Il sacrificio del fuoco, di Albrecht Goes (2017, Ed. Giuntina, pp. 50)

il sacrificio

“Non una bella storia… questo è sicuro. Ma chi l’ha detto che in una storia buia non possa anche nascondersi una luce, come si fa divampare un fuoco chiaro da una pietra scura?”

Ecco. Un libro leggero come una piuma, ma che contiene una profondità e un dolore immensi, un buio tenebroso e una luce accecante. La disperazione per un mondo che ha perso tutto e la speranza di una rinascita, perché anche un singolo gesto umano può contenere il germe della rinascita.

In sole 42 pagine c’è tutto il genere umano, la sua intera gamma di comportamento. Dal disinteresse alla pigrizia di approfondire, di farsi domande, all’invidia, alla superficialità che sfocia nell’egoismo e nell’odio, e nell’Olocausto ma anche la volontà di non piegarsi al Male, di condividere la pena altrui, fino all’estremo sacrificio, in nome di un’espiazione che salvi il mondo. Il valore di un singolo gesto di abnegazione e di altruismo, che alla fine è l’unica cosa che ci resta, molto spesso, di fronte alla malvagità totale. Un singolo gesto, invisibile, che non si fa notare, eppure pesa, e ci salva, e salva tutti. Oppure non ci salva. Ma almeno ci abbiamo provato, a ricordarci che siamo umani.

Indimenticabile signora Walker, la tua macelleria, la carne che hai dato in più, i cappotti con la stella gialla, i bambini che hai sfamato, la tua cicatrice non è dolore, è amore.

“Questo è il tritacarne che ha distrutto tante vite. E questa è la minuscola, meravigliosa possibilità dell’essere umano”

Musica: The book of love, Peter Gabriel

Annunci

L’uomo che trema, di Andrea Pomella (Ed. Einaudi, pp.208, 2018)

 

l'uomo che trema

L’argomento è spinoso, ad essere buoni..la depressione, composta di tanto, di troppo, di cose che non possiamo conoscere, magari di un passato in cui si è insinuata con violenza una lacuna, una mancanza, che è poi tracimata in dolore, sofferenza, disistima di se stessi. Sembra un argomento lontano da noi che ci ostiniamo a definirci “normali” come se poi fosse un vanto, un argomento che fa paura, come fa sempre paura parlare di malattie o patologie, come se il solo parlarne o il solo leggerne potesse contagiarci.

Io non mi intendo di depressione, nel senso clinico e nel senso letterario. Può essere un tema che annoia, forse. Ed ecco perché invece penso che questo lavoro di Andrea Pomella sia un grande lavoro, perché sa raccontare. Sa essere quasi chirurgico con se stesso, uno psichiatra che racconta se stesso con professionalità, cura, precisione quasi medica. Ma nello stesso tempo sa coinvolgere, come scrittore, scrive benissimo, ti avvolge, ti coinvolge. A un certo punto della lettura ti ritrovi in alcuni passaggi, e resti sorpreso, perché non te lo aspettavi. Alla fine credo che il mal di vivere ci riguardi tutti, tutti abbiamo sfiorato quel confine che invece Pomella ha attraversato del tutto.

“La paura che ho di me stesso è a sua volta collegata alla profonda disistima che nutro nei miei confronti. Disistima intellettuale, fisica, caratteriale, pratica. Io disistimo la mia ampiezza di pensiero, disistimo il mio aspetto, il mio corpo, il mio temperamento, la mia capacità di far fronte ai problemi della vita quotidiana. Ecco quindi che se mi immagino costretto a badare a me stesso, in una condizione di spazio aperto, di agorà, sono sicuro di soccombere in poco tempo. È una paura illogica e infondata. Sono in grado di badare a un figlio, di portare a compimento un lavoro, quando entro in un locale pubblico la gente non si volta a guardarmi disgustata, e ho incontrato nella mia vita un discreto numero di persone con le quali sono andato d’accordo. Tuttavia è una convinzione che mi frena nell’esercizio pratico quotidiano. È un impedimento che incontro in qualsiasi situazione, è il primo pensiero, il problema principale da affrontare e da risolvere. Se devo fare una telefonata, ho bisogno di quei trenta secondi in cui fronteggiare me stesso, la mia congenita convinzione che disturberò la persona che sto per chiamare, che non sarò in grado di apparire disinvolto nella conversazione, che mi incepperò piú e piú volte finendo per fare la figura dell’irresoluto. Io sono sempre il mio primo ostacolo. Sono vittima di un atteggiamento troppo analitico. Il calcolo, nel mio caso, disintegra la volontà. La misura della complessità di ogni cosa, dalla piú piccola alla piú grande, causa l’insorgere dello spavento.”

“Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»”

Lo spavento di essere inferiore. Di essere di meno. Di essere nulla. Di disturbare il mondo. Di essere la nota, l’unica nota dissonante in un grande concerto umano. Fronteggiare le mie mancanze e giustificarle di fronte a tutti gli altri, sentirsi in colpa solo di far parte del grande respiro del mondo.

“Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza.”

Non deve essere facile vivere così, né raccontarlo, con verità, onestà, come in questo libro.

Non deve essere facile essere sensibili, intelligenti, e per questo motivo provare ancor di più il proprio fallimento, quando si hanno grandi progetti, grandi aspettative per se stessi e sentirsi lontanissimo dalla meta prefissata. Nello stesso tempo il dover essere genitore, dopo essere stati abbandonati dal proprio padre, cercando di rassicurare il proprio figlio che percepisce chiaramente il tuo stato d’animo, la tua paura di vivere, e a sua volta il suo timore di essere abbandonato.

Molto bravo nello scrivere, molto coraggioso, nel mettersi a nudo e farci partecipi, da un punto d’osservazione privilegiato. La considero una lettura da intraprendere, per tutti.

Musica: Speed trials, Elliott Smith (da Either/Or)

 

(scelta obbligata, dal libro:

“Ascoltando le canzoni di Either/Or sono ancora capace di provare delle emozioni, d’intristirmi e di godere della bellezza e del piacere che la vita è in grado di procurarmi. Ed è sorprendente che a mettere in moto tutto questo, nel mio caso, sia la voce di qualcuno che è stato definito il più infelice uomo sulla faccia della Terra”.)

I formidabili Frank, di Michael Frank

i formidabili frank

È stata una lettura, per me, carica di tensione fin dal primo rigo.

“Quello che provo per Mike è qualcosa di straordinario. È un sentimento più forte di me. Non riesco a spiegarlo. È semplicemente il bambino più meraviglioso che io abbia mai conosciuto, e lo amo più della vita stessa. Vorrei tanto che fosse mio”.

È così che si comincia, ma non parla una mamma, parla una zia.
“Un fratello e una sorella hanno sposato una sorella e un fratello.
La coppia più anziana non ha figli e quindi quella più giovane glieli presta.”

Michael aspetta tutti i giorni alla finestra della sua camera l’arrivo di un’automobile e il suono del suo clacson, è sua zia Hankie che lo chiama, lo vuole, lo desidera con sè, per condurlo a scovare la bellezza del mondo. Una zia dal doppio volto. Un pigmalione che dona amore, ma che nello stesso tempo, mentre sembra donarti senza riserve tutto, il tutto te lo toglie, ti toglie l’aria, ti toglie la possibilità stessa di essere un bambino, di avere amici, di avere un’idea che sia davvero solo tua.
Le affinità elettive che sono come una droga di cui si ha sempre bisogno, quando pensi che una sola persona ti capisca al mondo, che una sola persona sappia chi sei e cosa vuoi diventare,e per te quella persona è la migliore in assoluto. Quindi, chi più fortunato di Michael?

All’inizio mi sento fortunato a essere così benvoluto, scelto come l’oggetto di un amore tanto grande…ma poi ci penso un attimo. E non capisco, in realtà, cosa significhi essere amati più della vita stessa.
È così che io amo mia madre? È possibile amare qualcuno in questo modo?”

“Lei era il sole e io il suo pianeta”.

Quando nella tua famiglia esiste un personaggio così ingombrante, sfarzoso, pressante, psicologicamente pesante quanto un macigno, finisce che ti perdi. Perdi te stesso, il significato stesso di te e di cosa sei, per diventare l’immagine riflessa di chi ti sta educando, l’immagine dei suoi sogni e dei suoi desideri, non più dei tuoi. Quando l’amore sfocia in patologia. Prima sei il migliore, il più bello, poi diventi il peggiore essere sulla Terra, la più grande delle delusioni, quando dimostri di avere un’opinione diversa, quando finalmente è la tua voce, che si fa sentire.
È un libro autobiografico, un libro sui Frank, non so quanti di noi ci si potranno riconoscere, eppure penso che molti possano prendere spunto per riflettere sulla propria vita e su quanto contino i rapporti familiari, di quante ramificazioni complesse siano costituiti, di quanto si mente in famiglia, di quanto si sopporta, di come ci si adatta, quanto si può condurre e quanto si possa essere condotti anche quando non ci sembra affatto. Ma anche di quanto si possa amare, di quante modalità sia costituito l’amore, una madre può amarti in un modo, una zia nel modo opposto, e una nonna in un altro ancora, nel modo che ti può salvare da tutto, quello a cui ti aggrappi, quello in cui ti rifugi perché sai che lì non esiste tempesta, ma solo amore puro:

“In quella casa ero libero di essere me stesso in compagnia di una donna che in cambio non chiedeva altro che la mia compagnia. Non aveva secondi fini, o delle idee da inculcarci, nessuna gara da vincere, nessuna storia da controllare. Niente da offrire se non amore”.

