Il Club dei Bugiardi, di Mary Karr (1995, Edizioni e/o 2017, pp. 416)

 

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Non deve essere facile vivere in uno dei posti più brutti del mondo.
Leechfield, Texas. Una città dove si cerca petrolio.
Una città che puzza. Una città dove passano anche gli uragani. Una città allagata dal dolore.
Una città in cui gli uomini lavorano di giorno e si ritrovano tutti al bar di sera, senza bisogno di darsi un appuntamento, si trovano. Qualcuno racconta storie inventate e altri le ascoltano e ci credono. Il Club dei Bugiardi. Ce le raccontiamo, per poter arrivare a fine giornata, per non pensare alla realtà che ti asfissia, ti strangola. Un posto dove la depressione è una regola accettata. Depressione più alcolismo, letale mix soprattutto nei rapporti familiari.
Mary Karr è nata e cresciuta in questo brutto posto. Con una madre che si sposa per sette volte, una madre affetta da “nervosismo”, come si diceva allora, una madre che dorme, urla, dà fuoco alle cose, una madre che sparisce per settimane senza dire niente, una madre che faceva paura, spesso, e che aveva avuto anche in mente di farla finita, con se stessa ma prima con le sue due figlie, una madre che rimpiange New York, che legge Camus e Sartre, una madre che faceva paura più per i silenzi che per le parole dette, e un padre anche lui di pochissime parole, dolce, spesso, ma affezionato anche lui alla bottiglia. Una famiglia dove c’è amore, ma ci sono anche liti furibonde, e le due piccole assistono e tentano di sopravvivere, di fare da cuscinetto, di porre rimedio agli uragani esterni, ma anche a quelli che attraversano l’animo dei loro genitori.
È un racconto in cui il silenzio fa male. Mary racconta, e tutti gli altri tacciono spesso.
La paura di Mary e Lecia, queste due piccole bambine, di essere abbandonate, la paura che i loro genitori possano morire e lasciarle sole.
Ma come si fa a non entrare in depressione, in questa situazione?
Come fai a non metterti a bere anche tu?
Come tantissime storie americane, anche questa è attraversata da un fiume di alcol.
Mary Karr a 40 anni ha deciso di raccontare la sua storia, non omettendo nulla. A 19 anni ha iniziato il suo percorso in analisi, che, dopo tanti anni, le ha permesso di poter guardare al passato senza traumi, senza restarne travolta, e trovando, in mezzo a tanta sofferenza, le parti belle, le parti felici, quelle che ti mandano avanti nonostante la devastazione totale della vita intorno a te. Mary, nonostante la sua infanzia e la sua adolescenza difficile, ha sviluppato l’amore per l’arte, per la letteratura e per la vita stessa, quindi questo memoir è un vero tributo alla sua famiglia, alla sua storia, a quelle grandi imperfezioni, a quei grandissimi vuoti dove però, a volte ben nascosto, è sempre rimasto incuneato un grande amore.
Il sogno americano è anche questo, riuscire a sopravvivere in mezzo alle cattive persone, le cattive abitudini, ai genitori imperfetti, e trovare la propria strada lo stesso, una strada alla fine pulita, sobria, riuscire ad uscire da un cono d’ombra a volte gigantesco, e trovare la luce.
Incredibile storia, vera, fatta di violenze, anche di una violenza sessuale taciuta, di tentati omicidi, di fughe, di fame e di sete, di dolori, di malattie, una famiglia devastata da tutto questo ma che, alla fine, per me, risulta essere stata più solida, sgangheratamente solida, nell’amore e negli affetti, di tantissime altre più “regolari”.
Una storia commovente.
Una bellissima storia.

