L’uomo autentico, di Don Robertson (Ed. Nutrimenti, traduzione Nicola Manuppelli, pp.298)

 

Jpeg

Mi ha fregato. Dopo aver letto L’ultima stagione ho iniziato questo libro senza leggere la trama né altre recensioni. E mi ha fregato. È un romanzo duro come marmo di Carrara, ci sbatti contro e ti fai male. Prima ti colpisce con l’ironia, ma è la sofferenza che fa diventare ironici.
Leggi la prima volgarità e rimani stupito, come fosse iniziato un libro diverso. Ed è così. O meglio, non era quello che credevi. Un po’ come la vita, che parte forte con ambizioni e certezze e arcobaleni di speranza, e si conclude nella vecchiaia dove tutto ti sembra senza senso, inutile, vacuo, e crudele. Qui ci sono vecchi che dicono parolacce, bevono, scopano anche a ottant’anni senza pudore, ci sono fluidi di ogni tipo, se hai stomaco debole, meglio non leggere.
L’asprezza di questo romanzo ti corrode, soprattutto è terribile quanto ti faccia sentire nel profondo quanto tutto sia fuori controllo, insensato. La cosa brutta della vita non è tanto il dover morire, ma la sensazione di lasciarti dietro il nulla, come una camminata sulla sabbia del deserto, che dopo due secondi ti volti e le tue impronte non esistono più. Non c’è un senso, non c’è un premio, non c’è rispetto, non c’è una speranza, anche se tu la vuoi a tutti i costi, a tutti i costi cerchi il Libro della spiegazione della Vita, anche se dentro di te capisci che nessuno te lo farà mai leggere, perché non esiste. Esiste solo la birra da mandare giù, il piscio, le scopate per dimenticare o per non sentirsi abbandonati, il vomito sulla camicia e sul tappeto e sul mondo, la malattia, e il sangue, il colore e l’odore del sangue che non vanno via nemmeno con una doccia senza fine. E nessuno che ti spieghi il perché, uno straccio di amico sincero. E allora Herman Marshall non ha che una sola soluzione per questo gigantesco enigma.

La solitudine che descrive questo libro forse non l’ho mai trovata in nessun altro. È lancinante. E credo che più anni hai e più faccia male leggerlo. E il finale fa capire il perché Stephen King lo avesse eletto a suo maestro.

Musica: Hurt, Johnny Cash

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La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel (Ed. Keller, pp. 158, 2013)

 

Jpeg

Questo libricino è un sogno ad occhi aperti. Mentre leggi ti accorgi che gli occhi si spalancano da soli, sempre di più. Ota Pavel ci ha regalato emozioni a non finire. Ota Pavel, un giornalista sportivo che si getta nella scrittura per gioco e per passione e per dimenticare e curare un mostro che lo divorava da dentro, la depressione. Pensare che abbia scritto quasi tutto quello che ha scritto nel periodo in cui era in cura psichiatrica fa riflettere molto.
Questo libro è un grande gioco che contiene la Storia vera, di una famiglia e di un periodo terribile, una famiglia capitanata da un padre coraggioso, strampalato, sognatore, Leo, il più grande tra tutti gli ottimisti che si possano immaginare, mai domo dalle sconfitte e dalle delusioni, deciso a sognare e a far sognare sua moglie e i suoi tre figli. La mamma è quella che prova a contenere le sue esuberanze, si arrabbia, gli intima di ritornare alla ragione, ma alla fine non smette mai di danzare e ridere con lui.

“La mamma era una bellezza e di lei Lustig era un pochettino innamorato. Una volta era venuto a invitarla un bel signore alto e biondo e papà aveva fatto cenno che sì, la mamma poteva andare in pista con lui.
E quel signore aveva cominciato a farle la corte e a metà del ballo le aveva detto:«Lei è così bella» e non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.
La mamma aveva sorriso, a quale donna non avrebbe fatto piacere.
E poi quel bel signore aveva aggiunto: «Ma sarei curioso di sapere cos’ha in comune con quell’ebreo».
«Tre figli» aveva detto la mamma, aveva finito il ballo ed era tornata a sedersi accanto al papà.”