Forse un romanzo con alcune parti ripetitive, con alcuni personaggi poco empatici e tanto complicati, ma è un romanzo sulla crescita, sulla formazione di Michael, e che coinvolge da subito, dalla prima pagina, un romanzo che ci costringe a pensare a quanto il mondo degli adulti e la loro influenza possano forgiare la vita di un bambino e il tipo di adulto che diventerà. E quanto poi sia difficile per questo bambino fare la scrematura tra brutti ricordi e capacità di conservare quelli che comunque sono affetti profondissimi.
Bello, davvero un bel libro.

Make Your Own Kind of Music, Cass Elliot

La Storia, di Elsa Morante

IMG_20181005_175700398
Non ho mai pensato che un singolo libro possa aver cambiato realmente la vita di qualcuno. Soprattutto la mia. Però ci sono dei libri che non dimentichi. E questo è uno di quelli. Il libro che parla degli ultimi.
Un libro che parla di noi. Parla di un’epoca che non abbiamo mai vissuto, di cui abbiamo solo letto nei libri di “storia”, appunto. Di qualcosa che ci hanno raccontato i nostri nonni, o i nostri genitori. E quando il racconto diventa personale, ci racconta della vita quotidiana, ecco che ti appaiono volti, ti sembra che la Storia ti arrivi più vicina, che non sia più solo un qualcosa di inesplicabile, inavvicinabile. Questo è un romanzo pesantissimo. È un macigno difficile da reggere. Non ti lascia scampo, non ti permette di dormirci su, ti regala piccole speranze e poi te le distrugge, ti fa soffrire. La Storia macina l’umanità, come se fosse un deus ex machina che schiaccia gli uomini e invece non fosse responsabilità degli uomini stessi. È un libro che parla di una madre che evita di pensare a quello che è più grande di lei, perché lei deve pensare a sopravvivere e a far sopravvivere i suoi figli e basta, non ci sono altri obiettivi, il mondo e la Storia non li cambi, ti ci devi solo adattare. È un libro infame, che ti regala delle perle inaudite di poesia quando descrive la purezza di un bambino che rappresenta la purezza originaria dell’umanità intera, ma anche quando descrive la morte di un soldato italiano in Russia, è un libro che le lacrime te le succhia da dentro. Un libro sulla crudeltà del vivere da poveri, sulla crudeltà del vivere da parte di chi non ha speranze, ma anche da parte di chi vive da entusiasta, da parte di chi è convinto di spaccare il mondo con le azioni e con i sogni, e che la vita respinge, ricaccia indietro, schiaccia. Anche se sei troppo limpido, pulito, questo mondo non fa per te. Eppure è un libro che parla della bellezza della vita, anche se questa bellezza la trovi solo nel quotidiano, negli attimi che il quotidiano, qualunque esso sia, ti regala. La bellezza di una corsa in moto per Roma, la bellezza di un dialogo commovente tra un bambino e un cane, i loro sguardi d’intesa, la protezione reciproca.
È un libro che parla del nostro essere spauriti, persi, di fronte al mondo e ai suoi misteri, quella sensazione di essere destinati a perire, non solo fisicamente, che ogni tanto ci prende e ci stringe alla gola. 


” A’ mà….pecché?”
In realtà, questa sua domanda non pareva rivolgersi proprio a Ida là presente: piuttosto a una qualche volontà assente, immane e inspiegabile.Quella domanda: pecché? era diventata in Useppe una sorta di ritornello, che gli tornava alle labbra fuori tempo e fuori luogo, forse per un movimento involontario ( se no, si sarebbe preoccupato di pronunciarla bene con la erre ). Lo si sentiva a volte ripeterla fra sé in una sequela monotona: ” pecché? pecché pecché pecché pecché?? “. Ma per quanto sapesse di automatismo, questa piccola domanda aveva un suono testardo e lacerante, piuttosto animalesco che umano. Ricordava difatti le voci dei gattini buttati via, degli asini bendati alla macina, dei caprettini caricati sul carro per la festa di Pasqua. Non si è mai saputo se tutti questi pecché innominati e senza risposta arrivino a una qualche destinazione, forse a un orecchio invulnerabile di là dai luoghi”.