 

Musica: Nobody Knows You When You’re Down And Out, Bessie Smith

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Carne viva, di Merritt Tierce

 

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Marie, 20 anni, ha una figlia e fa la cameriera.
Non ho mai letto un libro in cui si descrivesse il mondo lavorativo dei ristoranti. Il modo in cui i camerieri si muovono in un locale. I passi, i gesti, le frasi che sanno di dover dire, una specie di spettacolo teatrale in cui tutti sanno quello che devono fare e le battute che devono pronunciare, l’aspetto che devono mostrare al pubblico, e quanto sforzo questo richieda, e quanto cameratismo si venga a creare tra i lavoratori, che non riescono semplicemente a staccare e andarsene via ognuno per conto loro, finita la giornata e chiuso il ristorante. Quando sei costretto a recitare una parte così dura, ne paghi il prezzo, in qualche modo. E qui il prezzo è descritto senza sconti. Una ferocia enorme nel descrivere le proprie aspettative che vanno incontro allo sfascio totale.
Era partita con aspettative diverse, Marie. Alte. A scuola era un mezzo genio.
Ora è diventata carne viva. Ci fa sentire le sue ferite, quelle mentali e quelle reali, autoinflitte, le bruciature con cui disegna il suo corpo, il dolore enorme che si provoca per silenziare il dolore della sua sconfitta nella vita, quel sentirsi sempre inadeguata, mai al posto giusto, quell’ansia di voler fare tutto per bene e quella sensazione di essere un fallimento, come persona, come donna, come madre.
Non uso mai l’espressione “cazzotto nello stomaco” per descrivere quello che un romanzo ti può far provare, ma certo qui sarebbe il caso di usarla. Soprattutto pensando a come Marie descrive se stessa e la sua vita, con una freddezza e un distacco chirurgici. La descrizione impietosa di una cameriera che lavora benissimo ma che decide di autolesionarsi, autodistruggersi, di non amarsi. Che sceglie appositamente di gettarsi sul lavoro e farlo benissimo per evitare di pensare al resto. Il contrasto tra questa autodistruzione, questo non amare se stessa e l’amore invece che prova per sua figlia è una cosa che ti viene addosso come un pugno, appunto.
Il pensiero preoccupato, ansioso, il senso di colpa e l’amore con cui costantemente si rivolge a lei, un pensiero fisso, che non l’abbandona mai, poetico, anche mentre sta scopando con un uomo o mentre si sta drogando. E più ama sua figlia, più si autoinfligge dolore.

“Tu sei forte. Mio padre ti chiama Scarponcino, perché quando cadi non piangi mai. A quattro anni sai già leggere e ti chiedo di aiutarmi a imparare i vari tagli della mucca. Hai la esse blesa e continuo a ordinarti di dire scamone soltanto per il gusto di sentirtela pronunciare. Ma quando ti addormenti vado in bagno e pippo strisce di coca da sopra lo schema dei tagli di carne. Leggo spiegazioni sulla differenza fra Kobe e Wagyu e mi senti piena della bellezza del tuo piccolo essere. Solo a immaginarlo – tutto quello che sei – il copro mi freme e vibra come l’aria dentro una chitarra. Sto tremando dal freddo. Mi infilo a letto con te. Ti piace stare a casa mia perché ti faccio dormire nel letto con me. Sei tutta calda ma io non smetto di tremare. Provo un senso di beatitudine che mi manda al settimo cielo – ti adoro – poi un senso di orrido risentimento che mi trascina giù: sono un mucchio di merda che cade all’infinito in un pozzo buio, sono l’odio che ha scagliato via quella merda e la paura dentro la merda scagliata via. Basta che salti un punto nelle cuciture del cervello e alto e basso diventano la stessa cosa. Non mi accorgo di averlo detto ad alta voce finché non ti volti a guardarmi. Mamma, dici, che c’è? Ti leggo in faccia la più profonda empatia e la bocca ti si piega all’ingiù. Mi rendo conto che in questo momento della tua vita non sta succedendo nient’altro. Sei qui con tua madre che piange, e quindi piangi anche tu.”

Caldo e freddo gelido, l’amore e l’improvviso sentirsi precipitare in un pozzo buio, questa forbice è qualcosa che ti fa star male, ti tiene incollato alla lettura, anche se provi disgusto, o non riesci ad accettare alcune cose che stai leggendo. Nonostante questo, resti lì, e vuoi disperatamente capire, e guardare Marie dal buco della serratura, perchè l’impressione che hai spesso è questa, lei vuole che tu la guardi. E sono proprio le parti più brutali, quelle in cui hai la sensazione che il livello della scrittura si alzi. Siamo lì a sperare nel lieto fine, nella redenzione,nel cambio di passo verso la vita. Ma non arriverà. Questa scrittrice ha vissuto in parte ciò che ha descritto, e ha preferito un duro e crudo realismo ad una concessione di lieto fine che sarebbe risultata forzatissima. Questa è la realtà, sta a voi accettarla, sembra ci dica.
Francamente non credo che dimenticherò questo libro facilmente.