Leo e i suoi sogni milionari. Leo che vende aspirapolveri dove non c’è necessità che esistano o dove non esiste nemmeno una presa di corrente, che incanta tutti quando parla, che vende acchiappamosche ad un’intera nazione senza che nessuno veda una mosca in casa propria, e lo stesso fa con l’allevamento di conigli, come si conviene ad un prestigiatore sopraffino. Per Ota, il figlio più piccolo, papà è l’eroe per eccellenza. Il
padre migliore che si possa sognare.

Ma la vita non è un fumetto. Arriva il nazismo. Ma Leo Popper non molla mai. Tra carpe nei laghetti e conigli nelle gabbie, Leo assicura sempre il pasto ai suoi figli, nonostante arrivi la deportazione per loro, inevitabile. Leo non accetta le angherie, Leo si dispera per il fatto che l’essere ebreo cancelli tutto il bene che ha fatto nella società. Ma compie l’impresa di far restare unita la sua famiglia, mantenendo intatta l’atmosfera di avventura nelle loro vite. E l’amore.
Il segreto resta sempre quello, riuscire a guardare sempre la vita con lo sguardo di un bambino.

“Stavamo sempre peggio ma l’importante per papà era che esistevano l’amicizia, la fratellanza e soprattutto l’uguaglianza tra le razze.
Questo valeva tutto l’oro del mondo.”

Questo libro lo chiudi col sorriso tra le labbra,con la malinconia che arriva quando lasci un personaggio che sai ti mancherà, con la consapevolezza di aver ricevuto un regalo, lo sguardo leggero e sorridente sulla vita di un amico.

Musica: Here comes the sun, The Beatles

Il sole dei morenti, di Jean-Claude Izzo

 

izzo

“Crepare per crepare, meglio crepare al sole”.


Il viaggio di Rico è come quello de La strada di McCarthy.
Una lotta per la sopravvivenza, e il disperato tentativo di sopravvivere con dignità, e anche di morire, con dignità, magari con un ultimo sorriso in faccia al sole.
La sfortuna e le scelte sbagliate, un mix esplosivo che ti rovina la vita in un attimo.
E resti solo, improvvisamente. Quando muore un barbone, al massimo la società si indigna e si commuove per mezza giornata, poi sei di nuovo solo. La compassione dura un minuto, poi si torna alla normalità.


“Pietà, disprezzo, sufficienza, disgusto, paura… Soprattutto paura. La miseria fa paura.”

Il viaggio di Rico è il tentativo di restare normale, di non farsi notare, rubare un parka per sentirsi accettato, anche se le scarpe ti tradiscono più di ogni altra cosa. Il viaggio di Rico è una discesa agli inferi, che ribadisce le differenze anche tra i poveri. Un disoccupato non guarda in faccia un barbone, non vuole guardarlo, perché sa che guarderebbe il proprio futuro.
Il viaggio di Rico parte dai ricordi felici e arriva alla disperazione.

E più ricordi la felicità passata, più soffri oggi per la tua miseria.
Per le tue lotte quotidiane, per la ricerca delle briciole, degli avanzi altrui, la forza che devi avere per chiedere l’elemosina, quel tendere la mano agli altri che richiede l’annullamento del pensiero.
I rapporti frettolosi con le prostitute, i furti, le fughe da poliziotti che ti scrutano e possono rovinarti, i continui brutti sogni notturni, che ti costringono a svegliarti urlando, perchè la notte lo scontro tra il passato felice e la sofferenza attuale è molto più crudele e doloroso.

