Bartleby lo scrivano, di Herman Melville

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«I would prefer not to»
Preferirei di no.
Un assurdo racconto. Melville ci racconta qualcosa di inspiegabile, in apparenza.
Cosa sta dicendo? Cosa rappresenta un impiegato, un copista, che improvvisamente si rifiuta di lavorare? Negli Stati Uniti del tempo, e ancora fino ad oggi, rappresenta una rivolta senza pari, la rivoluzione. La guerra dichiarata al Sistema, che ha stabilito, scrivendolo sulla pietra, che il Lavoro è il metro del tuo successo, della tua intera vita. Se lavori, puoi proseguire, migliorare, elevarti, scalare la vetta fino alla cima. Non lavorare è il fallimento, ma non solo, è un’offesa alla tua Nazione, è un tradimento della Patria e dei suoi ideali, delle sue Leggi.
Qui infatti è un avvocato, quello che Melville chiama a rappresentare il buon senso, la ragione. E non è un caso. Ma la ragione, questo rappresentante delle “Istituzioni”, questo rappresentante del miglior modello di vita mai scelto dal pianeta, ammutolisce, sbigottisce, non è pronto a rispondere in modo coerente a questa offesa, a questo individuo che rifiuta di collaborare, di muoversi, che rifiuta quasi di respirare, che fissa un muro senza proferire parola, che non intende essere disturbato. D’istinto, noi che leggiamo siamo portati a dar torto a Bartleby. Non puoi rifiutarti, che cosa stai combinando, perché non lavori, perché non rispondi? Ma alla fine la disperazione si comprende. Alla fine la compassione e la comprensione arrivano.
Chi è più disperato di te, Bartleby? Chi è più disperato di chi non riesce a trovare comprensione, aiuto, ad una richiesta di non omologazione? Voglio non essere parte di questo ingranaggio mostruoso, preferirei di no, preferirei non essere qui, non fare questo lavoro, il copista, che tra l’altro esprime la massima alienazione, cosa c’è di meno espressivo che il copiare un testo? Non svolgiamo forse quasi tutti, o molti, lavori in cui ci annulliamo completamente, in cui stiamo solo a testa china e non esprimiamo potenziale creativo in alcun modo? Bartleby lavora come nessuno mai, prima. Poi decide che è ora di dire basta. Non lavoro, non rispondo, non mi muovo. Ma la disperazione è rappresentata dal fatto che non riesce ad andare via dal luogo in cui lavorava. È intrappolato. Non sa dove andare. Non lavora, ma resta nel luogo dove ha lavorato. Il mondo è così enorme, ma per lui non c’è spazio, nè di parola, nè di pensiero, nè di azione.

«So chi siete e non ho nulla da dirvi», questa la sua risposta tragica.
So di aver perso, non posso fare altro, inutile perdere tempo.

 

Musica: Hey you, Pink Floyd

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Se questo è un uomo, Primo Levi.

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(Non lo avevo mai commentato. Mai avuto il coraggio. Ma ho sbagliato. Mi sento in colpa verso questa persona, quest’uomo meraviglioso. E oggi scrivo, anche se tu non ci sei più, ma stai tranquillo, non ti dimenticherò mai.)
…………………………………….

Non ce la faremo mai. Mai riusciremo a comprendere che cosa abbia sofferto chi ha attraversato l’inferno di un campo di concentramento. Mai riusciremo a vedere davvero quello che certi occhi hanno visto. A sentire il dolore del fisico, il freddo, la fame. Soprattutto mai riusciremo a comprendere che cosa voglia dire essere privati di tutto quello che si possiede, vestiti, oggetti, dignità personale, diritto di esistere.
Ma se c’è qualcuno che ci ha fatto avvicinare per primo a questa vergogna dell’umanità, questo è Primo Levi.
Il numero 174.517.

“Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui che potrebbe portare al mondo insieme col segno impresso nella carne la mala novella di quanto ad Auschwitz è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo.”

