KHORAKHANE’, Fabrizio De André

 

I “Khorakhané” ( “Amanti del Corano”) sono una tribù rom musulmana di origine serbo-montenegrina.

«L’emarginazione deriva anche da comportamenti acquisiti da culture antichissime. Gli zingari girano il mondo da più di duemila anni, se vogliamo credere a Erodoto. Questi Rom, questo popolo libero è affetto da dromomania, cioè desiderio continuo di spostarsi. Non credo abbiano mai fatto del male a qualcuno, malgrado le strane dicerie; è vero che rubano – d’altra parte non possono rinunciare a quell’impulso primario presente nel DNA di ciascun essere umano: quello al saccheggio, di cui abbiamo avuto notizie in queste ultime amministrazioni – però non ho mai sentito dire che abbiano rubato tramite banca. Inoltre non ho mai visto una donna Rom battere un marciapiede. Girano senza portare armi; quindi se si dovesse dare un Nobel per la pace ad un popolo, quello Rom sarebbe il più indicato.»

(Presentazione del brano da parte di Fabrizio durante il concerto al Teatro Valli di Reggio Emilia (6/12/1997)

……….

Mi dispiace per mille motivi del fatto che tu non ci sia più, Fabrizio.
Certo se fossi vivo oggi soffriresti. Molto più di quando tu hai scritto questa meraviglia.
Il mondo è diventato una cloaca tracimante di cattiveria, Fabrizio.
Lo è sempre stato, siamo nati cattivi.
Ma ci siamo “evoluti”, abbiamo scelto di andare avanti per la strada dell’odio.
E oggi lo rivendichiamo a viso aperto, non ci nascondiamo più,
oggi con orgoglio diciamo al mondo che abbiamo ragione, nell’essere cattivi.
E’ questo, che non stai vivendo. E forse meglio così, per te.
Ma certo ci manchi. Ci manca la tua voce umana. Il tuo pensiero aperto.
Ci manca e mi manca quella tua capacità di scrivere un rigo e fulminarmi.
Come in questa canzone, che per me è tra le più bella mai scritte da un essere umano, anzi due, perché c’è Ivano Fossati, con te, e non lo dimentico mai.
Perché eravate diversi, molto diversi. Due geni, ma diversi. Ti sei scontrato, con lui, perché avevate idee diverse nel comporre. Eppure tu hai sempre voluto qualcuno con te, e specialmente qualcuno che potesse farti ascoltare un parere diverso dal tuo, sapevi che sarebbe stata dura, ma sapevi anche che ne saresti usciti arricchiti entrambi.
Che grande lezione di vita, è stata, e quanto lo sarebbe oggi.
Sei stato un migrante vero, il primo, un migrante della vita e dell’arte,
uno che non ha mai avuto paura di salpare e di quello che avrebbe potuto trovare.
Per te la vita era questo, andare incontro all’ignoto con fiducia.
Una canzone sui Rom, una canzone come questa, oggi, accompagnata dalle parole di cui sopra, con cui l’hai presentata, oggi vorrebbe dire uno scontro mediatico senza fine.
Ma tu sei sempre stato questo. Senza paura, dalla parte di chi è all’angolo della vita.
A dialogare, a cercare di capire, a stringere mani sporche.
E a scrivere versi folgoranti.

“Saper leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura”

“Questo filo di pane tra miseria e fortuna”.

Dio mio, quanta bellezza ci hai dato e quanta ci hai costretto ad immaginarne.

…………….

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare

Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Jugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio 
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina 
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.

Čvava sero po tute (**)
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kašta
vašu ti baro nebo
avi ker.

kon ovla so mutavla
kon ovla
ovla kon aščovi
me ğava palan ladi
me ğava
palan bura ot croiuti.

– – – –
(**) In lingua romanes-khorakhané, versi di Giorgio Berzecchi, rom harvato (croato),
cantati da Dori Ghezzi (splendidamente) , nel corso degli anni, anche dalla figlia Luvi (altrettanto splendidamente)

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali.