Musica: You learn, Alanis Morrisette

 

 

 

 

Cavalli selvaggi, di Cormac McCarthy

 

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Un romanzo in cui tutta la potenza della scrittura di McCarthy si sprigiona al massimo.
Un western atipico, al di fuori degli schemi e del Tempo che in teoria gli appartiene.
1949, Stati Uniti dell’immediato dopoguerra, America che cerca di ripartire, un futuro che parte e un passato che è ancora presente ma che sta morendo, i cowboys stanno scomparendo.

«In quella falsa alba blu le Pleiadi sembravano levarsi nell’oscurità sopra il mondo trascinando con sé tutte le stelle, mentre il gran diamante di Orione, Capella e il marchio di Cassiopea sembravano una rete da pesca gettata nel buio fosforescente. Rimase là a lungo ad ascoltare il respiro degli altri che dormivano e a contemplare la natura selvaggia fuori e dentro di se.»

La forza di McCarthy è quella di trascinarti letteralmente nei paesaggi e nelle ambientazioni che descrive. Ti ritrovi non solo nei luoghi, nei deserti, a cavallo, intriso di sudore, ma ti ritrovi anche a pensare come i protagonisti che lui descrive. Un realismo impressionante, dialoghi ridotti all’essenziale, come sempre, ma proprio per questo micidiali, importanti, ricchissimi. Non ci sono visioni ottimistiche, non ci sono spiegazioni valide, non c’è giustificazione alla cattiveria, all’odio, alla violenza. Esistono e basta. Come esiste questa Natura che domina tutto e tutti, questi spazi americani sconfinati, in cui l’Uomo diventa ancora più piccolo di quello che è. La cupezza è il marchio di fabbrica di McCarthy, così come il contrasto potentissimo tra il mondo senza umanità e la voglia assoluta di non arrendersi di fronte ad esso, di trovare un senso, una strada per sopravvivere e vivere, per ricostruire vite che sembrano insensate e perdute. Questo è un romanzo di formazione, ci sono ragazzi che partono a cavallo alla ricerca di quello che sentono giusto e che sentono di poter perdere, ragazzi che scopriranno, loro malgrado, di quanta sofferenza è lastricato il percorso di una vita, scopriranno quanto è duro lavorare per vivere e quanto sia difficile affrontare la Morte e anche affrontare l’Amore. Scopriranno quanto è facile sentirsi inadeguati, smarriti, colpevoli, ma nello stesso tempo che il viaggio è quello che conta, non conta la fine ma conta il viaggio. Ne escono piegati, cambiati, ma non distrutti e sconfitti.

“Pensò che la bellezza del mondo nascondeva un segreto, che il cuore del mondo batteva a un prezzo terribile, che la sofferenza e la bellezza del mondo crescevano di pari passo, ma in direzioni opposte, e che forse quella forbice vertiginosa esigeva il sangue di molta gente per la grazia di un semplice fiore.”

Un romanzo che accelera nella sua progressione e tu acceleri con lui, sempre più trascinato verso l’epilogo finale, degno dei migliori western.
Incredibile la forza di questo scrittore, che lavora scalpellando le parole, sottraendo le parole, ma riuscendo ad essere un fantastico narratore. Quando leggi, ti trovi nello stesso tempo in un romanzo e in una pellicola cinematografica. È una cosa incredibile. Nessuno come lui.

