Uno di noi, di Daniel Magariel (Ed. Codice, pp. 179, traduttore G. Guerzoni, 2018)

 

uno di noi

Un padre e due figli in fuga.
La storia on the road tanto cara alla letteratura americana.
Una famiglia in crisi, matrimonio scoppiato, la violenza. E la fuga, appunto.
Un padre che apparentemente ama. Ma, come sempre, è nei fatti, che si vede l’amore.
E i fatti parlano di un uomo ripiegato su se stesso, sul culto di sè, un uomo che costringe i suoi figli a spalmargli una crema appena uscito dalla doccia, un uomo nel tunnel nero della tossicodipendenza. Un uomo che promette una nuova vita, li porta via dalla madre che ha anch’essa problemi e viene individuata come il nemico vero da cui stare lontani. E loro ci credono. Non hanno altro. Sono ragazzini. Come si fa a non fidarsi di entrambi i genitori? Si deve credere in almeno uno di loro. E loro scelgono, hanno l’impressione di scegliere, in realtà sono costretti.
Perché funziona così, con genitori di questa fatta i figli sono manipolati, ricattati, crescono senza punti di riferimento, senza un aiuto per affrontare le tappe del loro percorso. Finiscono per avere lo stesso sguardo distorto del padre, prendono schiaffi e calci e lo considerano normale, se non giusto, sono traditi ma vengono fatti sentire come i peggiori traditori.
Una storia violentissima, durissima. Chi legge si trova a fare il tifo con questi due ragazzi, a sperare che questa fuga tra deserti, rettilinei infiniti, motel, abbia una conclusione, una meta stabile, sicura. Che non sembra arrivare mai, tutto precipita nell’incubo peggiore.
Ma, come ne La strada di McCarthy, la salvezza esiste, ed è l’amore.
Ma qui non c’è un padre disposto all’estremo sacrificio in nome dell’amore di un figlio, qui c’è l’esatto contrario, qui la salvezza viene solo dalla coesione assoluta tra fratelli, solo stringendosi tra loro, aiutandosi e coprendosi possono vincere, ed il nemico è proprio il genitore.

“Lui è tuo fratello per la vita. Tu sei la sua ultima linea di difesa.”

Ma sarà una salvezza pagata a carissimo prezzo. Perché salvarsi fisicamente si può, ma le ferite della disillusione, dell’innocenza perduta, del dover crescere subito, sono quelle più dure a guarire, anzi impossibili.

“Nostro padre era un atto con un solo finale. La sua traiettoria: giù, giù, giù. Si sarebbe ammazzato prima o poi. Non che me ne fregassi, era pur sempre mio padre. Solo che eravamo suoi spettatori da troppo tempo, da questo divano. Qui ci eravamo sentiti felici, feriti, tristi. Vittime e confidenti. Eravamo stati traditi, attaccati, confusi. Qui avevamo dormito e sognato sogni infantili che non sarebbero mai più tornati.”

Musica: The long run, Eagles


https://www.youtube.com/watch?v=YBfE8nMxv-U

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Less, di Andrew Sean Greer (Ed. La nave di Teseo, pp.292, 2017)

 

less

Un romanzo sulla vita, sull’amore, sull’invecchiamento, sul fallimento e sul successo.
Molto americano, per larghi tratti.
Il concetto di fallimento applicato ai risultati lavorativi è molto americano.
Arthur Less è un omosessuale arrivato alla soglia dei 50 anni, ma non è ancora cresciuto, non riesce lui stesso a vedersi nei panni di un cinquantenne, non sa cosa pensare,è l’età dei bilanci, l’età in cui bisognerebbe aver preso una strada precisa, e lui invece non sa che cosa fare. Due relazioni con due uomini diversi, uno più vecchio di lui di 20 anni e uno più giovane di lui di 20 anni. Il suo ex amore sta per sposare un altro. E ora è solo. E ora si chiede cosa fare, dove andare, se 50 anni sono pochi o sono troppi, e per la paura di affrontare queste domande lui fugge via, in un viaggio intorno al mondo, un Ulisse in fuga dai problemi. Ma non esiste fuga, tu resti sempre quello che sei, anche in Giappone, anche in Marocco ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che te lo ricorderà. Arthur è come un adolescente troppo cresciuto che non vuole affrontare la vita a testa alta, in questo il romanzo è tenero, romantico, ti affezioni a quest’uomo che si trova spaesato come un pioniere in una landa sconosciuta, uno che si sente “il primo omosessuale della storia a invecchiare”, perché ha conosciuto quella generazione che moriva di AIDS, persone che dopo i quaranta non duravano molto oltre. Come affrontare questa landa sconosciuta dei 50 anni?

