La Storia, di Elsa Morante

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Non ho mai pensato che un singolo libro possa aver cambiato realmente la vita di qualcuno. Soprattutto la mia. Però ci sono dei libri che non dimentichi. E questo è uno di quelli. Il libro che parla degli ultimi.
Un libro che parla di noi. Parla di un’epoca che non abbiamo mai vissuto, di cui abbiamo solo letto nei libri di “storia”, appunto. Di qualcosa che ci hanno raccontato i nostri nonni, o i nostri genitori. E quando il racconto diventa personale, ci racconta della vita quotidiana, ecco che ti appaiono volti, ti sembra che la Storia ti arrivi più vicina, che non sia più solo un qualcosa di inesplicabile, inavvicinabile. Questo è un romanzo pesantissimo. È un macigno difficile da reggere. Non ti lascia scampo, non ti permette di dormirci su, ti regala piccole speranze e poi te le distrugge, ti fa soffrire. La Storia macina l’umanità, come se fosse un deus ex machina che schiaccia gli uomini e invece non fosse responsabilità degli uomini stessi. È un libro che parla di una madre che evita di pensare a quello che è più grande di lei, perché lei deve pensare a sopravvivere e a far sopravvivere i suoi figli e basta, non ci sono altri obiettivi, il mondo e la Storia non li cambi, ti ci devi solo adattare. È un libro infame, che ti regala delle perle inaudite di poesia quando descrive la purezza di un bambino che rappresenta la purezza originaria dell’umanità intera, ma anche quando descrive la morte di un soldato italiano in Russia, è un libro che le lacrime te le succhia da dentro. Un libro sulla crudeltà del vivere da poveri, sulla crudeltà del vivere da parte di chi non ha speranze, ma anche da parte di chi vive da entusiasta, da parte di chi è convinto di spaccare il mondo con le azioni e con i sogni, e che la vita respinge, ricaccia indietro, schiaccia. Anche se sei troppo limpido, pulito, questo mondo non fa per te. Eppure è un libro che parla della bellezza della vita, anche se questa bellezza la trovi solo nel quotidiano, negli attimi che il quotidiano, qualunque esso sia, ti regala. La bellezza di una corsa in moto per Roma, la bellezza di un dialogo commovente tra un bambino e un cane, i loro sguardi d’intesa, la protezione reciproca.
È un libro che parla del nostro essere spauriti, persi, di fronte al mondo e ai suoi misteri, quella sensazione di essere destinati a perire, non solo fisicamente, che ogni tanto ci prende e ci stringe alla gola. 


” A’ mà….pecché?”
In realtà, questa sua domanda non pareva rivolgersi proprio a Ida là presente: piuttosto a una qualche volontà assente, immane e inspiegabile.Quella domanda: pecché? era diventata in Useppe una sorta di ritornello, che gli tornava alle labbra fuori tempo e fuori luogo, forse per un movimento involontario ( se no, si sarebbe preoccupato di pronunciarla bene con la erre ). Lo si sentiva a volte ripeterla fra sé in una sequela monotona: ” pecché? pecché pecché pecché pecché?? “. Ma per quanto sapesse di automatismo, questa piccola domanda aveva un suono testardo e lacerante, piuttosto animalesco che umano. Ricordava difatti le voci dei gattini buttati via, degli asini bendati alla macina, dei caprettini caricati sul carro per la festa di Pasqua. Non si è mai saputo se tutti questi pecché innominati e senza risposta arrivino a una qualche destinazione, forse a un orecchio invulnerabile di là dai luoghi”.

Siamo gente che non ce la fa. Ma che ci prova lo stesso, perché a questo siamo destinati, a provarci, sempre, col fardello sulla schiena. Come noi lettori, che mentre leggiamo sappiamo che finirà male, ma non possiamo far altro che andare avanti. Troppo barocco, troppo melenso, troppo deamicisiano, come diceva Pasolini. Ma non si può sempre essere distaccati, analitici, complessi, nella vita e nella scrittura, e allora viva questo romanzo immortale, che ha reso immortale la sofferenza dei poveri.
E che dovrebbe essere testo obbligatorio in tutte le scuole.
Ciao Ida, ciao Nino, Davide, Bella. E ciao, Useppe, piccolo monumentale Useppe, piccolo e troppo puro Useppe.

Musica: La storia, di Francesco De Gregori

 

 

 

 

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