Il buio fuori, di Cormac McCarthy

 

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“È la gente dura che rende duri i tempi.
Ho visto tanta cattiveria fra gli uomini
che non so perché Dio non ha ancora spento il sole
e non se n’è andato.”

 

Il mondo è una landa desolata.
Il cuore di tutti, è una landa desolata.
McCarthy è sempre lui, si diverte a mostrarci
come sarà l’universo e come diventeranno i suoi abitanti
dopo averlo distrutto, depredato, spolpato, massacrato,
ridotto ai minimi termini.
Che cos’è che resta?
Resta il Buio.
Il Buio non fa distinzioni.
Il Buio non è razzista.
Il Buio azzera chiunque, buoni, cattivi, bianchi, neri, rossi.
C’è un fuoco che brucia tutto, c’è una polvere che investe tutto,
e c’è un gelo che invade tutto e tutti.
C’è sempre un fuoco da accendere, con quattro sterpi,
più per avere una luce che per ottenere calore.
Il mondo è composto da zombie che di umano mantengono solo le sembianze.
Persone che hanno commesso errori imperdonabili, cattiverie inaudite,
comunque persone divorate dai loro sensi di colpa,
costrette, come questi due fratelli, a camminare perpetuamente
alla ricerca di qualcosa che nemmeno loro sanno esattamente cosa sia.
Culla, un uomo con un nome singolare.
Un nome in qualche modo rassicurante, ma è solo un nome.
Culla, che deve espiare la sua colpa.
E lo fa lungo tutto il suo cammino,
ad ogni passo incontra persone che lo accusano
di ogni Male. La sua espiazione è la fuga affannosa,
sono le ferite fisiche, sono le pallottole che scansa per un soffio,
il dito accusatorio puntato sempre addosso.
Rinthy, il suo viaggio è diverso.
E’ durissimo, ma affrontato con uno scopo diverso.
I suoi seni gonfi di latte in qualche modo causano
compassione, pietà, in chi la incontra.
Il suo cammino è l’unica luce in tutto il romanzo.
E non dobbiamo sottovalutarla.
Anche se il destino è identico.
Il dolore, la sofferenza, il disagio, l’angoscia.
Tutte le sfumature del Nero, questa è la vita.
Il Nero è dentro di noi, il Buio è dentro di noi,
possiamo solo adattare la nostra vista e il nostro istinto
a questo colore, per sopravvivere.
Non ci sono amici, non ci sono parenti, nessuno ci aiuta.
Tutto è meschino, tutto è indifferente, e molto è malvagio.
Viene da dire lasciate ogni speranza,
o voi che vi imbattete nella strada di McCarthy,
perchè qui non ci sono aiuti, non ci sono speranze,
non c’è alcun Dio che si interessi a voi,
non avete nemmeno le scarpe giuste per affrontarlo,
e quando le avrete, ve le ruberanno,
qui ci sono tre maligni che seminano Morte senza averne motivo,
c’è un Male che non fornisce nè reclama ragioni,
sullo sfondo di un paesaggio senza tempo,
paludoso e fosco, desolato e vinto e marcio,
come gli uomini a cui appartiene.
Siete soli, e da soli dovrete cercare di sopravvivere e di rimettere
in sesto le cose al meglio che vi sarà possibile.
Ed ecco, il bello, nel Buio.
McCarthy ha parlato pochissimo, due interviste nella vita.
McCarthy ha detto di aver avuto una vita difficile.
Di essere stato povero in canna per lungo tempo.
Ma ha detto di essersi sempre sentito fortunato.
Che la vita gli ha sempre fornito un’opportunità.
Quello che scrive lo scrive in buona parte per
ricordarci che dobbiamo godere di ciò che abbiamo,
e farlo fruttare. Non fermarsi, non arrendersi nemmeno
quando sembra che il Mondo ci abbia chiuso ogni porta
e portato sull’orlo del baratro, nemmeno quando
sappiamo di aver combinato un disastro e qualcuno ce la
sta facendo pagare, fa parte di questo gioco.
Una fede epica, uno scrittore fantastico,
per me il migliore tra i viventi,
una folgorante e potente Poesia.
Quando tutto è Buio, anche quando sei cieco,
cerca la luce, perché esiste.

