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Non ti salvare

Non restare immobile
sul bordo della strada
non congelare il giubilo
non amare con noia
non ti salvare adesso
ne mai
non ti salvare
non ti riempire di calma
non riservarti del mondo
solo un angolo tranquillo
non lasciar cadere le palpebre
pesanti come giudizi
non restare senza labbra
non ti addormentare senza sonno
non pensarti senza sangue
non giudicarti senza tempo

ma se
malgrado tutto
non puoi evitarlo
e congeli il giubilo
e ami con malavoglia
e ti salvi adesso
e ti riempi di calma
e riservi del mondo
solo un angolo tranquillo
e lasci cadere le palpebre
pesanti come giudizi
e ti asciughi senza labbra
e ti addormenti senza sonno
e ti pensi senza sangue
e ti giudichi senza tempo
e resti immobile
sul bordo della strada
e ti salvi
allora
non restare con me

Mario Benedetti

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Tu guardi le stelle, stella mia, e io vorrei essere il cielo per guardare te con mille occhi.

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X agosto

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

 

Giovanni Pascoli, da Myricae

 

Chi mi conosce un po’ sa che le mie preferenze musicali divergono ampiamente rispetto a questo autore e a certe canzoni…ma alle volte capitano momenti in cui divergi da te stesso…sei sovrappensiero e subdolamente, mentre ti capita di guardare una puntata di Linea Verde in tv, un motivetto ti colpisce, senza motivi apparenti…e divergi. Improvvisamente ti va di essere in quella trattoria, in riva al mare, a febbraio, in quel momento preciso ti va di ascoltare e di cantare proprio questa canzone, cancellando tutte le cattive notizie. E, senza motivo, ti accorgi che hai gli occhi lucidi. Magari il motivo c’è. Magari la vita oscilla tra la bellezza che vedi e che vivi e la bellezza che vorresti vedere e vivere. Non siamo mai contenti. É la natura dell’uomo, la ricerca, l’insoddisfazione. Comunque sarebbe bello fosse una giornata di febbraio, oggi, sarebbe bello essere al mare, a mangiare e a pensare di fronte alle onde. Non fateci caso, magari è il caldo che ha fatto divergere i miei neuroni. Buoni sogni a tutti. Specialmente a chi ne ha più bisogno.

È da giorni sul tavolo. Un’amica
me l’ha regalata senza alcun motivo,
come viene e va la felicità,
senza alcuna intenzione che potesse
farla simbolo di qualcosa.
Ora che ha perso il colore
e che sono seccati i suoi petali
e ha l’odore delle cose perdute
ora dice che non se ne vanno solo
la felicità o l’amore,
ma che passano anche i giorni vuoti,
che non c’è modo di nascondersi dalla vita,
che la fine è la stessa,
che quello che non è neppure cominciato tuttavia finisce.
E la vita, è già compiuta? È tardi per riviverla?

Martín López-Vega

«È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente anche che mi ha concesso una tregua. All’inizio, ho riluttato a credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e l’ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua».

 

La tregua, di Mario Benedetti


Questo è un libro che ho commentato, ma credo che quella specie di recensione non gli abbia reso nemmeno un’oncia di rispetto. Non penso di poter essere stato in grado di rendere giustizia a quello che questo romanzo mi ha fatto provare. E oggi riprendo questa citazione, perché ho bisogno di farlo. È stato forse l’unico libro per il quale abbia versato davvero un fiume di lacrime. Ripensarci, oggi, fa male. Molto. Ma sono stato felice di averlo letto.

tregua

Stamattina mi sono collegato ad internet e mi sono accorto di aver perso un amico. Uno mai visto di persona, mai guardato negli occhi, uno di cui non ho mai conosciuto la stretta di mano.  Ma uno che ha saputo entrarmi nel cuore usando solo lo schermo di un televisore.  Ho tanti ricordi legati a lui. La serie dei film di Toy Story, la voce del cowboy Woody, è qualcosa che ormai fa parte di me e della mia famiglia. E non andrà mai via.      Andremo avanti come sempre. Ma ogni tanto sulla nostra strada ci si imbatte in persone che ci fanno subito capire che non saranno sostituibili.  Ecco, ci saranno altri programmi, altri conduttori, torneremo a ridere e fare gli stupidi. Ma in questo caso penso sia chiaro a tutti che il vuoto umano non potrà essere colmato. Era una gran persona, trasparente, unico nel suo genere, quello che si immaginava dallo schermo era realtà, e capita ben poche volte, quando si parla di spettacolo. Un uomo generoso a parole e nei fatti.  Ho un rispetto infinito, infinito. Non mi interessa la qualità delle trasmissioni, penso solo all’uomo, e quest’uomo qui è nato speciale ed è andato via speciale. Sono state lacrime ben spese, quelle che ho versato oggi, e sono tante, lo confesso. E non sono ancora finite. Una giornata brutta, ho un magone senza fine.  Eri un ragazzo ed un signore antico insieme, per la tua voglia di giocare e la tua signorilità. Non ti dimenticherò mai.