“Rimanendo eterni ragazzi, tingendosi i capelli, digiunando per mantenere la linea, infilandosi in camicie e jeans attillati e scatenandosi a ballare fino a quando si crolla fulminati da un infarto a ottant’anni?
Oppure meglio optare per la via opposta: rinunciare a tutto questo, tenersi i capelli bianchi, scegliere maglioni eleganti che ti coprono la pancetta e sorridere dei piaceri per sempre perduti? Oppure meglio sposarsi e adottare un bambino? E in coppia, ognuno si prende un amante, come comodini coordinati accanto al letto, in modo che il sesso non svanisca del tutto? Oppure lo si lascia tramontare per sempre, come fanno gli eterosessuali? Si sperimenta il sollievo della liberazione da tutta quella vanità, quell’ansia, desiderio, dolore? Ci si fa buddisti? Una sola cosa non devi fare di certo: non ti tieni un amante per nove anni considerandola una cosuccia senza impegno, e una volta che lui ti lascia, scompari e finisci da solo dentro una vasca da bagno d’albergo a chiederti adesso che cosa ne sarà di te.”

Questa preoccupazione, questo terrore per l’età che avanza inesorabile è il motivo principale per cui Arthur tenta di sfuggire all’amore, alle relazioni a lungo termine, un’ossessione, quella dell’evitare la sofferenza, che gli preclude la gioia.

“Io sto diventando troppo vecchio per te. Quando tu avrai trentacinque anni io ne avrò sessanta. Quando ne avrai cinquanta io ne avrò settantacinque. E allora cosa faremo?”

L’eterna domanda, che cos’è l’amore?

“I poeti ne scrivono, se ne sente raccontare, gli italiani lo chiamano ‘colpo di fulmine’. Ma sappiamo benissimo che il grande amore della vita non esiste. L’amore non è una cosa estrema come quella. È portare fuori il cazzo di cane così l’altro può continuare a dormire, è fare la dichiarazione dei redditi, è pulire il bagno senza prendersela. È avere un alleato nella vita. Non è fuoco né fiamme né fulmini. È quello che
lei ha sempre avuto con me. O no? Ma se invece avesse ragione lei, Arthur? Se avessero ragione gli italiani?
Se fosse questa cosa squassante che ha sentito lei? E che io non ho mai sentito. E tu?”

 

“E se capita che un giorno incontri qualcuno, Arthur, e senti che non ci potrà mai essere nessun altro al mondo? Non perché gli altri siano meno interessanti, o bevano troppo, o abbiano problemi a letto, o debbano sistemare in ordine alfabetico ogni cazzo di libro o caricare la lavastoviglie in una maniera che per te è insopportabile. Ma perché loro non sono quella persona.
…Magari vai avanti anche tutta la vita senza incontrarla e resti convinto che l’amore sia tutte quelle altre cose, e però se la incontri, che Dio ci aiuti! Perché allora: tac! Sei fregato.”

“Che cos’è l’amore, Arthur? Che cos’è?” “Una cosa buona e cara? Oppure fuoco e fiamme?”

A volte sono rimasto annoiato, in certe parti del libro eccessivamente descrittive o digressive, ma queste parti Greer le contrasta con tanta ironia e satira. È valsa la pena, di leggere questo premio Pulitzer 2018, anche per un finale assolutamente bellissimo.
La cosa stra-bella del libro, per me, è che Greer ci parla di una storia completamente omosessuale, ma ne tratta parlando di un mondo che ha finalmente accettato le non differenze. Sarà utilissimo leggerla per chi ritiene che omosessualità ed eterosessualità siano due universi paralleli destinati a non incontrarsi mai, perché qui invece capirà quanto tutti siamo uguali, nel nostro modo di sentire, di piacere, di essere insicuri o sicuri, di innamorarsi o di scegliere di non farlo, perché il cuore, fortunatamente, non conosce e non fa differenze. Almeno lui.