 

“Una volta non avevo nemmeno i quaranta dollari al mese per pagarmi l’hotel. Sì, e mi hanno buttato fuori. Allora ero molto ingenuo. Ero convinto che in un modo o nell’altro tutto sarebbe andato bene. Ed è stato proprio così. Sono sempre stato molto fortunato. Quando la situazione era particolarmente dura, succedeva sempre qualcosa di assolutamente imprevisto.
Sì. Vivevo in una baracca nel Tennessee e avevo finito il dentifricio. E un mattino sono andato all’ufficio postale per vedere se era arrivato qualcosa. E nella mia cassetta delle lettere c’era un dentifricio.
Era un campione omaggio. Ma la mia vita è piena di episodi come questo. E’ sempre stato così: quando la situazione si faceva critica, succedeva sempre qualcosa
Ecco, mi basterebbe che gli uomini prendessero a cuore le cose e le persone e che apprezzassero maggiormente ciò che hanno. La vita è bella anche quando sembra brutta. E dovremmo apprezzarla di più. Dovremmo essere riconoscenti. Non so a chi, ma dobbiamo essere riconoscenti per ciò che abbiamo.”

 

“Non mi interessa scrivere storie brevi. Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena”.

 

“Il tuo futuro si accorcia e tu te ne rendi conto. Negli ultimi anni non ho voglia di fare nient´altro che lavorare e stare con mio figlio John. Sento qualcuno che parla di andare in vacanza o cose del genere e io penso: ma a che serve? Non ho nessun desiderio di fare un viaggio. La mia giornata perfetta consiste nello starmene seduto in una stanza con un po´ di fogli bianchi. Questo è il paradiso. È oro puro e tutto il resto è solo una perdita di tempo.”

 

“I «buoni scrittori» sono Melville, Dostoevskij, Faulkner, quelli, insomma, «che affrontano questioni relative alla vita, alla morte»; Proust e Henry James non gli interessano, «non li capisco, per me quella non è letteratura. Molti scrittori che in molti considerano grandi per me sono inutili”.

 

“Il lavoro creativo spesso è stimolato dal dolore. Se non avessi qualcosa nel profondo del tuo cervello che ti fa diventare matto, forse non faresti niente.”

 

“Io non penso che la bontà sia qualcosa che impari. Se vieni lasciato alla deriva a imparare dal mondo a essere buono, non è facile. Ma ogni tanto la gente mi dice che mio figlio John è proprio un bambino d´oro. Io dico che lui è talmente superiore a me che mi sento stupido a correggerlo su certe cose, ma qualcosa devo fare, sono suo padre. Non puoi fare molto per cercare di trasformare un bambino in qualcosa che non è. Ma qualunque cosa sia, di sicuro puoi distruggerla. Se sei meschino e crudele, puoi distruggere la persona migliore del mondo.”

 

“Ho degli amici al Santa Fe Institute. Sono persone brillantissime che fanno un lavoro veramente difficile risolvendo problemi difficili, e loro dicono: “È molto più importante essere buoni che essere intelligenti”. E io sono d´accordo, è più importante essere buoni che essere intelligenti. È tutto quello che posso offrirvi.”

Ditemi se non è speranza, questa, per tutti.

 

 

Musica: Black Heart, Calexico

Appunti per un naufragio, di Davide Enia

Jpeg

E’ un libro sull’ascoltare.
Sulla capacità che abbiamo di ascoltare gli altri,
e anche noi stessi.
Sulla capacità di ascoltare le nostre paure,
le nostre angosce.
C’è chi attraversa un continente,
a piedi, senza nient’altro che la propria speranza,
e inseguito dalle proprie paure.
Poi si mette in mare, va incontro alla speranza
di un approdo, uno qualsiasi.
Mette in gioco tutto.
E noi, cosa mettiamo in gioco?
Noi che stiamo sulla terraferma, al riparo,
apriamo la porta del cuore o la teniamo rigidamente chiusa?
Chi è, il vero disperato, il vero naufrago della vita?
Il fuggiasco o noi?
Qui c’è Lampedusa.
Un’isoletta, che sembra chiusa, impervia, inospitale,
piccolissima.
Ma che decide di aprire. E diventare immensa.
Decide senza pensare. Magari decide suo malgrado.
I numeri sono contro di lei.
Ma sa che allargare le braccia è l’unica via.
Conta solo cercare di salvare una vita.
Questi uomini così duri, così forti,
ma così provati. Che scoppiano a piangere senza preavviso,
rivivendo il dolore. Che improvvisamente ammutolivano.
Perché quando sei in mezzo a quel mare,
in mezzo a quelle onde, tra tutte quelle grida,
tra tutte quelle donne, quei bambini, quei ragazzi,
quasi sempre devi scegliere. Con una sola occhiata,
scegli chi devi tirare su e chi devi lasciare
affondare nel buio.
E allora ecco che arriva il punto da cui non si torna
più indietro.
Il punto in cui quando guardi il mare sai che non è
più uguale a prima.
E’ la storia di urla, di pianti, di ferite, di cadaveri che galleggiano
e scompaiono, di bambini chiusi in sacchi neri di plastica.
Ma è anche la storia di approdi. Di sirene delle barche che suonano.
Di un molo che si anima e si rianima.
Del sorriso di chi riemerge e di chi accoglie.
Della sofferenza e della felicità di essere vivi
che si mescolano, tra disperati e soccorritori.
E’ anche la storia di fratelli, e di un figlio e di suo padre.
Perché anche all’interno di una famiglia ci sono naufragi silenziosi
e braccia che devono aprirsi e parole che devono essere dette,
anche lì ci sono viaggi da affrontare con coraggio.
Entrare in comunione e in relazione con gli altri
è un’azione che probabilmente resta la nostra unica
speranza di trovare una casa, un luogo dove andare,
un obiettivo da raggiungere, la nostra salvezza.
E’ stata dura, leggere.
Per me il più esaustivo e chiaro
racconto di quello che sta accadendo.
Un dolore nitido, senza scampo.
Ma anche l’onesta speranza di
chi ci crede ancora, nell’Uomo.

