Una solitudine troppo rumorosa, di Bohumil Hrabal

 

solitudine troppo rumorosa

“A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero”

La trama è questa.
Ma conta poco.
Qui conta di più la scrittura. Le metafore, l’immaginario che può scaturire da una parola, da un pensiero.
Per me è stata una lettura molto, molto impegnativa.
Non so, mi attendevo qualcosa di più lineare e quindi per un po’ sono rimasto disorientato. Mai attendersi qualcosa di preciso, quando intraprendi una lettura.
Questo piccolo libro è un romanzo, è un racconto, è un trattato di filosofia, è flusso di coscienza ininterrotto, ed è poesia, poesia vera, almeno in parte.
L’alienazione dell’essere umano e del lavoro che conduce. La solitudine pura.
La claustrofobica solitudine, l’incomunicabilità, i sentimenti repressi.
Da tutta questa cupezza disperata cosa ci può salvare?
La letteratura. La bellezza. L’arte. I libri. Sempre.

“e io divenni bello a me stesso, per aver avuto il coraggio di non diventar folle per tutto ciò che in quella mia solitudine troppo rumorosa avevo veduto, sperimentato e vissuto con il corpo e con l’anima.”

 

“… non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualcosa che ancora non so.”

I libri aprono, spalancano, la porta della bellezza che teniamo chiusa dentro di noi.
I libri aprono un varco nel cielo e ci mostrano le stelle.
Ci elevano ad altezze che non potevamo immaginare di raggiungere.

“… mi sono raggomitolato e rannicchiato su me stesso, come un gattino d’inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perché io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perché io sono un po’ uno spaccone dell’infinito e dell’eternità e l’Infinito e l’Eternità forse hanno un debole per le persone come me.”

Basta la capacità, l’intuizione di poter sognare, per sentirci degni dell’Universo e di capire che tutto ha un senso.

“… guardai la macchina con quel sorriso spasmodico e poi sentii lo scatto della macchina che non aveva mai avuto nelle sue viscere la pellicola, così compresi che al mondo non dipende proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto desiderio, volere e anelito…”

Niente resta fermo, immutabile, se noi non lo vogliamo. La bellezza del mondo sta nella volontà di poterlo cambiare, trasformare.

“L’unica cosa di cui si può aver terrore al mondo è ciò che si è calcificato, il terrore delle forme rigide, morenti”.

Penso di aver compreso il senso, almeno in parte. È un piccolo libro in cui sono disseminate tante perle, e per questo sono rimasto colpito. E sono queste parle, che in parte ho citato, ad avermi tenuto lì, anche quando la lettura sembrava troppo, troppo complessa, troppo onirica, troppo difficile per me. È stata una sfida di resistenza, in ogni caso ne valeva la pena.

“… tutti gli amanti della lettura, dei libri, conoscono bene quella tendenza al vagheggiamento che li accompagna per l’intera giornata, come se oltre alla verità tangibile e lavorativa ce ne fosse sempre un’altra al di sopra, sospesa, all’interno della quale si trova costantemente un cantuccio confortevole.”.

Musica: Talking book, Lou Reed

Annunci