22.11.63, di Stephen King (Ed. Sperling & Kupfer, 2014, pp. 767)

king

Accidenti, è finito.
Il Maestro mi ha colpito ancora.
È un genio, non sono parole nuove, di nuovo non dirò nulla.
Tornare indietro nel tempo per cambiare il corso della nostra vita e di quella altrui, lo faremmo?
In questo romanzo c’è tutto, tutto. La fantascienza di un viaggio nel tempo, c’è passato, presente e futuro,
c’è la politica, c’è la violenza, il sangue, la vendetta, c’è l’amicizia, ma soprattutto c’è l’amore.
Una storia d’amore tra le più grandi, che travalica i tempi e gli spazi.
La vicenda di Kennedy e di Oswald è solo un pretesto o un corollario.
A King piace raccontare una storia. È uno dei più grandi “raccontastorie” del mondo. E gli piace raccontare il senso dell’umanità del mondo, gli piace raccontare degli uomini che sono pieni di difetti e di dubbi, ma che si lanciano con coraggio verso le loro paure, e in nome di un’idea o di un sogno le combattono a viso aperto, sia quel che sia, anche se il destino sembra segnato. Che si tratti di uomini, di ragazzi o di bambini, fa lo stesso.
È paradossale osservare come uno scrittore famoso per la descrizione del buio più nero dell’animo umano sia comunque in grado di descrivere al contempo anche la luce più luminosa, di questo animo.
Ma soprattutto il suo potere immaginifico, come riesca a far sentire il lettore immerso nelle sue storie, quasi dalla prima pagina. Siamo lì a Derry, a Dallas, a Jodie, siamo in un bar a bere quella birra di 60 anni fa, in mezzo ad odori e profumi che non abbiamo mai avuto la possibilità di saggiare ma che ci sembra di avere addosso, siamo in quelle aule e in quei teatri scolastici, e siamo al ballo della scuola a ballare il lindy hop.
È la forza di King, quella di farti sentire un lettore e, dopo un attimo, spettatore di un film avvincente, i suoi personaggi sono vivi, sono reali, sono credibili, è cinema puro. L’unico difetto è che è troppo americano, ma non si ci può far niente.
L’idea del portale attraverso cui viaggiare nel tempo o la teoria dell’effetto-farfalla sono cose già lette, già sentite. Ma King ha la capacità di rinnovare tutto, di rilucidare emozioni già provate tanto da renderle nuove di zecca. Ha la capacità di tenerti incollato alle pagine, di farti maledire il momento in cui devi dormire e non vorresti chiudere il libro, ha la capacità di farti sognare, di parlarti con credibilità di tante cose insieme, di farti arrabbiare, impaurire, sorridere e commuovere nello stesso tempo.
Ti incanta, quando parla degli uomini e della forza che è nascosta dentro di loro, e che viene fuori nei momenti cruciali, quando bisogna trovare la motivazione per resistere. Vale la pena danzare.

“Ma io credo nell’amore, sapete. L’amore è vera magia portatile: non credo sia nelle stelle, ma credo che sangue chiami sangue e mente chiami mente e cuore chiami cuore”.

Chiudo il libro con malinconia, mi mancherà. È un romanzo che dimostra la forza del suo autore, un libro che ogni volta che lo riponevo sul comodino mi chiamava, mi diceva dai, resta ancora un po’, non tornare subito nel mondo reale, troppo adulto, resta ancora qui a pensare da bambino, a sognare ancora.
Il Re è Magia.

 