Musica: I’ll Take You There – Staple Singers


https://www.youtube.com/watch?v=bQ-c8CW_IMk

Un buon posto dove stare, di Francesca Manfredi (Ed. La nave di Teseo, pp. 165, 2017)

 

un buon

Ormai di racconti ne ho letti molti.
E si sa come vanno, i racconti. C’è sempre tensione, attesa quasi spasmodica, gli autori di racconti ti gettano subito nella vicenda, su un divano, su un letto, dentro ad una casa polverosa, su un bus, in auto, fianco a fianco con i personaggi. Ma poche volte ho letto questo senso di inquietudine come nei racconti di Francesca Manfredi.
Sono undici racconti, un numero che riporta subito alle Undici solitudini di Yates, ed è molto probabile che non sia un caso. La solitudine. Nudi davanti a uno specchio, appoggiati con la fronte al finestrino di un auto, nella casa di una madre appena scomparsa, nei momenti di passaggio della vita.
Non sono perfetti, questi racconti, ma lei ha di sicuro letto benissimo Carver e Yates.
Un equilibrio totale tra tranquillità del quotidiano e la sensazione fortissima di perdita, sconfitta, pericolo, rimpianto, dolore, del qualcosa che sta per spezzarsi o che sta per nascere. Sono tutte situazioni anonime, come i protagonisti. Così come anonime sono le ambientazioni, una baita, una casa vuota, un bosco. Ti senti lontano da queste persone ma nello stesso tempo sei coinvolto come se ti riguardasse. Perché la fragilità, l’inquietudine, la solitudine, i sogni, i sentimenti, sono comuni a tutti noi. Tutti noi abbiamo un passato e tutti noi scrutiamo un futuro, tutti noi spesso abbiamo avuto la sensazione di stare su un filo e di poter precipitare, tutti noi siamo sempre alla ricerca di stabilità, un buon posto dove stare.

Musica: 45 – Shinedown


https://www.youtube.com/watch?v=MLeIyy2ipps

La storia di un matrimonio, di Andrew Sean Greer (Ed. Adelphi, 224 pp., 2008)

 

la storia di un matrimonio

Perlie inizia a raccontare per caso, ormai aveva avvolto la sua storia nella carta velina, l’aveva riposta senza volerci più pensare. Un matrimonio, il suo, con Holland. Una nera e un bianco negli Stati Uniti degli anni ’50. Un figlio, malato, un cane. Due zie che la mettono in guardia, non lo sposare, qualcosa in lui non va. Lei pensa al cuore malato, e decide di prendersi cura di lui, di proteggere quell’organo delicato. L’amore è fatto anche di giornali ritagliati, di notizie non date o parzialmente nascoste, di una casa che diventa un rifugio dai mali del mondo, ci pensa Perlie. E Holland non chiede di meglio che di essere protetto.

 

«Ho bisogno che tu mi nasconda». Come testimone protetto, una vita nella nostra casa piccola e tranquilla: un figlio, una moglie, un cane che non abbaia. Un po’ d’amore per tutti, un po’ di felicità per lui»

 

Bella storia. Sembra tutto placido, senza scosse, invece accade di tutto, un po’ come guardare il pianeta Terra dallo spazio, sembra tutto tranquillo ma invece nulla è mai tranquillo, il mondo è cattivo, i cuori ballano, si muovono, pulsano, e nessuno ne sa quasi mai niente, niente è come sembra. Può arrivare il ribaltamento di tutte le nostre convinzioni e sicurezze. Specie in un matrimonio. Improvvisamente il rifugio accogliente diventa prigione, cambia colore, i non detti pesano tonnellate. E se si vuole proseguire quel cammino si deve essere disposti a soffrire, e a scegliere.

 

«Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta.
Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all’originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c’era da vedere, che cosa abbiamo capito?»

 

Mi ero già segnato questo libro da quando lo lesse Antonella Russi, ma poi probabilmente non lo avrei affrontato, come mio solito, se non fosse uscito poi Less, che invece voglio proprio leggere, ma prima volevo sapere come scriveva questo Greer. Bene, direi che è andata bene.