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Anna e Marco, Lucio Dalla

 

1978.
Una canzone che era nata sbagliata, doveva chiamarsi “Sera”.
Il produttore Colombini la ascolta e dice: “Lucio, guarda che non va, non funziona, non mi piace”.
Lucio non era un immodesto, un presuntuoso. Lucio ascolta, capisce.
Si rimette sotto, al piano, tutta la notte.
E all’alba eccoli, all’orizzonte, arrivano questi due ragazzi, Anna e Marco.
La canzone è di quelle senza tempo.
La ascolti, e provi qualcosa.
La riascolti, provi qualcos’altro che si aggiunge a quel qualcosa di prima.
E via così, all’infinito. Nel corso degli anni cambia, aggiunge, ti rivolta.
E’ una canzone che ho ascoltato milioni di volte.
Ma ogni volta con timore. Perché mi sconvolge di malinconia.
Perché mi fa piangere.
E non lo so perchè.
Spiegare è difficile.
Forse perché mi riporta a quando avevo certi sogni importanti.
Non ho mai sognato l’America, in senso stretto,
ma l’America qui rappresenta la voglia di arrivare in un posto,
in una vita che voglia dire riscatto, il porto per una bastimento di ambizioni più alte.
Quando ti senti arrabbiato, permaloso come Anna, con lo sguardo che ogni giorno perde qualcosa.
Anna che vorrebbe andar via.
Quando ti senti solo un ragazzo magro, come Marco, quando pensi che di importante, di visibile per gli altri, di te, ci siano solo quelle scarpe enormi.
Quando hai il cuore in allarme, quando scappi col branco per respirare un po’ di vita,
che quella che hai con tua madre e tua sorella, è poca, è sempre quella, e non ti basta.
Marco che vorrebbe andar via.
La canzone è triste. La canzone parla di luoghi tristi, un bar, un flipper, un biliardo.
Poco da raccontare e da raccontarsi.
Ma esiste sempre la possibilità di riscattarsi.
Un incontro che ti cambia la vita.
Una Luna gigante che illumina quei luoghi e fa diventare tutto bello,
una pioggia di stelle che ti fa vedere il presente diverso, e ti mostra la luce per il futuro.
Ovunque voi siate, oggi, Anna e Marco, chiunque voi siate diventati, auguri.
Auguri a noi e ai nostri sogni.

Dischi da possedere: Music of my Mind, Stevie Wonder

Aveva 21 anni.
Steveland Judkins Morris, detto Stevie Wonder.
Forse non è il suo disco più bello, ma è bello da impazzire.
Da questo disco in poi parte davvero il Mito, capace di influenzare generazioni e generazioni di musicisti.
Music of my Mind è una fontana da cui sgorga Innovazione continua, a moto perpetuo.
Lui è stato, ed è, uno dei più grandi Maghi Musicali. In questo, come in tanti altri suoi capolavori, trovi
un pentolone in cui c’è dentro rock, funky, soul, black music, rythm and blues, gospel, jazz, folk. Una roba assurda.
Intanto ripetiamo quel che è noto, che questo album, così come altri, è INTERAMENTE creato e SUONATO da Stevie Wonder. Ripeto, interamente suonato da lui. Ogni singola nota, ogni singolo strumento lo suona lui.
Ci sono solo due “presenze estranee”, il chitarrista Buzzy Feiton su “Superwoman” e un assolo ditrombone di Art Baron in un altro pezzo. Basta così. Al massimo ci sono i cori, quelli non poteva farli tutto da solo, anche se forse ci sarebbe riuscito.
Uno che a nove anni sapeva già suonare piano, armonica e percussioni, penso possa fare tutto, nella vita.
Uno che a 21 anni aveva già dischi alle spalle, già vendeva da matti, uno sotto contratto con la Motown, il Colosso della Musica, da ragazzino.
Uno che appunto a ventun’anni, un secondo dopo la scadenza del contratto, chiama la Motown e gli dice ridatemi tutte le royalty che avete messo da parte nel mio fondo fiduciario, che da oggi faccio da solo.
Prende quei soldi e si costruisce tre studi di registrazione favolosi.
Poi si riaccorda con la Motown, ma alle sue condizioni: i dischi li produco io, ho la mia etichetta, ho il mio studio, invento la mia musica e la incido senza le vostre interferenze.
In questo disco si sentono pianoforte, batteria, armonica, organo, clavicordo, clavinet e sintetizzatori.
Ed è sempre il piccolo grande Stevie, che suona.
Non sono un musicista, non sono un tecnico. Penso che di difetti ce ne siano, nel disco. Ma non me ne frega niente.
Provate ad ascoltare “Keep On Running” restando seduti sulla sedia. Provateci. Se doveste riuscirvi, prenotate una visita da un luminare, perché non state bene, c’è qualcosa che non va.
Provate ad ascoltare “Superwoman”, oppure “Happier Than The Morning Sun” senza sognare di prendere un vecchio camper e andarvene affanculo di fronte ad una spiaggia oceanica, percorrendo tutta la costa senza pensare ad un domani, come se il domani fosse inaspettato e non voluto.
Lui era felice, quando ha composto il disco.
Si sentiva libero.
E questo senso di libertà ti arriva addosso come una doccia fresca, ascolti “I Love Every Little Thing About You” e ti senti al di fuori di tutta la bruttezza del mondo, non ti ci senti manco più, in questo mondaccio, apri una porta e ti trovi in mezzo ai fiori appena sbocciati, come se ti fossi fatto dell’erba migliore al mondo, insieme a chi ami e se non ami nessuno, beh corri in mezzo a quel campo e te la trovi, subito, per ascoltare questo pezzo meraviglioso insieme.
Perchè la gioia va condivisa.
Andate e condividete.
Moltiplicatevi solo se volete.

