50 years old, 50 songs

1. 13th Star – Fish.

Ballad spezza cuore, come il suo, spezzato dal suo divorzio. Voce dei Marillion, grande voce, sempre amata.

 

 

2. Baba O’ Riley, The Who.

Meno male che esiste qualche santone indiano, così il gruppone inglese adorato e glorificato ci ha donato questa meraviglia della storia del rock.

« Don’t cry
Don’t raise your eye
It’s only teenage wasteland »

 

 

3. Bohemian Rhapsody, Queen

Album “A Night at the Opera”, 1975.

Questo album è forse la vetta della loro produzione. Loro sono sempre stati “accusati” di guardare troppo al denaro, al denaro facile, con canzoni sempre orecchiabili, semplici, da “classifica”. Ma questo è uno dei loro dischi dove è evidente un salto di qualità, dove si vede chiaramente il loro interesse e gusto verso l’espressività teatrale. Qui facilità di ascolto e creatività hanno il loro perfetto dosaggio. In questo album c’è di tutto, opera, operetta, musical, hard rock.
Questa canzone l’hanno piazzata praticamente alla fine del disco, come a regalare il più grande colpo di teatro. E’ difficile descriverla. E’ una specie di compendio di decenni e di secoli, anzi, di storia musicale. Ci sono decine di riferimenti. Quello che è e resta il loro assoluto capolavoro si apre con un coro a cappella. Un brano geniale, un’operetta divisa in tre tempi, per un totale che supera i sei minuti. Per quei tempi, impossibile che passasse molto per le radio private, troppo lungo e troppo particolare. Ma era troppo, veramente troppo meraviglioso per non arrivare al cuore di tutti, e infatti è arrivato in un lampo alla prima posizione in Inghilterra. Il pianoforte, la chitarra di May, nella prima parte. La seconda, la parte corale, incredibile, ci hanno messo 7 giorni per registrarla, le quattro voci che si incrociano, si intrecciano, si inseguono creando effetti strepitosi. La parte finale, l’esplosivo hard rock. La voce di Freddy che arriva in Paradiso, e di nuovo la chitarra di May, stavolta selvaggiamente rock. E dopo questo temporale di suoni forti, ecco il finale da quiete, pianoforte e Freddy, da soli, nothing really matters….cori da chiesa, ballate, opera, operetta, chitarre melodiche e chitarre ruggenti, fiati, cherubini e diavoli insieme, voci una sull’altra come un tiramisù musicale di cento livelli….STREPITOSO.

 

 

4. BURNING LOVE, Elvis Presley.

A The Pelvis nun glie piaceva, dicono, sta canzone, non se la sentiva nelle corde, dell’animo e della chitarra, quando la cantava dal vivo si intristiva, dicono, sempre…ma meno male che s’è convinto. A me me piace, sempre piaciuta.

 

 

5. COMFORTABLY NUMB, Pink Floyd.

E che dico….tutte banalità. Sei minuti e spicci di magia pura, la mejo canzone dei Pink, e pure dei Floyd, per me, in assoluto. Mai mi stancherò di ascoltarla, sono esistiti giorni in cui non ho ascoltato che questa, loop dei loop dei loop. Gilmour, mamma mia, ma come si fa….hai litigato per cento anni, col tuo amico, non eravate d’accordo, chi la voleva cotta, chi la voleva grounge, ma chi se ne frega, ormai è fatta, ha vinto Waters, e ha stravinto, avete stravinto. Che roba incredibile, su quell’assolo si può morire, e si morirebbe felici.

 

 

 

6. DOMANI, Lucio Dalla.

Niente, omaggio a Lucio, e basta. Mi manca. Grande poeta, sempre speranzoso e curioso dell’oggi, e del futuro. Amore universale, più forte del tempo e dello spazio.

 

 

 

7. DREAM, BABY DREAM, Bruce Springsteen

Non è sua, ma l’ha fatta sua. Una preghiera, un gospel, uno spiritual, che fa stringere le mani ai suoi fans. E i cuori. Sognate, ragazzi.

 

 

 

8. E DOMANI – Francesco Di Giacomo (Banco)

Altro “mostro” scomparso, altro vuoto enorme. Una voce unica, che commuove, ti strizza il cuore. Questo brano è un cielo che piange, e un bambino che sorride.

 

 

 

9. FIRTH OF FIFTH, Genesis

Pietra miliare. L’album intero, lo è. Da ascoltare e tramandare. Il progressive. Una sinfonia.

 

 

 

10. FIX YOU, Coldplay

Saltone negli anni 2000, e vediamo quanti sono quelli che non hanno versato mezza lacrimuccia o l’hanno lasciata lì, sospesa, tra palpebra e ciglia, a dondolare. Questo è uno di quei brani che se ci si lascia con la ragazza o ti viene a mancare un affetto, beh meglio girargli alla larga. Inizio soft, voce e organo, poi arriva la chitarrina rock ed esplode. La piazzano sempre alla fine dei concerti, e chiamali fessi. Meraviglioso.