“siamo pieni di brutti sogni. È perché viviamo così…”

Non hai più una casa, devi trovare un posto per dormire, abbassi sempre più le tue pretese e il tuo livello di vita, fai l’abitudine a qualunque miseria, vivi in mezzo ai topi e ti convinci che sia sopportabile.
Fino all’ammissione più dura: “tendere la mano vuol dire ammettere, una volta per tutte, che siamo fuori dal giro, che non ce la faremo più.”
E solo il vino ti aiuta, ma più ti aiuta più ti avvicina alla morte.
La fame che ti divora, ma è sempre meglio la fame che il mal di denti, specialmente se i denti li hai persi tutti.
E allora non resta che tornare a Marsiglia, perché la fine è migliore lì, dove hai tutti i tuoi ricordi migliori, guardare il mare di Marsiglia è dimenticarsi le ferite, sentirsi il vecchio Rico anche solo per un attimo, è il sole che ti fa sorridere, anche se è un sole bianco, freddo, il sole dei morenti.

Musica: Mourir d’aimer, Charles Aznavour

L’animale femmina, di Emanuela Canepa (Einaudi, pp. 260, 2018)

 

animale femmina

 

 

Che bel libro, che bel lavoro profondo. Quanto è scritto bene, non posso credere sia il primo lavoro di questa autrice. Tanti passi da sottolineare, tanta profondità, tanta cura sotto una facciata di semplicità.
Rosita è una donna, ovviamente, ma la capacità di Emanuela Canepa è quella di farti sentire quel che sente Rosita anche se tu sei un uomo. Anzi, da uomo, provi empatia e provi anche un enorme senso di colpa per quello che Rosita sopporta e quello che Rosita rappresenta.
Per tutto quel sistema di potere che l’uomo esercita sulla donna, da sempre e, sembra, per sempre.
Per come l’uomo riesca a manipolare la donna, in ogni modo possibile, e quelli subdoli sono i modi peggiori.
La convinzione dell’uomo di essere superiore, sempre, la convinzione che la donna alla fine sia una struttura predeterminata, senza possibilità di autodeterminazione, sempre bisognosa di una guida, di un guru, di un direttore dei lavori, un uomo che sappia dipingere la sua vita e il suo corpo, un uomo che ti dia un senso e un posto nella vita, perché la donna il posto se lo deve meritare e conquistare sempre come se fosse abusiva dalla nascita, l’uomo che la scruta in ogni recesso, con uno scanner potentissimo, anima e corpo sempre sotto controllo da parte di un invisibile monitor in una invisibile sala controllo.

“Nemmeno loro si sforzano di fingere. È probabile che non ne vedano la ragione. C’è una corrente diretta che unisce la smorfia compiaciuta del titolare e i loro sguardi aggressivi, e punta verso di me. Uno scanner collettivo che mi attraversa misurando culo, tette, gambe, e produce un giudizio mediocre che gli leggo in faccia come tutto il resto. Per loro valgo quello che mostro, o che mi posso permettere di esporre, quindi pochissimo.”

Il Potere va allenato, esercitato, e l’uomo lo possiede e lo controlla.
Lo diamo tutti per scontato anche quando lo neghiamo.
È un libro che affronta un tema tremendamente delicato, tra misoginia, molestie, donna oggetto della brama e della bava maschile, donna che si presta al gioco di potere altrui, che ne accetta le regole anche quando mostra un’apparente decisione e durezza, anche i tacchi e il tailleur attillato possono far parte di questa accettazione delle regole, come l’atto di stirare le pieghe dei vestiti in maniera maniacale, quel gesto disperato, il tentativo disperato da automa di spianare le mille montagne che la vita ti ha posto davanti.
È un libro che ti costringe alla riflessione continua, che ti tiene incollato alle pagine, almeno per me è stato così, ho provato dispiacere quando dovevo interromperne la lettura.
Il rapporto tra l’avvocato Lepore e Rosita, datore di lavoro e dipendente, uomo e donna, è un duello, una sfida psicologica tremenda, il cinismo contro la sensibilità, l’egocentrismo rigonfio di certezze contro la paura di sbagliare e l’autostima sotterrata, la posizione privilegiata dettata da un potere contrattuale contro la subalternità impaurita di perdere quel poco che le è stato concesso.

“Non sono mai stata di quelle che piantano casini per farsi notare, piuttosto cerco di meritare di essere amata”

Siamo costantemente dalla parte di Rosita, per forza. Siamo sempre con lei.