Siamo gente che non ce la fa. Ma che ci prova lo stesso, perché a questo siamo destinati, a provarci, sempre, col fardello sulla schiena. Come noi lettori, che mentre leggiamo sappiamo che finirà male, ma non possiamo far altro che andare avanti. Troppo barocco, troppo melenso, troppo deamicisiano, come diceva Pasolini. Ma non si può sempre essere distaccati, analitici, complessi, nella vita e nella scrittura, e allora viva questo romanzo immortale, che ha reso immortale la sofferenza dei poveri.
E che dovrebbe essere testo obbligatorio in tutte le scuole.
Ciao Ida, ciao Nino, Davide, Bella. E ciao, Useppe, piccolo monumentale Useppe, piccolo e troppo puro Useppe.

Musica: La storia, di Francesco De Gregori

 

 

 

 

Il pianista di Yarmouk, di Aeham Ahmad (Ed. La Nave di Teseo, pp. 348, 2018)

 

yarmouk

Un racconto, un diario, uno stile colloquiale, non un romanzo nel vero senso della parola, ma il racconto di un orrore quotidiano nel quale la speranza però non marcisce mai.
In mezzo alle bombe, in mezzo agli spari dei cecchini, in mezzo alle macerie, alla fame, a gente che mangia l’erba strappata lungo le vie, che ha dimenticato il gusto del cibo vero da anni, che si mette in fila per un pacco di zucchero rischiando ogni volta la morte, in mezzo a tutto questo c’è un pianoforte che scivola via su un carretto in mezzo alle rovine e c’è un ragazzo e poi un uomo che suona, che piange mentre suona, che urla la sua voglia di non arrendersi, che grida al mondo che Yarmouk esiste ancora, in una Damasco devastata, in una Siria spezzata, sconvolta dalla guerra e in larga parte dall’indifferenza del mondo.
Non voglio dire molto, su questo libro. Non sono uno che abbia mai attaccato Assad, ritenuto dalla maggioranza un dittatore, e anche l’autore del libro l’ha pensata in questo modo. E chi sono io, dal mio comodo divano di casa, per mettermi a discutere? Non sono io quello che ha passato anni della sua vita in mezzo ai bombardamenti, che ha avuto la casa distrutta, a cui è scomparso un fratello insieme a molti altri amici, non sono io quello che ha rischiato di vedere morti i propri figli. Dunque non mi va di intavolare un
discorso politico. Dico solo che la civiltà europea è ben lontana da tutto questo, anche dal solo immaginare una simile sofferenza, e quando questa sofferenza gli si presenta alle porte a chiederne il conto o a chiedere aiuto, non riesce a comprendere quella lingua che parla di dolore. Non riusciamo nemmeno a capire che esiste ancora la speranza, nell’uomo, una disperata speranza che è passata attraverso un lungo tunnel di orrore ma che non è morta. Non capiamo proprio niente. E nemmeno la lezione di questo ragazzo ce lo farà capire, nemmeno la lezione dell’arte che sopravvive alle bombe, della Musica che in qualche modo le sovrasta, niente da fare. Eppure la gente continua ad esistere, a voler vivere, anche se noi giriamo la testa, anche se noi teniamo le mani in tasca.

“Oggi, in Germania, a volte la gente mi chiede: di che colore era la tua tenda, lì al campo profughi palestinese? Santo cielo, e chi ha detto che abitavo in una tenda? Avevo un appartamento di proprietà, grande e bello! Il nostro negozio di musica andava a gonfie vele! Fino a quando non è arrivata la guerra, che ha distrutto ogni cosa: una granata mi ha tranciato i tendini di due dita, una ragazzina è stata uccisa a due passi dal mio pianoforte, l’Isis ha bruciato il mio piano. Mi hanno sbattuto in una cella, sono riuscito
a fuggire. Quando scappi dalla fame e dalle bombe abbandoni il tuo mondo. E ti trasformi in uno di quei loschi figuri che hanno sempre vissuto nella miseria e adesso arrivano in Europa per prendere parte alla grande ricchezza. Così la vedono quelli che non capiscono chi siamo e da dove veniamo. Chi ha paura di noi.
La mia storia,però,è diversa”.