 

Musica: Solo andata – Canzoniere Grecanico Salentino

La caduta, di Albert Camus

 

Jpeg

Un avvocato e un interlocutore.
Dialogo? No, è finto.
È un monologo,
a tratti divertente,
a tratti angoscioso,
a tratti estenuante e noioso.
Un diluvio di parole per fingere
di essere colpevole, e invece mettere
tra sè e gli altri uno specchio,
in modo tale che saranno loro,
a sentirsi accusati e colpevoli.
L’essere umano è un mentitore.
Che si pente solo per egoismo,
per sentirsi pulito e di nuovo
far la morale agli altri.
Ogni azione di questo mondo
è perpetrata solo per il bene personale.
Facciamo del bene al prossimo
per avere un applauso,
sentirci considerati,
non perché ne siamo convinti.
Vili, codardi, bugiardi,
fatevi avanti, non abbiate timore
di riconoscere quanto vivete con doppiezza,
sfruttando gli altri,
perché solo riconoscendolo potrete davvero
essere liberi di vivere al meglio.
O al peggio, ma in ogni caso
questo è il massimo che si possa fare.
Tutto è caduto, cadono i sogni, le speranze,
cadono le maschere, cade la pretesa di
essere felici, una volta riconosciuta la nostra
pochezza e la nostra vanità, non resta che
accettare la Caduta verticale.
Tutti colpevoli, nessuno si salva.
Tutti a massacrarci.
Tutti giudici l’uno dell’altro,
per questo tutti colpevoli.
Vince chi più si adatta a portare
la maschera e più sa riconoscere
quella altrui.

“Mi accuso per lungo e per largo. Non è difficile,
adesso la memoria mi aiuta.
Ma attenzione, non mi accuso grossolanamente,
a pugni sul petto. No, navigo con destrezza,
moltiplico le sfumature e le digressioni,
insomma adatto il discorso all’ascoltatore,
lo induco a rincarare la dose.
Mescolo quel che mi concerne e quel che riguarda gli altri.
Prendo i tratti comuni, le esperienza sofferte insieme,
le debolezze che abbiamo entrambi, le buone maniere,
l’uomo d’oggi insomma, quale inferisce in me e negli altri.
Con questi ingredienti, fabbrico un ritratto di tutti e di nessuno.
Una maschera insomma, abbastanza simile a quelle di carnevale, fedeli e semplificate al tempo stesso,
davanti a cui si è portati a dire
«Guarda un po’, quel tipo l’ho già incontrato!».
Quando il ritratto è terminato, come stasera,
lo mostro, tutto sconsolato:
«Ahimè, ecco chi sono».
La requisitoria è finita.
Ma in quel preciso istante, il ritratto che mostro ai miei contemporanei diventa uno specchio.”

Pessimismo e fastidio, sì, lo so.