 

 

 

11. FOR WHAT IT’S WORTH, Buffalo Springfield

Buffalo Springfield, una meteora, durata poco ma rimasta nella memoria. Del resto sono Stills e Young, Neil Young, eh, mica pizzette e fichi. E’ l’esempio di come qualcosa di locale possa divenire simbolo universale di altro. Di come si parta per una direzione e ci si possa ritrovare in un luogo inatteso, tipo Forrest Gump, che voleva solo correre e si ritrova simbolo di vita (ovviamente c’è anche in Forrest Gump, il brano).
La canzone nasce per una protesta contro una petizione che voleva impedire il chiasso degli hippie sul Sunset Strip, il coprifuoco, in pratica, e arriva ad essere un simbolo di pace, di protesta contro la guerra del Vietnam e contro la guerra in generale, contro la repressione, in generale. Questa canzone è davvero il simbolo di una generazione, a volte capita, a qualche brano rock. Riff e ritornello, qui ci sono e sono Storia.
“Stop, Hey What’s That Sound…”
“…There’s battle lines being drawn
Nobody’s right if everybody’s wrong
Young people speaking their minds
Getting so much resistance from behind…”

 

 

 

12. FREE BIRD, Lynyrd Skynyrd

Ubriaconi, rissosi, anche selvaggi. Ma da tutto quell’alcool è venuta fuori la grande musica. Tutto il rock, in questa band. Una storia partita dai banchi di scuola fino alla quasi distruzione totale, con un tragico volo aereo che schianta i loro sogni. Ma non schianta quello che sono stati. Sudista è aggettivo che suscita l’idea di razzismo, chiusura, per quanto riguarda la storia statunitense. Invece questo gruppo è anomalo, rivendica le proprie origini con fierezza, ma è simbolo di universalità e non di gretta chiusura. Sono capelloni, hippie, se la intendono con i neri, e per questo avranno problemi. Ma se ne fottono, così come se ne fottono delle bottigliate che arrivano dal pubblico, a volte. Ronnie Van Zant è il Capo, e un capo di quelli che menano, gli incisivi di qualche membro volati via ne sono il segno evidente. Sfasciano camere d’albergo, si menano come pugili professionisti. Ma l’amicizia si rinsalda, più cazzotti volano, più stringono il rapporto. E le chitarre si moltiplicano. Questa canzone è il loro manifesto, riguardo a questo, il loro inno universale. Un inizio morbidissimo, che dura 4 minuti, e che non lascia mai presagire quello che accadrà dopo. La prima volta che l’ho ascoltata mi si sono paralizzate le mascelle, tanto sono rimasto a bocca aperta. Dal minuto 4 e 55 secondi si entra nel putiferio, assoli che si intersecano irrefrenabili, maestosi, non si riesce a capire quando finiranno e soprattutto non si vuole che finiscano e Dio, dall’alto, che si stupisce, e si chiede “ma li ho fatti davvero io, questi qui??”. Solo un volo andato male li ha potuti fermare, il loro “volo libero” non lo ha mai fermato nessuno.

 

 

 

13. GOODBYE STRANGER, Supertramp

Indefinibile pietra miliare. Indefinibile perchè ancora oggi hanno difficoltà a classificarla, come genere. Pop elegantissimo, a tratti sopraffino, i ragazzi comunque sapevano suonare. Questa voce in falsetto ha fatto sorridere e anche storcere il naso ai puristi, ma oh, questo è uno dei loro brani che, dopo 36 ANNI, è ancora in giro in tutte le radio private del mondo, è un brano senza tempo. Ancora oggi lo ascolto come se fosse appena uscito, è un piacere. E questo direi che è tutto, ci provassero loro, i critici. La copertina dell’album, poi, era bellissima, come tutte quelle dei Supertramp (mi sa che mi piacerebbe anche parlare degli album…in un’altra vita…).

 

 

 

14. GIUDIZI UNIVERSALI, Samuele Bersani.

Ecco, questo è uno degli esempi di canzone sulla quale ti fermi e ti domandi:”e adesso che dici? cosa vuoi spiegare?”…sì, in effetti questa è una canzone che fa parte dell’Olimpo…una di quelle in cui ognuno ci trova quel che ci vuole trovare, o forse niente, ma che comunque ti tramortisce i sensi. Una stupidaggine, mi viene in mente: ho guardato, riguardato e riguardato ancora Chiedimi se sono felice, di Aldo, Giovanni e Giacomo, aspettando sempre il momento che arrivasse questa canzone. E’ un brano sull’amore, sulla vita, sul modo che abbiamo di affrontarla, spesso troppo pesante, “troppo cerebrale”, sulle catene da cui ci facciamo legare, catene di persone e di cose, e che ci impediscono di vedere la bellezza insita nei piccoli gesti, nelle piccole quotidianità, ci impediscono di osservare che il vero bello consiste in questo, tanto che a furia di non guardare, perdiamo tutto, persone e cose. A furia di stare attenti a non calpestare il cuore, alla fine invece ci si passa sopra due o tre volte come sulle aiuole…Dovrei dire tante cose del modo di scrivere di Bersani, ma diventerebbe un altro post…mi limito a questa canzone, per me tra le più belle mai scritte da un italiano. E’ un poeta, che scrive di amore usando parole mai usate prima. E’ una canzone sulla quale mi sono adagiato, appoggiato, spesso, tante volte, cercando riparo, conforto, anche giustificazione…..”Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo
e quando dormo taglia bene l’aquilone,
togli la ragione e lasciami sognare,
lasciami sognare in pace”, questo il mio punto preferito.
Con questa canzone si è guadagnato imperitura memoria in ogni generazione.

