È da giorni sul tavolo. Un’amica
me l’ha regalata senza alcun motivo,
come viene e va la felicità,
senza alcuna intenzione che potesse
farla simbolo di qualcosa.
Ora che ha perso il colore
e che sono seccati i suoi petali
e ha l’odore delle cose perdute
ora dice che non se ne vanno solo
la felicità o l’amore,
ma che passano anche i giorni vuoti,
che non c’è modo di nascondersi dalla vita,
che la fine è la stessa,
che quello che non è neppure cominciato tuttavia finisce.
E la vita, è già compiuta? È tardi per riviverla?

Martín López-Vega

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«È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente anche che mi ha concesso una tregua. All’inizio, ho riluttato a credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e l’ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua».

 

La tregua, di Mario Benedetti


Questo è un libro che ho commentato, ma credo che quella specie di recensione non gli abbia reso nemmeno un’oncia di rispetto. Non penso di poter essere stato in grado di rendere giustizia a quello che questo romanzo mi ha fatto provare. E oggi riprendo questa citazione, perché ho bisogno di farlo. È stato forse l’unico libro per il quale abbia versato davvero un fiume di lacrime. Ripensarci, oggi, fa male. Molto. Ma sono stato felice di averlo letto.

tregua

La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel (Ed. Keller, pp. 158, 2013)

 

Jpeg

Questo libricino è un sogno ad occhi aperti. Mentre leggi ti accorgi che gli occhi si spalancano da soli, sempre di più. Ota Pavel ci ha regalato emozioni a non finire. Ota Pavel, un giornalista sportivo che si getta nella scrittura per gioco e per passione e per dimenticare e curare un mostro che lo divorava da dentro, la depressione. Pensare che abbia scritto quasi tutto quello che ha scritto nel periodo in cui era in cura psichiatrica fa riflettere molto.
Questo libro è un grande gioco che contiene la Storia vera, di una famiglia e di un periodo terribile, una famiglia capitanata da un padre coraggioso, strampalato, sognatore, Leo, il più grande tra tutti gli ottimisti che si possano immaginare, mai domo dalle sconfitte e dalle delusioni, deciso a sognare e a far sognare sua moglie e i suoi tre figli. La mamma è quella che prova a contenere le sue esuberanze, si arrabbia, gli intima di ritornare alla ragione, ma alla fine non smette mai di danzare e ridere con lui.

“La mamma era una bellezza e di lei Lustig era un pochettino innamorato. Una volta era venuto a invitarla un bel signore alto e biondo e papà aveva fatto cenno che sì, la mamma poteva andare in pista con lui.
E quel signore aveva cominciato a farle la corte e a metà del ballo le aveva detto:«Lei è così bella» e non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.
La mamma aveva sorriso, a quale donna non avrebbe fatto piacere.
E poi quel bel signore aveva aggiunto: «Ma sarei curioso di sapere cos’ha in comune con quell’ebreo».
«Tre figli» aveva detto la mamma, aveva finito il ballo ed era tornata a sedersi accanto al papà.”

Leo e i suoi sogni milionari. Leo che vende aspirapolveri dove non c’è necessità che esistano o dove non esiste nemmeno una presa di corrente, che incanta tutti quando parla, che vende acchiappamosche ad un’intera nazione senza che nessuno veda una mosca in casa propria, e lo stesso fa con l’allevamento di conigli, come si conviene ad un prestigiatore sopraffino. Per Ota, il figlio più piccolo, papà è l’eroe per eccellenza. Il
padre migliore che si possa sognare.

Ma la vita non è un fumetto. Arriva il nazismo. Ma Leo Popper non molla mai. Tra carpe nei laghetti e conigli nelle gabbie, Leo assicura sempre il pasto ai suoi figli, nonostante arrivi la deportazione per loro, inevitabile. Leo non accetta le angherie, Leo si dispera per il fatto che l’essere ebreo cancelli tutto il bene che ha fatto nella società. Ma compie l’impresa di far restare unita la sua famiglia, mantenendo intatta l’atmosfera di avventura nelle loro vite. E l’amore.
Il segreto resta sempre quello, riuscire a guardare sempre la vita con lo sguardo di un bambino.

“Stavamo sempre peggio ma l’importante per papà era che esistevano l’amicizia, la fratellanza e soprattutto l’uguaglianza tra le razze.
Questo valeva tutto l’oro del mondo.”

Questo libro lo chiudi col sorriso tra le labbra,con la malinconia che arriva quando lasci un personaggio che sai ti mancherà, con la consapevolezza di aver ricevuto un regalo, lo sguardo leggero e sorridente sulla vita di un amico.

Musica: Here comes the sun, The Beatles

Beautiful Music, di Michael Zadoorian (Ed. Marcos y Marcos, 2018, pp.400)

 

Jpeg

È risaputo, amo questo scrittore. Così semplice, così chiaro, così diretto e commovente.
Detroit, 1967, i neri contro i bianchi, rivolta soffocata nel sangue.
Il mondo cambia, e Daniel assiste a questi mutamenti.
È un romanzo di iniziazione alla vita, alle sue difficoltà e alla sua bellezza, alle sue gioie e ai suoi dolori. Daniel è ancora un bambino, non è pronto, ma deve esserlo subito, un ragazzino che subito deve diventare adulto, mettere i dolori in un cassetto e diventare grande, per schivare le randellate della vita, mandare avanti quel che resta della sua famiglia, badare lui ad una madre ormai fuori controllo, diventare invisibile nei corridoi della scuola per non incappare nelle angherie dei bulli, trovarsi un lavoro ed evitare ancora altre angherie.