 

Musica: Secret garden, Bruce Springsteen

Le notti blu, di Chiara Marchelli (Ed. Perrone, pp. 236, 2017)

 

le notti blu

È un altro libro sul dolore.
Il dolore di chi resta. Quello che nessuno vuole affrontare, e nessuno vorrebbe mai neanche sentire nominare.
Fa molto male pensare di sopravvivere a un amore, soprattutto sopravvivere ad un figlio.
Puoi anche essere uno studioso, un matematico, uno che ha fatto della ragione la propria vita professionale e che ha trasportato nel privato l’approccio scientifico e probabilistico.
Ma i numeri non spiegano la vita, non per intero. La vita scarta di lato, si imbizzarrisce, frena di colpo e poi accelera violentemente. La vita ti offre certezze, ma sa anche spazzarle via in un attimo.
Ti rende felice, poi ti spinge nel baratro, poi ti offre qualche piccolo appiglio per risalire, ma può anche farti sbandare di nuovo.
Sì, è un libro sul dolore, sui modi diversi con cui le persone lo affrontano, lo superano oppure decidono di conviverci, ma anche sull’instabilità delle certezze, sulla forza dell’amore, sulla difficoltà, direi anche sull’impossibilità di capire chi amiamo, l’impossibilità di sapere chi ci troviamo di fronte, anche se lo conosciamo da una vita, anche se lo abbiamo messo al mondo noi non potremo mai conoscere la paura che si nasconde dietro ad un sorriso. Siamo pronti e disposti ad affrontare l’idea che loro non sono quello che noi pensavamo e volevamo che fossero? Siamo pronti a ripartire, ad accettare tutto e trovare spazio per intraprendere un cammino nuovo, siamo pronti ad accogliere la speranza?
Libro scritto con durezza, a tratti con ferocia, affilati dialoghi e silenzi che si avvertono benissimo in tutta la loro pesantezza, dolore che fa rumore, ma anche molta delicatezza.

Musica: Nothing else matter, Metallica – William Joseph


https://www.youtube.com/watch?v=GdU6snztM0A

Una donna, di Annie Ernaux (Ed. L’Orma, pp.99, trad. Lorenzo Flabbi)

 

una donna

“Mia madre è morta lunedì 7 aprile nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo portata due anni fa. Al telefono l’infermiere ha detto: «Sua madre si è spenta questa mattina, dopo aver fatto colazione». Erano circa le dieci”.


La Ernaux non si risparmia e non ci risparmia mai. È una scrittura che non ti fornisce vie di fuga, lo sai subito, dall’incipit che chiama Lo straniero di Camus a gran voce.

Una madre, una donna che non smette mai di lavorare, la campagna, la fabbrica, il negozio di alimentari, le ambizioni coltivate, il voler essere di più di quel che la vita ti riserva, soprattutto la lotta affinchè sia la figlia, ad avere quel di più, ad avere quella cultura che le consenta di fare il salto decisivo. Una madre sempre presente, quasi ossessiva, nella sua presenza, fatta solo di amore duro, non fisico, non ci sono abbracci, nessuno ti ha insegnato a mostrare l’amore con i gesti fisici, le parole sono poche, l’incomunicabilità divide, allontana, e ad un certo punto sembra divida definitivamente. Ma una madre, e una madre così, è come un totem, è una presenza che sembra esistere al di là dello spazio e del tempo, c’è e c’è sempre stata, e il legame è indissolubile. Lei ti ha generata, lei ti ha plasmata, e tu sei lei. Alla fine l’Alzheimer trasforma tutto, e rovescia i ruoli, rendendo ancora più struggente il contrasto tra rabbia e amore. Rivuoi tua madre per come era, dentro e fuori che corrispondano, non ha il diritto di tornare bambina, di dimenticare.
E ti ritrovi a pettinarle per ore i capelli solo perché capisci che è l’unico gesto che a lei regala piacere, tranquillità, le allevia la sofferenza di aver perso se stessa.