 

 

 

15. HALLELUJAH, Jeff Buckley

Dovrei dire Leonard Cohen, ovviamente. Questoè uno dei brani più “coverizzati” al mondo, rifatta da centinaia di cantanti e cantautori, gente del pop, del jazz, del rock, di ogni parte del globo terracqueo e musicale, perchè questo è un brano amato dal mondo intero e tutti han voluto cantarlo, anche chi non ha voce per farlo. Non posso spiegare praticamente nulla, nemmeno l’autore lo ha mai fatto, siamo sempre rimasti in un limbo, riguardo al significato…c’è amore, c’è vita, c’è sesso. Insomma, tutto il meglio..  🙂  …e c’è musica, c’è struggimento, c’è passione, questa versione, in particolare, contiene un pathos che solo Buckley poteva riuscire a metterci. Siamo nello spazio, fuori dal tempo, ma siamo nello stesso tempo all’interno dell’animo dell’uomo, questo brano e queste parole ci entrano dentro e ci fanno piangere anche se le lacrime restano in noi. E, come tanti capolavori, anche questa non era prevista come brano di successo, relegata nel side B di un disco, e come seconda canzone, del lato B, il che è tutto dire…ma se è destino che le cose belle vengano fuori, non c’è casa discografica che tenga…prima la morte di Buckley, poi altri “destini”, incredibili…tipo l’uscita di Shrek, sì, il film, giusto, in cui questo brano venne inserito nel 2001, e che ne segnò davvero l’ingresso in ogni casa, anche i bambini lo cantavano…certo, sentir cantare “and remember when I moved in you..” da un paffuto ragazzino di 7 o 8 anni era leggermente straniante…ma appunto la musica è così.  🙂  ….c’è Buckley, la sua vita e anche la sua morte, in questo brano. Lo ha fatto suo in tutto. E gli diciamo grazie, anzi, Hallelujah.

 

 

 

16. HEROES, David Bowie

Baciarsi clandestinamente sotto il muro di Berlino. Non fuggire, possiamo essere eroi, è il mondo che è sbagliato, non noi, che siamo felici, anche fosse per un solo attimo, anche se la nostra è una storia clandestina. Ma non siamo noi, che portiamo distruzione, non siamo noi che stiamo commettendo un’atrocità, il nostro è amore, e l’amore è eroismo, oggi, specialmente oggi. Chitarra e sintonizzatore ossessivi, voce di Bowie disperata, un urlo e un pianto quasi disumani. Siamo vivi, siamo qui, possiamo farcela. Forse la più bella canzone rock mai scritta. Forse. Per lui di sicuro è stata la svolta nella vita, è uscito dal tunnel più nero per venir fuori alla luce, e noi abbiamo incassato un altro regalo immenso.

 

 

 

17. BRING ON THE NIGHT, The Police

Ecco, qui magari qualcuno storcerà il naso, per la scelta del pezzo. Diciamo che in questo caso avrei dovuto citare un album intero, e cioè Reggatta De Blanc, perchè quasi tutti i pezzi sono fantastici e sono nella storia, a distanza di decenni non hanno perso quel senso di novità e di perfezione che li contraddistingue. So bene quanto valgano Message in a bottle, Walking on the moon, Reggatta De Blanc…ma ho scelto questo brano perchè è PERFETTO. Sia per rappresentare il genere, il reggae-rock, loro marchio di fabbrica ineguagliato, sia perchè anche musicalmente in sè il brano funziona come un orologio svizzero, è una meraviglia. Basta sentire l’inizio, e quella voce e quel basso che entrano all’unisono dopo 27 secondi, preceduti dalla batteria di Copeland, per me un MOSTRO,al pari di Sting se non di più. Uno dei miei gruppi preferiti, mi hanno regalato un’adolescenza musicale indimenticabile. Brano divertente, intenso, ritmato, anche cupo, all’inizio, teso, che poi esplode nel ritornello e nel ritmo reggae. Bravi, bravissimi, fantastici. Perchè vi siete sciolti, fanculo…

 

 

 

18. WHAT’S GOING ON, Marvin Gaye

e vabbè, allora ditelo….di nuovo una canzone, ma di nuovo si dovrebbe parlare di un intero album…perchè questo album è anch’esso pietra miliare. Cerco di parlare solo del brano, dell’intero disco e di Gaye ne parlerò sempre in quell’altra vita che cito sempre, e magari al di fuori di Facebook.. è un brano capolavoro, musicalmente, e come tematica. America sconvolta dal Vietnam, tornano i primi veterani e scoppia la contestazione delle piazze, scoppia la rivolta contro le discriminazioni razziali, contro i primi disastri ambientali, le tematiche sociali, tutto in questo disco e in questo brano, che ci mostra un uomo smarrito, che si chiede cosa stia succedendo, dove sono i miei vecchi punti di riferimento, dove posso sedermi, appoggiarmi, trovare ristoro, in mezzo a tutto questo dolore, questa sofferenza, questa ingiustizia, questa polizia che mi bracca? Il brano è magico, voci sovrapposte, il sax, c’è tutto il meglio del gospel e del soul insieme, e del funk, di tutto, insomma, una modernità sconcertante, parlando di un disco di 44 anni fa…è stato uno spartiacque, per il modo di fare soul, da lì in poi tutti han preso Gaye come punto di riferimento. Buona magia a tutti 🙂