Musica: I promise, Radiohead

Ricordami così, di Bret Anthony Johnston

Jpeg

Un incipit che ti presenta subito il conto.
L’antipasto in cui assaggi
l’incombere della tragedia, e che ti getta
nell’atmosfera che regnerà per tutto il romanzo.
Justin, dove sei?
Cosa accade, quando un figlio o un fratello scompare,
non esiste più?
In un solo attimo, il sole diventa nero.
Il forte diventa debole.
Le difese crollano.
La famiglia si sfalda, si sventra,
il dolore la penetra come lama incandescente
nel burro.
La normalità, tanto derisa e bistrattata,
quanto manca, adesso.
Ma dopo quattro anni si è venuti a patti,
col Signor Dolore.
In qualche modo, un modo terribile e imperfetto,
ma ci si è assestati.
E qui arriva il colpo di scena.
Il momento in cui si ritrova la normalità
è esattamente quello da cui comincia il vero dolore.
Quello in cui ci si accorge che era un’illusione,
pensare che tutto potesse tornare come prima.
Il Dolore ci cambia. Il Dolore ci ribalta,
disintegra le convinzioni,
cambia tutte le priorità. Per sempre.
Ci scava una fossa sotto i piedi.

Quasi cinquecento pagine di tensione,
di sofferenza soffocante,
come l’afa dei luoghi descritti,
te la senti addosso,
come i volti e i pensieri
di queste persone e della loro tragedia,
descritti in modo chirurgico,
in un clima da thriller,
in un infinito ping pong
di flussi di coscienza e
di cose taciute, che pesano
molto di più di quelle non taciute.
Perchè quello che non si dice,
quello che non si sa, è davvero
quello che mette paura.
Il faro puntato sui posti segreti
dove andiamo a rintanarci quando
il dolore ci stringe il collo
come un pitone, e su cosa accade quando
anche quei rifugi personali e solitari
li sentiamo crollare.
Non esiste mai un equilibrio, qui.
Mai un pavimento solido su cui
finalmente poggiarsi e dire a se stessi ok, ci siamo,
finalmente posso stare sereno e fidarmi.
Mai.
Tutti si agitano come insetti
intrappolati, alla ricerca di aria,
di un modo per ricominciare a respirare.
Nessuno si muove in simbiosi,
ognuno scende nel suo bunker,
nel suo burrone,
ognuno è solo sul cuor della terra…

 

 
Musica: Can’t find My Way Home, Blind Faith

Independiente Sporting, di Mauro Berruto

 

Jpeg

Un pallone da calcio di vecchio cuoio lucido.
Una nave che salpa.
Un gomitolo alle cui due estremità ci stanno due cuori,
due ansie, due dolori, e una sola speranza.
Un capo lo tiene tua madre, sulla banchina, uno lo tieni tu,
che parti.
Il piroscafo si muove, il gomitolo si disfa.
I fili alla fine volano nel vento.
Perché non ci hanno attaccato niente, papà?..sembrano aquiloni
senza aquilone..”
“Ci hanno attaccato l’anima, amore mio”.

Per almeno metà libro in testa Titanic di De Gregori.

“La prima classe costa mille lire, la seconda cento
La terza dolore e spavento
E puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto”.

Tanto mare. Mare che accoglie, mare che respinge,
mare che diventa terribile quando si sentono quei tonfi.
Tonfi che ti segnano a fuoco, tonfi che non dimentichi.
Che parti e non sai se arrivi.
E qualcuno resta con un paio di scarpette in mano.
Un piroscafo. Mascagni. La poesia di
Alfonsina Storni. I desaparecidos.
Mario Kempes, Argentina campione del mondo.
Qualcuno festeggia, qualcuno odia Videla e non partecipa.
Qualcuno si sente riscattato, qualcuno sogna
un Paese davvero libero.
Perché un Paese può chiamarsi meraviglioso
solo quando tutti possono esultare, stare insieme.
Qualcuno invece scompare.
Tanti, troppi. Troppi tonfi in quel mare.
Tante foto in questo libro.
Un pallone di cuoio che unisce i continenti e i sogni.
Da Genova a Buenos Aires.
Di quanta speranza è fatto il mondo.
E quanto è circolare, non solo nella forma.
Quanto si ripetono gli avvenimenti.
Quanti viaggi compiono le persone.
Un pezzo di Italia che va a popolare
l’America. A mescolare sangue e speranza e sudore.
Trentadue giorni di viaggio, sola andata.
Bagaglio leggero, che tanto
“quello che serve lo troverai dove ora vedi il blu
del mare confondersi con quello del cielo, perfettamente pulito come una tela che aspetta qualcuno che disegni un capolavoro”.
E Che Guevara che guida, incita, unisce.
Destinato a comandare, con quegli occhi
che guardano nel futuro che nessuno riesce
ancora a vedere.
Il folle romantico visionario
che era bravo anche a giocare a rugby
o al calcio.
Che in quindici giorni cambia la vita
di questa squadra che ha sempre perso,
che ha la sconfitta nel cuore e nella mente.
Un folle visionario.
Che conosce i sogni.
E sa che i sogni di undici contadini che perdono con chiunque sono gli stessi di quegli altri undici di Torino
che non perdono con nessuno,
e tutto è possibile, se coltivi una passione e una speranza.
Un grande stadio è uguale ad uno polveroso con i pali delle
porte arrugginiti.
Non gliene frega niente, se segni un gol fantastico.
Lui si incazza, se tu sei felice per il tuo gesto tecnico.
Lui dice che dovete essere una squadra.
Che è quella la cosa che conta, solo quella.
Se non sei con gli altri, non sei nessuno.
Essere un corpo unico, pensare tutti, e pensare tutti
la stessa cosa.
Avere tutti lo stesso sogno,
la stessa visione, fino ad essere un corpo unico.
Le basi della Rivoluzione, del cambiamento,
applicate su un piccolo campo sportivo fatto di terra rossa
e di polvere.
Perché “il giusto atteggiamento, nello sport come nella vita,
è la volontà di migliorarsi ogni giorno, di un solo passo o di
un solo centimetro. La volontà di conquistare, ogni giorno,
un centimetro in più”.
E se lo dice Che Guevara, tu ci credi, lo guardi negli occhi,
e capisci che sono occhi che guardano qualcosa che tu non riesci ancora a vedere, e ti fidi.

Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia…
Lo sport a volte ti salva. O ti mostra la via.
E così anche un piccolo uomo può sconfiggere l’uomo più grande.

Musica: Cohiba, Daniele Silvestri

Abbaiare stanca, di Daniel Pennac

Abbaiare_Stanca

Siate più teneri, siate più amici, credete di più in voi stessi, cercate di capire di più gli altri, anche quando vi sembrano strambi e che facciano cose inutili.
Lasciatevi addomesticare e addomesticate.
Sappiate riconoscere quello che davvero conta, nella vita.
“La forza non conta niente nella vita. Saper schivare è quello che conta.”
Siate aperti ai cambiamenti.
“Il problema con la vita è che, anche quando non cambia mai, cambia continuamente.”
Pensate. Pensare fa bene, è giusto. Ma alla fine, agite.
“A forza di riflettere, si finisce per arrivare a una conclusione. A forza di giungere a una conclusione, succede che si prende una decisione. E una volta presa la decisione, succede che si agisce per davvero.”

Firmato, con affetto e fedeltà

Il Cane

(Prendendo in prestito una frase di un bambino letta su internet e modificandola un pochino “Lo consiglio ai bambini e agli adulti speciali come questa storia e anche a quelli non speciali che lo vogliono diventare.”  )

Musica: Quattro cani per strada, Francesco De Gregori

Tutto in ordine e al suo posto, di Brian Friel

Jpeg
Prima la copertina.
Un quadro di Martin Gale, artista contemporaneo.
La scelta visuale non è un dettaglio messo a caso.
Ha appena smesso di piovere.
Probabilmente una pioggia notevole.
Il paesaggio cambia, il cielo si schiarisce.
E un uomo vestito molto elegantemente
passeggia con estrema disinvoltura,
sembra quasi felice.
Il suo abbigliamento, oltre al suo incedere,
stride col tipico paesaggio irlandese,
quello che fa da sfondo
a questi racconti.
Il contrasto è netto.
Perché la vita è dura, durissima.
Quando il sole sorge, si sa già che dovrai
faticare per arrivare a fine giornata.
Ma il sogno no, nessuno te lo toglie,
nessuno può togliertelo, e tu ti vesti elegante
quasi per far dispetto alla realtà,
per dirle ehi, guardami, oggi ti frego,
ti spiazzo.
Questa Irlanda, posto inospitale, da cui
molti vogliono fuggire via.
Ma nello stesso tempo un luogo magico, in
cui regna un incanto che è impossibile
trovare altrove.

“A settecento metri dalla punta del promontorio,
il sentiero scendeva a precipizio in una minuscola valle,
un piattino di erba verde contornato da dune di sabbia giallastra,
mentre il promontorio terminava in una collina alta e smussata
che rompeva il vento dell’Atlantico.
L’impeto del vento continuò per un po’ a risuonare nelle loro orecchie
dopo che furono entrati nella valle, e questo li portò a rivolgersi
ancora l’uno all’altro ad alta voce.
Poi si resero conto del silenzio e,
non appena ne furono zittiti, udirono le allodole:
non un paio, né una dozzina o una ventina, ma centinaia di allodole,
tutte invisibili nella calura azzurra del cielo,
come un ombrello di musica aperto su quel piccolissimo mondo.”