Dolore e amore. Grande capacità di mescolare storia e vicenda privata. Fare letteratura con ricordi personali, biografia che diventa romanzo universale. È una vicenda intima, ma tocca anche noi tutti. Sembra sempre così dura, che scriva con un’accetta tra le mani, ma piange, e fa piangere, con quell’accetta. Tanto bisogno di amore. Tanto amore dato, ricevuto. Dato male, ricevuto male, anche. Ma la vita è dura. E ognuno ha fatto quel che poteva. E alla fine si è grati a chi ci ha fatto nascere e ci ha amato. Senza di loro siamo perduti, perdiamo un ruolo e dobbiamo cercarne un altro.


“Era lei, le sue parole, le sue mani, i suoi gesti, la sua maniera di ridere e camminare, a unire la donna che sono alla bambina che sono stata. Ho perso l’ultimo legame con il mondo da cui provengo”.

Musica: Mother, John Lennon


https://www.youtube.com/watch?v=CEnc3RQE2lg

Lealtà, di Letizia Pezzali (Ed. Einaudi, pp.195, 2018)

 

lealtà

La Brexit, lo sconquasso economico, fa da sfondo alla vita di Giulia. Orfana di padre, condizionata dalle difficoltà economiche, sceglie la carriera in una banca d’affari per contrappasso, per evitare di dover pensare mai più a sopravvivere economicamente.
Una carriera su cui si getta a capofitto. Un lavoro fatto di analisi, di numeri, di fogli excel, febbrile e freddissimo. Il tempo che resta è poco, poco da dedicare alle relazioni.
Giulia ha avuto solo Michele, in testa e nel cuore. Conosciuto all’università, e ricomparso dopo dieci anni.
Il libro racconta di questo viaggio, mette passato e presente di fronte, Milano e Londra, università e lavoro, certezze e insicurezze. 

“L’amore è una debolezza dei nervi”.

Il lavoro così pressante ti porta ad essere desiderosa di sfogarti in altro modo, Michele è l’ossessione di Giulia, anche se è sposato, anche se ha una bambina.La storia è difficile, con queste premesse, ma Giulia si intestardisce. Poi «una mattina ci svegliamo ed è finita».
Michele però torna, non se n’è mai andato. L’ossessione in qualche modo non è passata. E torna con i social, i messaggi, le chat, relazionarsi attraverso uno schermo, lo spiare i profili, immaginare una vita attraverso un singolo like ad un’altra.
La lealtà che viene mostrata solo a vantaggio del pubblico.
I temi sono molteplici, il lavoro, il successo, l’amore, il sesso, il rapporto con i genitori, la ragione contro il sentimento. Il romanzo è stato interessante, ma parlare di sentimenti attraverso la lente economica, mettere questi due mondi a confronto e a contatto, mi ha lasciato un senso di vuoto inarrivabile. È risultato troppo distaccato, freddamente interpretato, è rimasta una spessa parete di vetro tra me e la comprensione del testo, a volte. 

“Appartengo alla categoria delle persone modificabili, ma nel complesso infrangibili. Dipende dalla materia di cui si è fatti. Io sono fatta della stessa materia dei mercati: instabili senza però scomparire mai del tutto, capaci di influenzare gli eventi, anche, e di concludere, qualche volta, e di trovare punti di arrivo e di perderli e di ritrovarli. Il mercato ha la caratteristica di immaginarsi superiore al disordine, pur operando all’interno della volatilità. È un’illusione abbastanza efficace, anche se non per forza intelligente.”

Ecco, questo passo è un esempio. Non mi sono sentito coinvolto, a mio agio. Così come a volte mi capita con la frequentazione dei social, prima c’è un senso di pieno, pienissimo, di soddisfazione adrenalinica, e spesso, più tardi, arriva quel senso di vuoto assoluto, quasi disperante, di inutilità totale. Forse ci devo ragionare meglio, devo lasciar passare altro tempo e tornarci su.
O più probabilmente no, non è stata una lettura adatta a me.

