Il pianista di Yarmouk, di Aeham Ahmad (Ed. La Nave di Teseo, pp. 348, 2018)

 

yarmouk

Un racconto, un diario, uno stile colloquiale, non un romanzo nel vero senso della parola, ma il racconto di un orrore quotidiano nel quale la speranza però non marcisce mai.
In mezzo alle bombe, in mezzo agli spari dei cecchini, in mezzo alle macerie, alla fame, a gente che mangia l’erba strappata lungo le vie, che ha dimenticato il gusto del cibo vero da anni, che si mette in fila per un pacco di zucchero rischiando ogni volta la morte, in mezzo a tutto questo c’è un pianoforte che scivola via su un carretto in mezzo alle rovine e c’è un ragazzo e poi un uomo che suona, che piange mentre suona, che urla la sua voglia di non arrendersi, che grida al mondo che Yarmouk esiste ancora, in una Damasco devastata, in una Siria spezzata, sconvolta dalla guerra e in larga parte dall’indifferenza del mondo.
Non voglio dire molto, su questo libro. Non sono uno che abbia mai attaccato Assad, ritenuto dalla maggioranza un dittatore, e anche l’autore del libro l’ha pensata in questo modo. E chi sono io, dal mio comodo divano di casa, per mettermi a discutere? Non sono io quello che ha passato anni della sua vita in mezzo ai bombardamenti, che ha avuto la casa distrutta, a cui è scomparso un fratello insieme a molti altri amici, non sono io quello che ha rischiato di vedere morti i propri figli. Dunque non mi va di intavolare un
discorso politico. Dico solo che la civiltà europea è ben lontana da tutto questo, anche dal solo immaginare una simile sofferenza, e quando questa sofferenza gli si presenta alle porte a chiederne il conto o a chiedere aiuto, non riesce a comprendere quella lingua che parla di dolore. Non riusciamo nemmeno a capire che esiste ancora la speranza, nell’uomo, una disperata speranza che è passata attraverso un lungo tunnel di orrore ma che non è morta. Non capiamo proprio niente. E nemmeno la lezione di questo ragazzo ce lo farà capire, nemmeno la lezione dell’arte che sopravvive alle bombe, della Musica che in qualche modo le sovrasta, niente da fare. Eppure la gente continua ad esistere, a voler vivere, anche se noi giriamo la testa, anche se noi teniamo le mani in tasca.

“Oggi, in Germania, a volte la gente mi chiede: di che colore era la tua tenda, lì al campo profughi palestinese? Santo cielo, e chi ha detto che abitavo in una tenda? Avevo un appartamento di proprietà, grande e bello! Il nostro negozio di musica andava a gonfie vele! Fino a quando non è arrivata la guerra, che ha distrutto ogni cosa: una granata mi ha tranciato i tendini di due dita, una ragazzina è stata uccisa a due passi dal mio pianoforte, l’Isis ha bruciato il mio piano. Mi hanno sbattuto in una cella, sono riuscito
a fuggire. Quando scappi dalla fame e dalle bombe abbandoni il tuo mondo. E ti trasformi in uno di quei loschi figuri che hanno sempre vissuto nella miseria e adesso arrivano in Europa per prendere parte alla grande ricchezza. Così la vedono quelli che non capiscono chi siamo e da dove veniamo. Chi ha paura di noi.
La mia storia,però,è diversa”.

Musica:

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Un pensiero su “Il pianista di Yarmouk, di Aeham Ahmad (Ed. La Nave di Teseo, pp. 348, 2018)

  1. Giulia ha detto:

    Sì hai sottolineato una cosa importante. I cosiddetti “migranti” non sono un’unica massa informa, ma sono persone, ognuna con la sua storia personale che andrebbe conosciuta e rispettata. Ma…

    Piace a 1 persona

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