“Ne ho viste a decine, in quarant’anni di attività. Il giorno in cui arrivano da me sono obbligate a giocare a carte scoperte, perché devono affrontare il fallimento. Sono tutte uguali, anche quando credono di essere autonome, e magari ciniche. Sembrano indipendenti sul lavoro, ma non riescono mai a emanciparsi davvero quando si parla di relazioni, quello è il campo in cui finiscono per delegare sistematicamente la loro identità a un uomo, e la felicità a un protocollo. E appena si presenta la necessità di affrontare un imprevisto – perché la vita fa cosí, non tutto va come uno si immagina, e non è sempre un male – decidono che non si può piú andare avanti. Neppure il tempo di farsi una domanda, di chiedersi se quello che dicono di desiderare coincide con ciò che vogliono davvero, o non piuttosto con l’ossessione di corrispondere a tutti i costi a uno stereotipo arcaico. Macché, si decreta subito il fallimento della relazione, e a quel punto c’è un solo colpevole che deve pagare per tutto, anche per quello che non gli compete.”

È un libro che fotografa la situazione attuale, quella che le cronache rivelano ma soprattutto quello che non rivelano, perché la manipolazione non si deve raccontare.
È un libro che sembra emettere sentenze negative, ma non è affatto così.
È un libro che ci dice che spesso bisogna scendere il gradino più basso, per capire come siamo fatti e risalire. Se continuiamo a proteggerci da un male eventuale, da una sofferenza e da un dolore intuibili, non riusciremo mai a capire quali sono i nostri limiti e la nostra capacità di reazione, e, con essa, la possibilità di dare la svolta decisiva alla nostra vita. La tigre va guardata negli occhi. La nostra venuta al mondo richiede una dosa enorme di coraggio, per passare da spettatori a parte attiva della vita.
E, alla fine, nessuna costuzione stereotipata, razionale, cinica, sa resistere alla forza dell’amore.
Questo è l’insegnamento di Rosita, e della sua creatrice.

Musica: Vince chi molla, Niccolò Fabi

Meridiano di sangue, di Cormac McCarthy (Ed. Einaudi, pp.344, 2006)

 

bloodmeridian

Questo è un libro che non finisce.
È appena lo chiudi, il momento in cui cominci a pensarci davvero.
È un romanzo pieno di sangue, e il sangue, le ferite, te le senti addosso tu stesso.
Una lotta tra il Bene e il Male, che però alla fine si stringono, si abbracciano, si mescolano, fino a diventare indistinguibili.
Il Male è parte di noi, è la parte preponderante di noi.
Ma non c’è condanna. Proprio perchè fa parte di noi, e non necessita di spiegazioni, di chiarimenti.
E’ lì, e lo subisci e lo fai.
Il Texas sconfinato, rovente, primitivo. Non c’è una data vera, siamo a fine 1800, ma è come fossimo nella Preistoria, agli albori dell’umanità.
Un Texas che uccide, gli scalpi, gli sbudellamenti, le ferite, le malattie, le deformità, pistole, fucili, esecuzioni, asce, polvere, sole cocente, vento e sabbia, orecchie tagliate, teste mozzate, sangue, alcool e ancora sangue.
Un Texas che disossa come la scrittura di McCarthy, che ti conduce in un allucinante e allucinato viaggio in compagnia del Male, di cui vengono mostrate le innumerevoli facce. Un crescendo e un ripetersi all’infinito di pagine di violenza e di crudeltà senza pari, inaudite, che ti porteranno a chiedere pietà, basta, non farlo ancora! Ma non ci sarà pietà, o pietismo, per nessuno, che siano indiani, che siano cowboys, che siano contadini o medici, che siano donne, vecchi o bambini.

La Natura domina, la Natura è la Numero Uno, l’attrice superstar del romanzo e della vita.
La Natura che sembra malvagia distruttrice e macinatrice, ma che invece è solo se stessa, immutabile, assiste come un Dio perfetto e lontano, come sabbia e vento del deserto che segna e poi cancella le impronte di ogni essere umano che la attraversi, che spolpa e scalpa gli esseri umani e poi li rende polvere.
McCarthy la descrive come nessuno al mondo. I suoi paesaggi sono di una meraviglia assoluta, i tramonti di fuoco, gli arrivi dell’alba, le piogge, i fulmini, le cavalcate nella notte, i cieli stellati, che vanno a contrastare potentemente le pagine piene di violenza che sembra spesso gratuita, e tu rendi grazie a queste descrizioni, perchè ti donano le pause di pace che sono assolutamente necessarie in mezzo ad una vita buia fatta di sangue.