Musica: Una Somma di Piccole Cose, Niccolò Fabi


https://www.youtube.com/watch?v=jUrAhKDvGH0

Un’ultima inutile serata, di Andre Dubus (pp. 275,Ed. Mattioli 1885, trad. Nicola Manuppelli, 2017)

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«Ho l’impressione che di notte il mondo ci abbandoni. Smettiamo di vederlo. Scompare e rimaniamo con quel poco che resta di visibile; e senza quelle distrazioni che il giorno ci rivela, la nostra vista non è solo limitata, ma si affina e si concentra su ciò che per la maggior parte di noi è il mondo – noi stessi. Così il disagio che teniamo a bada nella frenesia e nell’immobilità della luce del giorno – persone e automobili ed edifici e autostrade e boschi e campi e distese d’acqua – racchiuso nell’oscurità della notte può diventare disperazione».

Andre Dubus, settimo libro pubblicato in vita, quinta raccolta di racconti.
Un maestro. Andre Dubus ci parla della sera che diventa notte, ed è la notte a cui nessun essere umano può sfuggire.
Il buio ognuno di noi se lo porta dentro, di giorno rumori, voci, azioni ci distraggono da noi stessi, la notte invece è uno specchio che non si può evitare, uno specchio che ci regala la foto della nostra anima.
Ed ecco che George Fontenot, ufficiale di marina, di notte riflette e soffre e scrive alla moglie lontana, pensando al razzismo, ecco che Molly passa da adolescente a donna in mezzo a lacrime e dubbi, ecco che Rose confessa ad uno sconosciuto in un bar la sua complicità con un marito violento, ecco che George, un altro George, va in cerca di guai e li trova. Sempre di notte. Quando siamo soli. Un bar come teatro delle nostre pene e confessioni. E quando ci troviamo di fronte ai nostri errori, le nostre mancanze, quando i sogni che avevamo fatto ci presentano il conto durissimo del fallimento:

“Rose era una complice silenziosa. Se esiste una dannazione, e un luogo per i dannati, deve essere un posto silenzioso, dove gli spiriti evitano di guardarsi e vivono nella solitudine, fissando disperatamente l’eternità.”

o quando improvvisamente ci rendiamo conto del nostro cambiamento, che non siamo più gli stessi di prima, che il tempo ci aveva regalato un attimo felice e lo abbiamo perso per sempre.

«Sbattendo le palpebre e guardando ancora una volta la neve, tutto ciò che vedeva erano lei e Bruce nell’auto sotto gli alberi, in quella che adesso sapeva essere stata l’ultima notte dell’adolescenza e non aveva parole per spiegarlo a Bruce, o a se stessa, così si voltò, e si affrettò verso il bagno, accese le luci, chiuse la porta e si fermò in mezzo alla stanza, in mezzo a quella luce così intensa che le accecava gli occhi e il cuore».

Quando improvvisamente una luce illumina quello che non pensavamo fosse dentro di noi, o arriva il destino cinico e va a sistemare una mina sul terreno delle nostre certezze edificate:

“Ci piace credere di conoscere tutto, che nulla ci tocchi; e tuttavia basta una piccola scossa, al momento giusto, per farci perdere l’equilibrio per il resto della nostra vita.”

Dubus ci mostra il dolore. Il dolore che proviamo quando capiamo di esserci persi. Quando capiamo di essere prigionieri di una vita che ci ha ingabbiati, mentre mentivamo a noi stessi facendo finta che quella gabbia non esistesse. Il dolore di non essere felici. Il dolore provato da chi non si sente amato. Il dolore che proviamo quando capiamo che dentro di noi esiste il Male. Eppure Dubus è scrittore che non vuole descrivere chi ha perso irrimediabilmente. Per lui esiste sempre una piccola luce di speranza, a lui piace scrivere di chi non smette mai di sperare, di lottare, di credere nella redenzione o nel miglioramento, di credere nel giorno dopo la notte.
Come lui ha fatto nella sua vita, quando rimase senza gambe, ma corse più veloce di prima.