Musica: In the mood, Glenn Miller

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Canzoncina.
Così sembra.
Melodia carina, la puoi fischiettare al supermercato mentre col carrello passi davanti al banco formaggi,
oppure la puoi canticchiare sorridendo mentre in macchina stai per raggiungere il mare.
Per poi dimenticartene cinque minuti dopo.
E invece no. Perché conosci le parole. E ti senti male.
C’è qualcuno, e quel qualcuno sei tu, che entra in un bar che si chiama Cielo.
Bel nome.
Entri e c’è un complesso che suona la tua canzone. Bello.
Entri e c’è un sacco di gente. Ci sono tutti.
E c’è una festa. E la musica va. Poi la festa finisce, ok, tutti a casa, è stato bello.
No, ricomincia. Ancora la stessa gente, la stessa musica, stesso complesso.
Bello, di nuovo.
Poi finisce, e ricomincia, stavolta c’è un bacio. Che inizia, finisce. Ricomincia.
Lo stesso bacio.
Ecco che capisci. Senti che arriva la noia. Senti che arriva l’angoscia.
L’angoscia che deriva dalla troppa perfezione delle cose.
Mi sa che qualcuno ci vuole fregare con la perfezione. Mi sa che qualcuno ci ha preparato un paradiso artificiale.
Siamo nel Truman Show, nulla di male ti può accadere, ma tutto è previsto e tutto è scontato, in modo tale che tu resti tranquillo,
inoffensivo.
La senti la voce di Byrne che sale un po’ di tono, che si dispera?
Il Cielo è un posto dove tutto è eccitante, ma dove niente mai succede.
Ecco, il Paradiso non fatevelo costruire. Createvelo da soli, che non sia noioso, che sia pieno di errori, ma dove possa sempre accadere qualcosa.

 

Il sole dei morenti, di Jean-Claude Izzo

 

izzo

“Crepare per crepare, meglio crepare al sole”.


Il viaggio di Rico è come quello de La strada di McCarthy.
Una lotta per la sopravvivenza, e il disperato tentativo di sopravvivere con dignità, e anche di morire, con dignità, magari con un ultimo sorriso in faccia al sole.
La sfortuna e le scelte sbagliate, un mix esplosivo che ti rovina la vita in un attimo.
E resti solo, improvvisamente. Quando muore un barbone, al massimo la società si indigna e si commuove per mezza giornata, poi sei di nuovo solo. La compassione dura un minuto, poi si torna alla normalità.


“Pietà, disprezzo, sufficienza, disgusto, paura… Soprattutto paura. La miseria fa paura.”

Il viaggio di Rico è il tentativo di restare normale, di non farsi notare, rubare un parka per sentirsi accettato, anche se le scarpe ti tradiscono più di ogni altra cosa. Il viaggio di Rico è una discesa agli inferi, che ribadisce le differenze anche tra i poveri. Un disoccupato non guarda in faccia un barbone, non vuole guardarlo, perché sa che guarderebbe il proprio futuro.
Il viaggio di Rico parte dai ricordi felici e arriva alla disperazione.

E più ricordi la felicità passata, più soffri oggi per la tua miseria.
Per le tue lotte quotidiane, per la ricerca delle briciole, degli avanzi altrui, la forza che devi avere per chiedere l’elemosina, quel tendere la mano agli altri che richiede l’annullamento del pensiero.
I rapporti frettolosi con le prostitute, i furti, le fughe da poliziotti che ti scrutano e possono rovinarti, i continui brutti sogni notturni, che ti costringono a svegliarti urlando, perchè la notte lo scontro tra il passato felice e la sofferenza attuale è molto più crudele e doloroso.

“siamo pieni di brutti sogni. È perché viviamo così…”

Non hai più una casa, devi trovare un posto per dormire, abbassi sempre più le tue pretese e il tuo livello di vita, fai l’abitudine a qualunque miseria, vivi in mezzo ai topi e ti convinci che sia sopportabile.
Fino all’ammissione più dura: “tendere la mano vuol dire ammettere, una volta per tutte, che siamo fuori dal giro, che non ce la faremo più.”
E solo il vino ti aiuta, ma più ti aiuta più ti avvicina alla morte.
La fame che ti divora, ma è sempre meglio la fame che il mal di denti, specialmente se i denti li hai persi tutti.
E allora non resta che tornare a Marsiglia, perché la fine è migliore lì, dove hai tutti i tuoi ricordi migliori, guardare il mare di Marsiglia è dimenticarsi le ferite, sentirsi il vecchio Rico anche solo per un attimo, è il sole che ti fa sorridere, anche se è un sole bianco, freddo, il sole dei morenti.