Musica:

Cattiva, di Rossella Milone

 

Screenshot_2018-08-13-15-11-55Ci ho messo giorni e giorni, per trovare il coraggio di commentare questa storia.
Non sono una madre, non posso sapere cosa si prova nel diventarlo, probabilmente non dovrei scrivere niente,
e dire solo “provate a leggerlo”.
Ma di certo questo è l’unico libro che, finora, mi abbia avvicinato il più possibile a quella sensazione.
Non si poteva fare più di così, più di quanto scritto qui da Rossella Milone.
Non è un libro su una figlia che viene al mondo, ma su come viene al mondo una madre.
La fotografia dell’attimo preciso in cui la tua vita cambia, di colpo. Il paradosso del contrasto tra i tanti consigli e le tante rassicurazioni che precedono quel momento, sarà bello vedrai, e la realtà, che ti sbatte davanti un minuscolo esserino, che fisicamente, appunto, sembra inoffensivo, e che invece spesso appare e apparirà come un muro liscio, senza appigli, su cui devi comunque arrampicarti, un muro che sembra caderti addosso, e che il tuo istinto ti costringe a reggere. Il momento in cui chiudi un libro delle priorità rassicurante e te ne trovi davanti un altro, tutto da scoprire, scritto in una lingua astrusa, che ti farà dire “Basta. lo urlo contro queste pareti sottili, contro questa casa vuota, contro di te in braccio che mi senti, che senti il mio Basta crudele e assassino, tu che manco sai chi sono, riconosci la mia rabbia e la sai spiegare meglio di come me la so spiegare io. Tu urli, io urlo Basta, basta, basta. E poi accovaccio con te in braccio, l’unica cosa che so fare è sbagliata.”

Il momento in cui una madre scopre il terrore della solitudine, perché
“Il tempo da soli con una neonata può essere orrenda. Non passa, è pesante, è pericoloso. Ti fa guardare in faccia chi se, e alla fine sei qualcuno di solo e inesperto”.
Il momento in cui non sai cosa fare. Che è la cosa peggiore del mondo. Specialmente per chi, fino a quel momento, sapeva sempre cosa fare e non solo per se stessa, ma lo sapeva fare anche per gli altri, sapeva consigliare tutto il meglio.

“Ci guardiamo per ore. Io mi annoio per ore. Altre volte non mi annoio, ma si annoia lei e comincia a piangere. Oppure prova disagio, quello che è. Io mica lo so. Non riesco mai a sapere cosa vuole. Non sapere cosa fare è la cosa più avvilente, ed è per questo che quando sono sola con lei ho paura. Uno spavento ancestrale come il battito cardiaco. Mi terrorizzano i suoi occhi supplichevoli, questa piena, totale, indiscussa fiducia che mi mette addosso. Stringermela sul petto, stringerla così tanto da schiacciarla e rimandarla dentro, mi pare tutto quello che posso fare. Ma per lei no, per lei non può bastare”.

Il momento in cui si cammina a tentoni al buio.
Le migliaia di domande che non hanno risposta, i tuoi genitori nemmeno si ricordano di quando tu eri piccola, ma come è possibile dimenticare?? e ti sale la rabbia più di prima.
La rabbia e la gioia insieme.
La disperazione e la forza.
Il bisogno di scappare, di ritrovare il tuo tempo perduto, quello che dedicavi solo a te, poi viverlo e sentire dentro di te un ruggito, un richiamo, capire che il tempo che passi da sola alla fine ti fa male, perché stare lontana da tua figlia ti provoca dolore.

“Tutti i figli prima o poi dicono Mamma se ne te vai io muoio, e la madre lo sa che è una bugia, ma lei ha bisogno di quella bugia, ché altrimenti che senso avrebbe trasformarsi in qualcun altro, cambiare quello che sei per diventare un essere che deve guidare un altro essere per farlo diventare un uomo o una donna? Una trasformazione così comporta una fatica sovrumana, significa camminare a tentoni, e cosa c’è di più spaventoso del camminare a tentoni? E che senso avrebbe questo spavento senza quella bugia? E quindi rimango con te, bimba, ché senza di me tu muori, ché senza di te io muoio. E dentro questa bugia tutte e due ci diciamo la verità”.

Capisci di essere diventata una persona che ne contiene due.
Essere buona ed essere cattiva.

