Svanire, di Deborah Willis

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Amo i racconti. Questa è una premessa doverosa.
Che forse spiega il perché io abbia letto queste trecento pagine in un giorno.
Ma non voglio che questa specie di pregiudizio tolga il merito che l’autrice ha.
Se Alice Munro è rimasta così colpita da quest’autrice, il motivo esiste.
Il modo di fotografare i personaggi in quell’attimo preciso
in cui gli accade qualcosa di decisivo, qualcosa
che gli resterà cucito addosso per sempre.
È che proprio non sono riuscito a smettere di leggere.
E come sempre scopro qualche autore validissimo dopo anni e anni,
devo proprio essere uno che dorme della grossa…

«La gente semplicemente scompare. Mia moglie se n’è andata. Mia madre ha raggiunto una vecchiaia robusta. E mia figlia la vedo solo raramente…E’ la sua prima telefonata in oltre un mese, ma non ero preoccupato. Continuamente la gente si attorciglia in direzioni proprie, come i rami sbattuti in giro dalla corrente di un fiume. Io cerco di essere il punto fermo, una roccia sulla riva. Non sono uno di quei padri che sta sempre a chiamare e inviare e-mail, ripetendo quanto sentono la mancanza dei figli. Non indosso i miei bisogni in pubblico…Il fatto è che talvolta la gente torna. Tornano proprio quando ormai pensavi che se ne erano andati per sempre, quando hai perfino smesso di sentire la loro mancanza»

Ecco, il tema è l’assenza. La scomparsa. Qualcuno sparisce.
Una moglie che se ne va. Un marito che scappa. Una persona muore.Un figlio va in fuga da un genitore, prima scompare la comprensione reciproca e dopo scompare la persona. Scompare un matrimonio.
L’adolescenza, scompare.
E ci sono vuoti diversi, forse peggiori.
Quei vuoti esistenziali, quando ti rendi conto
che non sarai mai quello che avresti voluto essere.
Quando abbracci una persona solo per il desiderio
inconscio di toccare fisicamente colui che ti affascina,
come se potesse passarti grazia e bellezza.
Sembrano situazioni nette.
Da cui non è possibile tornare indietro.
Sembrano dei vuoti, che non è possibile colmare.
Ma ci sono dei vuoti che sono come macigni, occupano spazio come fossero dei solidi, pesantissimi.
L’assenza diventa una presenza tangibile.
E, come citato prima, a volte si torna, a volte l’assente ritorna, senza avvisare così come quando era scomparso.
Le domande che i racconti ci pongono sono molteplici.
Cosa succede, quando qualcuno o qualcosa scompare?
Che cosa succede a chi resta?
Che domande si pone, chi resta?
Prova dolore? Si sente tradito? Si chiede di continuo se e dove ha sbagliato,
se doveva fare di meglio, di più?
O alla fine ci si sente soli e basta, si comprende che alla fine
siamo sempre soli, che il dolore e la solitudine sono ronzii ininterrotti
che ci accompagnano sempre e con cui dobbiamo imparare a convivere?
E anche i nostri segreti dobbiamo tenerceli sempre per noi,
perché è impossibile che qualcuno li accolga come noi vorremmo e come forse sarebbe giusto?
Perchè spesso non occorre che qualcuno se ne vada da noi, per avvertire l’assenza e la solitudine.
A volte nessuno va via, ma si è soli lo stesso.
Capita che accada qualcosa che cambia tutta la prospettiva,
e che fa apparire come una gigantesca finzione tutto ciò che prima sembrava bello e vero.
E quando arriva questa consapevolezza, è come morire.

“Se lo studio delle parole ha insegnato qualcosa a Peter (e quindi a me)
è la disinvoltura nella menzogna. Ogni parola è una frode,
una piccola, insignificante collezione di suoni
che finge di essere ciò che non è: gatto, caso, marito.
Una serie di damerini a un ballo in costume.
E tutti accettano questa buffonata come se le parole,
coperte dalle loro maschere e dalle cappe di consonanti,
non stessero fingendo affatto.
Siamo tutti complici consenzienti, mi ha detto una volta Peter:
anche solo dicendo buon giorno a un vicino, stiamo partecipando alla grande bugia”.