E allora si resta, non si può fare altro.
Ma non si resta con la rassegnazione.
Si continua a sognare un cambiamento.
Si continua a pensare possibile il cielo sereno
dopo la tempesta. E a volere solo questo.
Sanno che lavoreranno senza essere pagati,
sanno che non troveranno un tesoro andando a pesca,
sanno che il loro colombo non vincerà la gara, ma
il solo fatto di poterlo immaginare è tutto.
La vita è solo questa resistenza,
questo barcamenarsi tra realtà ed immaginario,
questo opporsi al presente disilluso col tentativo
di rendere gioioso il ricordo del passato, e dargli un senso.

“Perché il passato è un miraggio: una dolce illusione nella quale
uno entra per sfuggire al presente.
Come nascondersi nel rifugio in fondo al giardino.”

 

“Il passato aveva un senso. Non era né realtà né sogno,
non erano quelle poche querce di oggi e nemmeno
i grandi boschi della sua adolescenza.
Era semplicemente continuità, vita che si ripeteva e sopravviveva.”

Brian Friel è bravo, perché tratta tutto con ironia,
qui ci si commuove, ma si sorride anche, e molto.
Ed è bravo soprattutto a trasportarci nell’azione,
siamo sul calesse con i bambini che marinano la scuola per andare
a lavorare nei campi, siamo sulle rive di quel lago
e siamo a bordo di quella barchetta, sul lago,
siamo insieme ai protagonisti speranzosi e
disperati, mentre due galli combattono,
siamo sulla cima di una collina di fronte ad un silenzioso e spettacolare
paesaggio, e sentiamo tutto, odori e suoni.
E siamo presenti all’accadere di quel fatto imprevisto
che cambia il corso delle cose. Insieme a quella gente
che cerca di spezzare la monotonia e la disillusione, che siano
rabdomanti o illusionisti o allevatori di colombi, alla ricerca
di un volo che non sono mai riusciti ad ottenere.

Sono dieci racconti che sono come centinaia di bellissime e nitide
foto, una dietro l’altra.
Complimenti sinceri a Daniele Benati, che ha messo insieme il tutto,
e alla sua esauriente postfazione.

“La facilità con cui Brian Friel attira il lettore nell’universo del racconto, senza mai fornire nessuna spiegazione, è frutto di un lavoro meticolosissimo che lo rende simile a un orafo alle prese con minuscoli e delicatissimi ingranaggi.”

“È tale la nitidezza con cui egli descrive certi paesaggi o certe scene particolari, che questa sua tecnica finisce per provocare nel lettore uno scatenamento immaginativo grazie al quale poi le immagini prodotte dai suoi racconti si fissano nella memoria in maniera indelebile.”
(Daniele Benati)
Musica: Easy come, easy go, Rory Gallagher

Madame Bovary, di Gustave Flaubert

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Ogni pagina ha un significato preciso.
Ogni minuscola descrizione degli ambienti,
dei paesaggi, degli stati d’animo, tutto
si incastra con la storia.
Un vero pittore, Flaubert.
Dipinge la realtà così bene
per far capire quanto sia netta,
abbagliante, precisa, dettagliata,
rispetto alla visione romantica
della vita.

Disdicevole, sei, Emma?
Sei immorale, Emma?
Per il tuo tempo, e anche per i nostri tempi?
Ma sì, certo che lo sei.
Ma chi può darti lezioni?
Chi possiede la verità, la giustizia dei comportamenti?
L’ottuso, il mediocre, l’opportunista?
L’uomo razionale, che parte in volo con te e poi ti lascia in aria, gettandosi con un comodo paracadute?
E tu resti lassù, priva di certezze,privata della felicità
che tanto hai cercato e che ti viene tolta subito.
Perchè il mondo in cui vivi non ti consente di sbagliare.
No, l’uomo forse sì, ma la donna non può.

“Un uomo è libero; può errare attraverso passioni e paesi.
Una donna ha continui impedimenti. A un tempo inerte e cedevole, ha contro di sé le debolezze della carne e la sottomissione alle leggi.
La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre un desiderio che trascina, e una convenienza che trattiene”.