Grazie, Fabrizio

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innervisions

Inutile parlare in generale di cosa sia stato Stevie Wonder per la musica mondiale.
Una fucina inesauribile di talento, creatività che non possono essere descritte.
Questo album, Innervisions, è del 1973. Ha già raggiunto il successo, Stevie. Talking book, precedente, seguito da un tour spettacolare al fianco dei Rolling Stones, lo hanno già proiettato ai vertici in ogni luogo del pianeta.
Ma questo disco certifica e aumenta il suo credito e testimonia il suo incredibile valore.
E’, senza ombra di dubbio, un capolavoro. Non c’è un solo pezzo che non sia un capolavoro.
Di più, un solo pezzo, tra questi nove, avrebbe fatto la fortuna di qualunque musicista.
E penso che lo stesso Wonder non abbia mai potuto replicare un disco simile.
Un inno all’amore, alla gioia, alla speranza, ma anche una dichiarazione convinta e decisa contro le ingiustizie, un urlo al cielo contro le discriminazioni razziali, una denuncia dura, senza sconti, come ha sempre fatto nella sua vita.
Living for the city è il simbolo di questa denuncia, un testo davvero drammatico, e strapieno di rabbia, di grinta.
Il disco, stiamo parlando del 1973, è una bomba in quanto a novità non solo di testo, ma soprattutto a livello strumentale. Non si era mai visto un nero usare in maniera così netta e totalizzante i sintetizzatori, la tecnologia, arrivando a spaziare attraverso ogni genere, il soul, il funk, il jazz, diventando precursore dell’acid jazz, come in Too High, dove sembra di sentire la nascita di Jamiroquai, un brano ancora di denuncia, stavolta contro la droga. E’ una magia continua, questo viaggio dalle ballate come Visions al groove scatenato di Higher ground o Don’t you worry ‘bout a thing (il brano più divertente), un funk inarrivabile, con una vocalità di cristallo puro, senza paragoni, stupefacente. Jesus child of America, un invito a farsi guidare da Dio, l’elemento religioso che Wonder tiene sempre ai primi posti nella sua musica. In Higher ground il testo dice:
“Sono davvero grato che Egli mi abbia permesso di riprovarci,
perchè la mia ultima(precedente) volta sulla terra, ho vissuto un mondo pieno di peccato
Sono grato di sapere adesso, molto più di prima
Continuando a tentare fino a raggiungere il mio posto più alto.”

Appena finito di registrare Innervisions, Stevie Wonder ebbe un terribile incidente automobilistico, rimase in coma per diversi giorni. Al risveglio, si rese conto di aver difficoltà, fortunatamente non definitiva, nel riconoscere odori e sapori.
Ma la sua preoccupazione principale era sapere se avesse riportato danni all’udito, e se sapesse ancora suonare come prima. Si fece portare uno dei suoi strumenti musicali in ospedale. E suonò. Sì, sapeva ancora suonare. Da quel momento la sua musica e la sua vita hanno avuto un indirizzo ancora più marcato verso la religione e verso l’attenzione nei confronti del prossimo.
Jazz puro in All in love is fair, Golden lady, dove si entra nell’amore puro, nella gioia pura che solo l’amore può donare.

E infine He’s Misstra know-it-all, per me sempre la preferita, la più bella in assoluto, musicalmente senza confini, inarrivabile, musica e voce da Paradiso. Una dolcezza senza limiti ma che non inganni, perchè questo brano è una polemica aperta verso Richard Nixon.

Stevie Wonder non è solo un grande musicista, è stato un cieco che a soli 23 anni ha saputo avere uno sguardo lunghissimo e lungimirante sugli Stati Uniti e sulla sua intera condizione sociale e civile.
Una fotografia perfetta.

 

“La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri! Il mio impegno in questo senso è un dovere verso i miei genitori, mio nonno, e tutti i miei zii. E’ un dovere verso i milioni di ebrei ‘passati per il camino, gli zingari, figli di mille patrie e di nessuna, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e verso i mille e mille fiori violentati, calpestati e immolati al vento dell’assurdo; è un dovere verso tutte quelle stelle dell’universo che il male del mondo ha voluto spegnere . . . I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato storia, è la storia oggi, si sta paurosamente ripetendo.”

