L’Avversario, di Emmanuel Carrère (Adelphi, 2013, pp.169)

 

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La storia è vera.
Ed è terribile cronaca.
Carrère ne è rimasto ossessionato, e da ciò che scrive si percepisce bene.
Si sente benissimo la sua domanda, “perché?”
L’angoscia di non capire, nonostante tutti gli sforzi per riuscire a farlo.
Di fronte ad un atto efferato, avremmo sempre bisogno di risposte certe, perché ci darebbero pace.
L’ansia assoluta di capire che cosa muova il Mostro.
Senza ergersi a giudice, Carrère ci prova. Fino ad arrivare al contatto quasi fisico con quest’uomo che rappresenta il Diavolo in Terra, faccia a faccia con la Bugia.
Il piano inclinato di bugie che trascina nel baratro. Un uomo che racconta menzogne, prima di tutti a se stesso, e non riesce più ad uscirne, per vigliaccheria, per paura di deludere, per frustrazione, per senso di inferiorità, per calcolo, per malvagità.
Ci sono tante risposte possibili, ma nessuna certa.
E questo porterà Carrère a sentirsi pienamente diviso, e confuso.
Non c’è nulla di peggio della Bugia, nemmeno la malvagità più orribile.

“Ricalcando i suoi passi provavo pietà, una straziante simpatia per quell’uomo che aveva errato senza meta, anno dopo anno, chiuso nel suo assurdo segreto, un segreto che non poteva confidare a nessuno e che nessuno doveva conoscere, pena la morte. Poi pensavo ai bambini, alle fotografie dei loro corpi scattate all’Istituto di medicina legale: orrore allo stato puro, un orrore tale da costringerti a chiudere gli occhi, a scuotere il capo la realtà.”

Non è un romanzo, è una specie di analisi scientifica sul comportamento umano. Ma la sofferenza si avverte, netta. La sofferenza di chi cerca una spiegazione, di chi prova ad infilarsi nel buio più nero della mente umana, ma io ci ho visto la paura di farlo fino in fondo, Carrère si tiene a distanza di sicurezza per non affondare nel gorgo. Lascia che siamo noi lettori, ad esporci e a gettare lo sguardo nell’abisso.
Ho percepito la grandissima difficoltà dell’autore nella descrizione del Male, di questo Male che è il peggiore, perché non ha motivazioni. Per riuscirci, si è comunque dovuto sporcare un po’ le mani, andando a trovare il Male stesso, conoscendolo di persona.
Questo libro è la narrazione di una fatica immane, la fatica di raccontare la Malvagità e di doverla accettare come inspiegabile, ma comunque di doverla accettare.
E accettare praticamente la tesi che non ci si possa davvero fidare di nessuno, nella vita, nemmeno di noi stessi, accettare il fatto che ci sono porte, nel prossimo, che nessuno può aprire, che nessuno conosce.
Accettare che il confine tra normalità e abisso sia una striscia di terreno molto sottile.
È molto difficile accettare di leggere qualcosa di mostruoso e temere, anche solo per un attimo, di vedercisi riflessi.

“Eppure non sono mai riuscito a parlare… E quando rimani incastrato in questo ingranaggio, per non deludere, la prima bugia chiama la seconda, e poi vai avanti tutta la vita.”

Musica: The Dark Side of the Moon, Pink Floyd

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