La donna deve stringersi in abiti costruiti dagli altri,
e magari sentirsi soffocare in essi, ma continuare a sorridere,
un freddo, glaciale sorriso, mentre dentro c’è un enorme belva che si chiama insoddisfazione che ti divora. E tu devi sorridere.
Ma tu no, Emma.
Tu ci hai provato. Ma non ce l’hai fatta.
Tra il desiderio che ti trascina e la convenienza che ti trattiene, sei restata dilaniata.
Hai provato a colmarlo, il baratro che avevi dentro.
Hai provato a riscattarti, ad elevarti.
Hai disperatamente provato a credere nell’Amore.
All’umano desiderio di essere a tua volta desiderata.
Ma hai trovato un muro.
Hai trovato una scala da salire, e ogni volta che mettevi piede su un gradino, credendo fosse quello giusto, te lo sei ritrovato polverizzato sotto i tuoi piedi.
Hai trovato il mondo reale, che ti ha detto che non sei speciale.
Che sei come le altre.
Nessuna novità, non provochi battiti diversi.
Hai capito che gli uomini guardano, ma non vedono.
Hai scoperto che l’amore è una maligna illusione,
un fuoco che ti incanta ma che si spegne, e diventa ghiaccio
in un secondo, un travestimento orribile, un camaleonte crudele che ti serve solo veleno.

“Ma per lei, ecco, l’esistenza era fredda come un solaio esposto a settentrione, il silenzioso ragno della noia tesseva e ritesseva la tela nell’ombra, in ogni cantuccio del suo animo”

Flaubert si sentiva Emma?
Beh, Emma siamo comunque tutti noi, quando abbiamo creduto ai richiami illusori della vita e dell’amore,
quando e se abbiamo pensato di avere le chiavi della
porta della felicità e, una volta aperta, scopriamo la stanza del dolore, quando ci agitiamo in cerca di un benessere fisico e morale non riuscendo a trovare pace.
Quando ci chiediamo “perché a me no?? perché non io??”

Ma chi è che ha perso?
Chi ha combattuto e si è ritrovato a terra, o chi
si è adattato, accontentato, restando vivo ma col capo chino?
O perdiamo sempre tutti, senza distinzione alcuna,
schiacciati dalla rivelazione dell’enorme distacco tra desiderio e possibile?

Musica: Lucia di Lammermoor, di Gaetano Donizetti – Maria Callas, Il dolce suono

Era mia madre, di Iaia Caputo

eramia

 

Madre e figlia.
Rapporto tra rette parallele che cercano di incontrarsi,
ma decidono poi di scontrarsi, di non capirsi.
E gli anni passano, i rancori si solidificano,
si danno per scontate tante cose, si crede che un genitore
sappia tutto di una figlia, e la figlia crede di saper tutto
e prevedere tutto di un genitore.
Che una condanna e un astio restino tali,
con motivazioni immutate e immutabili.

“Non si sceglie di essere compassionevoli,
non lo diventiamo per riflessione o per bontà d’animo;
solo che l’esperienza ci insegna che nessuno invecchia senza aver deluso qualcuno,
senza aver distribuito una certa dose di sofferenza tra quanti ci sono stati accanto”

E nel momento cruciale, Alice, scopri che quasi sempre
gli esseri umani nascondono debolezze,
sotto quella corazza, che tua madre era una donna
come tutte le altre, colta, piena di cose da dire,
di ideali, ma che, in fondo, era tutta una maschera
per nascondere insicurezze e fragilità. E che alzare il muro
alla fine serviva per evitare di crescere.

«la fragilità è quel che rende autentica la materia di cui siamo fatti tutti».

Seppelliti i rancori, la voce si abbassa,
e nel silenzio di una malattia arrivano verità
sempre taciute e finalmente una comprensione dell’altro inaspettata.
Finalmente una figlia comprende il disperato sbattersi di una madre
nel tentativo di lasciarle qualcosa, un segno della sua presenza, del
suo amore.
Non ci sarà mai una comprensione totale tra due generazioni diverse,
ma già prendere atto di questo aiuta a vivere meglio, ognuna nel
proprio ruolo, con rispetto per gli sforzi altrui.
E quando la vita ti costringe al momento del passaggio
del testimone, forse è lì che davvero comprendi, cresci, e inizi ad
essere davvero te stesso. A capire che nessuna conquista prevede,
purtroppo,l’esclusione della sofferenza e del dolore.
E c’è sempre tempo per dialogare.

Molto ben scritto, molto elegante, molto commovente,
anche se gli uomini qui sono puri comprimari.