 

Musica: Non ridere, Paolo Conte

L’uomo autentico, di Don Robertson (Ed. Nutrimenti, traduzione Nicola Manuppelli, pp.298)

 

Jpeg

Mi ha fregato. Dopo aver letto L’ultima stagione ho iniziato questo libro senza leggere la trama né altre recensioni. E mi ha fregato. È un romanzo duro come marmo di Carrara, ci sbatti contro e ti fai male. Prima ti colpisce con l’ironia, ma è la sofferenza che fa diventare ironici.
Leggi la prima volgarità e rimani stupito, come fosse iniziato un libro diverso. Ed è così. O meglio, non era quello che credevi. Un po’ come la vita, che parte forte con ambizioni e certezze e arcobaleni di speranza, e si conclude nella vecchiaia dove tutto ti sembra senza senso, inutile, vacuo, e crudele. Qui ci sono vecchi che dicono parolacce, bevono, scopano anche a ottant’anni senza pudore, ci sono fluidi di ogni tipo, se hai stomaco debole, meglio non leggere.
L’asprezza di questo romanzo ti corrode, soprattutto è terribile quanto ti faccia sentire nel profondo quanto tutto sia fuori controllo, insensato. La cosa brutta della vita non è tanto il dover morire, ma la sensazione di lasciarti dietro il nulla, come una camminata sulla sabbia del deserto, che dopo due secondi ti volti e le tue impronte non esistono più. Non c’è un senso, non c’è un premio, non c’è rispetto, non c’è una speranza, anche se tu la vuoi a tutti i costi, a tutti i costi cerchi il Libro della spiegazione della Vita, anche se dentro di te capisci che nessuno te lo farà mai leggere, perché non esiste. Esiste solo la birra da mandare giù, il piscio, le scopate per dimenticare o per non sentirsi abbandonati, il vomito sulla camicia e sul tappeto e sul mondo, la malattia, e il sangue, il colore e l’odore del sangue che non vanno via nemmeno con una doccia senza fine. E nessuno che ti spieghi il perché, uno straccio di amico sincero. E allora Herman Marshall non ha che una sola soluzione per questo gigantesco enigma.

La solitudine che descrive questo libro forse non l’ho mai trovata in nessun altro. È lancinante. E credo che più anni hai e più faccia male leggerlo. E il finale fa capire il perché Stephen King lo avesse eletto a suo maestro.

Musica: Hurt, Johnny Cash

La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel (Ed. Keller, pp. 158, 2013)

 

Jpeg

Questo libricino è un sogno ad occhi aperti. Mentre leggi ti accorgi che gli occhi si spalancano da soli, sempre di più. Ota Pavel ci ha regalato emozioni a non finire. Ota Pavel, un giornalista sportivo che si getta nella scrittura per gioco e per passione e per dimenticare e curare un mostro che lo divorava da dentro, la depressione. Pensare che abbia scritto quasi tutto quello che ha scritto nel periodo in cui era in cura psichiatrica fa riflettere molto.
Questo libro è un grande gioco che contiene la Storia vera, di una famiglia e di un periodo terribile, una famiglia capitanata da un padre coraggioso, strampalato, sognatore, Leo, il più grande tra tutti gli ottimisti che si possano immaginare, mai domo dalle sconfitte e dalle delusioni, deciso a sognare e a far sognare sua moglie e i suoi tre figli. La mamma è quella che prova a contenere le sue esuberanze, si arrabbia, gli intima di ritornare alla ragione, ma alla fine non smette mai di danzare e ridere con lui.

“La mamma era una bellezza e di lei Lustig era un pochettino innamorato. Una volta era venuto a invitarla un bel signore alto e biondo e papà aveva fatto cenno che sì, la mamma poteva andare in pista con lui.
E quel signore aveva cominciato a farle la corte e a metà del ballo le aveva detto:«Lei è così bella» e non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.
La mamma aveva sorriso, a quale donna non avrebbe fatto piacere.
E poi quel bel signore aveva aggiunto: «Ma sarei curioso di sapere cos’ha in comune con quell’ebreo».
«Tre figli» aveva detto la mamma, aveva finito il ballo ed era tornata a sedersi accanto al papà.”

Leo e i suoi sogni milionari. Leo che vende aspirapolveri dove non c’è necessità che esistano o dove non esiste nemmeno una presa di corrente, che incanta tutti quando parla, che vende acchiappamosche ad un’intera nazione senza che nessuno veda una mosca in casa propria, e lo stesso fa con l’allevamento di conigli, come si conviene ad un prestigiatore sopraffino. Per Ota, il figlio più piccolo, papà è l’eroe per eccellenza. Il
padre migliore che si possa sognare.

Ma la vita non è un fumetto. Arriva il nazismo. Ma Leo Popper non molla mai. Tra carpe nei laghetti e conigli nelle gabbie, Leo assicura sempre il pasto ai suoi figli, nonostante arrivi la deportazione per loro, inevitabile. Leo non accetta le angherie, Leo si dispera per il fatto che l’essere ebreo cancelli tutto il bene che ha fatto nella società. Ma compie l’impresa di far restare unita la sua famiglia, mantenendo intatta l’atmosfera di avventura nelle loro vite. E l’amore.
Il segreto resta sempre quello, riuscire a guardare sempre la vita con lo sguardo di un bambino.

