La forma minima della felicità, di Francesca Marzia Esposito

 

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Una storia di un’infinita crisi di panico, agorafobia, claustrofobia, allergia al mondo, alla vita, al dolore, insofferenza e indifferenza.
Luce è così, con un nome che è l’antitesi della sua realtà.
Lei ama il buio, lei vive al di dietro delle tapparella, la vita non la vive, la spia, la guarda di nascosto.
Conta i passi che fa per uscire di casa, segna le impronte che lascia per poi calpestarle a ritroso, rientrando il più presto possibile.
L’aria le è nemica, la soffoca. Il tempo non esiste, il giorno si mescola con la notte, due minuti possono equivalere a due giorni.
L’amore è un pallido ricordo, il lavoro è perduto, il destino avverso.
Luce sceglie di mantenersi in vita, e di confonderlo col vivere davvero.
Unica voce che si concede di ascoltare, quella di un canale tv e di una televendita di bigiotteria, questo è il suo universo.
Le persone la soffocano, i consigli e le verità altrui la disturbano, le convenzioni ipocrite la allontanano dalla vita.
L’unico modo per abbandonare quest’apatia è quello di una convivenza forzata, arriva una bambina, Bambina con la maiuscola. Lei non le darà ordini né consigli. Lei le starà affianco, silenziosa. Il suo mutismo è un’altra reazione alla sofferenza che la vita infligge.
In questo dato comune le due si riconoscono, si accettano. Luce riesce a ritrovare il contatto col pianeta grazie a questo piccolo angelo custode, che, per converso, riceve da Luce il modo per tornare ad esprimersi.

«Bambina si era girata, ora formava una esse con il corpo. Mi misi all’altro capo del divano, la imitai incastrando le gambe nel vuoto delle sue. Aveva un respiro pesante, profondo. Il mio era leggero, superficiale. Pesante contro leggero. Profondo contro superficiale. Gonfiava affondava sgonfiava. Lenta, ritmata. Prova anche tu, Luce, copiala, prova a fare come fanno gli altri, prova a fare come fa lei, lei fa bene, alla sua età sa già come si fa, tu no. Copia lei, le cose si imparano per imitazione”

Tanti silenzi, tanti sguardi, alti, bassi, di traverso, tanti gesti, piccoli e grandi, un flusso di pensieri ininterrotto, illogico, sgrammaticato, come solo può essere quello di qualcuno che soffre fisicamente e psichicamente. Qualcuno che si trova fermo nella palude in cui la vita può gettarti. Qualcuno che non riesce più a sostenerne il peso, non ce la faccio, mi fermo, mi chiudo, mi rannicchio, lasciatemi stare anzi venitemi a prendere, anzi no, fermatevi, voglio stare sola…
E non c’è una verità, una soluzione definitiva. Bisogna solo trovare il linguaggio giusto per andare avanti, sopportare, ma anche accettare di stare con gli altri.
In questo libro improvvisamente ti trovi davanti a frasi che possono essere tue, le riconosci, è magnetico, è strano, a volte sembra impossibile, eppure non ti fermi, perchè la tensione non cala mai. E sei lì che te le segni tutte.
Ho adorato questo stile. C’è sofferenza ma si sorride e si ride, anche. C’è una grande ironia.
Ho adorato la storia. Ed è stato difficile accettare che sia finita.

 

Musica: Don’t panic, Coldplay

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