Alla fine dei racconti arriva quella che forse è la verità.
Nessuno scompare davvero, per citare un titolo di un altro libro.
Tutti siamo figli di qualcuno, e spesso genitori di qualcun altro.
Fratelli, sorelle, figli, madri, padri, amici.
Ognuno lascia un’impronta indelebile, anche se pensa di non averlo fatto.
Ognuno ha un passato che si va a mischiare col suo presente e si mischierà
col suo futuro, come due mari che si incontrano.

“Quello che capii, più tardi ma sempre molto prima che lo capisse Claudia,
è che era impossibile. Che non avremmo mai potuto evadere.
Qualunque cosa facessimo, non avremmo mai potuto separare loro da noi.
I nostri corpi erano stati costruiti dalle lenticchie e dai semi di lino con cui ci avevano nutrite.
La loro struttura ossea persisteva nei nostri visi.
Il loro senso dell’umorismo e le loro nevrosi erano profondamente impiantate nei nostri cervelli,  e avevamo ereditato le loro voci, i loro modi di dire, le loro storie. Erano i nostri genitori.”

Musica: An end has a start, Editors

 

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Non dirmi che hai paura, di Giuseppe Catozzella

 

Jpeg

 

Una storia importante.
Più di una persona ha detto che questa storia
è scritta in modo troppo semplice, che lo stile
è troppo elementare. Quasi fosse stata scritta
da un adolescente.
Probabilmente Catozzella voleva questo.
E’ entrato nella testa e nel cuore di Samia,
e ha provato ad immaginarne i pensieri e la voce,
e ci ha raccontato la sua storia. La sua storia vera.
Non sarà Dostoevskij, ma comunque leggere questa storia
non penso abbia fatto e farà male a qualcuno.
Penso invece che ancora una volta ci farà riflettere
sui mali, le ingiustizie, le vergogne e le sofferenze
del mondo e della vita.
Ovviamente saranno esclusi tutti coloro che hanno deciso
di stare al mondo pensando di esserne il fulcro.
Alla fine tutti abbiamo un sogno.
Solo che per qualcuno si avvera, per altri no.
A qualcuno il sogno viene servito su un piatto,
che sia d’argento o no non importa.
Qualcun altro invece deve soffrire, il sogno
passa attraverso fame, sete, torture, deserti e mari grossi.
Qualcuno deve correre, e sognare di correre, per restare vivo,
per continuare ad essere una persona, per ricordarsi di chi sia
e di come si chiami. Per arrivare alle Olimpiadi, magari.
Corri, Samia. Corri.

Musica:Jarabi, Toumani Diabatè

Anna e Marco, Lucio Dalla

 

1978.
Una canzone che era nata sbagliata, doveva chiamarsi “Sera”.
Il produttore Colombini la ascolta e dice: “Lucio, guarda che non va, non funziona, non mi piace”.
Lucio non era un immodesto, un presuntuoso. Lucio ascolta, capisce.
Si rimette sotto, al piano, tutta la notte.
E all’alba eccoli, all’orizzonte, arrivano questi due ragazzi, Anna e Marco.
La canzone è di quelle senza tempo.
La ascolti, e provi qualcosa.
La riascolti, provi qualcos’altro che si aggiunge a quel qualcosa di prima.
E via così, all’infinito. Nel corso degli anni cambia, aggiunge, ti rivolta.
E’ una canzone che ho ascoltato milioni di volte.
Ma ogni volta con timore. Perché mi sconvolge di malinconia.
Perché mi fa piangere.
E non lo so perchè.
Spiegare è difficile.
Forse perché mi riporta a quando avevo certi sogni importanti.
Non ho mai sognato l’America, in senso stretto,
ma l’America qui rappresenta la voglia di arrivare in un posto,
in una vita che voglia dire riscatto, il porto per una bastimento di ambizioni più alte.
Quando ti senti arrabbiato, permaloso come Anna, con lo sguardo che ogni giorno perde qualcosa.
Anna che vorrebbe andar via.
Quando ti senti solo un ragazzo magro, come Marco, quando pensi che di importante, di visibile per gli altri, di te, ci siano solo quelle scarpe enormi.
Quando hai il cuore in allarme, quando scappi col branco per respirare un po’ di vita,
che quella che hai con tua madre e tua sorella, è poca, è sempre quella, e non ti basta.
Marco che vorrebbe andar via.
La canzone è triste. La canzone parla di luoghi tristi, un bar, un flipper, un biliardo.
Poco da raccontare e da raccontarsi.
Ma esiste sempre la possibilità di riscattarsi.
Un incontro che ti cambia la vita.
Una Luna gigante che illumina quei luoghi e fa diventare tutto bello,
una pioggia di stelle che ti fa vedere il presente diverso, e ti mostra la luce per il futuro.
Ovunque voi siate, oggi, Anna e Marco, chiunque voi siate diventati, auguri.
Auguri a noi e ai nostri sogni.

