Undici solitudini, di Richard Yates

 

undici

 

Undici solitudini, undici sogni infranti.
“Se il mio lavoro ha un tema, sospetto che sia un tema molto semplice. Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia”. Firmato, Richard Yates.

Undici fotografie, undici scatti col flash, che vanno a mettere a nudo, in piena luce, il momento in cui undici vite hanno un sussulto, che sia di orgoglio, di ambizione, di vanità, o di violenza, non importa.
Conta coglierlo, questo attimo. Senza sconti, senza pietà, quasi. Duro, diretto, spietato, molto onesto.
Conta cogliere il momento in cui il sogno emerge e dopo un attimo si infrange, conta cogliere l’attimo in cui il protagonista viene illuminato dalla convinzione di essere un fallito, un mediocre, e quel sussulto si placa, e si torna immersi nelle proprie vite senza ambizione.
Yates ti lascia barcollante, interdetto, senza punti di ancoraggio. Non sai bene cosa pensare, resti con la sensazione che in mezzo a tutti quei difetti dei suoi protagonisti si nascondano anche i tuoi.
E allora resti a pensarci, e, se ne hai coraggio, ad affrontarli.
I finali sono comunque tutti aperti, siamo noi a decidere che cosa fare dei protagonisti.
Probabilmente un invito a fare lo stesso delle nostre vite, uno spiraglio aperto, un piccolissimo pertugio.

“E dove sono le finestre? Da dove entra la luce?
Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come puo’, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.”

Yates non ha trovato la sua luce. Ha combattuto contro una vita che gli ha dato addosso da subito. Ha combattuto fumando, bevendo e scrivendo. In tutti questi racconti c’è lui, lui che è malato, lui con un matrimonio fallito, lui con la sua bottiglia, lui con le sue sigarette, lui coi suoi lavori malpagati, lui con i suoi sogni, con la sua macchina da scrivere, con tanti fogli di carta stracciati e gettati nel cestino.
Ma senza mai mettersi a piangere, senza mai guardare indietro.

Dalla prefazione di Paolo Cognetti:
Come lettore io ho un nuovo libro nello scaffale dei grandi racconti americani, tra quelli di Salinger e quelli di Cheever, che nel mio cuore gli sono fratelli. Come scrittore ho scoperto un maestro, e vorrei tanto essere tra gli allievi che lo incontrarono, celebri o sconosciuti o per sempre aspiranti, alle cui prove Yates applicava l’onestà e il rigore che riservava alle proprie, e di cui parlava così:

“E dannazione, vorrei che fossero tutti qui adesso, in carne e ossa, così potremmo sederci e bere e litigare e affrontare gli argomenti più selvaggi e violenti della narrativa, e finire a cantare canzoni e raccontare barzellette e fare gli scemi: e poi, quando tutti se ne andranno a casa per riprendersi dalla sbronza e rimettersi al lavoro, mi piacerebbe proprio stringergli la mano e augurargli buona fortuna. Perché la fortuna pura e semplice, dopotutto, è la cosa di cui uno scrittore ha più bisogno. Penso che questo sia il mestiere più duro e solitario al mondo, questa folle, ossessiva faccenda del cercare di essere un bravo scrittore. Nessuno di noi sa mai quanto tempo gli rimane, né come sarà in grado di usare questo tempo, e in ogni caso, anche se lo userà bene, il suo lavoro dovrà sempre affrontare la terribile, inesorabile indifferenza del tempo stesso.”

Gli voglio bene, come a Carver, come a Dubus, come a tutti coloro che hanno il coraggio di guardare nel buio.

Musica: Praying for time, George Michael

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