Musica: Bird On The Wire, Leonard Cohen

 

L’Avversario, di Emmanuel Carrère (Adelphi, 2013, pp.169)

 

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La storia è vera.
Ed è terribile cronaca.
Carrère ne è rimasto ossessionato, e da ciò che scrive si percepisce bene.
Si sente benissimo la sua domanda, “perché?”
L’angoscia di non capire, nonostante tutti gli sforzi per riuscire a farlo.
Di fronte ad un atto efferato, avremmo sempre bisogno di risposte certe, perché ci darebbero pace.
L’ansia assoluta di capire che cosa muova il Mostro.
Senza ergersi a giudice, Carrère ci prova. Fino ad arrivare al contatto quasi fisico con quest’uomo che rappresenta il Diavolo in Terra, faccia a faccia con la Bugia.
Il piano inclinato di bugie che trascina nel baratro. Un uomo che racconta menzogne, prima di tutti a se stesso, e non riesce più ad uscirne, per vigliaccheria, per paura di deludere, per frustrazione, per senso di inferiorità, per calcolo, per malvagità.
Ci sono tante risposte possibili, ma nessuna certa.
E questo porterà Carrère a sentirsi pienamente diviso, e confuso.
Non c’è nulla di peggio della Bugia, nemmeno la malvagità più orribile.

“Ricalcando i suoi passi provavo pietà, una straziante simpatia per quell’uomo che aveva errato senza meta, anno dopo anno, chiuso nel suo assurdo segreto, un segreto che non poteva confidare a nessuno e che nessuno doveva conoscere, pena la morte. Poi pensavo ai bambini, alle fotografie dei loro corpi scattate all’Istituto di medicina legale: orrore allo stato puro, un orrore tale da costringerti a chiudere gli occhi, a scuotere il capo la realtà.”

Non è un romanzo, è una specie di analisi scientifica sul comportamento umano. Ma la sofferenza si avverte, netta. La sofferenza di chi cerca una spiegazione, di chi prova ad infilarsi nel buio più nero della mente umana, ma io ci ho visto la paura di farlo fino in fondo, Carrère si tiene a distanza di sicurezza per non affondare nel gorgo. Lascia che siamo noi lettori, ad esporci e a gettare lo sguardo nell’abisso.
Ho percepito la grandissima difficoltà dell’autore nella descrizione del Male, di questo Male che è il peggiore, perché non ha motivazioni. Per riuscirci, si è comunque dovuto sporcare un po’ le mani, andando a trovare il Male stesso, conoscendolo di persona.
Questo libro è la narrazione di una fatica immane, la fatica di raccontare la Malvagità e di doverla accettare come inspiegabile, ma comunque di doverla accettare.
E accettare praticamente la tesi che non ci si possa davvero fidare di nessuno, nella vita, nemmeno di noi stessi, accettare il fatto che ci sono porte, nel prossimo, che nessuno può aprire, che nessuno conosce.
Accettare che il confine tra normalità e abisso sia una striscia di terreno molto sottile.
È molto difficile accettare di leggere qualcosa di mostruoso e temere, anche solo per un attimo, di vedercisi riflessi.

“Eppure non sono mai riuscito a parlare… E quando rimani incastrato in questo ingranaggio, per non deludere, la prima bugia chiama la seconda, e poi vai avanti tutta la vita.”

Musica: The Dark Side of the Moon, Pink Floyd

L’ultima stagione (1974), di Don Robertson (2017- pp. 616, Nutrimenti)

 

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Howard Amberson e sua moglie Anne.
Due personaggi indimenticabili, insieme a tutta la loro famiglia. 
Questo libro è una fotografia autunnale, una malinconia continua, un sussurro prolungato e profondissimo.
Due anziani vicini alla fine che decidono di fare un viaggio senza meta, per capire il mondo prima di lasciarlo, per capire chi sono stati e chi sono oggi, e il loro ruolo in questa vita apparentemente senza senso.

“Non conosciamo questo mondo. Non abbiamo l’obbligo almeno di provarci? È giusto andarsene prima di sapere che 
cosa si sta lasciando?”

