La Peste, di Albert Camus

camus

 

È necessaria la catastrofe, l’irruzione del Male senza spiegazione, il fascismo, il nazismo, è necessario che l’uomo sprofondi nel baratro della sofferenza fisica, della morte dei suoi compagni di viaggio, affinché si renda conto di quanto inconcepibile sia il suo modo di vivere, si renda conto di quanto davvero la vita sia un bene prezioso e che vale la pena essere umani nella pienezza vera di questo termine, e che solo essere umani ci salva da tutto?
Quali sono i rimedi al Male?
Ce n’è uno, oppure ogni uomo ha il suo?
E tutti i rimedi insieme possono convivere e condurci alla salvezza?
Possiamo convivere col fatto che il Male non verrà mai estirpato definitivamente?
Possiamo convivere col pensiero che siamo sempre in equilibrio precario e che basta un niente per tornare nell’abisso della malvagità, della cattiveria, della distruzione?

“… il bacillo della peste non muore né scompare mai…”
forse sarebbe venuto il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.”

Possiamo arrivare a comprendere che il Male lo si può combattere e sconfiggere solo dopo aver aperto gli occhi su noi stessi ed aver capito che prima bisogna accettarlo e venirci a patti, per poi, solo poi, tentare di sconfiggerlo?

Tante risposte, qui.

Il senso del dovere, fare il proprio lavoro con coscienza.
La fede in Dio.
Il senso dell’amicizia, della condivisione, dello stare vicini.

Tutte risposte diverse, tutte valide.
Diverse, ma contenenti tutte un vaccino, quello della solidarietà umana.
La battaglia e la vittoria dell’uomo comune, del vicino di casa, di noi stessi, che siamo medici o che siamo operai o baristi o poliziotti, nessuno è eroe, tutti siamo eroi.
Ma appena perdiamo la solidarietà, appena vince l’egoismo, ecco che la Peste torna.
Orano è lontana, ma Orano è ovunque.
Solo l’amore salva.

«Vediamo, Tarrou, lei è capace di morire per un amore?»
«Non so, ma mi sembra di no, adesso».«Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama»

 

 

Musica: Epitaph, King Crimson

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Vicolo Cannery, di John Steinbeck

 

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Sempre Steinbeck.
Con la sua voglia immutata di raccontare l’altro lato del sogno americano.Quello dove risiede la povertà, la miseria, il difetto e il peccato, anche.
Ma anche quello, il solo, dove puoi trovare la vera umanità, l’amicizia, la compassione, la partecipazione attiva.
Una comunità composta quasi esclusivamente dagli sconfitti dalla vita, ma che non si arrendono mai, che cercano sempre la loro strada verso la dignità.
Steinbeck gliela concede, sempre, è sempre dalla loro parte.
Generoso verso i generosi. Mai moralista, sempre pronto a comprendere.
Perché è nella difficoltà, e nella povertà, che l’umanità si stringe, che appare autentica, che sa divenire comunità vera. La ricchezza ti porta in alto, ma può lasciarti da solo.
Difficile non provare empatia verso questi personaggi così colorati, così simpatici, che si rialzano sempre anche dopo una scarica di pugni subita.
La debolezza diventa forza, gli eroi non sono sempre quelli pieni di virtù, spesso sono quelli che ci provano sempre, ad andare avanti, quelli che ridono in faccia alla sfortuna.
Quelli che sanno riconoscere la bellezza della vita, della natura, che si incantano di fronte ad un lago o di fronte al colore del cielo prima che sorga una nuova alba.
Non è Furore, non è Uomini e topi, non c’è quella potenza, quel fiume in piena, qui c’è più malinconia e sorriso, e apparente leggerezza, ma Steinbeck si riconosce comunque.

 

Musica: Hungry heart, Bruce Springsteen

Gli addii, di Juan Carlos Onetti

addii
Romanzo brevissimo.
Ma è come un sogno.
Una scrittura onirica, poetica, che dilata spazi, luoghi, tempi,
facendo sembrare tutto più lungo.
Un uomo che deve dare il suo addio alla vita,
ma che ne sceglie lui le modalità, che non si addicono alle aspettative degli altri.
E c’è un narratore che offre il suo sguardo ci guida alle interpretazioni altrui con delicatezza infinita, è Onetti, che parla.
Un narratore psicologo, amico, che non si limita ad osservare,
ma che vuole entrare nella mente e nel cuore di quest’uomo malato.
Ne riceve le lettere femminili a lui destinate, due grafie diverse, due vite possibili che si incrociano come i due inchiostri differenti usati. Ne riceve gli sguardi, le poche parole, i tanti gesti, i sorrisi e le tristezze. Che si affeziona.
Poi ci sono gli altri, la gente.
Che cerca di indovinare, che offre la sua interpretazione, che giudica, che fa illazioni, e in qualche caso condanna, pure, senza sapere effettivamente altro che non sia il linguaggio del corpo e parole solo sussurrate e immaginate.
Un uomo a cui resta pochissimo tempo,
ma che sfrutta benissimo, a differenza di tutte le altre persone,
che sono vive, che vivranno ancora a lungo, ma che restano come asfissiate dalla loro vita monocorde, senza possedere la sua bellezza, la sua capacità di dare e ricevere amore, e anche senza la possibilità e la forza di gestire la propria morte.
Alla fine è lui, il vincitore, e gli altri gli sconfitti, tutti.
Ci vuole uno sguardo attento e partecipe, per comprendere gli altri. Altrimenti avremo solo una serie di immagini sfuggenti, labili, non definite.
E la morte poi arriverà a rendere il tutto simile a un sogno.

 

Musica: Goodbye stranger, Supertramp