“Solo l’uomo che si sia interamente offerto al sangue della guerra, che sia sceso fino in fondo al pozzo e abbia visto l’orrore tutt’intorno a sè e abbia infine imparato che esso parla all’intimo del suo cuore, solo quest’uomo può danzare.”


L’uomo che si nutre del Male per andare avanti, per riprodursi, per continuare il suo cammino.
L’uomo che deve sottostare alle leggi della Natura, per poterci restare.
Personaggi paurosi, pazzeschi, epici, è Dante, è Omero, è Faulkner, ed è cinema puro, che emoziona anche se disturba, è western leggendario e nostalgico di cose ormai perdute, come nessuno ne ha mai saputo scrivere e descrivere.

“A occidente il sole tramontava in un olocausto dal quale si levava una colonna ininterrotta di piccoli pipistrelli del deserto, e a nord, lungo il tremolante perimetro del mondo, la polvere soffiava nel vuoto come fumo di eserciti remoti. Le montagne di carta da macellaio spiegazzata si stendevano con ombre angolose nel lungo crepuscolo azzurro, e a metà strada il letto invetriato di un lago in asciutta barbagliava come il mare imbrium, e branchi di cervi avanzavano verso nord nell’ora estrema del mondo, incalzati sulla piana da lupi dello stesso colore del deserto.”

Musica: Dead Man Theme, Neil Young

 

Uno di noi, di Daniel Magariel (Ed. Codice, pp. 179, traduttore G. Guerzoni, 2018)

 

uno di noi

Un padre e due figli in fuga.
La storia on the road tanto cara alla letteratura americana.
Una famiglia in crisi, matrimonio scoppiato, la violenza. E la fuga, appunto.
Un padre che apparentemente ama. Ma, come sempre, è nei fatti, che si vede l’amore.
E i fatti parlano di un uomo ripiegato su se stesso, sul culto di sè, un uomo che costringe i suoi figli a spalmargli una crema appena uscito dalla doccia, un uomo nel tunnel nero della tossicodipendenza. Un uomo che promette una nuova vita, li porta via dalla madre che ha anch’essa problemi e viene individuata come il nemico vero da cui stare lontani. E loro ci credono. Non hanno altro. Sono ragazzini. Come si fa a non fidarsi di entrambi i genitori? Si deve credere in almeno uno di loro. E loro scelgono, hanno l’impressione di scegliere, in realtà sono costretti.
Perché funziona così, con genitori di questa fatta i figli sono manipolati, ricattati, crescono senza punti di riferimento, senza un aiuto per affrontare le tappe del loro percorso. Finiscono per avere lo stesso sguardo distorto del padre, prendono schiaffi e calci e lo considerano normale, se non giusto, sono traditi ma vengono fatti sentire come i peggiori traditori.
Una storia violentissima, durissima. Chi legge si trova a fare il tifo con questi due ragazzi, a sperare che questa fuga tra deserti, rettilinei infiniti, motel, abbia una conclusione, una meta stabile, sicura. Che non sembra arrivare mai, tutto precipita nell’incubo peggiore.
Ma, come ne La strada di McCarthy, la salvezza esiste, ed è l’amore.
Ma qui non c’è un padre disposto all’estremo sacrificio in nome dell’amore di un figlio, qui c’è l’esatto contrario, qui la salvezza viene solo dalla coesione assoluta tra fratelli, solo stringendosi tra loro, aiutandosi e coprendosi possono vincere, ed il nemico è proprio il genitore.

“Lui è tuo fratello per la vita. Tu sei la sua ultima linea di difesa.”