“Stavamo sempre peggio ma l’importante per papà era che esistevano l’amicizia, la fratellanza e soprattutto l’uguaglianza tra le razze.
Questo valeva tutto l’oro del mondo.”

Questo libro lo chiudi col sorriso tra le labbra,con la malinconia che arriva quando lasci un personaggio che sai ti mancherà, con la consapevolezza di aver ricevuto un regalo, lo sguardo leggero e sorridente sulla vita di un amico.

Musica: Here comes the sun, The Beatles

Il sole dei morenti, di Jean-Claude Izzo

 

izzo

“Crepare per crepare, meglio crepare al sole”.


Il viaggio di Rico è come quello de La strada di McCarthy.
Una lotta per la sopravvivenza, e il disperato tentativo di sopravvivere con dignità, e anche di morire, con dignità, magari con un ultimo sorriso in faccia al sole.
La sfortuna e le scelte sbagliate, un mix esplosivo che ti rovina la vita in un attimo.
E resti solo, improvvisamente. Quando muore un barbone, al massimo la società si indigna e si commuove per mezza giornata, poi sei di nuovo solo. La compassione dura un minuto, poi si torna alla normalità.


“Pietà, disprezzo, sufficienza, disgusto, paura… Soprattutto paura. La miseria fa paura.”

Il viaggio di Rico è il tentativo di restare normale, di non farsi notare, rubare un parka per sentirsi accettato, anche se le scarpe ti tradiscono più di ogni altra cosa. Il viaggio di Rico è una discesa agli inferi, che ribadisce le differenze anche tra i poveri. Un disoccupato non guarda in faccia un barbone, non vuole guardarlo, perché sa che guarderebbe il proprio futuro.
Il viaggio di Rico parte dai ricordi felici e arriva alla disperazione.

E più ricordi la felicità passata, più soffri oggi per la tua miseria.
Per le tue lotte quotidiane, per la ricerca delle briciole, degli avanzi altrui, la forza che devi avere per chiedere l’elemosina, quel tendere la mano agli altri che richiede l’annullamento del pensiero.
I rapporti frettolosi con le prostitute, i furti, le fughe da poliziotti che ti scrutano e possono rovinarti, i continui brutti sogni notturni, che ti costringono a svegliarti urlando, perchè la notte lo scontro tra il passato felice e la sofferenza attuale è molto più crudele e doloroso.

“siamo pieni di brutti sogni. È perché viviamo così…”

Non hai più una casa, devi trovare un posto per dormire, abbassi sempre più le tue pretese e il tuo livello di vita, fai l’abitudine a qualunque miseria, vivi in mezzo ai topi e ti convinci che sia sopportabile.
Fino all’ammissione più dura: “tendere la mano vuol dire ammettere, una volta per tutte, che siamo fuori dal giro, che non ce la faremo più.”
E solo il vino ti aiuta, ma più ti aiuta più ti avvicina alla morte.
La fame che ti divora, ma è sempre meglio la fame che il mal di denti, specialmente se i denti li hai persi tutti.
E allora non resta che tornare a Marsiglia, perché la fine è migliore lì, dove hai tutti i tuoi ricordi migliori, guardare il mare di Marsiglia è dimenticarsi le ferite, sentirsi il vecchio Rico anche solo per un attimo, è il sole che ti fa sorridere, anche se è un sole bianco, freddo, il sole dei morenti.

Musica: Mourir d’aimer, Charles Aznavour

L’animale femmina, di Emanuela Canepa (Einaudi, pp. 260, 2018)

 

animale femmina

 

 

Che bel libro, che bel lavoro profondo. Quanto è scritto bene, non posso credere sia il primo lavoro di questa autrice. Tanti passi da sottolineare, tanta profondità, tanta cura sotto una facciata di semplicità.
Rosita è una donna, ovviamente, ma la capacità di Emanuela Canepa è quella di farti sentire quel che sente Rosita anche se tu sei un uomo. Anzi, da uomo, provi empatia e provi anche un enorme senso di colpa per quello che Rosita sopporta e quello che Rosita rappresenta.
Per tutto quel sistema di potere che l’uomo esercita sulla donna, da sempre e, sembra, per sempre.
Per come l’uomo riesca a manipolare la donna, in ogni modo possibile, e quelli subdoli sono i modi peggiori.
La convinzione dell’uomo di essere superiore, sempre, la convinzione che la donna alla fine sia una struttura predeterminata, senza possibilità di autodeterminazione, sempre bisognosa di una guida, di un guru, di un direttore dei lavori, un uomo che sappia dipingere la sua vita e il suo corpo, un uomo che ti dia un senso e un posto nella vita, perché la donna il posto se lo deve meritare e conquistare sempre come se fosse abusiva dalla nascita, l’uomo che la scruta in ogni recesso, con uno scanner potentissimo, anima e corpo sempre sotto controllo da parte di un invisibile monitor in una invisibile sala controllo.