Ho letto “Se questo è un uomo” due volte. E me ne sento colpevole. Va letto almeno una volta l’anno. Ogni volta che lo riapri, capisci e senti qualcosa di più e di diverso. Non è un libro, non è un romanzo. È la storia, la nostra storia. Ogni volta che ho pensato di commentarlo, mi sono subito detto lascia stare, non c’è bisogno di commentare, e dove le trovi, poi, le parole? Parole che poi ancora qualcuno non abbia già detto?
Eppure adesso lo faccio, perché mi sento come in colpa, in debito.
Questo non è un libro. Questo è un oggetto sacro, che dobbiamo passare, tramandarci, ce lo hanno consegnato i nostri nonni, i nostri genitori, e noi dovremo consegnarlo ai nostri figli, e ai figli dei figli. Primo Levi ha attraversato l’inferno, ne è uscito devastato, ma anche determinato a tramandare, a cercare di spiegare, disperatamente spiegare che cosa avessero passato gli uomini, le donne e i bambini come lui. Ha scritto questo libro in maniera febbrile, appena tornato da Auschwitz. Non ci ha pensato un secondo. Ci ha dedicato giorni e notti intere. Sembra di vederlo. La febbre di scrivere per non dimenticare nessun dettaglio. Fa male pensare che le case editrici più grandi gli abbiano rifiutato la pubblicazione, per tanto tempo. Fa male, personalmente, leggere ogni tanto un commento a questo libro che dice “non mi ha coinvolto, mi attendevo più partecipazione”. È una cosa terribile. Quanto avrà sofferto, Levi, per queste parole? Lui che fermava la gente per strada, lui che è andato in mille scuole d’Italia, raccontando, spiegando, riaprendo le sue ferite, tutto questo non solo per una terapia personale, ma per farci capire, ragionare, ed evitare che noi ripetessimo gli errori del passato, che non ci atrofizzassimo nell’indifferenza, che fossimo pronti a captare i segnali dell’alba un nuovo orrore?
Ha raccontato tutto con semplicità. La banalità del Male. Perché è così che è andata,ed è così che il Male si ripete e potrebbe ripetersi. Infilandosi tra gli uomini con semplicità. Approfittando dell’indifferenza, della sottovalutazione. Primo Levi era terrorizzato dal fatto che se avesse raccontato tutto esprimendo solo sofferenza ed orrore la gente non gli avrebbe dato credito. E “la gente” poi non voleva sentire qualcuno che raccontava orrore, e, peggio, che in qualche modo gli facesse sentire un senso di colpa atavico. La gente a volte ti fa sentire in colpa per essere sopravvissuto. E allora lui scelse il tono mite, da chimico qual era ha voluto parlare in modo scientifico, dettagliato, misurato. Voleva essere credibile. Voleva essere creduto. Non lo sentite, il tono? Non riuscite a capire quante lacrime trattenute, la richiesta di aiuto, il grido che urla credetemi, ma non solo per me e per chi è morto, ma soprattutto credetemi per voi stessi, vi sto aiutando e non mi capite??

«per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo»

La disperazione per il non riuscire a trovare i vocaboli, la lingua adatta a descrivere quello che ha visto e patito. La disperazione del sogno notturno ricorrente, il sogno che quasi tutti i prigionieri facevano, il trovarsi a casa con i propri cari, raccontargli tutto quello che accadeva nel campo di concentramento, la fame, la sete, il freddo, le percosse, e nel sogno vedere i tuoi cari che restano indifferenti, si alzano e se ne vanno.
Eppure, nonostante fosse un chimico, nonostante non avesse mai scritto un libro, ha creato qualcosa di indimenticabile, riuscendo a mescolare Omero, Dante, e chissà quanto altro, creando spesso pura poesia. Un capolavoro vero, indimenticabile. Che dimostra quanto solo il conservare un ricordo umano di se stessi possa salvarci.

No, non potremo mai capire.

Ma abbiamo il dovere di leggere, e di tramandare. Glielo dobbiamo. Ascoltiamo. Non è per un caso, che apra il libro con una poesia, (Shemà, «Ascolta»).
«Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no»

Un uomo, un bambino, un donna, che muoiono per essere scesi dal lato sbagliato di un vagone. La roulette russa dell’indifferenza del Male. Si può? Come abbiamo fatto? E come ancora oggi possiamo rifarlo, Dio mio?

Ci ha chiesto, con rabbia, di restare attenti, di non chiudere mai gli occhi.
Facciamolo. Non un giorno all’anno, facciamolo sempre.

No, non chiudo con una musica. Ho parlato anche troppo, è ora di pensare, in silenzio.

