I tempi non sono mai così cattivi, di Andre Dubus

 

dubus

È un libro magnifico.
Non c’è altro da dire.
Nove racconti in cui ti senti spettatore partecipe, stai guardando un film, ma nello stesso tempo ci sei dentro. Con una postfazione di Manuppelli stupenda, commovente.
L’America periferica, quella di cui si parlava poco.
Un’America fatta di città definite ricchissime, ma quella è solo una parte.
Ce n’è un’altra, accanto, ed è povera, brutta, sporca. E anche nera, quella da evitare del tutto.
E la devi attraversare fisicamente, per capirlo.
Ci devi passare dentro, magari in bicicletta, e rallentare,
e guardare negli occhi le persone che ci abitano.
Allora lo capisci, e magari ne sei spaventato.
Eppure non sono alieni, sono americani come chi li sta guardando.
Chi è stato fortunato e chi lo è stato molto meno.
Alla fine è il destino, che divide, che segna un confine.
Alla fine, probabilmente, meriti e colpe non sono segni così distintivi.
Alla fine c’è del cattivo e c’è del buono in tutti.
Il violento contiene il tenero, l’innocente contiene un seme di violenza dentro se stesso.
Tutti colpevoli, tutti innocenti.

Probabilmente tutti sconfitti, spesso disperati, ma tutti determinati a proseguire la loro strada, possibilmente senza piangere.

“Per parecchio tempo non aveva avuto paura delle persone o di ciò che poteva accadere in una giornata, perché credeva di poter sopportare il normale dolore di essere vivi; il cuore le era stato spezzato da amiche e da ragazzi, e lo aveva sopportato, e anche lei aveva spezzato, sopportando anche questo, e l’imbarazzo , la vergogna, l’umiliazione e il fallimento, e non era una di quelle persone che, una volta o piu’ volte ferite, attendono con paura l’errore successivo o la crudeltà o la propria porzione di sfortuna. Aveva paura invece di ciò che stava attraversando adesso: provare più di un sentimento in una sola volta, cosi che si sentiva contemporaneamente orgogliosa e forte e disperata e rassegnata, la teneva lì seduta, spaventata. Dunque è questo il mondo reale di cui si sente sempre parlare.”

C’è tanta disperazione, c’è l’accettazione della sconfitta, dell’impossibilità di cambiare le cose, spesso.

“Non è difficile sopravvivere a un giorno, se puoi sopravvivere a un momento. Ciò che crea la disperazione è l’immaginazione, che finge ce ci sia un futuro, e insiste a predire milioni di momenti, migliaia di giorni, e ti prosciuga al punto tale che non riesci più a vivere il momento che hai davanti”.

La vita è fatta di esperienze dolorose, che devi attraversare per vedere uno spiraglio di luce.
Gli sbagli che aiutano a crescere.

“A volte,” scrive Dubus in una lettera a un aspirante scrittore, “le storie diventano come ombre e luci dello spirito. Ci saranno sempre ombre nella tua vita, ma spero che continuerai a muoverti verso la luce.”

Siamo spesso tutti una delusione per gli altri, per le loro aspettative.
Dobbiamo imparare a convivere con questo dato di fatto, e ripartire, fare pace con le illusioni finite e crescere.
In questi racconti ci sono i rapporti tra padri e figli, tra coniugi, tra fratelli, tra amici, descritti tutti nel loro piccolo quotidiano, il loro piccolo-grande quotidiano, in cui vengono fuori tutte le debolezze ma anche le gioie della vita. Un cammino verso la conoscenza reciproca e di se stessi, lo specchio della verità, che può far male, ma con cui dobbiamo fare i conti.
L’America a cui viene strappato via il velo che mostra la facciata del benessere, e che ci fa vedere cosa c’è
dietro quelle casette ordinate, dietro quelle tendine tirate e stirate.
C’è la rabbia, c’è la sofferenza, c’è la sopravvivenza, la povertà, ci sono persone che non hanno mai viaggiato e non hanno mai visto più di cento dollari nel loro portafogli. La realtà non è quella della facciata, ma quella che le sta dietro.
C’é il fiume di alcol e c’è la pistola nella fondina e nella borsetta, ogni arma è buona per esorcizzare la paura e sopravvivere alla giornata.
Ma la realtà è anche quella che non è tutto cattivo. C’è la speranza, continua, che si possa trovare il buono in ognuno di noi. Dubus ci crede. Dubus, con i suoi tanti divorzi, Dubus con la sua vita in sedia a rotelle, Dubus colpito più volte dal destino, ma anche Dubus tanto amato dai suoi allievi e circondato sempre da amicizie eterne, come quella di Vonnegut, come quella di Yates, come quella di Stephen King.
Penso che qui, in questi racconti, ci sia tutto Dubus, tutta la sua sofferenza, patita da figlio, alla disperata ricerca di rendere il padre orgoglioso di sè, e di marito e padre, qui c’è descritta la partenza di un figlio per il fronte, e il pianto intimo di un padre militare, una storia molto simile a quella vissuta da Dubus stesso, e c’è la sofferenza di un marito lasciato dalla moglie, un matrimonio finito e dei figli che vanno via, la sofferenza di un padre che resta solo in una casa improvvisamente vuota dopo un fine settimana fatto di risate e di pranzi e cene insieme.
C’è soprattutto Storia di un padre, il racconto finale, che non è possibile definire meraviglioso, perché sarebbe un termine che non darebbe giustizia.
Non so per quale motivo molti si ostinino a definire il racconto come qualcosa di minore, in letteratura.
Non so perché il racconto venga percepito come qualcosa di incompiuto.
E non so perché oggi si esalti tanto Haruf e si dimentichi così tanto uno come Andre Dubus.
C’è una precisione, un lavoro di scavo, una profondità, un’empatia, un coinvolgimento, una perfezione assoluta, in certi racconti, che non posso proprio comprendere le ragioni delle critiche.
Dubus non ha mai avuto paura delle domande, Dubus non ha mai avuto paura delle risposte.
Le ha sempre cercate, per quanto esse siano state nascoste.
Perché l’uomo le nasconde, le mette nel cassetto più nascosto e polveroso della propria casa e della propria vita, per evitare di incontrarle, di averci a che fare. Dubus le trova, te le mette davanti, ma lo fa evitando crudeltà e giudizi, lo fa con amore. L’amore che provava nel leggere e nello scrivere, un amore infinito, che ha battuto la sua sofferenza.
Un essere umano nel vero senso della parola, un grandissimo scrittore ma soprattutto un bellissimo essere umano.

Musica: Sometimes we cry, Van Morrison

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

2 pensieri su “I tempi non sono mai così cattivi, di Andre Dubus

  1. Carlo ha detto:

    Grazie…:-)…voglio bene a questo scrittore, anche se non ho mai potuto incontrarlo e conoscerlo, ma è uno di quelli che sento più vicini, affini, come fosse un vecchio amico. Le cose strane, e belle, che accadono quando leggi.. 🙂

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...