Musica:Quattordici luglio, Carmen Consoli
https://youtu.be/7xuXOjROgfA

Dona Flor e i suoi due mariti, di Jorge Amado

 

DONA FLOR

Flor, quanto ti abbiamo immaginata, sognata, desiderata.
Ma anche criticata, compatita.
Ma anche amata, invidiata.
Con il tuo sguardo “perso, che sembrava guardare dentro al proprio cuore”.
Con quegli occhi “pieni di languore”,
“al di là del tempo, come se intorno a lei non fossero esistite
lacrime di lutto né risa festose, ma soltanto solitudine”,
con la tua bellezza senza dimensione.

“Vadinho, pazzo e tiranno, fuoco e brezza”.
Vadinho, che lo ami e poi vorresti spaccargli la faccia.
Che vai con tutte, che la lasci sola la notte, che la maltratti,
che ti giochi anche le mutande,
che vivi di espedienti.
Ma che sorridi alla vita, che per te è sempre Carnevale,
e che per te Flor è la più bella donna del mondo,
che non ti stanchi mai di toccarla,
di possederla, di farla venir meno sotto i tuoi baci.

Perché quel letto di ferro è inutile e ghiacciato, senza di lui.
Perché la vita, senza di lui, è “un asfissiante pantano di fango”.
Senza di lui finito il divertimento, finita la sorpresa.
Senza di lui tutto è paccottiglia, presunzione, non vale la pena…

Poi Teodoro. Un altro uomo.
Un altro amore. Opposto.
La precisione, la meticolosità.
Ogni cosa al suo posto
L’adorazione assoluta.
Lui non ti tradisce, lui è tutto per te.
Lui non ti lascia, lui c’è sempre, su di lui puoi contare.
Lui non è una barcaccia che naviga in altri mari impetuosi
e non sai quando torna. Lui è una nave poderosa, massiccia,
sicura, ancorata al tuo porto.
Teodoro lo prendiamo un po’ in giro, sì, a volte è fastidioso.
La sua normalità senza mai una piccola follia diventa insopportabile.
La stabilità è un pregio, ma anche un difetto.
Ma Teodoro non merita le prese in giro,
Teodoro non merita di essere tradito.

Qual’è la strada per la felicità, Flor?
“La felicità non ha storia, con una vita felice non si può scrivere un romanzo.”

Ecco, la felicità è sorriso ed è pianto.
E’ vita e morte che si rincorrono, si alternano.
La felicità è sregolatezza e un posto sicuro dove tornare.
La felicità è avere due uomini insieme, due vite da far coincidere.
La felicità è la ricchezza, ma anche la povertà.
E’ nell’avere, ma anche nel dare.
La felicità è Bahia, le sue strade, i suoi balli,
i suoi canti, la sua miseria, i suoi truffatori,
le vicine di casa pettegole e cattive, le amiche che ti amano,
la generosità, la gente che ti sta accanto sempre,
il gioco d’azzardo, e soprattutto il sesso, che è il vero gioco,
come il cibo,
che si deve vivere senza mortificazioni, liberi, gioiosi,
senza colpe.
E soprattutto è nell’accettarci per come siamo,
imperfetti, contraddittori, umani.
E anche accettare di chiudere questo libro con un sorriso sulle labbra
e un pizzico di malinconia.

...un’ amore così grande che resiste oltre la vita disastrosa, così grande, che, dopo di non essere, sono tornato ad esistere, e sono qua. Per darti gioia, sofferenza e godimento., sono qui. Ma non per restarti accanto, essere la tua compagnia […]per questo no, amore mio. Questo è compito del mio nobile collega di letto…..e migliore di lui non ne troverai…io sono il marito della povera dona Flor, colui che viene a risvegliare la tua ansia, a mordere il tuo desiderio, nascosti nel fondo del tuo essere, dietro al tuo ritegno…lui si occupa della tua virtù, del tuo onore, del tuo rispetto…lui è il tuo volto mattutino, io sono la tua notte, l’ amante di fronte al quale non hai né possibilità di fuga, né forza. Siamo i tuoi due mariti, i tuoi due volti, il tuo sì e la tua negazione. Per essere felice hai bisogno di tutti e due. Quando eri sola con me, avevi il mio amore ma ti mancava tutto, e quanto soffrivi! Poi avesti solo lui: avevi tutto, non ti mancava nulla, e soffrivi ancora di più. Ora, si, sei dona Flor intera, come devi essere……

Musica: O que será (A flor da terra) – Chico Buarque