Controvento, di Federico Pace

 

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Il viaggio cos’è?

“un passo più in là, un movimento ampio o breve. Andare via proprio in un certo momento. È allora che le cose cominciano ad accadere. Un gesto che possa placare l’inquietudine, suggerirci il modo di prendere le misure con la sensazione dell’assurdo e aprirci la strada a una felicità inattesa. Essere porosi e febbrili. Accettare la paura di Camus. Non necessariamente un viaggio lunghissimo. Potrà anche essere un perdersi per qualche istante nella città in cui si vive da sempre”.

Ecco, qui ci sono ventotto passi, ventotto cambi di orizzonte, ventotto prese di coraggio o di incoscienza, ventotto sguardi verso il mistero, alla ricerca di se stessi o di quello che potremmo essere, ventotto momenti di cambiamento, a volte radicale, di personaggi famosi.
Vedremo l’architetto brasiliano Niemeyer che si mette in viaggio per migliaia di chilometri in mezzo al nulla immaginando di costruirci Brasilia. Vedremo la rinascita di Milena Jesenska, dopo Kafka, la sua consapevolezza di quanto sia stupendo quello che ci viene concesso, in questa vita, “questa radura sabbiosa, piena di erica e di esili pinastri dalle cui chiome filtra la luce del sole”.  (Che meraviglia….)
Assisteremo alla corsa in Renault 4 di Keith Jarret verso il miracolo del concerto di Colonia, irripetibile. Accompagneremo Borges e Casares in macchina, in una corsa dalla quale nasce un’amicizia sempiterna.
Guarderemo il viaggio a ritroso di Cortazar, verso le proprie origini, alla ricerca di un frammento che unisca il passato e il presente, e portarlo nel cuore per coprire la voragine tra i due tempi.
Vedremo il cambiamento di David Bowie durante il viaggio in Transiberiana, quando anche un Dio come lui si sente minuscolo e ridimensionato rispetto al mondo, così vasto, desolato, misterioso.
Vedremo il viaggio di Van Gogh, alla ricerca di quell’aria aperta dove “trovava i colori, quei colori che rapiscono e catturano”, vedremo la fuga di Joni Mitchell, inseguita dalla fine di un amore, alla ricerca di un punto di approdo saldo per ripartire. Vedremo Gabito trasformarsi in Gabo.
Vedremo il viaggio tragico di un non personaggio, di José Matada, dall’aeroporto di Luanda fino a Londra, senza nessuno, senza amici, senza biglietto, infilato nel vano delle ruote di atterraggio, anche lui alla disperata ricerca di un futuro.
I viaggi sono e possono essere molteplici, ognuno con mezzi e intenzioni diverse, come diverse possono essere le distanze, enormi o infinitesimali, conta però la percezione. E così anche quello che compie un bimbo quando un genitore lo prende in braccio, anche quello è un grande e meraviglioso viaggio, di conquista dello spazio e del mondo. Ce lo racconta Maria Zambrano, nelle parole di Pace:

“Rapido e fugace. Ripetuto e inatteso. Il primo viaggio. La dimensione è domestica. Avvicina al mondo dell’altro in un modo tutto nuovo, che non si poteva ancora immaginare.”

Il libro è bellissimo. Una prosa poetica. Chissà se noi tutti ci riconosceremo un po’, in questi viaggi. Chissà se anche noi abbiamo avuto quel momento in cui abbiamo voluto interrompere il corso della nostra vita quotidiana, chissà se siamo mai andati via da qualcosa o da qualcuno o alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, o di noi stessi, dei nostri limiti, chissà se abbiamo mai avuto questo rito di passaggio, chissà se abbiamo trovato il modo di cambiare e trasformarci, chissà se abbiamo trovato lo sbocco e la fine del nostro dolore.
Perché “Viaggiare non vuol dire soltanto attraversare il cuore segreto dei continenti. Viaggiare è anche l’uscita dall’infanzia, l’inizio di un’amicizia, la rottura di un legame che credevamo non potesse finire mai. Perché è quando si va oltre che le cose importanti cominciano ad accadere, quando la vita ci mette alla prova e ci svela una parte di noi che prima non conoscevamo.”