 

 

 

19. HOTEL CALIFORNIA, Eagles

Quanto siano politiche certe canzoni è veramente incredibile. Se non si segue il testo sembra un brano dolcissimo….e invece è come Shining. Un hotel che dal di fuori sembra un sogno, scintillante e lucido, intuitivamente colmo di ricchezze e comodità, e invece, una volta dentro, si rivela un incubo. E’ la denuncia dell’America, del suo sogno infranto, il lusso e l’edonismo che si accartocciano e schiacciano gli americani stessi. Un veleno di cui si sono nutriti e che oggi diventa il loro incubo peggiore. Inizia con la classica immagine West Coast, la cavalcata col vento nei capelli “On a dark desert highway, cool wind in my hair”, ma è immagine che inganna, e duramente. Anche il ricorso ad alcool e droga simboleggia la perdità delle illusioni. E il brano si conclude con la fuga disperata dall’hotel, ma non si può sfuggire davvero, non c’è riscatto, non c’è via di scampo. Ritornello ipnotico e fantastico doppio assolo di chitarra intrecciato nel finale, un mito, sempreverde della storia del rock.

 

 

 

20. IMAGINE, John Lennon

You may say I’m a dreamer/ but I’m not the only one

Incredibile pensare alla forza del testo di questo brano, pensare che in Inghilterra venne censurato per 4 ANNI, a causa delle parole contro la religione, e al fatto che dopo anni e anni è stato sempre storpiato del suo significato, ridotto a canzoncina da karaoke o da far cantare a Natale da qualsiasi cantante, pensare anche che è stata edulcorata, le sono stati tagliati i pezzi che più “davano fastidio”, cantata anche di fronte ai pontefici tagliando appunto ogni riferimento alla religione. Un semplice giro di do, un motivetto di una semplicità assurda. Ma dirompente come una bomba.
Immagina che non esista il Paradiso. Niente Paradiso, quindi niente Inferno. Solo un cielo uniforme, uguale per tutti, e una Terra, uguale per tutti. Immagina, dunque, di vivere solo in funzione del momento, dell’oggi. Goditi l’oggi, senza competere con gli altri esseri umani, senza confini, barriere, tutti uguali. Cogli l’attimo fuggente. Nessuna religione. Nessuno Stato. Nessuno per cui uccidere, nessuno per cui morire. Dico, ci rendiamo conto, di che attacco fosse, e sia, contro la religione? Contro il Potere stesso, in toto? Puoi darmi del sognatore, ma non sono il solo…

Di questo brano ho solo copiato quello che avevo già scritto in passato, non mi viene altro da dire. Mi spiace sia morto, e in quel modo. E’ una delle ingiustizie del mondo. Un delitto contro tutti noi.

 

 

 

21. CREUZA DE MA, Fabrizio De Andrè

Genova per lui era il centro dell’Universo. Non solo a livello affettivo, ma perchè tutto quello che avviene in questa città è come simbolo di tutto ciò che avviene nel mondo intero. Una capacità straordinaria di farci sentire lì, anche a coloro che Genova non l’hanno mai vista, mai “ascoltata” nei suoi rumori, mai annusata nei suoi odori. Siamo lì, nel porto, nei vicoli. E’ una meraviglia assoluta. Il cantare in genovese è stata una scelta incredibilmente vincente. Sono certo che moltissimi avran provato un sentimento simile alla paura mista alla diffidenza, quando hanno ascoltato questo disco, tutto l’album, per la prima volta. La vittoria di questa idea sta proprio nel fatto che chi non conosce il dialetto è proprio colui che ha un’arma in più per apprezzare fino in fondo il brano. Finisce infatti per concentrarsi di più sui suoni, avendo un’esperienza per me che va al di là della umana comprensione di una canzone, è qualcosa di extrasensoriale. De Andrè ci guadagna tanto, nel cantare in genovese, a livello di espressione, la sua voce ci guadagna. Voleva essere vicino alla gente comune, alla gente povera, e cantando in genovese ha centrato l’obiettivo. Parole tronche, fonemi, influenze arabe, musicalmente non c’è storia, rispetto alla possibilità che questo brano fosse stato cantato in italiano. Lui è musica, le sue parole sono musica, la sua lingua è musica. E tutti gli strumenti usati sono un simbolo di universalità, Fabrizio era di Genova ma era anche cittadino onorario del mondo. La gaida, quello strumento tipo cornamusa che apre il brano, è davvero una gemma che significa tante cose. Emoziona, commuove, distilla sentimenti, ed è così bello, quel suono, che vorremmo mai finisse.

