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L’indifferenza è inferno senza fiamme,
ricordalo scegliendo fra mille tinte
il tuo fatale grigio.

Se il mondo è senza senso
tua solo è la colpa:
aspetta la tua impronta
questa palla di cera.

 

 

Maria Luisa Spaziani

Pablo Neruda

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Abbiamo perso anche questo crepuscolo.
Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano
mentre la notte azzurra cadeva sul mondo.

Ho visto dalla mia finestra
la festa del tramonto sui monti lontani.

A volte, come una moneta
mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.

Io ti ricordavo con l’anima oppressa
da quella tristezza che tu mi conosci.

Dove eri allora?
Tra quali genti?
Dicendo quali parole?
Perché mi investirà tutto l’amore di colpo
quando mi sento triste e ti sento lontana?

È caduto il libro che sempre si prende al crepuscolo
e come cane ferito il mantello mi si è accucciato tra i piedi.

Sempre, sempre ti allontani la sera
e vai dove il crepuscolo corre cancellando statue.

 

 

{Venti poesie d’amore e una canzone disperata)

 Pablo Neruda, che nasceva il 12 luglio del 1904

Amore a prima vista

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Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno « scusi » nella ressa?
un « ha sbagliato numero » nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Wisława Szymborska

Non erano le ore

2915025012.jpgNon erano le ore che noi perdemmo,

nè il treno che non arrivò.

Fu solo la nave e il gesto dei remi

e la vita che già passò.

 

Tutto ci dava l’impressione di avere

fra traverse errato la via,

e di non trovare l’amore, e di non avere

per la tristezza che la Luna…

 

Tutto questo fu come se non fosse…

Magari fosse durato di meno…

Infine, che importa? Non c’è possesso…

e solo i cieli eterni sono sereni…

 

 

 

Fernando Pessoa

DISATTENZIONE

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Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro,
incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.
Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
oppure
(e qui un paragone che mi è mancato).
Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.
Su un tavolo più giovane, da una mano d’un giorno
più giovane,
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia era
come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La Terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.
È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.
Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

Wisława Szymborska

tumblr_static_tumblr_static_filename_640No, non posso credere
che tu sei per me,
se ti avvicini, mi raggiungi
e mi dici: ” Ti amo “.
Amare, tu? Tu, bellezza
che vivi al di sopra,
come aprile o stella,
del gran destino di amare,
nell’immensa altezza
dove non si risponde?
Sorride forse a me il sole,
o la notte, o l’onda?
Ruota per me il mondo
giocandosi stagioni,
arance, foglie secche?
Non sorridono, non ruotano
per me, per gli altri.
Bellezze sufficienti,
recluse, non amano nulla,
implacabili,nella loro altezza.
Con noncuranza,
sorgono, si colorano, fuggono,
lasciandosi indietro
tormentati drappelli
di aneliti e parole.
Si lasciano amare,sì,
ma non rispondono mai
amando.
Fiorire, sfiorire,
onde, erbe, mattine:
pascoli per agnelli,
giochi di bimbi e
silenzi assoluti.
Ma per nessuno amore.
Noi sì, invece, amiamo,
noi amanti.

Pedro Salinas
La voce te dovuta – L I

La mia famiglia sono io, Chandra Livia Candiani

“Mi sono marito mamma e cane
mi porto a passeggiare timida
in un gracile polveroso parco,
mi accompagno severa
a saldare i conti
del commercio umano,
mi tiro per la manica
se mi avvinghiano di chiacchiere
per non distrarmi dal grande amore
della solitudine
che mi aspetta premurosa a casa.
Sono la tazza di tè
preparata al mattino
vuoto che guarda il vuoto
pozzo profondo
nella torre più alta,
insieme a guardare la corrente,
nella sospensione del senso
delle prime luci senza faccende.
La sera mi sdraio con me intorno
e al fianco, mi tengo lievemente
al lenzuolo non stirato
al bordo dell’abisso della notte,
l’abbraccio che fa silenzio alla montagna,
ore che crollano con la grazia fasulla delle foglie.
Notte –
un fiume senza confluenza,
dice la verità, graffiando dà orientamento,
seguo la ferita appena nata i suoi bordi
come rotaia per la dignità del male,
una stella candida, polare.”
livia

Si mis manos pudieran deshojar

“Pronuncio il tuo nome nelle notte buie,
quando gli astri vanno
a bere alla luna
e dormono gli alberi
delle foreste cupe.
Ed io mi sento vuoto
di passione e di musica.
Orologio impazzito che canta morte ore antiche.
Pronuncio il tuo nome
e in questa notte buia,
il tuo nome suona
più lontano che mai.
Più lontano delle stelle,
più dolente della spiaggia quieta.
Ancora ti amerò
come allora? Quale colpa
ha il mio cuore?
Se si alza la nebbia
quale nuova passione m’attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!”

Federico Garcia Lorca,  (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto 1936)