 

Quale allegria (senza di te, molta di meno)

Ce l’hai fatta anche stamattina. Sono cinque anni che non sento la tua voce dal vivo, che non ti vedo più in televisione, che non sento più i tuoi gargarismi e vocalizzi, che non faccio più battute sulla tua pelliccia naturale, che non dico “Dio mio, quanto sei bravo” al tuo apparire in qualsiasi luogo sia.

Eppure anche stamattina ce l’hai fatta, a farmi piangere sul bus. Con quel signore seduto davanti a me che avrà capito poco o niente. Sono cinque anni che ce la fai, in questo giorno. Con questa canzone, che metto sempre, che tanto mi ha donato e tanto mi ha rappresentato, più di una poesia, più di un libro, più di ogni altra cosa al mondo. Un contrasto tra quello che sembravi essere e quello che dici in questa canzone. Un istrione sempre ironico, sempre allegro, dissacrante, con lo sguardo sempre rivolto al futuro, ottimista. E qui, invece, una dichiarazione di umanissima sofferenza, quasi una resa, un senso di colpa per la vita stessa. Ma tu eri questo, eri tutto, in quel piccolo corpo contenevi un mondo, e penso che tu abbia detto di te solo un decimo, di quel che avevi da dire. Una volta hai detto, prima di cantarla, che preferivi cantare i contrasti, la sofferenza, anche il litigio, nell’amore, e che l’amore viene meglio a cantarlo che a viverlo. E mi sa che avevi ragione.

 

Quale allegria

se ti ho cercato per una vita senza trovarti

senza nemmeno avere la soddisfazione di averti

per vederti andare via

quale allegria

 

quale allegria

se non riesco neanche più a immaginarti

senza sapere se volare se strisciare

insomma, non so più dove cercarti

quale allegria

 

quale allegria

senza far finta di dormire

con la tua guancia sulla mia

saper invece che domani ciao come stai

una pacca sulla spalla e via…

quale allegria

 

quale allegria

cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino

di essere un bambino

con un sorriso ospitale ridere cantare far casino

insomma far finta che sia sempre un carnevale…

Sempre un carnevale.

 

Senza allegria

uscire presto la mattina

la testa piena di pensieri

scansare macchine, giornali

tornare in fretta a casa

tanto oggi è come ieri

 

Senza allegria

anche sui treni e gli aeroplani

o sopra un palco illuminato

fare un inchino a quelli che ti son davanti

e son in tanti e ti battono le mani.

 

Senza allegria

a letto insieme senza pace

senza più niente da inventare.

Esser costretti a farsi anche del male

per potersi con dolcezza perdonare

e continuare.

 

Con allegria

far finta che in fondo in tutto il mondo

c’è gente con gli stessi tuoi problemi

e poi fondare un circolo serale

per pazzi sprassolati e un poco scemi

 

facendo finta che la gara sia

arrivare in salute al gran finale.

Mentre è già pronto Andrea

con un bastone e cento denti

che ti chiede di pagare

per i suoi pasti mal mangiati

i sonni derubati i furti obbligati

per essere stato ucciso

quindici volte in fondo a un viale

per quindici anni la sera di Natale…

 

 

The first time ever i saw your face

The first time ever I saw your face
I thought the sun rose in your eyes
And the moon and the stars were the gifts you gave
To the dark and the endless skies, my love

And the first time ever I kissed your mouth
I felt the earth move in my hand
Like the trembling heart of a captive bird
That was there at my command, my love

And the first time ever I lay with you
I felt your heart so close to mine
And I knew our joy would fill the earth
And last till the end of time my love