Musica: Mourir d’aimer, Charles Aznavour

L’animale femmina, di Emanuela Canepa (Einaudi, pp. 260, 2018)

 

animale femmina

 

 

Che bel libro, che bel lavoro profondo. Quanto è scritto bene, non posso credere sia il primo lavoro di questa autrice. Tanti passi da sottolineare, tanta profondità, tanta cura sotto una facciata di semplicità.
Rosita è una donna, ovviamente, ma la capacità di Emanuela Canepa è quella di farti sentire quel che sente Rosita anche se tu sei un uomo. Anzi, da uomo, provi empatia e provi anche un enorme senso di colpa per quello che Rosita sopporta e quello che Rosita rappresenta.
Per tutto quel sistema di potere che l’uomo esercita sulla donna, da sempre e, sembra, per sempre.
Per come l’uomo riesca a manipolare la donna, in ogni modo possibile, e quelli subdoli sono i modi peggiori.
La convinzione dell’uomo di essere superiore, sempre, la convinzione che la donna alla fine sia una struttura predeterminata, senza possibilità di autodeterminazione, sempre bisognosa di una guida, di un guru, di un direttore dei lavori, un uomo che sappia dipingere la sua vita e il suo corpo, un uomo che ti dia un senso e un posto nella vita, perché la donna il posto se lo deve meritare e conquistare sempre come se fosse abusiva dalla nascita, l’uomo che la scruta in ogni recesso, con uno scanner potentissimo, anima e corpo sempre sotto controllo da parte di un invisibile monitor in una invisibile sala controllo.

“Nemmeno loro si sforzano di fingere. È probabile che non ne vedano la ragione. C’è una corrente diretta che unisce la smorfia compiaciuta del titolare e i loro sguardi aggressivi, e punta verso di me. Uno scanner collettivo che mi attraversa misurando culo, tette, gambe, e produce un giudizio mediocre che gli leggo in faccia come tutto il resto. Per loro valgo quello che mostro, o che mi posso permettere di esporre, quindi pochissimo.”

Il Potere va allenato, esercitato, e l’uomo lo possiede e lo controlla.
Lo diamo tutti per scontato anche quando lo neghiamo.
È un libro che affronta un tema tremendamente delicato, tra misoginia, molestie, donna oggetto della brama e della bava maschile, donna che si presta al gioco di potere altrui, che ne accetta le regole anche quando mostra un’apparente decisione e durezza, anche i tacchi e il tailleur attillato possono far parte di questa accettazione delle regole, come l’atto di stirare le pieghe dei vestiti in maniera maniacale, quel gesto disperato, il tentativo disperato da automa di spianare le mille montagne che la vita ti ha posto davanti.
È un libro che ti costringe alla riflessione continua, che ti tiene incollato alle pagine, almeno per me è stato così, ho provato dispiacere quando dovevo interromperne la lettura.
Il rapporto tra l’avvocato Lepore e Rosita, datore di lavoro e dipendente, uomo e donna, è un duello, una sfida psicologica tremenda, il cinismo contro la sensibilità, l’egocentrismo rigonfio di certezze contro la paura di sbagliare e l’autostima sotterrata, la posizione privilegiata dettata da un potere contrattuale contro la subalternità impaurita di perdere quel poco che le è stato concesso.

“Non sono mai stata di quelle che piantano casini per farsi notare, piuttosto cerco di meritare di essere amata”

Siamo costantemente dalla parte di Rosita, per forza. Siamo sempre con lei.

“Ne ho viste a decine, in quarant’anni di attività. Il giorno in cui arrivano da me sono obbligate a giocare a carte scoperte, perché devono affrontare il fallimento. Sono tutte uguali, anche quando credono di essere autonome, e magari ciniche. Sembrano indipendenti sul lavoro, ma non riescono mai a emanciparsi davvero quando si parla di relazioni, quello è il campo in cui finiscono per delegare sistematicamente la loro identità a un uomo, e la felicità a un protocollo. E appena si presenta la necessità di affrontare un imprevisto – perché la vita fa cosí, non tutto va come uno si immagina, e non è sempre un male – decidono che non si può piú andare avanti. Neppure il tempo di farsi una domanda, di chiedersi se quello che dicono di desiderare coincide con ciò che vogliono davvero, o non piuttosto con l’ossessione di corrispondere a tutti i costi a uno stereotipo arcaico. Macché, si decreta subito il fallimento della relazione, e a quel punto c’è un solo colpevole che deve pagare per tutto, anche per quello che non gli compete.”

È un libro che fotografa la situazione attuale, quella che le cronache rivelano ma soprattutto quello che non rivelano, perché la manipolazione non si deve raccontare.
È un libro che sembra emettere sentenze negative, ma non è affatto così.
È un libro che ci dice che spesso bisogna scendere il gradino più basso, per capire come siamo fatti e risalire. Se continuiamo a proteggerci da un male eventuale, da una sofferenza e da un dolore intuibili, non riusciremo mai a capire quali sono i nostri limiti e la nostra capacità di reazione, e, con essa, la possibilità di dare la svolta decisiva alla nostra vita. La tigre va guardata negli occhi. La nostra venuta al mondo richiede una dosa enorme di coraggio, per passare da spettatori a parte attiva della vita.
E, alla fine, nessuna costuzione stereotipata, razionale, cinica, sa resistere alla forza dell’amore.
Questo è l’insegnamento di Rosita, e della sua creatrice.