Ma sarà una salvezza pagata a carissimo prezzo. Perché salvarsi fisicamente si può, ma le ferite della disillusione, dell’innocenza perduta, del dover crescere subito, sono quelle più dure a guarire, anzi impossibili.

“Nostro padre era un atto con un solo finale. La sua traiettoria: giù, giù, giù. Si sarebbe ammazzato prima o poi. Non che me ne fregassi, era pur sempre mio padre. Solo che eravamo suoi spettatori da troppo tempo, da questo divano. Qui ci eravamo sentiti felici, feriti, tristi. Vittime e confidenti. Eravamo stati traditi, attaccati, confusi. Qui avevamo dormito e sognato sogni infantili che non sarebbero mai più tornati.”

 

Musica: The long run, Eagles

 

Less, di Andrew Sean Greer (Ed. La nave di Teseo, pp.292, 2017)

 

less

Un romanzo sulla vita, sull’amore, sull’invecchiamento, sul fallimento e sul successo.
Molto americano, per larghi tratti.
Il concetto di fallimento applicato ai risultati lavorativi è molto americano.
Arthur Less è un omosessuale arrivato alla soglia dei 50 anni, ma non è ancora cresciuto, non riesce lui stesso a vedersi nei panni di un cinquantenne, non sa cosa pensare,è l’età dei bilanci, l’età in cui bisognerebbe aver preso una strada precisa, e lui invece non sa che cosa fare. Due relazioni con due uomini diversi, uno più vecchio di lui di 20 anni e uno più giovane di lui di 20 anni. Il suo ex amore sta per sposare un altro. E ora è solo. E ora si chiede cosa fare, dove andare, se 50 anni sono pochi o sono troppi, e per la paura di affrontare queste domande lui fugge via, in un viaggio intorno al mondo, un Ulisse in fuga dai problemi. Ma non esiste fuga, tu resti sempre quello che sei, anche in Giappone, anche in Marocco ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che te lo ricorderà. Arthur è come un adolescente troppo cresciuto che non vuole affrontare la vita a testa alta, in questo il romanzo è tenero, romantico, ti affezioni a quest’uomo che si trova spaesato come un pioniere in una landa sconosciuta, uno che si sente “il primo omosessuale della storia a invecchiare”, perché ha conosciuto quella generazione che moriva di AIDS, persone che dopo i quaranta non duravano molto oltre. Come affrontare questa landa sconosciuta dei 50 anni?

 

“Rimanendo eterni ragazzi, tingendosi i capelli, digiunando per mantenere la linea, infilandosi in camicie e jeans attillati e scatenandosi a ballare fino a quando si crolla fulminati da un infarto a ottant’anni?
Oppure meglio optare per la via opposta: rinunciare a tutto questo, tenersi i capelli bianchi, scegliere maglioni eleganti che ti coprono la pancetta e sorridere dei piaceri per sempre perduti? Oppure meglio sposarsi e adottare un bambino? E in coppia, ognuno si prende un amante, come comodini coordinati accanto al letto, in modo che il sesso non svanisca del tutto? Oppure lo si lascia tramontare per sempre, come fanno gli eterosessuali? Si sperimenta il sollievo della liberazione da tutta quella vanità, quell’ansia, desiderio, dolore? Ci si fa buddisti? Una sola cosa non devi fare di certo: non ti tieni un amante per nove anni considerandola una cosuccia senza impegno, e una volta che lui ti lascia, scompari e finisci da solo dentro una vasca da bagno d’albergo a chiederti adesso che cosa ne sarà di te.”

Questa preoccupazione, questo terrore per l’età che avanza inesorabile è il motivo principale per cui Arthur tenta di sfuggire all’amore, alle relazioni a lungo termine, un’ossessione, quella dell’evitare la sofferenza, che gli preclude la gioia.

“Io sto diventando troppo vecchio per te. Quando tu avrai trentacinque anni io ne avrò sessanta. Quando ne avrai cinquanta io ne avrò settantacinque. E allora cosa faremo?”

L’eterna domanda, che cos’è l’amore?