Howard non vuole aspettare la fine chiuso nella loro casa, vuole risposte, prima del commiato. Un poderoso romanzo di 600 pagine che scorre come un placido fiume, ad un ritmo perfetto, in cui il protagonista è il senso profondo di umanità, che unisce le persone, con tutti i loro pregi e i loro difetti , le granitiche certezze e le debolezze e le contraddizioni, le passioni, il dolore che tutti abbiamo dovuto sopportare e siamo riusciti a superare o a non superare, e soprattutto l’amore, un mistero assoluto che però tutti abbiamo vissuto. Un viaggio tra il presente, narrato in terza persona, e il passato in prima persona del diario tenuto da Howard, un continuo flashback che serve a trattenere i ricordi remoti ma, nello stesso tempo, a far capire quanto siano ancora vivi, pulsanti, quanta importanza rivestono nella formazione di questi esseri umani, sullo sfondo di questa Paradise Falls che rappresenta tutto il mondo. La narrazione di una famiglia e di una vita normale, ma è nei piccoli avvenimenti familiari e quotidiani che l’essere umano mostra la sua grandezza. Nessun eroe dalla grandi gesta, ma tutti piccoli eroi della resistenza quotidiana, fatta di dignità e umanità. Siamo in grado, pur essendo minuscoli e sconosciuti, di far tanto male alle persone ma anche di slanci di dolcezza senza pari.
E siamo alla fine tutti legati allo stesso filo, e più simili di quanto vogliamo far credere.
Robertson ci mostra quanto dramma possa nascondersi nelle pieghe delle nostre piccole vite.
Robertson, che riesce a farci ascoltare anche il rumore che fanno le persone quando siedono a tavola, a dar voce anche ai silenzi, al rumore delle foglie e alla pioggia che cade. Robertson , questo grande scrittore dimenticato e ora ripescato, grazie specialmente a Stephen King, che lo ha sempre considerato un suo maestro, dimostra soprattutto grande abilità nei dialoghi e nella descrizione dei personaggi, nel dar voce e animo ai bambini come agli anziani, ci sono pagine di grande poesia e bellezza e commozione, un misto di semplicità e di profondità che sarà difficile dimenticare .

 

Musica: Any Major Dude Will Tell You, Steely Dan

Il Dio del massacro, Yasmina Reza

Jpeg

Una stanza. Quattro persone. Due coppie, due mariti e due mogli. Coprotagonisti, un dolce e l’alcool.
Ferdinand ha colpito Bruno con un bastone, una rissa tra bambini, la causa dell’incontro.
Basta così, cast ridotto all’osso.
Ma dialoghi, cattiveria e cinismo a volontà. Chi più ne aveva, più ne ha messa. Una gara al rialzo di inciviltà, di istinti primordiali. Prima ci sono quattro persone che si presentano coperte dalle loro migliori maschere di civiltà e benevolenza, misuratissime, attentissime a percorrere la strada che la società ha segnato per loro, il politicamente corretto, automi borghesi che devono salvaguardare la facciata, ridipingendola ogni giorno. Ma il Dio del massacro è dietro la prima porta della loro costruzione fittizia. E viene fuori alla prima occasione, scatenando la guerra, e ognuno di questi coniugi mostra e scioglie la belva di ferocia che lo contraddistingue nell’intimo.
Quanto dura, questo combattimento tutti contro tutti? Quarantacinque minuti. In soli quarantacinque minuti crollano finzioni, falsità, perbenismi. Cadono le maschere, si sbriciolano i piedistalli, si svelano le bugie su cui sono basate quattro vite, un tiro di un sasso fa cadere una casa enorme, ma fatta di sabbia. Tremendo, si ride amarissimamente.
Fa male, ti senti male, perché dici subito per carità, io mica sono così, ma in fondo potresti benissimo essere così…

Musica: Il tutto è falso, Giorgio Gaber
https://www.youtube.com/watch?v=W1w0vM9dubI