Invito a cena, di Joshua Ferris

 

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Le relazioni, le unioni, i matrimoni in crisi, i rapporti conflittuali tra uomini e donne. Questi undici racconti hanno questi fili conduttori. Joshua Ferris è bravo, siamo sempre al solito discorso, quando si parla di racconti lo scrittore deve essere bravissimo a tirar dentro il lettore subito, con un bello spintone e via, si parte velocissimi su questo otto volante, poi giunti al culmine, stop,si passa al racconto successivo. Un romanzo ti concede tempo, un racconto no, devi stare lì a leggere senza mai concederti una piccola pausa di distrazione.
Qui c’è una raccolta tragicomica di nevrosi, incapacità di vivere e soprattutto di rapportarsi con l’altro sesso, con il proprio partner, le ossessioni, le incomprensioni, le ansie, le nevrosi, le insicurezze che minano tutti, soprattutto sotto attacco qui c’è il genere maschile, descritto come terribile, orribile,inadatto, sbagliato, stupido, impaurito di perdere il proprio matrimonio, di essere abbandonato. E forse è proprio così, il maschio, in generale. Tutto questo condito da una visione ironica e comica che pareggia la tragicità degli argomenti. È impresa improba, relazionarsi. Ma basterebbe essere più leggeri, magari basta la brezza del racconto omonimo, per riuscire a vivere meglio il proprio rapporto con l’altro. Non deve esser certo una bella vita, quando si pensa che l’unica possibilità per sentirsi felici è quando si prova solo “qualcosa che somigli al sollievo dal dolore”.
Coraggio.

 

Musica : Honesty, Editors

Nelle terre di nessuno, di Chris Offutt

 

 

Screenshot_2018-01-18-15-44-39Altro che “Benedizione” o “Canto della pianura”, qui si canta poco, qui non siamo nella contemplazione bucolica della natura, qui abbiamo l’uomo e la Natura in convivenza guerreggiante, ogni componente rispetta l’altra, ma qui ci sono sangue, feriti e morti ovunque, nelle opposte fazioni. Nove racconti spietati.
L’uomo va a caccia, coltelli, pistole, fucili. La violenza è cruda, ma non “cattiva”, è connaturata all’ambiente. L’uomo è solo, la comunità è rarefatta e non compatta, la solitudine pervade chiunque, e chiunque, dai bambini agli anziani, sa cosa deve fare e la fa, nonostante l’esperienza vanno tutti incontro al loro destino senza voltarsi indietro. Affrontano e sopportano, spesso vanno dritti verso la morte pur sapendo con certezza che arriverà. Ma non se ne vanno, il Kentucky sperduto è la loro vita e sarà la loro morte, altre soluzioni non ne vedono. È uno Stato senza Stato, ai confini del pianeta, la legge resta ai margini, esiste solo una specie di legge della foresta a cui tutti hanno aderito senza bisogno di carte bollate. Una legge spietata, ma che tutti ritengono giusta, e qui un uomo se la deve giocare alla pari con un orso o con un puma, la lotta è terrificante ma onesta, senza recriminazioni. È la Natura che comanda, l’uomo deve solo adattarsi, conoscere gli animali, fiutare, non perdersi mai, riconoscere i sentieri, altrimenti è morto, e senza urlare al destino avverso, non serve, sapevi già a che gioco stavi giocando, piangere non serve, così come parlare, la vita è fatta di sguardi e di azioni. La scuola è fatta dai boschi, dalla neve, dagli animali, non ci sono banchi nè maestri, solo montanari, ignoranti, ubriachi, se sai scrivere ti guardano male, è molto meglio ricordarsi a che ora tramonta il sole, se ti trovi in mezzo a un bosco nella tormenta.
Qui non siamo a New York, non ci sono vetrine, uffici, villette a schiera, qui c’è l’America vera, sconfinata, desolata, isolata.
Si lotta per andare avanti e sopravvivere, si guarda al futuro ma senza una vera speranza di cambiamento radicale, il tempo è un movimento ciclico di stagioni.

“Il tempo è come un mucchio di sterpi. In autunno li bruci, e la sola cosa che ti ricordi sono le braci ardenti. Dovunque guardi, vedo solo mucchietti di cenere.”

Spaventosa la descrizione di un mondo freddissimo, cupo, comunità che si guardano in cagnesco, famiglie slegate, con una scrittura ridotta all’osso dura, sincera, spietata. Ma che alla fine offre un piccolo varco di speranza a tutti, qui ci si picchia, ci si insulta, ci si ubriaca, si denigrano i diversi, ma poi si corre in aiuto di chi ha bisogno, e ognuno tenta di fare qualcosa che lo riscatti, che sia tentare di passare un test scolastico o che sia seppellire un cane o riportare un figlio maciullato a casa, o che sia, soprattutto, l’affetto verso il posto in cui si vive.