 

“I poeti ne scrivono, se ne sente raccontare, gli italiani lo chiamano ‘colpo di fulmine’. Ma sappiamo benissimo che il grande amore della vita non esiste. L’amore non è una cosa estrema come quella. È portare fuori il cazzo di cane così l’altro può continuare a dormire, è fare la dichiarazione dei redditi, è pulire il bagno senza prendersela. È avere un alleato nella vita. Non è fuoco né fiamme né fulmini. È quello che
lei ha sempre avuto con me. O no? Ma se invece avesse ragione lei, Arthur? Se avessero ragione gli italiani?
Se fosse questa cosa squassante che ha sentito lei? E che io non ho mai sentito. E tu?”

 

“E se capita che un giorno incontri qualcuno, Arthur, e senti che non ci potrà mai essere nessun altro al mondo? Non perché gli altri siano meno interessanti, o bevano troppo, o abbiano problemi a letto, o debbano sistemare in ordine alfabetico ogni cazzo di libro o caricare la lavastoviglie in una maniera che per te è insopportabile. Ma perché loro non sono quella persona.
…Magari vai avanti anche tutta la vita senza incontrarla e resti convinto che l’amore sia tutte quelle altre cose, e però se la incontri, che Dio ci aiuti! Perché allora: tac! Sei fregato.”

 

“Che cos’è l’amore, Arthur? Che cos’è?” “Una cosa buona e cara? Oppure fuoco e fiamme?”

A volte sono rimasto annoiato, in certe parti del libro eccessivamente descrittive o digressive, ma queste parti Greer le contrasta con tanta ironia e satira. È valsa la pena, di leggere questo premio Pulitzer 2018, anche per un finale assolutamente bellissimo.
La cosa stra-bella del libro, per me, è che Greer ci parla di una storia completamente omosessuale, ma ne tratta parlando di un mondo che ha finalmente accettato le non differenze. Sarà utilissimo leggerla per chi ritiene che omosessualità ed eterosessualità siano due universi paralleli destinati a non incontrarsi mai, perché qui invece capirà quanto tutti siamo uguali, nel nostro modo di sentire, di piacere, di essere insicuri o sicuri, di innamorarsi o di scegliere di non farlo, perché il cuore, fortunatamente, non conosce e non fa differenze. Almeno lui.

 

Musica: I’ll Take You There – Staple Singers

 

Un buon posto dove stare, di Francesca Manfredi (Ed. La nave di Teseo, pp. 165, 2017)

 

un buon

Ormai di racconti ne ho letti molti.
E si sa come vanno, i racconti. C’è sempre tensione, attesa quasi spasmodica, gli autori di racconti ti gettano subito nella vicenda, su un divano, su un letto, dentro ad una casa polverosa, su un bus, in auto, fianco a fianco con i personaggi. Ma poche volte ho letto questo senso di inquietudine come nei racconti di Francesca Manfredi.
Sono undici racconti, un numero che riporta subito alle Undici solitudini di Yates, ed è molto probabile che non sia un caso. La solitudine. Nudi davanti a uno specchio, appoggiati con la fronte al finestrino di un auto, nella casa di una madre appena scomparsa, nei momenti di passaggio della vita.
Non sono perfetti, questi racconti, ma lei ha di sicuro letto benissimo Carver e Yates.
Un equilibrio totale tra tranquillità del quotidiano e la sensazione fortissima di perdita, sconfitta, pericolo, rimpianto, dolore, del qualcosa che sta per spezzarsi o che sta per nascere. Sono tutte situazioni anonime, come i protagonisti. Così come anonime sono le ambientazioni, una baita, una casa vuota, un bosco. Ti senti lontano da queste persone ma nello stesso tempo sei coinvolto come se ti riguardasse. Perché la fragilità, l’inquietudine, la solitudine, i sogni, i sentimenti, sono comuni a tutti noi. Tutti noi abbiamo un passato e tutti noi scrutiamo un futuro, tutti noi spesso abbiamo avuto la sensazione di stare su un filo e di poter precipitare, tutti noi siamo sempre alla ricerca di stabilità, un buon posto dove stare.