Bartleby lo scrivano, di Herman Melville

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«I would prefer not to»
Preferirei di no.
Un assurdo racconto. Melville ci racconta qualcosa di inspiegabile, in apparenza.
Cosa sta dicendo? Cosa rappresenta un impiegato, un copista, che improvvisamente si rifiuta di lavorare? Negli Stati Uniti del tempo, e ancora fino ad oggi, rappresenta una rivolta senza pari, la rivoluzione. La guerra dichiarata al Sistema, che ha stabilito, scrivendolo sulla pietra, che il Lavoro è il metro del tuo successo, della tua intera vita. Se lavori, puoi proseguire, migliorare, elevarti, scalare la vetta fino alla cima. Non lavorare è il fallimento, ma non solo, è un’offesa alla tua Nazione, è un tradimento della Patria e dei suoi ideali, delle sue Leggi.
Qui infatti è un avvocato, quello che Melville chiama a rappresentare il buon senso, la ragione. E non è un caso. Ma la ragione, questo rappresentante delle “Istituzioni”, questo rappresentante del miglior modello di vita mai scelto dal pianeta, ammutolisce, sbigottisce, non è pronto a rispondere in modo coerente a questa offesa, a questo individuo che rifiuta di collaborare, di muoversi, che rifiuta quasi di respirare, che fissa un muro senza proferire parola, che non intende essere disturbato. D’istinto, noi che leggiamo siamo portati a dar torto a Bartleby. Non puoi rifiutarti, che cosa stai combinando, perché non lavori, perché non rispondi? Ma alla fine la disperazione si comprende. Alla fine la compassione e la comprensione arrivano.
Chi è più disperato di te, Bartleby? Chi è più disperato di chi non riesce a trovare comprensione, aiuto, ad una richiesta di non omologazione? Voglio non essere parte di questo ingranaggio mostruoso, preferirei di no, preferirei non essere qui, non fare questo lavoro, il copista, che tra l’altro esprime la massima alienazione, cosa c’è di meno espressivo che il copiare un testo? Non svolgiamo forse quasi tutti, o molti, lavori in cui ci annulliamo completamente, in cui stiamo solo a testa china e non esprimiamo potenziale creativo in alcun modo? Bartleby lavora come nessuno mai, prima. Poi decide che è ora di dire basta. Non lavoro, non rispondo, non mi muovo. Ma la disperazione è rappresentata dal fatto che non riesce ad andare via dal luogo in cui lavorava. È intrappolato. Non sa dove andare. Non lavora, ma resta nel luogo dove ha lavorato. Il mondo è così enorme, ma per lui non c’è spazio, nè di parola, nè di pensiero, nè di azione.

«So chi siete e non ho nulla da dirvi», questa la sua risposta tragica.
So di aver perso, non posso fare altro, inutile perdere tempo.

 

Musica: Hey you, Pink Floyd

Se questo è un uomo, Primo Levi.

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(Non lo avevo mai commentato. Mai avuto il coraggio. Ma ho sbagliato. Mi sento in colpa verso questa persona, quest’uomo meraviglioso. E oggi scrivo, anche se tu non ci sei più, ma stai tranquillo, non ti dimenticherò mai.)
…………………………………….

Non ce la faremo mai. Mai riusciremo a comprendere che cosa abbia sofferto chi ha attraversato l’inferno di un campo di concentramento. Mai riusciremo a vedere davvero quello che certi occhi hanno visto. A sentire il dolore del fisico, il freddo, la fame. Soprattutto mai riusciremo a comprendere che cosa voglia dire essere privati di tutto quello che si possiede, vestiti, oggetti, dignità personale, diritto di esistere.
Ma se c’è qualcuno che ci ha fatto avvicinare per primo a questa vergogna dell’umanità, questo è Primo Levi.
Il numero 174.517.

“Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui che potrebbe portare al mondo insieme col segno impresso nella carne la mala novella di quanto ad Auschwitz è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo.”