 

Musica: Wake Up Everybody, Harold Melvin & The Blue Notes

Alta fedeltà, di Nick Hornby (1995, Ed. Guanda, pp.263, ed. 2017)

 

alta fedeltà

Il romanzo ha più di vent’anni.
Si parla di musica dei “vecchi tempi”, quando la musica era qualcosa di più sensoriale, la potevi toccare, anche annusare, c’erano i vinili, si doveva fare “più fatica” per scovare le perle, dovevi scartabellare, informarti, girare per negozi, avere un rapporto stretto con il negoziante, che diventava un confidente. Un vinile conteneva otto, dieci brani, non tutti erano bei pezzi, dovevi ascoltartelo tutto, per fare la tua scelta di preferenza, e alla fine adoravi o odiavi tutto il disco, e te ne ricordavi, era impresso nel cuore e nella mente, e partiva poi la ricerca della collezione, e ti costava tempo e soldi. Oggi c’è internet, oggi la compilation te la porti in viaggio sul telefonino, dove puoi tenerti duemila brani, e magari la maggioranza sta lì solo a far numero, e in maggioranza è tutto download gratuito. Sotto questo profilo il romanzo è “datato”, ed è più adatto a chi è nato alla fine dei Sessanta o nei Settanta. Eppure…questo romanzo riesce a non essere datato, non fino in fondo.
Si resta affascinati dalla storia e dal modo in cui è raccontata. Anche se chi legge ha vent’anni e non cinquanta. Oggi i vinili sembrano tornati di moda, ma soprattutto è il relazionarsi, i rapporti, che sono alla fine sempre gli stessi. Desiderio,insicurezza, gelosia, insoddisfazione, incapacità di gestire amori e amicizie, difficoltà di fronte agli ostacoli che la vita ti pone sul suo cammino, senso di immaturità, voglia di fuggire via da tutti e rifugiarsi tra le quattro mura di casa, povere ma nostre e solo nostre, sono temi che scavalcano gli anni e si ripresentano ciclicamente così come l’ansia di “farsi una posizione”, le guerre psicologiche con i genitori. Rob può essere anche un personaggio detestabile, per molti, è uno che combina cazzate sia che si muova sia che resti fermo, che non trova quasi mai un equilibrio razionale o un equilibrio qualunque sia, ma le sue paturnie, le sue elucubrazioni mentali superflue e continue sono in parte quelle che abbiamo avuto tutti, sia da trentenni come lui che anche da ventenni o da sessantenni. La sua mania di fare classifiche su tutto e tutti, dischi o donne o film che siano, è il desiderio smanioso di trovare dei punti fermi, quando tutto intorno sembra muoversi e non aspettarti mai. Il suo quasi crogiolarsi nel non voler essere felice. Non voler accettare i cambiamenti, nell’altro ma soprattutto in se stesso, per paura di fallire, di cadere, di perdere l’entusiasmo nelle cose.
La paura di sentirsi “inchiodato” “… sarebbe più bello se potessi sentire che ci sono ancora quelle dolci possibilità e quella sognante aspettativa che provavi a quindici anni, o a venti, o addirittura a venticinque, quando sentivi che da un momento all’altro la persona più perfetta del mondo poteva capitare nel tuo negozio, o nel tuo ufficio, o alla festa del tuo amico.. sarebbe più bello se quelle emozioni fossero ancora qui, da qualche parte, nella tasca posteriore dei jeans o in fondo a un cassetto”. 
La paura che il meglio sia alle spalle e non tornerà più, che non vedrai mai più per la prima volta la persona che ami, mai più starai in agitazione per giorni in attesa del primo appuntamento, mai più arriverai al pub con mezz’ora di anticipo, mai più fisserai un articolo di giornale senza leggerlo, sbirciando l’orologio ogni trenta secondi.
È un racconto amaro, malinconico, ironico, divertente, commovente e romantico, pieno di musica bellissima e anche sconosciuta, e anche non bellissima, ma è la vita, che funziona così, ognuno ha la sua colonna sonora e cerca di adattarla a se stesso al meglio che può. E a me la musica piace, è una passione travolgente. È un libro che ti frega, la copertina può sembrarti leggera e scanzonata, ma quando vai “all’ascolto” la musica che viene fuori è profonda, e stai lì a riflettere sulle relazioni amorose, a porti le domande e a cercare di darti le risposte, e a sorridere, spesso, con ironia, sul senso della vita, che a volte non ne ha davvero molto.