 

Musica: Wabash Cannonball, Boxcar Willie

Lettera d’amore allo Yeti, di Enrico Macioci

 

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Intanto di questo libro mi ha subito colpito la copertina.
Questi colori accesi, un tramonto, un padre e un figlio che si tengono per mano.
Mi ha fatto subito pensare a La strada di McCarthy. E dunque istintivamente sono stato subito attirato.
Apro, e si parte con un lutto.
Poi parte la storia. Una lunga storia. I personaggi vengono delineati in modo nitido, preciso, direi perfetto, uno alla volta, un mosaico che si compone piano piano. L’inizio è duro, ma contiene un percorso razionale.
Le cose sono ben delineate, un padre e un figlio, un dolore da elaborare, la vita che lentamente riparte.
Poi arriva la storia. Una storia che parla di realtà che si mescola alla fantasia. Il reale e il soprannaturale. Riccardo che viene assillato dagli incubi a cui non sa dare una spiegazione. Suo figlio che diventa più silenzioso, sembra aver ben assorbito il duro colpo che la vita gli ha inferto alla sua tenera età, invece sta solo accumulando, in attesa di un’esplosione che lo liberi, in attesa di una spiegazione a questo dolore.
Colmare i vuoti, questa è la vita, spesso. La vita di Riccardo e Nicola ha un buco enorme e loro due tentano di riempirlo in ogni modo, tenendosi stretti per mano. Camminano, come il padre e il figlio descritti da McCarthy, senza conoscere la meta, guidati da un istinto naturale di conservazione, anche col senso di colpa di essere vivi, ognuno col suo zaino sulle spalle, che contiene trauma e lutto.

La razionalità di un adulto si scontra col mondo fantastico e fantasioso di un bambino, la mediazione è cosa da alto diplomatico, ma nessuno ha studiato come tale. La paura di sbagliare vive dentro Riccardo, vive dentro ogni genitore. E non c’è il manuale d’istruzioni.

“Volevo che Nic cominciasse a distinguere tra fantasia e realtà, lasciando un po’ meno spazio alla prima e un po’ più alla seconda. Andava per i sei anni e presto sarebbe rimasto incastrato nella società, nel suo potere di appiattimento e nella sua mancanza d’immaginazione. Avrebbe dovuto adeguarsi, come ci adeguiamo tutti…Nicola doveva crescere, per la miseria. Era magnifico che possedesse una mente vivace ma doveva crescere e… inaridirsi.”

La vita non finisce di causare sofferenza, però. Le prove da affrontare sono ancora tante, il Male non ti molla.
Il romanzo parte in un modo e via via si trasforma, e non sai come e quanto, non sai dargli una collocazione, e penso che l’intento dell’autore fosse proprio questo. Diventa giallo, horror, subentra il metafisico.
Di fronte al Male Macioci offre una risposta che è una non risposta, non è nemmeno la presenza di Dio o di un Paradiso, non è una risposta cattolica, è la presenza di un Altro, al Male bisogna negare gli argomenti che ti mette di fronte e nello stesso tempo dargli una sua collocazione nella tavola della Vita, insieme al Bene.
Qualcosa con cui dobbiamo fare i conti. La nostra caduta, mentre come Petit attraversiamo il filo a centinaia di metri di altezza, è già prevista, ma il filo lo affrontiamo lo stesso.
Macioci scrive benissimo,usa metafore continue, si sente la sua cultura letteraria, e le citazioni di Stevenson e Collodi, come di Melville, non sono un orpello, fanno struttura portante. L’avventura, la doppiezza che esiste in ogni essere umano, il genitore che tenta di guidare il figlio da solo, il cammino di crescita verso l’età adulta, la magia, il mistero, i mostri da combattere, tutto questo è colonna del romanzo e tutto questo ci incolla al libro, e ci tiene avvinti fino alla fine.