 

 

 

22. LAST TRAIN HOME, Pat Metheny Group

Anche qui siamo di fronte ad un brano extrasensoriale. Troppo facile, direi. Tanto che non ho bisogno nè voglia di dire niente altro che il banale. Si sale sul treno, si appoggia la testa al finestrino. E si guarda fuori. Passano alberi, case, strade, persone, si pensa, si sogna, ci si gode il viaggio, si pensa a quanta vita c’è lì fuori e a quanta deve esserci in noi stessi, se ascoltando questo brano sentiamo il cuore che batte al ritmo della locomotiva. Ma preferisco pensare ad un treno latino, sudamericano, un treno dove ci sia Marquez seduto di fronte a me. Una locomotiva che attraversi quei posti. Un treno nemmeno veloce, anzi lento, che mi permetta di scrutare per qualche secondo lo sguardo delle persone, mi faccia entrare nelle loro vite per un attimo. Dimenticare, rivivere. Che bel viaggio.

 

 

 

23. LET IT BE, The Beatles

Lascia perdere, Paul. Te lo dice mamma, in sogno.
Il gruppo si avvia ad un triste e rancoroso scioglimento, e questo brano ne segna la fine certificata. Un’ultima dimostrazione di classe, se mai ce ne fosse stato bisogno. Un’altra grande ballata, tutta di Paul e del suo piano. Un brano che è entrato nella storia, ma comunque scritto in contrapposizione a Lennon. I Beatles erano divisi in due, se non in tre, e nello stesso album si notano le discrepanze. Come disse Harrison, tutto deve finire, prima o poi. Hanno finito bene, comunque. Una bella storia, durata troppo poco, ma indimenticabile.

 

 

 

 

24. WHERE THE STREETS HAVE NO NAME, U2

Bono dice di essersi ispirato ad un viaggio in Etiopia con la moglie, a seguito del Live Aid, dove rimasero per alcune settimane a fare volontariato, per la composizione di questo brano. Poi ha spiegato anche altro: “… Una storia interessante che mi raccontarono una volta è che a Belfast, a secondo della via dove qualcuno abita si può stabilire, non solo la sua religione ma anche quanti soldi guadagna – addirittura a seconda del lato della strada dove vive, perché più si risale la collina più le case sono costose. Puoi quasi dire quanto guadagna uno dal nome della strada dove abita e su quale lato della strada ha la casa. Questo mi disse qualcosa, e così cominciai a scrivere di un posto dove le vie non hanno nome…” Un mondo immaginario, dove le strade non hanno nome e dove anche le persone non lo hanno, anche uno come Bono, in Etiopia, in mezzo alla fame e alla sete e alla lotta per sopravvivere, era uno come gli altri, un nessuno e allo stesso tempo un tutto, dove nessuno aveva nulla ma quello che aveva lo donava agli altri.
L’inizio del pezzo è da antologia del rock. Organo in dissolvenza, e poi The Edge con la chitarra per finire con la batteria incalzante di Mullen. E infine la voce di Bono, in una delle sue interpretazioni più magistrali di sempre. Si possono anche non amare gli U2, ma questo pezzo è difficilmente evitabile, in quanto a fascino, e all’energia, alla voglia di correre che ti trasmette. (E fa parte di uno dei loro album più belli in assoluto, avrei potuto scegliere “I Still Haven’t Found What I’m Looking For” come “With or without you”, senza colpo ferire, così come sono affezionatissimo ad almeno altri due pezzi di Joshua Tree). Erano puri, erano belli, vederli dal vivo è stato un privilegio.

 

 

 

 

25. NEVER TEAR US APART, Inxs

E qui si piange proprio. Un gruppo fantastico. Capace di sfornare singoli di successo a rotta di collo, tanto che se prendi un album, specie questo, non riesci proprio a decidere quale sia la canzone che ti ha preso il cuore. Pop, rock, funk, non si sa a quale categoria siano appartenuti. Scelgo questa canzone perchè ci sono fortissimi motivi in più, rispetto al fatto tecnico, rispetto ai cori meravigliosi, e al sax più che meraviglioso. Qui c’è lui, Michael Hutchence. Un cantante e un personaggio incredibile. Merita tutto un discorso a parte e in più, rispetto al gruppo. La sua voce sensuale, caldissima, il suo carisma, ne hanno fatto un idolo del rock, delle folle, e delle fans, soprattutto. Un secondo Jagger, per intenderci. Questo brano è indimenticabile. Ne sono state fatte cento cover. Ma è indimenticabile anche perchè fu suonata al suo funerale, quando gruppo e Bono, amico intimo, portarono la sua bara fuori dalla cattedrale. Simon Le Bon gli aveva scritto e dedicato una canzone poco prima della morte, Michael, You’ve Got A Lot To Answer For, e di Duran Duran la eseguirono una sola volta, dal vivo, e Le Bon scoppiò a piangere a dirotto, non venne mai più riproposto. Gli U2 e Bono ne scrissero un’altra per lui, dopo la sua morte, Stuck in a moment you can’t get out of. Tanto per dire chi era Michael Hutchence. Tralascio di descrivere la sua morte, e quello che è avvenuto dopo. Roba da film, ma è tutto vero. Indimenticabile. Strappalacrime la sua vita, strappalacrime questo pezzo.