The first time ever I saw your face
Your face

Occhi da orientale

Occhi da orientale che raccontano emozioni
sguardo limpido di aprile di dolcissime illusioni
tutto scritto su di un viso che non riesce ad imparare
come chiudere fra i denti almeno il suo dolore
Più di cinquecento notti già mi sono innamorato
di una bocca appena aperta di un respiro senza fiato
se potesse questo buio cancellare l’universo
forse ti potrei guardare e non sentirmi così perso

ma tu dormi ancora un po’ non svegliarti ancora no
ho paura di sfiorarti e rovinare tutto
no, tu dormi ancora un po’ ancora non so
guardarti anch’io nel modo giusto
nei tuoi occhi disarmanti

sono occhi di ambra lucida tra palpebre di viole
sguardo limpido d’aprile come quando esce il sole
ed io sarò la nuvola che ti terrà nascosta
perché gli altri non si accorgano di averti persa

ma tu dormi ancora un po’ non svegliarti ancora no
ho paura di sfiorarti e rovinare tutto
no, tu dormi ancora un po’ ancora non so
guardarti anch’io nel modo giusto

nei tuoi occhi innocenti disarmanti devastanti
quei tuoi occhi che ho davanti
tienili chiusi ancora pochi istanti

occhi da orientale che raccontano emozioni
ed io cos’altro posso fare io posso scrivere canzoni
i tuoi occhi…

se potesse questa musica annullare l’universo
forse ti potrei guardare e non sentirmi perso
nei tuoi occhi…
disperso…
nei tuoi occhi…

I know it’s over

Oh mother, I can feel the soil falling over my head
And as I climb into an empty bed
Oh well, enough said
I know it’s over, still I cling
I don’t know where else I can go, oh

Oh mother, I can feel the soil falling over my head
See, the sea wants to take me
The knife wants to slit me
Do you think you can help me?

Sad veiled bride, please be happy
Handsome groom, give her room
Loud, loutish lover, treat her kindly
Though she needs you
More than she loves you

And I know it’s over, still I cling
I don’t know where else I can go
Over and over and over and over
Over and over

I know it’s over
And it never really began
But in my heart it was so real
And you even spoke to me, and said

“If you’re so funny then why are you on your own tonight?
And if you’re so clever then why are you on your own tonight?
If you’re so very entertaining then why are you on your own tonight?
If you’re so very good-looking, why do you sleep alone tonight?”

“I know ‘cause tonight is just like any other night
That’s why you’re on your own tonight
With your triumphs and your charms
While they’re in each other’s arms”

It’s so easy to laugh, it’s so easy to hate
It takes strength to be gentle and kind
Over, over, over, over, over
It’s so easy to laugh, it’s so easy to hate
It takes guts to be gentle and kind
Over, over

Love is natural and real
But not for you, my love
Not tonight, my love
Love is natural and real
But not for such as you and I, my love

Oh mother, I can feel the soil falling over my head
Oh mother, I can feel the soil falling over my head
Oh mother, I can feel the soil falling over my head
Oh mother, I can feel the soil falling over my head

Oh mother, I can feel the soil falling over my head
Oh mother, I can even feel the soil falling over my head
Oh mother, I can feel the soil falling over my head
Oh mother, I can feel the soil falling over my head

I know it’s over and it never really began but in my heart it was so real
And she even spoke to me and said
“If you’re so funny, then why are you on your own tonight?”
“And if you’re so clever then why are you on your own tonight?”
“And if you’re so very entertaining then why are you on your own tonight?”
“And if you’re so very good looking, then why do you sleep alone tonight?”
I know – ‘cos tonight is just like any other night – that’s why you’re on
Your own tonight
With your triumphs and your charms
while they’re in each other’s arms

Anno 2012, Cerimonia della consegna dei Grammy. Viene proiettato “Back to the start” , un corto di animazione del regista Johnny Kelly, durata due minuti, risultato della collaborazione tra Steve Ells, il fondatore di “Chipotle Cultivate Foundation“, l’organizzazione no profit che sostiene da anni l’agricoltura eco-sostenibile e due nomi illustri del mondo della musica, Willie Nelson e i Coldplay.
Il video attacca le multinazionali oggi gestiscono il business dell’agricoltura. Il film è letteralmente montato sulla cover di “The Scientist” dei Coldplay, cantata da Willie Nelson, leggenda del country americano. La nuova versione fu poi messa in vendita su iTunes e il ricavato andò  a sostenere la Fondazione di cui sopra.

A parte queste informazioni, necessarie e dovute, questo brano è senza tempo, è magnifico. E questa cover non solo gli rende giustizia piena, ma addirittura la rende forse migliore dell’originale. La voce roca di Nelson e la sua chitarra sono sicuramente altra cosa rispetto alla dolcezza di Chris Martin. Su una cosa si è d’accordo, senza dubbi, e cioè che il brano sia un vero capolavoro, emozionante come pochi altri.

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