Cavalli selvaggi, di Cormac McCarthy

 

cavalli selvaggi

 

Un romanzo in cui tutta la potenza della scrittura di McCarthy si sprigiona al massimo.
Un western atipico, al di fuori degli schemi e del Tempo che in teoria gli appartiene.
1949, Stati Uniti dell’immediato dopoguerra, America che cerca di ripartire, un futuro che parte e un passato che è ancora presente ma che sta morendo, i cowboys stanno scomparendo.

«In quella falsa alba blu le Pleiadi sembravano levarsi nell’oscurità sopra il mondo trascinando con sé tutte le stelle, mentre il gran diamante di Orione, Capella e il marchio di Cassiopea sembravano una rete da pesca gettata nel buio fosforescente. Rimase là a lungo ad ascoltare il respiro degli altri che dormivano e a contemplare la natura selvaggia fuori e dentro di se.»

La forza di McCarthy è quella di trascinarti letteralmente nei paesaggi e nelle ambientazioni che descrive. Ti ritrovi non solo nei luoghi, nei deserti, a cavallo, intriso di sudore, ma ti ritrovi anche a pensare come i protagonisti che lui descrive. Un realismo impressionante, dialoghi ridotti all’essenziale, come sempre, ma proprio per questo micidiali, importanti, ricchissimi. Non ci sono visioni ottimistiche, non ci sono spiegazioni valide, non c’è giustificazione alla cattiveria, all’odio, alla violenza. Esistono e basta. Come esiste questa Natura che domina tutto e tutti, questi spazi americani sconfinati, in cui l’Uomo diventa ancora più piccolo di quello che è. La cupezza è il marchio di fabbrica di McCarthy, così come il contrasto potentissimo tra il mondo senza umanità e la voglia assoluta di non arrendersi di fronte ad esso, di trovare un senso, una strada per sopravvivere e vivere, per ricostruire vite che sembrano insensate e perdute. Questo è un romanzo di formazione, ci sono ragazzi che partono a cavallo alla ricerca di quello che sentono giusto e che sentono di poter perdere, ragazzi che scopriranno, loro malgrado, di quanta sofferenza è lastricato il percorso di una vita, scopriranno quanto è duro lavorare per vivere e quanto sia difficile affrontare la Morte e anche affrontare l’Amore. Scopriranno quanto è facile sentirsi inadeguati, smarriti, colpevoli, ma nello stesso tempo che il viaggio è quello che conta, non conta la fine ma conta il viaggio. Ne escono piegati, cambiati, ma non distrutti e sconfitti.

“Pensò che la bellezza del mondo nascondeva un segreto, che il cuore del mondo batteva a un prezzo terribile, che la sofferenza e la bellezza del mondo crescevano di pari passo, ma in direzioni opposte, e che forse quella forbice vertiginosa esigeva il sangue di molta gente per la grazia di un semplice fiore.”

Un romanzo che accelera nella sua progressione e tu acceleri con lui, sempre più trascinato verso l’epilogo finale, degno dei migliori western.
Incredibile la forza di questo scrittore, che lavora scalpellando le parole, sottraendo le parole, ma riuscendo ad essere un fantastico narratore. Quando leggi, ti trovi nello stesso tempo in un romanzo e in una pellicola cinematografica. È una cosa incredibile. Nessuno come lui.

Musica: Bird On The Wire, Leonard Cohen

 

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