 

 

 

26. PURPLE RAIN, Prince

Dici Prince, dici Purple Rain. Ovviamente non solo, ma questo è il suo manifesto, il suo periodo viola, un capolavoro che ne rappresenta la carriera e la vale, anche. In origine nove minuti di ballata soul, pop, rock, funk, un omaggio a Hendrix, ovviamente in tono molto più sognante e delicato. Arrangiamenti da paura, del resto il personaggio è maniacale, in questo senso. Un genio vero, non solo sul palcoscenico, dove è stato sempre messo in competizione con gente come Michael Jackson o Madonna, facendogli un grande torto, perchè lui non balla e canta e basta, lui suona, e suona di tutto, capacissimo di incidere un disco tutto da solo, un polistrumentista incredibile, in questo senso mi viene in mente il paragone con Stevie Wonder, altro suo riferimento, in ogni caso. Questa melodia è ormai immortale, un crescendo continuo e un godimento continuo, ancora oggi un piacere ascoltarla come fosse nuova di zecca. Per molti colonna sonora di momenti speciali, anche legati ai letti, direi, Prince è sempre significato anche simbologia sexy…Peccato che abbia negato ogni riproduzione su youtube, o quasi, ma facciamo conto di conoscerla a memoria…grande Roger Nelson.

http://www.mojvideo.com/video-prince-purple-rain-live-2010/12f0f01e0c076e70b10a

 

 

 

27. ONE, U2

Anche qui copio e incollo quanto scritto in passato. Achtung Baby, l’album. U2 in crisi nera, si parla di scioglimento del gruppo, e non è solo un chiacchiericcio, è verita. Ad un passo dal baratro, la resurrezione. Col sigillo di questo brano.
Ci lavorarono fino alla notte precedente la fine delle registrazioni dell’album. E Brian Eno ci mise bocca . Il produttore fece aggiungere il bellissimo assolo finale di Edge per contrastare l’idea che la canzone fosse “troppo ottimistica”. In ogni caso, rispetto al pessimismo disperato che avvolge tutto il disco, “One” è una canzone speranzosa. E di cui davvero non si è ancora ben capito il significato. Il testo, forse il più grande mai scritto da Bono, “venne dal Cielo” (come lui stesso raccontò. Ma io ho letto un sacco di significati, in giro, attribuiti spesso a Bono, ma tra loro tutti diversi…amore tra due persone, divisione tra persone, divisione addirittura tra le due Germanie, separazione tra un padre e un figlio sieropositivo….direi che si tratta, all’apparenza, e per quanto io ne capisca, di due innamorati, oppure di due ex innamorati…il centro, il simbolo, quello che tutti noi abbiam preso come simbolo della canzone è “Siamo una cosa sola ma non siamo la stessa cosa. Dobbiamo sostenerci a vicenda”. Detta così, sembra assolutamente un inno alla speranza, alla voglia e alla possibilità di farcela. Ma tutto il testo restante ci fa capire qualcos’altro. “Ti ho deluso? O ti ho lasciato l’amaro in bocca? Ti comporti come se tu non avessi mai avuto amore [da parte mia]. E vuoi che io me ne vada senza”….. “Sei venuto qui per il perdono? Sei venuto qui per risuscitare il [nostro amore] morto? Sei venuto a prendere in giro Gesù?” (Cristo in persona unisce due che si amano e si sposano, per gli Irlandesi…l’ho detto, roba serissima, su cui non scherzano..)… “Ti ho chiesto troppo? Ma tu non mi hai dato nulla e il tuo niente è tutto quello che ho”…. “Siamo una cosa sola ma non siamo la stessa cosa. Ci feriamo a vicenda e poi lo facciamo di nuovo”…. “Tu dici che l’amore è un tempio, e dici che l’amore è la legge suprema”… “Tu mi chiedi di entrare [in questo tempio che è l’amore] ma poi mi fai strisciare. Ed io non posso continuare ad aspettare [il tuo cambiamento], perché tutto quello che sai fare è ferire [chi ti sta vicino]”….e il finale: “Un solo amore, un solo sangue, una sola vita. Devi fare quello che sai che dovresti fare” e cioè: “[imparare a] vivere in comunione di vita con me e non solo con me, ma con tutti gli altri, sorelle e fratelli”. Ecco. Non so se questa si davvero la miglior canzone degli U2, ma solo questa è entrata davvero nel cuore della gente, probabilmente perché davvero scritta con cuore e partecipazione assoluti. La fine del matrimonio tra Edge e la moglie fu senz’altro l’ispirazione di questa riflessione profonda da parte di Bono, che soffrì moltissimo per il divorzio dell’amico, e questo è commovente sul serio, mi fa capire quanto può essere grande l’amicizia, ma in realtà Bono disse di avere scritto le liriche a Berlino pensando soprattutto alla band, a quel momento di divisione che stavano vivendo e che li stava per portare allo scioglimento. Quindi anche un modo per incitarsi a tornare insieme. Ma il significato della canzone è ancora più universale. O quantomeno lo è diventata. L’uomo non può vivere da solo, deve vivere con gli altri, tenendo sempre presente la reciproca unicità, come dice il testo della canzone. Messaggio banale, o viviamo bene con gli altri, rispettandoli, oppure si muore, ma ce ne dimentichiamo praticamente ogni giorno. Riflessione finale, ancora su Bono…è per me incredibile che lui abbia tradotto in parole il dolore di un altro, anche se era il suo amico migliore…è una cosa assolutamente stupefacente. Forse per una Star ancora di più. Bello avere qualcuno che ti legge nel pensiero, tanto da sapertelo esprimere in parole, il tuo dolore.