 

Musica: Stand by me, Ben E. King

Il salto, di Sarah Manguso

 

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Non ci sono molte parole adatte, per questo libro.
Che è elegia di un amico scomparso, che è diario, che è descrizione della morte, che è flusso di coscienza, elaborazione del dolore, del lutto. Ma è anche, e forse soprattutto, un tributo all’amicizia.
È molto potente, la descrizione del legame tra due persone. Lo senti sulla tua pelle.
Molto potente la scrittura, durissima, diretta, ma non gelida e non fredda.
Mi ha ricordato Annie Ernaux, per la brevità dei paragrafi e per la sincerità fino all’osso, mi ha ricordato la Offill.
Ti travolge la passione con cui viene descritto il rapporto simbiotico tra Sarah ed Harris.
La lama di dolore che passa attraverso chi sopravvive alla morte di un amico che ha scelto di andarsene senza salutare, senza spiegare.
Questo libro è una ricerca continua di spiegazione, è un racconto chirurgico, perché analizza un’amicizia dai suoi albori, la seziona, la spiega, la motiva, la rende viva anche dopo la morte.
Sarah non riesce a darsi pace per tanto tempo, per tanti anni.
Cerca colpevoli. E tra i colpevoli inserisce anche se stessa. Avrei potuto intuire, avrei potuto capire, avrei potuto fare qualcos’altro, se lo avessi sposato oggi lui sarebbe qui, vivo.
I pensieri di Sarah descrivono una persona psicotica, e descrivono se stessa, il proprio viaggio tra i farmaci antipsicotici. E noi che leggiamo ci sentiamo fortunati. Ci sentiamo diversi, a noi non è accaduto, a noi non accadrà, noi siamo più forti. Eppure tanti pensieri di Sarah li facciamo nostri. La paura della vita l’abbiamo provata anche noi. Abbiamo anche noi pensato a cosa faremmo se un nostro caro, se i nostri amori morissero, ci siamo tutti chiesti se siamo pronti al Dolore. Siamo tutti acrobati inconsapevoli, tutti camminiamo giornalmente su un filo cercando di fare più strada possibile. Ma siamo esposti al minimo volere del Caso, del Destino, che con un colpo di vento può farci cadere. E può far cadere improvvisamente chi camminava da sempre al nostro fianco. Le persone che noi abbiamo dato per scontato che ci sarebbero sempre state, che ci hanno offerto aiuto, con cui ci siamo sempre sentiti a casa, riparati quando nel mondo tutto crollava, un elemento fisso, immutabile, come il Sole, come l’Oceano. E invece ecco che Harris salta contro un treno in corsa, e il Sole si spegne. E si fanno i conti con i ricordi, con gli oggetti quotidiani che abbiamo condiviso, gli episodi, le conoscenze comuni. Ricordi indelebili, la frustrazione, la rabbia, il girare a vuoto impotenti alla caccia di un perché.
Per poi capire che si va avanti.
Che bisogna farlo, il salto.
Che i salti sono due, di chi decide di mollare e di chi decide di andare avanti, anche con una ferita aperta sul cuore.

“Quello che ho imparato dalla morte di Harris è che sono in grado di sopravvivergli.”

“L’amore rimane. Non c’è altro conforto”.

 

Musica: Fire and rain, James Taylor

Un complicato atto d’amore, di Miriam Toews

 

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Chissà quante e quanti adolescenti si saranno ritrovati in questa storia, in Nomi e i suoi sedici anni così complicati.
Perchè è vero che siamo in questa fantomatica East Village americana, ed è vero che la Toews ha realmente fatto parte di una comunità mennonita patriarcale fino al midollo, ma la claustrofobia di vita non appartiene solo a sette o comunità religiose, fa parte del mondo intero, perché la libertà vera non esiste, la società opprime ovunque e ovunque taglia gli spazi liberi e vitali. Ovunque la società e la famiglia soffocano e reprimono.
E allora occorre una ribellione sana.
Occorre tentare di essere vivi, di vivere, di andare al di là dei confini tracciati dagli altri, anche solo camminarci sopra, al confine, può bastare. Vivere con il senso di colpa e il senso dell’eterno peccato non è roba semplice nè augurabile. Così come scegliere di sopravvivere, soprattutto, al posto del vivere davvero.
Nomi le prova tutte. Nomi è confusa, tra tre modelli di vita, quello della madre, del padre e della sorella maggiore. Nomi si fa le canne, beve, ascolta musica di continuo, balla, si rasa a zero, prepara giornate e pietanze per ordine alfabetico, bada ad un padre stralunato e triste ma dolce, fallisce, tenta, riprova e fallisce con i suoi primi approcci all’amore, contravviene alle regole che la soffocano, prova più che altro ad essere normale, che è la vera impresa.
Salta sui tappeti elastici per sentirsi più vicina al cielo che a questa terra opprimente.
Si abbandona continuamente ai sogni, costruisce l’addio facendo le prove generali salutando tutti quelli che conosce. Perché questo romanzo contiene sì una tristezza indicibile, ma nel suo cuore possiede una speranza che non muore mai, nonostante sia pieno di gente che dalla vita fugge via. Perché vivere è davvero un atto d’amore complicato, e spesso lo si compie per far felici gli altri, perché l’amore è questo, anche.
La Toews è l’esempio, quello che scrive lo scrive sulla sua pelle, ha perso padre e sorella per suicidio, ma proprio la sua famiglia le ha insegnato a vivere e ad amare, e a guardare più in là, e più in alto, a cercare la propria via di libertà, a cercare la vita, sempre. È un invito a chi oggi è giovanissimo a cercare la propria via, anche a costo di ferite e cazzotti.