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Elisa Springer, detta Lizzi. Nata a Vienna il 12 febbraio del 1918. Morta a Matera, qui da noi, il 20 settembre del 2004.
Una delle persone sopravvissute all’Inferno di Auschwitz. Poi Berger Belsen. Infine Theresienstadt.
Il resto della sua vita lo ha trascorso a Manduria.
Aveva deciso di tenerlo nel suo cuore, nel posto più buio e polveroso e nascosto del suo cuore, il racconto di quell’Inferno.
Anche in Italia aveva trovato gente che diffidava di lei. Il paese piccolo, la gente che mormora. Chi sarà, sta tedesca, una ballerina, una spia, una dama nobile.
Alla fine ha ragionato diversamente. Ha pensato che il silenzio fosse controproducente. Che fosse una specie di colpa, e il sospetto la colpiva:

«Il loro scherno e la loro indifferenza mi ferivano».

Perché esistono diversi inferni, nella vita, triste da dire, ma così è. L’indifferenza può far male tanto quanto una frustata o un calcio al ventre.
E così, dopo tantissimi anni, decide di tirar fuori la sua voce e la sua storia vera. E lo fa scrivendo Il silenzio dei vivi.

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«Il mio silenzio – mi raccontò – è stato causato dal silenzio degli altri. C’è il dolore di coloro che hanno sofferto e soffrono, che hanno subito e subiscono le atrocità della guerra, i massacri in nome di Dio o della razza. E c’è il silenzio che ci continua ad accompagnare».

“Ho provato anch’io a dimenticare, ma qualcosa si è mosso dentro me. Ho finalmente capito che dovevo parlare, prima che fosse troppo tardi. Dare voce al mio silenzio è un dovere: troppe storie esistono nel silenzio e sono rimaste in silenzio, nell’attesa che qualcuno le raccogliesse.”

Elisa Springer nasce a Vienna da una ricca famiglia ebrea di commercianti di origine ungherese, da Riccardo Springer e Sidonia Bauer. Nel 1938 l’Austria viene annessa alla Germania, il progetto della Grande Germania votato dalla quasi totalità della popolazione. Ed è da quel momento che comincia il suo inferno. Da quel momento inizia la persecuzione degli ebrei. Il padre viene arrestato, nel 1940. Ed Elisa fugge a Milano, comincia a lavorare, traduttrice per diverse aziende. Ma una donna fa il suo nome, la tradisce, una maledetta donna fascista e spia. Elisa viene arrestata, come suo padre, nel 1944. Deportata ad Auschwitz, è il 2 agosto del 1944. Scelta da Joseph Mengele in persona. Il Dottor Morte, l’Angelo Nero, la guarda negli occhi e la “sceglie”.

«Con un cenno del pollice ti dava la vita o la morte» – racconta Elisa Springer nel suo libro. «Appena arrivati ti mandava al gas o in campo, e poi faceva le selezioni ogni 15 giorni. Bastava un foruncolo o una piaga per finire nel camino. Una volta mi hanno bruciato con un ferro rovente su una coscia perché avevo sorretto una compagna durante un lungo appello. Mi hanno chiamata fuori dalla fila e mi hanno punita davanti a tutte. Ho scampato il gas solo perché, quando la ferita era ancora aperta, non ci sono state selezioni».

Ma Elisa è forte. E “fortunata”. Lo scrivo tra virgolette. Perché attraversare l’inferno non è una fortuna, nel senso che viene dato da noi al termine.
Attraversa quello di Auschwitz, passa a quello di Berger- Belsen. Lì conosce Anna Frank di persona. Il terzo girone infernale, il suo ultimo, è quello di Theresienstadt, e il 5 maggio 1945 arriva il raggio di sole atteso ma anche insperato, la liberazione.

Nel 1946 è già in Italia, sceglie Manduria, e la sceglie per sempre, la provincia di Taranto. Ed è lì che viene sepolta, è lì che possiamo andarla a trovare.

Nel maggio del 1999 al Teatro Politeama Greco di Lecce furono eseguiti due valzer di Elkan Bauer, il nonno materno di Elisa, morto nel campo di concentramento di Theresienstadt. Le partiture di “Diana walzer” e “Aeroplan walzer” scampate alla notte dei cristalli di Vienna furono affidate al direttore d’orchestra Realino Mazzotta. Il concerto fu presentato dal giornalista televisivo e scrittore Corrado Augias e dall’ambasciatore d’Austria in Italia Günter Birbaum.

La parte finale della sua vita la trascorre dedicandosi interamente a tramandare ai giovani tutti gli orrori vissuti in quei maledetti campi.

«Oggi, più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano. È l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch’io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere.
Un mondo in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola libertà».

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L’indifferenza è inferno senza fiamme,
ricordalo scegliendo fra mille tinte
il tuo fatale grigio.

Se il mondo è senza senso
tua solo è la colpa:
aspetta la tua impronta
questa palla di cera.

 

 

Maria Luisa Spaziani