 

 

 

28. ONCE IN A LIFETIME, Talking Heads

1980, album “Remain in Light”. Un singolo di successo mondiale. Una musica incatalogabile, forse. Un giro di basso e di batteria continui, con sovrapposizioni elettroniche di ogni genere, e con la voce, le voci stesse, che sono usate come strumenti che si sovrappongono a loro volta. Molto “africano”, come ispirazione, come ritmo, un gruppo che fece della sperimentazione il suo stile inimitabile. Grande Brian Eno, deus ex machina. Il testo di Byrne parla di esistenza, interrogativo sul senso di esistere. Il tempo che passiamo a correre, sempre tesi ad un traguardo, una volta raggiunto il quale non ci si sofferma ma si riparte verso il successivo. La vita come corsa a tappe frenetica, e per questa frenesia anche senza costrutto. Non abbiamo tempo, non abbiamo rapporti interpersonali, non sappiamo più chi siamo, e dove siamo. L’ha scritta a 26 anni, significativo….comunque il pezzo è stupendo, irresistibile, tecnicamente superbo. Sembra tutto fuori sincro, compreso Byrne nel video, ma è tutto studiato alla perfezione. Incontenibile pezzone della storia del rock.

 

 

 

29. QUALE ALLEGRIA, Lucio Dalla

Disillusione, rimpianto, senso di vuoto. Quando ci si rende conto che l’amore è perduto, che il suo stesso sogno di esistere per sempre è un’illusione, quando tutti recitiamo una parte, sorridiamo a forza, indossiamo maschere, saliamo sul palcoscenico, chi da cantante come lui, chi da attore, chi da persona comune, e mostriamo un volto e un sorriso quando ci viene puntato addosso un riflettore, e poi, una volta scesi, ci mettiamo la testa tra le mani e facciamo esplodere il nostro dolore da inadeguati. Quando la vita ci chiede un conto da pagare che sembra troppo salato. Quando gli schiaffi sono molti di più delle carezze.
….se ti ho cercato per una vita senza trovarti
senza nemmeno avere la soddisfazione di averti
per vederti andare via….
…cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino
con un sorriso ospitale ridere cantare far casino
insomma far finta che sia sempre un carnevale…
….Senza allegria
uscire presto la mattina
la testa piena di pensieri
scansare macchine, giornali
tornare in fretta a casa
tanto oggi è come ieri…….
…..a letto insieme senza pace
senza più niente da inventare.
Esser costretti a farsi anche del male
per potersi con dolcezza perdonare
e continuare….
Una solitudine assoluta, dove l’unica cosa che si possa fare è cercare altri come noi, oppure far finta che esistano, per alleviare questo macigno che ci preme sul cuore. Pensare che tutto sia uguale, che nulla cambi mai, che siamo tutti esseri ancorati a terra da una zavorra troppo pesante, è la peggior condizione di pensiero che si possa avere. Spaventosa canzone di Lucio, che è sempre stato il più grande ottimista sulla terra. Spaventosamente bella, dal vivo ancora di più. La canti sentendo il dolore, eppure la canti con forza, con bellissima disperazione. Lo dice anche lui, nel video, “la vado a cantare con immensa gioia”.

 

 

30. A PERFECT DAY, Lou Reed

Non poteva mancare. Alzi la mano colui che non ha inserito mai nella propria compilation privata, oppure playlist, facciamo i moderni, questo brano?
La giornata perfetta. Quella che tutti sogniamo. 24 ore di pace, serenità, quella giornata in cui anche le minuzie, come un bicchiere di sangria al parco, ci sembrano una prova dell’esistenza di Dio, una parte perfetta di un tutto perfetto. Una giornata in cui dar da mangiare agli animali dello zoo, passeggiare o guardare un film dopo essere tornati a casa, ci sembrano tutte cose meravigliose, da vivere centellinandole secondo per secondo, una giornata in cui si possa dire “che bello, sto bene”. E magari una giornata in cui una persona amata ci ami, e ce lo dimostri così bene tanto da doverle dire
“Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere

Solo un giorno perfetto
I problemi sono lasciati soli
Turisti per conto nostro
E’ così divertente”

Un giorno in cui una persona ha avuto la capacità di dare un senso compiuto alla nostra vita.