“L’amore è tutto. È davvero la cosa più grande. E sono convinta che noi usiamo tutto quello che è in nostro potere, tutto quello che è alla nostra portata, per tenere vivo l’amore che abbiamo provato”

 

Musica: Crying, Roy Orbison

Tutto è possibile, di Elizabeth Strout

 

tuttoQuanta sapienza, quanta delicatezza, quanta grazia possiede questa scrittrice nel descrivere così in profondità l’animo umano.
Lo fa in maniera così visivamente potente che ti senti imbarazzato, nell’assistere al dolore dei suoi personaggi, al momento in cui il dolore li assale e li piega.
Quanta sapienza nel descrivere la vita di una piccola comunità, dove tutti pensano di conoscere l’amico, il vicino, il familiare, e da questo presunto sapere fanno nascere diffidenze, rancori, pregiudizi. E invece no. Nessuno conosce l’altro, e nessuno vuol farsi conoscere.

“come si fa a dire? Non si sa mai niente, e chi pensa invece di saperne qualcosa, beh, è gente candidata a sorprese belle grosse.”

Soprattutto i fallimenti, pesano. Pesano nell’infanzia e te li trascini per tutta la vita. Tutta questa piccola umanità che vive sotto un cielo sterminato, in mezzo a campi di mais senza fine, schiacciata da questa Terra troppo vasta. Ma la Strout, come sempre, non condanna, non giudica.
La Strout abbraccia, accarezza questa umanità che lei stessa crea.
La Strout concede a tutti il proprio momento di grazia, di luce, di liberazione. Il riscatto, la possibilità di lasciarsi tutto alle spalle, anche se niente viene dimenticato. Il coraggio di rivivere, di ripartire. Perché siamo tutti fatti di passato e di presente, di dolori e di sofferenze, di fallimenti e di momenti tragici, così come di passioni e tenerezze, e tutti possiamo dare un senso a questo.
E quando arriva il momento in cui gli uomini e le donne si sentono illuminati dal raggio di sole dell’empatia, ecco il vero riscatto consapevole, ecco la vera umanità, il momento per cui valeva la pena vivere:

“E per un istante Annie rifletté su questo: che suo fratello e sua sorella, brave persone, serie, perbene, equilibrate, non avevano mai conosciuto la passione che porta un uomo a rischiare tutto quello che ha, a mettere a repentaglio ciò che gli è più caro, semplicemente per essere vicino al bagliore accecante del sole che per quell’istante sembra capace di lasciarsi la terra alle spalle.”

E arriva il momento in cui capisci che davvero tutto è possibile, in questa nostra esistenza.

L’apparenza di questa scrittura è la semplicità, invece è di una profondità senza pari.
Niente è banale, tutto è accurato, la sua capacità di trascinarti in quelle case, di fronte e di fianco a quelle persone, è davvero ineguagliabile. Il 2018 è appena iniziato, ma so già che questa sarà una delle letture più belle dell’anno.