“Nemmeno loro si sforzano di fingere. È probabile che non ne vedano la ragione. C’è una corrente diretta che unisce la smorfia compiaciuta del titolare e i loro sguardi aggressivi, e punta verso di me. Uno scanner collettivo che mi attraversa misurando culo, tette, gambe, e produce un giudizio mediocre che gli leggo in faccia come tutto il resto. Per loro valgo quello che mostro, o che mi posso permettere di esporre, quindi pochissimo.”

Il Potere va allenato, esercitato, e l’uomo lo possiede e lo controlla.
Lo diamo tutti per scontato anche quando lo neghiamo.
È un libro che affronta un tema tremendamente delicato, tra misoginia, molestie, donna oggetto della brama e della bava maschile, donna che si presta al gioco di potere altrui, che ne accetta le regole anche quando mostra un’apparente decisione e durezza, anche i tacchi e il tailleur attillato possono far parte di questa accettazione delle regole, come l’atto di stirare le pieghe dei vestiti in maniera maniacale, quel gesto disperato, il tentativo disperato da automa di spianare le mille montagne che la vita ti ha posto davanti.
È un libro che ti costringe alla riflessione continua, che ti tiene incollato alle pagine, almeno per me è stato così, ho provato dispiacere quando dovevo interromperne la lettura.
Il rapporto tra l’avvocato Lepore e Rosita, datore di lavoro e dipendente, uomo e donna, è un duello, una sfida psicologica tremenda, il cinismo contro la sensibilità, l’egocentrismo rigonfio di certezze contro la paura di sbagliare e l’autostima sotterrata, la posizione privilegiata dettata da un potere contrattuale contro la subalternità impaurita di perdere quel poco che le è stato concesso.

“Non sono mai stata di quelle che piantano casini per farsi notare, piuttosto cerco di meritare di essere amata”

Siamo costantemente dalla parte di Rosita, per forza. Siamo sempre con lei.

“Ne ho viste a decine, in quarant’anni di attività. Il giorno in cui arrivano da me sono obbligate a giocare a carte scoperte, perché devono affrontare il fallimento. Sono tutte uguali, anche quando credono di essere autonome, e magari ciniche. Sembrano indipendenti sul lavoro, ma non riescono mai a emanciparsi davvero quando si parla di relazioni, quello è il campo in cui finiscono per delegare sistematicamente la loro identità a un uomo, e la felicità a un protocollo. E appena si presenta la necessità di affrontare un imprevisto – perché la vita fa cosí, non tutto va come uno si immagina, e non è sempre un male – decidono che non si può piú andare avanti. Neppure il tempo di farsi una domanda, di chiedersi se quello che dicono di desiderare coincide con ciò che vogliono davvero, o non piuttosto con l’ossessione di corrispondere a tutti i costi a uno stereotipo arcaico. Macché, si decreta subito il fallimento della relazione, e a quel punto c’è un solo colpevole che deve pagare per tutto, anche per quello che non gli compete.”

È un libro che fotografa la situazione attuale, quella che le cronache rivelano ma soprattutto quello che non rivelano, perché la manipolazione non si deve raccontare.
È un libro che sembra emettere sentenze negative, ma non è affatto così.
È un libro che ci dice che spesso bisogna scendere il gradino più basso, per capire come siamo fatti e risalire. Se continuiamo a proteggerci da un male eventuale, da una sofferenza e da un dolore intuibili, non riusciremo mai a capire quali sono i nostri limiti e la nostra capacità di reazione, e, con essa, la possibilità di dare la svolta decisiva alla nostra vita. La tigre va guardata negli occhi. La nostra venuta al mondo richiede una dosa enorme di coraggio, per passare da spettatori a parte attiva della vita.
E, alla fine, nessuna costuzione stereotipata, razionale, cinica, sa resistere alla forza dell’amore.
Questo è l’insegnamento di Rosita, e della sua creatrice.

Musica: Vince chi molla, Niccolò Fabi