Gli addii, di Juan Carlos Onetti

addii
Romanzo brevissimo.
Ma è come un sogno.
Una scrittura onirica, poetica, che dilata spazi, luoghi, tempi,
facendo sembrare tutto più lungo.
Un uomo che deve dare il suo addio alla vita,
ma che ne sceglie lui le modalità, che non si addicono alle aspettative degli altri.
E c’è un narratore che offre il suo sguardo ci guida alle interpretazioni altrui con delicatezza infinita, è Onetti, che parla.
Un narratore psicologo, amico, che non si limita ad osservare,
ma che vuole entrare nella mente e nel cuore di quest’uomo malato.
Ne riceve le lettere femminili a lui destinate, due grafie diverse, due vite possibili che si incrociano come i due inchiostri differenti usati. Ne riceve gli sguardi, le poche parole, i tanti gesti, i sorrisi e le tristezze. Che si affeziona.
Poi ci sono gli altri, la gente.
Che cerca di indovinare, che offre la sua interpretazione, che giudica, che fa illazioni, e in qualche caso condanna, pure, senza sapere effettivamente altro che non sia il linguaggio del corpo e parole solo sussurrate e immaginate.
Un uomo a cui resta pochissimo tempo,
ma che sfrutta benissimo, a differenza di tutte le altre persone,
che sono vive, che vivranno ancora a lungo, ma che restano come asfissiate dalla loro vita monocorde, senza possedere la sua bellezza, la sua capacità di dare e ricevere amore, e anche senza la possibilità e la forza di gestire la propria morte.
Alla fine è lui, il vincitore, e gli altri gli sconfitti, tutti.
Ci vuole uno sguardo attento e partecipe, per comprendere gli altri. Altrimenti avremo solo una serie di immagini sfuggenti, labili, non definite.
E la morte poi arriverà a rendere il tutto simile a un sogno.

 

Musica: Goodbye stranger, Supertramp

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