Ho letto “Se questo è un uomo” due volte. E me ne sento colpevole. Va letto almeno una volta l’anno. Ogni volta che lo riapri, capisci e senti qualcosa di più e di diverso. Non è un libro, non è un romanzo. È la storia, la nostra storia. Ogni volta che ho pensato di commentarlo, mi sono subito detto lascia stare, non c’è bisogno di commentare, e dove le trovi, poi, le parole? Parole che poi ancora qualcuno non abbia già detto?
Eppure adesso lo faccio, perché mi sento come in colpa, in debito.
Questo non è un libro. Questo è un oggetto sacro, che dobbiamo passare, tramandarci, ce lo hanno consegnato i nostri nonni, i nostri genitori, e noi dovremo consegnarlo ai nostri figli, e ai figli dei figli. Primo Levi ha attraversato l’inferno, ne è uscito devastato, ma anche determinato a tramandare, a cercare di spiegare, disperatamente spiegare che cosa avessero passato gli uomini, le donne e i bambini come lui. Ha scritto questo libro in maniera febbrile, appena tornato da Auschwitz. Non ci ha pensato un secondo. Ci ha dedicato giorni e notti intere. Sembra di vederlo. La febbre di scrivere per non dimenticare nessun dettaglio. Fa male pensare che le case editrici più grandi gli abbiano rifiutato la pubblicazione, per tanto tempo. Fa male, personalmente, leggere ogni tanto un commento a questo libro che dice “non mi ha coinvolto, mi attendevo più partecipazione”. È una cosa terribile. Quanto avrà sofferto, Levi, per queste parole? Lui che fermava la gente per strada, lui che è andato in mille scuole d’Italia, raccontando, spiegando, riaprendo le sue ferite, tutto questo non solo per una terapia personale, ma per farci capire, ragionare, ed evitare che noi ripetessimo gli errori del passato, che non ci atrofizzassimo nell’indifferenza, che fossimo pronti a captare i segnali dell’alba un nuovo orrore?
Ha raccontato tutto con semplicità. La banalità del Male. Perché è così che è andata,ed è così che il Male si ripete e potrebbe ripetersi. Infilandosi tra gli uomini con semplicità. Approfittando dell’indifferenza, della sottovalutazione. Primo Levi era terrorizzato dal fatto che se avesse raccontato tutto esprimendo solo sofferenza ed orrore la gente non gli avrebbe dato credito. E “la gente” poi non voleva sentire qualcuno che raccontava orrore, e, peggio, che in qualche modo gli facesse sentire un senso di colpa atavico. La gente a volte ti fa sentire in colpa per essere sopravvissuto. E allora lui scelse il tono mite, da chimico qual era ha voluto parlare in modo scientifico, dettagliato, misurato. Voleva essere credibile. Voleva essere creduto. Non lo sentite, il tono? Non riuscite a capire quante lacrime trattenute, la richiesta di aiuto, il grido che urla credetemi, ma non solo per me e per chi è morto, ma soprattutto credetemi per voi stessi, vi sto aiutando e non mi capite??

«per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo»

La disperazione per il non riuscire a trovare i vocaboli, la lingua adatta a descrivere quello che ha visto e patito. La disperazione del sogno notturno ricorrente, il sogno che quasi tutti i prigionieri facevano, il trovarsi a casa con i propri cari, raccontargli tutto quello che accadeva nel campo di concentramento, la fame, la sete, il freddo, le percosse, e nel sogno vedere i tuoi cari che restano indifferenti, si alzano e se ne vanno.
Eppure, nonostante fosse un chimico, nonostante non avesse mai scritto un libro, ha creato qualcosa di indimenticabile, riuscendo a mescolare Omero, Dante, e chissà quanto altro, creando spesso pura poesia. Un capolavoro vero, indimenticabile. Che dimostra quanto solo il conservare un ricordo umano di se stessi possa salvarci.

No, non potremo mai capire.

Ma abbiamo il dovere di leggere, e di tramandare. Glielo dobbiamo. Ascoltiamo. Non è per un caso, che apra il libro con una poesia, (Shemà, «Ascolta»).
«Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no»

Un uomo, un bambino, un donna, che muoiono per essere scesi dal lato sbagliato di un vagone. La roulette russa dell’indifferenza del Male. Si può? Come abbiamo fatto? E come ancora oggi possiamo rifarlo, Dio mio?

Ci ha chiesto, con rabbia, di restare attenti, di non chiudere mai gli occhi.
Facciamolo. Non un giorno all’anno, facciamolo sempre.

No, non chiudo con una musica. Ho parlato anche troppo, è ora di pensare, in silenzio.

Invito a cena, di Joshua Ferris

 