 

Musica: All things must pass, George Harrison

La sposa, di Mauro Covacich

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17 istantanee sulla nostra vita.
Reale e surreale, realtà e fantasia e autobiografia mescolati.
E spesso Covacich ti porta a domandarti se sia più reale la realtà, rispetto alla fantasia.
Molti temi, il primo forse sono i figli. Le differenze tra l’essere genitori e la scelta di non esserlo mai. E quante volte abbiamo accusato la seconda scelta come egoista, quando invece, magari, spesso è la prima, ad esserlo di più.
17 racconti che possono sembrare scollegati tra di loro, ma non è affatto così, esiste un filo conduttore che lega tutte queste storie di vita vera e di vita immaginata, e alla fine, infatti, ne viene fuori più un romanzo che una raccolta di racconti.
Molto bravo, Covacich, nel descrivere situazioni al limite o ben oltre il limite del consentito o del reale, molto bravo però anche a tirar fuori riflessioni inedite, originali, da situazioni quasi banali o di pura cronaca.
Non ha paura di sbatterci in faccia la nostra crudeltà, la nostra pochezza.
E di farci riflettere sul fatto che siamo fatti di tante facce, alcune non ci piacciono per niente, ma siamo fatti anche di queste.
Ti costringe a pensare. È un pregio grande, per me, questo.
Sa essere durissimo, crudo, ma anche delicatissimo, e il racconto La sposa, che apre il libro, la vicenda di Pippa Bacca, è un esempio assoluto di questa capacità.
Ho pensato diverse volte a Carver, mentre leggevo, confesso.
Bravo.

Musica: Ecco, Niccolò Fabi
https://www.youtube.com/watch?v=7G4ZwqylzyU

Pedro Pàramo, di Juan Rulfo

 

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Questo libro è un Dubbio, questo libro è un sogno, questo libro è un mormorio, un sussurro, è un silenzio, è un rumore.
Parti alla ricerca di qualcosa e trovi tutt’altro.
Trovi la morte, trovi la vita, non sai più cosa succede, non sai più quale sia la realtà.
Comala è un paese distrutto, un paese irreale, fatto di echi, di fantasmi reali.

“Questo paese è pieno di echi. Io non mi spavento più. Sento l’ululare dei cani e lascio che ululino. E nelle giornate d’aria si vede il vento che trascina foglie d’alberi, mentre qui, come vedi, non ci sono alberi. E il peggio di tutto è quando senti chiacchierare la gente, come se le voci uscissero da qualche fenditura, e, senza dubbio, così chiare che le riconosci. Così non ti devi spaventare se senti echi più recenti, Juan Preciado”.

E’ un’enorme messa in scena teatrale, i personaggi appaiono per lasciare subito il posto ad altri, ognuno ti fornisce la sua versione, Juan Preciado, partito alla ricerca di un uomo, di suo padre, si ritrova in un continuo dormiveglia, e al suo fianco si alternano persone sempre diverse, e la storia che raccontano sarà diversa, slegata, così come Pedro Pàramo apparirà in vesti diverse, un uomo che è un “rancore vivente”, un mentitore, uno stupratore, un omicida, un uomo che trascina con sè all’inferno le sorti di tutto il paese, un uomo che ha tutto ma che tutto perde, un padre, un figlio e poi l’amore della vita, folgorato dalla follia.
“C’era una luna grande in mezzo al mondo. I miei occhi si perdevano nel guardarti. I raggi della luna ti solcavano il volto. Non mi stancavo di guardare quell’apparizione che eri tu. Dolce, solcata di luna; la bocca tappezzata, intrisa, inondata di stelle; il tuo corpo velato dall’acquerugiola della notte. Susanna, Susanna San Juan”

Questo libro è un inferno di anime in pena, sofferenza, violenza, caldo allucinante asfittico, sogni dolorosi, memoria del dolore. Un paese di dannati, che cercano una pace e un perdono che non arriva.
Comala, alle bocche dell’Inferno. Comala, un posto dove le stelle cadono sempre, dove la luna è sfigurata, dove ci sono migliaia di uccelli diversi, un cielo che non riesci mai a fotografare.
Juan Rulfo si è divertito a spiazzare, a cambiare fondali, a riproporli da angolazioni diverse, ad accelerare e frenare, a passare dal presente al passato e al futuro in un attimo.
Un libro fatto completamente di visioni, alcune delle quali fortissime, che ti lasciano senza fiato.
Se avete voglia di perdervi in un labirinto, così come ci si perse Garcia Marquez, allora questo libro farà al caso vostro, altrimenti scappate via lontani.
(«L’ho fatto difficile con questa intenzione, perché debba essere letto almeno tre volte», Juan Rulfo)

Io non ci ho capito quasi un accidenti, e se lo rileggessi altre due volte sarebbe lo stesso, ma sono rimasto affascinato 

 

Dead Man Theme, Neil Young