“Solo un giorno perfetto
Mi hai fatto dimenticare me stesso
Pensavo di essere qualcun altro,
qualcuno valido”

Sì, è un giorno. Uno solo. Sì, probabilmente Reed, che ne ha passate tante, nella vita, aveva capito benissimo che la perfezione non esiste, anzi, inutile cercarla, siamo più portati verso il male che verso il bene, che essere “buoni” è una gran faticaccia, spesso inutile, tra l’altro. Aveva anche capito benissimo che l’amore eterno è un’assurdità, che spesso le cose più belle, i sentimenti più belli, sono quelli che esplodono in cielo come un fuoco d’artificio, stessa intensità, stessa durata (più o meno). Addirittura qualcuno ha detto che non era ad una donna, che si riferiva, ma alla droga, era la droga, che lo faceva “resistere e andare avanti”. Era la droga, a fargli dire “mi hai fatto dimenticare di essere me stesso, pensavo di essere qualcun altro, qualcuno valido”. Ma sono sicuro che la maggioranza di noi non vuol sentire ragioni, vogliamo assolutamente l’interpretazione romantica, vogliamo pure pensare che un giorno qualcuno ce la dedichi, sta canzone, altro che droga…! Comunque, come diceva Troisi a Noiret/Neruda, la poesia non è di chi la scrive, ma diventa di chi la legge. Le canzoni sono così, diventano nostre. Ognuno ci veda quel che più lo aggrada 🙂  Di sicuro la canzone è meravigliosa, su questo siamo tutti concordi. Piano e archi perfetti, voce perfetta. Tutto perfetto. Mi sa che ho appena detto che la perfezione esiste….cancellate tutto.

 

 

 

31. SECRETLY, Skunk Anansie

La ballata più famosa di questo gruppo. Skin in una delle sue interpretazioni canore più elevate. La melodia, la voce, gli archi, commuovono, straziano, emozionano. Il testo…è molto tosto…non sono stato un gruppo di educande, di sicuro. Sofferenza, incomunicabilità, pensieri nascosti, proibiti, desideri che divergono, mal di vivere, coppia divisa. Non molto altro da dire. La canzone, in sè, è da pelle d’oca.

https://youtu.be/7M8UxZDk56o

 

 

32. SIGONELLA, Ivano Fossati

Potevo scegliere cinquanta brani diversi. Lo so. E sarebbe in ogni caso un delitto lasciarne fuori uno, di Fossati.
Lui smuove emozioni. Lui smuove passioni. Lui smuove il cuore. Lui parla di amore. Lui parla di pace. Lui parla di guerra. Ma di qualunque cosa parli, riesce a smuoverti. Anche perchè non parla e basta, ci mette sotto una musica che è poesia di per sè stessa. Questo brano è tratto dall’album forse più “politico” da lui prodotto, ed è un gioiello assoluto. Inizia in sordina, e piano piano questa lettera recitata sale, sale di contenuto e sale nel tono, diventa un’accorata preghiera, un accorato omaggio ad una terra, alla natura, e un’accorata disperazione verso il mondo intero, verso coloro che non sanno comprendere i loro delitti, delitti verso una terra e verso la speranza del suo popolo, costretto a tremare per un vulcano e costretto a tremare per le intenzioni bellicose di chi si arroga il diritto di decidere per loro. E’ piena di lacrime, questa canzone. La si ascolta perdendo completamente il fiato. Letteralmente. Si sente bene come lo abbia perso lui, con la sua interpretazione sentita come poche altre volte abbiamo avuto la fortuna di ascoltare da qualcun altro. Sale alta la rabbia per il senso di insicurezza che natura e uomini, insieme, sanno creare. Ma è quella creata dagli uomini, quella che fa più male.

 

 

 

33. HUNTER AND THE HUNTED, Simple Minds

Amori giovanili mai dimenticati. Anzi, più li ascolto e più li adoro. Sono stati un gruppo innovativo, anche loro abbastanza inclassificabile come genere, new wave, rock, art rock, pop, elettronica, dance, funky. Il fascino senza tempo è tutto qui. Alla fine inutile far discorsi “tecnici”, non ce ne frega niente, la prima cosa che viene da dire e che alla fine conta più di tutte è pronunciare la frase: “ammazza che bella, sta canzone”. Ecco, questa frase mi è uscita un sacco di volte. E dentro i loro album bisogna andare a fare un percorso di ricerca, al di là delle “hit” che li hanno resi celebri, molto al di là della Don’t you famosa, che li ha proiettati in cielo ma, nello stesso tempo, li ha segnati e distrutti. In questo album, per me il loro migliore, ci sono alcune perle, come questa. Loro hanno il pregio, per me, di volerli ascoltare sognando che certi brani durino almeno trenta minuti. Quando un brano invece finisce, come logico che sia, ci si resta male. Direi che questo sia un pregio assoluto. Il loro sono è potente, è maestoso, le loro tastiere, il loro basso, la loro batteria, scandiscono ritmi indimenticabili. E il canto di Kerr è…non so…cantilenante, ossessivo, aulico, disperato. Tutto. Una voce perfetta, e perfettamente amalgamata col loro suono. Un frontman eccezionale, a tutt’oggi. Grandissimi. E tutto il gruppo, specie Kerr, attaccatissimo all’Italia, piccolo punto in più a favore della simpatia che provo per loro. L’Italia ha dato loro un bel contributo allo sviluppo della carriera, come fece per i Genesis, in precedenza. Qualcosa di buono lo sappiamo fare.

https://youtu.be/fbwbXJvTwq4