Musica: 45 – Shinedown

La storia di un matrimonio, di Andrew Sean Greer (Ed. Adelphi, 224 pp., 2008)

 

la storia di un matrimonio

Perlie inizia a raccontare per caso, ormai aveva avvolto la sua storia nella carta velina, l’aveva riposta senza volerci più pensare. Un matrimonio, il suo, con Holland. Una nera e un bianco negli Stati Uniti degli anni ’50. Un figlio, malato, un cane. Due zie che la mettono in guardia, non lo sposare, qualcosa in lui non va. Lei pensa al cuore malato, e decide di prendersi cura di lui, di proteggere quell’organo delicato. L’amore è fatto anche di giornali ritagliati, di notizie non date o parzialmente nascoste, di una casa che diventa un rifugio dai mali del mondo, ci pensa Perlie. E Holland non chiede di meglio che di essere protetto.

 

«Ho bisogno che tu mi nasconda». Come testimone protetto, una vita nella nostra casa piccola e tranquilla: un figlio, una moglie, un cane che non abbaia. Un po’ d’amore per tutti, un po’ di felicità per lui»

 

Bella storia. Sembra tutto placido, senza scosse, invece accade di tutto, un po’ come guardare il pianeta Terra dallo spazio, sembra tutto tranquillo ma invece nulla è mai tranquillo, il mondo è cattivo, i cuori ballano, si muovono, pulsano, e nessuno ne sa quasi mai niente, niente è come sembra. Può arrivare il ribaltamento di tutte le nostre convinzioni e sicurezze. Specie in un matrimonio. Improvvisamente il rifugio accogliente diventa prigione, cambia colore, i non detti pesano tonnellate. E se si vuole proseguire quel cammino si deve essere disposti a soffrire, e a scegliere.

 

«Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta.
Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all’originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c’era da vedere, che cosa abbiamo capito?»

 

Mi ero già segnato questo libro da quando lo lesse Antonella Russi, ma poi probabilmente non lo avrei affrontato, come mio solito, se non fosse uscito poi Less, che invece voglio proprio leggere, ma prima volevo sapere come scriveva questo Greer. Bene, direi che è andata bene.

 

Musica: Secret garden, Bruce Springsteen

Le notti blu, di Chiara Marchelli (Ed. Perrone, pp. 236, 2017)

 

le notti blu

È un altro libro sul dolore.
Il dolore di chi resta. Quello che nessuno vuole affrontare, e nessuno vorrebbe mai neanche sentire nominare.
Fa molto male pensare di sopravvivere a un amore, soprattutto sopravvivere ad un figlio.
Puoi anche essere uno studioso, un matematico, uno che ha fatto della ragione la propria vita professionale e che ha trasportato nel privato l’approccio scientifico e probabilistico.
Ma i numeri non spiegano la vita, non per intero. La vita scarta di lato, si imbizzarrisce, frena di colpo e poi accelera violentemente. La vita ti offre certezze, ma sa anche spazzarle via in un attimo.
Ti rende felice, poi ti spinge nel baratro, poi ti offre qualche piccolo appiglio per risalire, ma può anche farti sbandare di nuovo.
Sì, è un libro sul dolore, sui modi diversi con cui le persone lo affrontano, lo superano oppure decidono di conviverci, ma anche sull’instabilità delle certezze, sulla forza dell’amore, sulla difficoltà, direi anche sull’impossibilità di capire chi amiamo, l’impossibilità di sapere chi ci troviamo di fronte, anche se lo conosciamo da una vita, anche se lo abbiamo messo al mondo noi non potremo mai conoscere la paura che si nasconde dietro ad un sorriso. Siamo pronti e disposti ad affrontare l’idea che loro non sono quello che noi pensavamo e volevamo che fossero? Siamo pronti a ripartire, ad accettare tutto e trovare spazio per intraprendere un cammino nuovo, siamo pronti ad accogliere la speranza?
Libro scritto con durezza, a tratti con ferocia, affilati dialoghi e silenzi che si avvertono benissimo in tutta la loro pesantezza, dolore che fa rumore, ma anche molta delicatezza.

Musica: Nothing else matter, Metallica – William Joseph