invito a cena

Le relazioni, le unioni, i matrimoni in crisi, i rapporti conflittuali tra uomini e donne. Questi undici racconti hanno questi fili conduttori. Joshua Ferris è bravo, siamo sempre al solito discorso, quando si parla di racconti lo scrittore deve essere bravissimo a tirar dentro il lettore subito, con un bello spintone e via, si parte velocissimi su questo otto volante, poi giunti al culmine, stop,si passa al racconto successivo. Un romanzo ti concede tempo, un racconto no, devi stare lì a leggere senza mai concederti una piccola pausa di distrazione.
Qui c’è una raccolta tragicomica di nevrosi, incapacità di vivere e soprattutto di rapportarsi con l’altro sesso, con il proprio partner, le ossessioni, le incomprensioni, le ansie, le nevrosi, le insicurezze che minano tutti, soprattutto sotto attacco qui c’è il genere maschile, descritto come terribile, orribile,inadatto, sbagliato, stupido, impaurito di perdere il proprio matrimonio, di essere abbandonato. E forse è proprio così, il maschio, in generale. Tutto questo condito da una visione ironica e comica che pareggia la tragicità degli argomenti. È impresa improba, relazionarsi. Ma basterebbe essere più leggeri, magari basta la brezza del racconto omonimo, per riuscire a vivere meglio il proprio rapporto con l’altro. Non deve esser certo una bella vita, quando si pensa che l’unica possibilità per sentirsi felici è quando si prova solo “qualcosa che somigli al sollievo dal dolore”.
Coraggio.

 

Musica : Honesty, Editors

Nelle terre di nessuno, di Chris Offutt

 

 

Screenshot_2018-01-18-15-44-39Altro che “Benedizione” o “Canto della pianura”, qui si canta poco, qui non siamo nella contemplazione bucolica della natura, qui abbiamo l’uomo e la Natura in convivenza guerreggiante, ogni componente rispetta l’altra, ma qui ci sono sangue, feriti e morti ovunque, nelle opposte fazioni. Nove racconti spietati.
L’uomo va a caccia, coltelli, pistole, fucili. La violenza è cruda, ma non “cattiva”, è connaturata all’ambiente. L’uomo è solo, la comunità è rarefatta e non compatta, la solitudine pervade chiunque, e chiunque, dai bambini agli anziani, sa cosa deve fare e la fa, nonostante l’esperienza vanno tutti incontro al loro destino senza voltarsi indietro. Affrontano e sopportano, spesso vanno dritti verso la morte pur sapendo con certezza che arriverà. Ma non se ne vanno, il Kentucky sperduto è la loro vita e sarà la loro morte, altre soluzioni non ne vedono. È uno Stato senza Stato, ai confini del pianeta, la legge resta ai margini, esiste solo una specie di legge della foresta a cui tutti hanno aderito senza bisogno di carte bollate. Una legge spietata, ma che tutti ritengono giusta, e qui un uomo se la deve giocare alla pari con un orso o con un puma, la lotta è terrificante ma onesta, senza recriminazioni. È la Natura che comanda, l’uomo deve solo adattarsi, conoscere gli animali, fiutare, non perdersi mai, riconoscere i sentieri, altrimenti è morto, e senza urlare al destino avverso, non serve, sapevi già a che gioco stavi giocando, piangere non serve, così come parlare, la vita è fatta di sguardi e di azioni. La scuola è fatta dai boschi, dalla neve, dagli animali, non ci sono banchi nè maestri, solo montanari, ignoranti, ubriachi, se sai scrivere ti guardano male, è molto meglio ricordarsi a che ora tramonta il sole, se ti trovi in mezzo a un bosco nella tormenta.
Qui non siamo a New York, non ci sono vetrine, uffici, villette a schiera, qui c’è l’America vera, sconfinata, desolata, isolata.
Si lotta per andare avanti e sopravvivere, si guarda al futuro ma senza una vera speranza di cambiamento radicale, il tempo è un movimento ciclico di stagioni.

“Il tempo è come un mucchio di sterpi. In autunno li bruci, e la sola cosa che ti ricordi sono le braci ardenti. Dovunque guardi, vedo solo mucchietti di cenere.”

Spaventosa la descrizione di un mondo freddissimo, cupo, comunità che si guardano in cagnesco, famiglie slegate, con una scrittura ridotta all’osso dura, sincera, spietata. Ma che alla fine offre un piccolo varco di speranza a tutti, qui ci si picchia, ci si insulta, ci si ubriaca, si denigrano i diversi, ma poi si corre in aiuto di chi ha bisogno, e ognuno tenta di fare qualcosa che lo riscatti, che sia tentare di passare un test scolastico o che sia seppellire un cane o riportare un figlio maciullato a casa, o che sia, soprattutto, l’affetto verso il posto in cui si vive.

 

Musica: Wabash Cannonball, Boxcar Willie