 

Musica: Let’s get it on, Marvin Gaye

Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie (2015, Ed.Einaudi collana Super Et, pp. 512, trad. Andrea Sirotti)

 

 

26 americanah

Tema principale, il razzismo, in viaggio tra tre continenti.
Una descrizione onesta, secca, sincera, senza zuccherini ad indorare pillole amarissime.
Riflessioni e domande che ti fanno pensare. Noi siamo bianchi, non ci siamo mai posti questioni simili, non abbiamo mai affrontato un colloquio di lavoro o una conversazione con una persona pensando a se il colore della nostra pelle potesse cambiare un qualsiasi stato delle cose, decidere del nostro destino, piccolo o grande che fosse. Non conosciamo nemmeno pensieri e sogni di ragazzi e ragazze africane, non ci rendiamo conto delle loro difficoltà, soprattutto non pensiamo mai a quanto i sogni siano simili ai nostri, a quanto ambizioni e sogni siano uguali ad ogni latitudine.
Un libro che si pone da una prospettiva nuova, la protagonista è una nera nigeriana, che decide di provare a costruire il proprio futuro negli Stati Uniti.
E scopri il passaggio dall’entusiasmo alla disillusione.
Ecco che Ifemelu si accorge di essere nera, improvvisamente. Nera non Americana.

«Vengo da un Paese in cui la razza non è un problema; non mi sono mai pensata nera e lo sono diventata solo al mio arrivo in America.»

E va a scontrarsi e confrontarsi con una realtà fatta ancora di paletti e non accettazioni, o accettazioni parziali, il Paese delle Libertà e delle Opportunità, che però non ti accoglie così a braccia aperte come credevi o speravi. E scoprire che esistono diverse “gradazioni di nero” con cui dover dibattere, ci sono gli ispanici, un gradino sopra ai neri americani, che sono sempre alla base della piramide, ci sono i neri che si sentono e vogliono essere meno neri possibile (“non chiamarmi nero, sono di Trinidad”), scoprire che una donna nera in America deve sempre autodefinirsi FORTE, quasi per contratto, e che un uomo nero deve “essere sempre pacatissimo“, “non agitarsi troppo“, altrimenti qualcuno penserà subito che stia per estrarre una pistola, addirittura scoprire che anche di bianco esistono gradazioni, che un ebreo è meno bianco degli altri bianchi, e non saranno scoperte indolori. Soprattutto non sarà facile trovare il proprio posto, superare lo spaesamento, la sensazione di non appartenere né interamente al proprio paese di origine né di aver trovato collocazione piena nel paese adottivo, questo sarà il punto cruciale della storia, lo scendere a compromessi senza quasi nemmeno accorgersene. Lisciarsi e schiarirsi i capelli per adeguarsi ai canoni “bianchi”. Scoprirsi diversi quando ritorni nella tua Nazione, perché sono i tuoi amici di un tempo, a percepirti diversa da prima. E il tuo ritorno diventa così una riscoperta, di ritmi, di concezioni, di profumi, di odori, di riso jollof, di plantano fritto, e soprattutto di te stessa. E dell’orgoglio delle proprie origini.

E poi l’amore, che è un altro tema, e non meno importante.
Alla fine sì, è un romanzo pieno di amore, questo. L’amore vero, quello che viene fuori senza pensare ai colori della pelle, quello che annulla le gradazioni senza pensarci nemmeno un secondo, quello che si occupa solo delle persone, e non delle loro sfumature di colore. Un amore descritto con una delicatezza estrema, ma anche con una profondità estrema, come poche volte capita di leggere.

“Le sue parole erano come musica, e si sentì respirare il modo sconnesso, inghiottendo l’aria. Non voleva piangere, era ridicolo piangere dopo tanto tempo, ma i suoi occhi si stavano riempiendo di lacrime e sentiva un macigno nel petto e la gola che pungeva. Le lacrime le facevano prudere il viso. Non fece rumore. lui le prese la mano nella sua, entrambe strette sul tavolo, e tra loro crebbe il silenzio, un antico silenzio che entrambi conoscevano. Lei era dentro quel silenzio e stava al sicuro.”

Un romanzo che mi ha trasportato in giro per il mondo, che mi ha fatto pensare tanto, soprattutto mi ha fatto pensare a quanto pensiamo e quanto ci autoassolviamo pensando, e a quanto poco agiamo per cambiare lo stato delle cose.
Prezioso.

 

Musica: One love, Onyeka Onwenu