Carne viva, di Merritt Tierce

 

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Marie, 20 anni, ha una figlia e fa la cameriera.
Non ho mai letto un libro in cui si descrivesse il mondo lavorativo dei ristoranti. Il modo in cui i camerieri si muovono in un locale. I passi, i gesti, le frasi che sanno di dover dire, una specie di spettacolo teatrale in cui tutti sanno quello che devono fare e le battute che devono pronunciare, l’aspetto che devono mostrare al pubblico, e quanto sforzo questo richieda, e quanto cameratismo si venga a creare tra i lavoratori, che non riescono semplicemente a staccare e andarsene via ognuno per conto loro, finita la giornata e chiuso il ristorante. Quando sei costretto a recitare una parte così dura, ne paghi il prezzo, in qualche modo. E qui il prezzo è descritto senza sconti. Una ferocia enorme nel descrivere le proprie aspettative che vanno incontro allo sfascio totale.
Era partita con aspettative diverse, Marie. Alte. A scuola era un mezzo genio.
Ora è diventata carne viva. Ci fa sentire le sue ferite, quelle mentali e quelle reali, autoinflitte, le bruciature con cui disegna il suo corpo, il dolore enorme che si provoca per silenziare il dolore della sua sconfitta nella vita, quel sentirsi sempre inadeguata, mai al posto giusto, quell’ansia di voler fare tutto per bene e quella sensazione di essere un fallimento, come persona, come donna, come madre.
Non uso mai l’espressione “cazzotto nello stomaco” per descrivere quello che un romanzo ti può far provare, ma certo qui sarebbe il caso di usarla. Soprattutto pensando a come Marie descrive se stessa e la sua vita, con una freddezza e un distacco chirurgici. La descrizione impietosa di una cameriera che lavora benissimo ma che decide di autolesionarsi, autodistruggersi, di non amarsi. Che sceglie appositamente di gettarsi sul lavoro e farlo benissimo per evitare di pensare al resto. Il contrasto tra questa autodistruzione, questo non amare se stessa e l’amore invece che prova per sua figlia è una cosa che ti viene addosso come un pugno, appunto.
Il pensiero preoccupato, ansioso, il senso di colpa e l’amore con cui costantemente si rivolge a lei, un pensiero fisso, che non l’abbandona mai, poetico, anche mentre sta scopando con un uomo o mentre si sta drogando. E più ama sua figlia, più si autoinfligge dolore.

“Tu sei forte. Mio padre ti chiama Scarponcino, perché quando cadi non piangi mai. A quattro anni sai già leggere e ti chiedo di aiutarmi a imparare i vari tagli della mucca. Hai la esse blesa e continuo a ordinarti di dire scamone soltanto per il gusto di sentirtela pronunciare. Ma quando ti addormenti vado in bagno e pippo strisce di coca da sopra lo schema dei tagli di carne. Leggo spiegazioni sulla differenza fra Kobe e Wagyu e mi senti piena della bellezza del tuo piccolo essere. Solo a immaginarlo – tutto quello che sei – il copro mi freme e vibra come l’aria dentro una chitarra. Sto tremando dal freddo. Mi infilo a letto con te. Ti piace stare a casa mia perché ti faccio dormire nel letto con me. Sei tutta calda ma io non smetto di tremare. Provo un senso di beatitudine che mi manda al settimo cielo – ti adoro – poi un senso di orrido risentimento che mi trascina giù: sono un mucchio di merda che cade all’infinito in un pozzo buio, sono l’odio che ha scagliato via quella merda e la paura dentro la merda scagliata via. Basta che salti un punto nelle cuciture del cervello e alto e basso diventano la stessa cosa. Non mi accorgo di averlo detto ad alta voce finché non ti volti a guardarmi. Mamma, dici, che c’è? Ti leggo in faccia la più profonda empatia e la bocca ti si piega all’ingiù. Mi rendo conto che in questo momento della tua vita non sta succedendo nient’altro. Sei qui con tua madre che piange, e quindi piangi anche tu.”

Caldo e freddo gelido, l’amore e l’improvviso sentirsi precipitare in un pozzo buio, questa forbice è qualcosa che ti fa star male, ti tiene incollato alla lettura, anche se provi disgusto, o non riesci ad accettare alcune cose che stai leggendo. Nonostante questo, resti lì, e vuoi disperatamente capire, e guardare Marie dal buco della serratura, perchè l’impressione che hai spesso è questa, lei vuole che tu la guardi. E sono proprio le parti più brutali, quelle in cui hai la sensazione che il livello della scrittura si alzi. Siamo lì a sperare nel lieto fine, nella redenzione,nel cambio di passo verso la vita. Ma non arriverà. Questa scrittrice ha vissuto in parte ciò che ha descritto, e ha preferito un duro e crudo realismo ad una concessione di lieto fine che sarebbe risultata forzatissima. Questa è la realtà, sta a voi accettarla, sembra ci dica.
Francamente non credo che dimenticherò questo libro facilmente.

Musica: You learn, Alanis Morrisette

 

 

 

 

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3 pensieri su “Carne viva, di Merritt Tierce

    • Carlo ha detto:

      Soprattutto non ci si aspetta ancora che sia una donna ad affrontare in modo così diretto e crudo un tema come il sesso. Siamo ancora indietro, non ci sono dubbi. Il libro è in buona parte autobiografico e risulta credibile proprio per questo. Lei comunque è una gran persona, molto attiva sul sociale.

      Piace a 1 persona

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