Musica: Vince chi molla, Niccolò Fabi

Meridiano di sangue, di Cormac McCarthy (Ed. Einaudi, pp.344, 2006)

 

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Questo è un libro che non finisce.
È appena lo chiudi, il momento in cui cominci a pensarci davvero.
È un romanzo pieno di sangue, e il sangue, le ferite, te le senti addosso tu stesso.
Una lotta tra il Bene e il Male, che però alla fine si stringono, si abbracciano, si mescolano, fino a diventare indistinguibili.
Il Male è parte di noi, è la parte preponderante di noi.
Ma non c’è condanna. Proprio perchè fa parte di noi, e non necessita di spiegazioni, di chiarimenti.
E’ lì, e lo subisci e lo fai.
Il Texas sconfinato, rovente, primitivo. Non c’è una data vera, siamo a fine 1800, ma è come fossimo nella Preistoria, agli albori dell’umanità.
Un Texas che uccide, gli scalpi, gli sbudellamenti, le ferite, le malattie, le deformità, pistole, fucili, esecuzioni, asce, polvere, sole cocente, vento e sabbia, orecchie tagliate, teste mozzate, sangue, alcool e ancora sangue.
Un Texas che disossa come la scrittura di McCarthy, che ti conduce in un allucinante e allucinato viaggio in compagnia del Male, di cui vengono mostrate le innumerevoli facce. Un crescendo e un ripetersi all’infinito di pagine di violenza e di crudeltà senza pari, inaudite, che ti porteranno a chiedere pietà, basta, non farlo ancora! Ma non ci sarà pietà, o pietismo, per nessuno, che siano indiani, che siano cowboys, che siano contadini o medici, che siano donne, vecchi o bambini.

La Natura domina, la Natura è la Numero Uno, l’attrice superstar del romanzo e della vita.
La Natura che sembra malvagia distruttrice e macinatrice, ma che invece è solo se stessa, immutabile, assiste come un Dio perfetto e lontano, come sabbia e vento del deserto che segna e poi cancella le impronte di ogni essere umano che la attraversi, che spolpa e scalpa gli esseri umani e poi li rende polvere.
McCarthy la descrive come nessuno al mondo. I suoi paesaggi sono di una meraviglia assoluta, i tramonti di fuoco, gli arrivi dell’alba, le piogge, i fulmini, le cavalcate nella notte, i cieli stellati, che vanno a contrastare potentemente le pagine piene di violenza che sembra spesso gratuita, e tu rendi grazie a queste descrizioni, perchè ti donano le pause di pace che sono assolutamente necessarie in mezzo ad una vita buia fatta di sangue.


“Solo l’uomo che si sia interamente offerto al sangue della guerra, che sia sceso fino in fondo al pozzo e abbia visto l’orrore tutt’intorno a sè e abbia infine imparato che esso parla all’intimo del suo cuore, solo quest’uomo può danzare.”


L’uomo che si nutre del Male per andare avanti, per riprodursi, per continuare il suo cammino.
L’uomo che deve sottostare alle leggi della Natura, per poterci restare.
Personaggi paurosi, pazzeschi, epici, è Dante, è Omero, è Faulkner, ed è cinema puro, che emoziona anche se disturba, è western leggendario e nostalgico di cose ormai perdute, come nessuno ne ha mai saputo scrivere e descrivere.

“A occidente il sole tramontava in un olocausto dal quale si levava una colonna ininterrotta di piccoli pipistrelli del deserto, e a nord, lungo il tremolante perimetro del mondo, la polvere soffiava nel vuoto come fumo di eserciti remoti. Le montagne di carta da macellaio spiegazzata si stendevano con ombre angolose nel lungo crepuscolo azzurro, e a metà strada il letto invetriato di un lago in asciutta barbagliava come il mare imbrium, e branchi di cervi avanzavano verso nord nell’ora estrema del mondo, incalzati sulla piana da lupi dello stesso colore del deserto.”

Musica: Dead Man Theme, Neil Young