l’ultimo din don
del giudizio universale risuonerà svanendo dall’ultima
inutile rupe sporgentesi sull’assenza di mare,
nell’ultima sera rossa e morente, anche allora un suono resterà:
quello della sua flebile ma inesausta voce che continua a parlare.
Mi rifiuto di accettarlo. Io credo che l’uomo non si limiterà a resistere:
egli prevarrà. Egli è immortale, non perché solo tra tutte le creature
ha una voce che non si esaurisce, ma perché ha un’anima,uno spirito
capace di compassione, di sacrificio e di resistenza.
Il compito del poeta, dello scrittore, è di scrivere di queste cose”.

Quando vi verrà voglia di bruciare questo libro,
e ve ne verrà, è sicuro, pensate a queste parole
da lui pronunciate.
Pensate a Garcia Marquez, a Bolano, alla Munro,
a McCarthy, a tutti gli scrittori che lo hanno considerato
e lo considerano il loro Maestro, il loro mentore.
Per quanto mi riguarda, è un pensiero a cui ho fatto ricorso
di continuo, durante la lettura.

 

Musica: Sinnerman, Nina Simone

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