Come si fa a far questo? Daniel ha un solo modo, è solo suo. Ha la sua “bolla”, il suo scudo protettivo, è la Musica. Tutto questo libro è il punto di vista dagli occhi di questo ragazzino, ed ogni sua azione, ogni suo respiro è un battito a tempo di musica. La musica è la sua passione, la sua vita, il suo rifugio, l’unico posto dove nessuno lo sconfigge, nessuno lo può toccare, ed è il mezzo con cui Daniel entra a far parte degli altri, del mondo, in cui riesce ad essere accettato.
Daniel è invincibile, quando ascolta la musica.

 

“Mi arriva una scossa al cervello che mi calma dentro. E non c’entrano soltanto le parole. C’entra come la musica ci porta fuori da noi stessi, lenisce i nostri dolori, scioglie qualcosa nel nostro cuore, ci fa star meglio in modi che non credevamo possibili.
La musica è la mia lingua, la colonna sonora che squilla nella mia testa, fatta apposta per soffocare la rabbia di mia madre. È tutto quello che mi dico per sopportare una giornata di spintoni, prese per il culo, insulti. È la mia coperta di Linus, il mio campo di forza, la mia sonora, elettrica, urlante martellante versione audio della bolla. È il mio Babbo Natale, la mia fatina dei denti, il mio coniglietto di pasqua. Con la differenza che la musica esiste davvero.”

 

Mi sono preso la briga di contare e appuntarmi tutti i titoli delle canzoni che Zadoorian cita. Una playlist composta da 130 canzoni. E senza tener conto degli album. Questo libro ti riporta indietro nel tempo, cinquant’anni indietro, ma la storia ha sempre dei collegamenti con il presente.
Per chi è appassionato di musica, specialmente di quella degli anni ’70, questo è un libro praticamente imperdibile, da conservare e da regalare a chi si ama. Io ci vivo, per la musica, e questo libro mi ha fatto sognare, ci ho messo tanto a leggerlo perché ogni pagina mi ha costretto a fermarmi e ad andare a cercare la musica corrispondente, anche se molta ne conoscevo già. Ma anche se si è più giovani è evidente che si troveranno sempre collegamenti, perché moltissimi di noi hanno trovato rifugio nella musica, nella loro adolescenza e in tutti i momenti più importanti della vita, la musica ha accompagnato la nostra crescita così come accade a Daniel in questo romanzo. E magari qualcuno di noi potrà riconoscersi in lui, nel ragazzino troppo silenzioso, troppo impaurito, troppo curvo sui libri, terrorizzato dagli sguardi altrui, costretto a cercare l’invisibilità per uscirne illeso. Ma anche così sognatore, così entusiasta, così curioso della vita. Tanti di noi si riconosceranno nel suo percorso di crescita, quando ti accorgi che il mondo non è tutto profumato come credevi, quando ti accorgi delle differenze e di chi le fa pesare, del conto che molti devono pagare per il solo fatto di dover vivere in mezzo agli altri. Lo spaesamento che si prova quando non si capisce il perché della cattiveria, il perché le persone, anche i tuoi genitori, magari, pensino cose che a te sembrano crudeli, assurde, senza motivazione.

“È una finta? È ipocrisia? Si può essere un reazionario gentile? È possibile avere lati opposti di qualcosa nel proprio cuore? Puoi credere che le cose stiano in un modo, mentre le tue azioni rivelano qualcos’altro? Puoi temere l’idea di certe persone, ma non le persone stesse, viste da vicino? Proprio non lo so.”

Non si può non voler bene a Daniel, con i suoi vestiti fuori moda, con il suo essere non in tono con l’universo, con la sua ricerca di assestamento, la sua gioia della prima radio e dei primi dischi acquistati, quella sensazione del passare a sentirsi sottoterra a camminare due metri sopra il livello del suolo, solo per una maglietta dei Blue Oyster Cult o un disco degli Zeppelin sotto braccio.
Siamo stati un po’ tutti Daniel, alla ricerca continua di esistere, di esserci, di essere importanti per noi stessi e per qualcun altro, nella nostra ricerca di visibilità, di gridare ci sono, anch’io sono capace, anch’io sono come voi e anche meglio di voi, e, come Daniel, l’unica paura è che il disco finisca, e che tutto diventi dissolvenza.

“L’attimo prima che la puntina tocchi il disco, quel piccolo rombo cupo e crepitante sospeso nell’aria. C’è una pesantezza buona, una sensazione eccitante, viva, che è l’opposto di come ti senti quando una canzone che ami va in dissolvenza.
È possibilità allo stato puro. Il click amplificato della puntina che si abbassa su un disco che ascolti per la prima volta, il leggero sfrigolio mentre la punta scivola nel solco. Il tempo si ferma proprio lì.
Finché non parte la musica. Non è più soltanto possibilità, è realtà
Quel momento dopo il click e lo sfrigolio è un momento dove tutto è possibile – musica incredibile, parole gentili, gente che va d’accordo, buon cibo, niente bulli, nessuno che muore. È l’antidissolvenza.”

Musica: Doctor Jimmy, The Who