Una rosa per Emily, di William Faulkner

 

21 una rosa per emily

Le donne protagoniste assolute.
La scrittura di Faulkner. Allucinata. Disperata. Folle. Vivida. Densa. Poetica fino all’inverosimile. Carica di vita, di miseria, di umanità, lacerante nella sua profondità di scavo dei personaggi.
Le storie di un Sud statunitense provato, sconfitto, gente rassegnata e colpita dalla vita, la caduta delle illusioni, lo spegnersi dei sogni.
I maschi, qui, senza scampo per alcuno, fanno una figura terribile. Sono solo personaggi senza cuore, senza dignità, gente che scappa alla prima occasione, che preferisce vagabondare piuttosto che tenere insieme la famiglia, tutti nel cono d’ombra di donne più forti di loro.

“La paternità lo toccava appena: come i maschi della sua specie, considerava l’inevitabile arrivo dei figli uno degli inconvenienti ineludibili del matrimonio, come il rischio di bagnarsi i piedi quando si va a pescare.”

Una solitudine, dall’una e dall’altra parte, che fa spavento.
Una scrittura che descrive l’uomo così com’è. Senza filtri. L’odio, il rancore, la rabbia, la frustrazione, l’amore, l’affetto. In queste tre storie di donne viene fuori la provincia americana in tutta la sua grettezza, il suo essere così meschina, puritana, la descrizione di un mondo misero, povero, dagli orizzonti chiusi, a difesa di un passato che non esiste più e con il bagliore di un futuro di cui non si intravedono contorni e speranze.
Tre donne diverse, ma nello stesso tempo simili. Tre donne incorniciate alle finestre. Zilphia, che guarda il mondo dalla sua finestra sbarrata, il suo vivere è scandito da una madre “con l’abilità di un uomo, la pertinacia di una parca, con la serena impenetrabilità di una vestale che esce da un tempio violato”. Zilphia, che osserva il suo amore dalla finestra, una felicità che non riesce a prendere mai come avrebbe desiderato, una felicità da guardare ma non toccare.
Emily, anche lei passa la sua vita chiusa in una casa, sotto strati di polvere che si aggiungono l’uno all’altro, a protezione di un segreto.
“Di tanto in tanto la vedevamo a una finestra del pianterreno – aveva evidentemente chiuso il piano superiore della casa -, simile al busto scolpito di un idolo in una nicchia, che ci guardava oppure non ci guardava, era impossibile dirlo. Così passò da una generazione all’altra, amabile, eneluttabile, impervia, tranquilla e perversa.” Tutto un paese ad osservarla, ad immaginarla, a volerla dirigere, condannando, stabilendo, giudicando, con un sacco strapieno di pregiudizi e di malelingue, e i pregiudizi, si sa, non capiscono, non sanno, non ci arrivano, specialmente se c’è un dolore, da comprendere.
Poi c’è Juliet, l’adolescente selvaggia. La ribellione, l’odio tra le generazioni. Un’amicizia a corpo nudo con un ragazzo, una cosa pulita, bella, piena di vita, senza i pensieri malati e malevoli degli adulti, un rapporto scandito solo dal passare e dal ripetersi delle stagioni. E di nuovo il sogno interrotto dalla meschinità puritana della famiglia, con una nonna in prima fila a bastonare, e a ricordarti che tutto va avanti, che i sogni finiscono, che la vita ti aspetta per farti soffrire.

“Finalmente anche lei piangeva apertamente, perchè tutto sembrava così effimero e insensato, così futile: che ogni sforzo, ogni impulso verso la conquista della felicità fosse ostacolato dal cieco caso.”

 

 

Musica: At last, Etta James

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