 

Musica: Last train home, Pat Metheny

Purgatorio, di Tomas Eloy Martinez

 

Jpeg

“Sìmon Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday.”

L’incipit ti porta via subito, ti afferra e ti rovescia nella storia, e si parte verso questo Purgatorio.
Ma ci vorrà tanta attenzione, per rimanere attaccati alla storia.
Un libro sulla perdita, sulla morte, ma anche sulla vita, sulla memoria, sull’amore .
A metà tra realtà e sogno.
Tra ragione e follia.
A metà, tra Inferno e Paradiso.
Tra passato, presente e futuro.
Tra la prima e la terza persona narrante.
Il tuo Purgatorio, Emilia.
Il Purgatorio del tuo Paese, Argentina. L’Argentina della dittatura degli anni Settanta.
Le persone scompaiono. Nel fiume, nel mare. O chissà dove.
Chi dissente, viene fatto evaporare. Contano i Mondiali di calcio, non i poveri,
che spariscono come i loro quartieri.
Videla dice che chi non si vede, non è mai esistito.

“Prima bisognerebbe verificare se quello che secondo voi è esistito, si trovava proprio là dove dite. La realtà può essere ingannevole. Molta gente fa di tutto per farsi notare, e scompare solo per non essere dimenticata”.

No. Non per te, Emilia.
Nessun dittatore ti convincerà che Sìmon non è mai esistito.
Che Sìmon è morto, ammazzato come un cane.
Quanto si soffre quando ti negano un corpo, una tomba, quando ti negano l’amore, il futuro ma anche il passato? Possiamo immaginare un oltraggio superiore a quello che ci nega l’esistenza ma anche la non esistenza?
Possiamo mai immaginarlo?
Non muore solo tuo marito, tuo figlio, tuo nipote,
muori anche tu. Trentamila scomparsi. Trentamila persone senza tomba, che vagano in cerca di pace, come i loro cari, sospesi in un infinito Purgatorio.
Anche la parola stessa per definirli, desaparecidos, viene vietata.
No, Emilia non muore.
Emilia ama. Emilia ricorda. Emilia cambia, ma resta fedele al suo cuore.
Emilia vuole saltare nello specchio come Alice,
abbandonare questa vita vuota, contraffatta da odiosi regimi,
e stringersi tra le braccia del suo amore.
Emilia abbandona la realtà e vive in una dimensione parallela, onirica.
E Sìmon torna. Emilia è invecchiata, lui noi, lui torna come era stato prima di sparire.
Qual è la realtà? Non lo sappiamo.
Alla fine conta solo l’amore, questa passione invincibile,
che ci consente di trovare la felicità in mezzo a tanto orrore.
Conta costruirsi una mappa su cui segnare il nostro passaggio su questa Terra,
essere cartografi come Emilia e Sìmon, lasciarsi segnali per non perdersi e
per non essere cancellati.
Come Martinez, questo scrittore anche lui sospeso, un grande scrittore, in esilio per vivere, che dall’esilio tornerà, ma niente gli è restituito, di ciò che gli è stato rubato nella vita.
Come al Museo ebraico di Berlino, dove ti ritrovi a camminare in un luogo dove
«la tua ragion d’essere si è cancellata, non sei niente, un posto da cui nessuno può tornare. L’esilio».
In mezzo a tutte queste perdite, questa morte, queste perdite di identità, in mezzo a questo dolore, in mezzo ad un Paese che ha preferito girarsi dall’altra parte, e sappiamo quante volte la Storia può ripetersi, e si è ripetuta, quindi niente dito puntato, restano le madri di Plaza de Mayo, resta Emilia con il suo amore inviolabile, Emilia, che non possiamo non amare, restano la letteratura, l’arte, che si dimostrano invincibili, le uniche cose che sopravvivranno sempre a qualunque morte.

Musica :Sobreiviendo, di Victor Heredia

Umami, di Laia Jufresa

 

Jpeg

 

 

Che strano libro.
C’è un condominio, Villa Campanario.
Un cortile, un viottolo a forma di campana.
Come per chiamare a raccolta.
Cinque abitazioni. Ognuna dedicata ad un gusto.
Acido. Amaro. Salato. Dolce. E Umami.
Cosa diavolo sarebbe, l’umami?
E’ la domanda chiave.
Alfonso, l’ideologo del complesso, tenta di spiegarlo più volte.
Questo libro parla di tante cose.
Al centro, però, come fosse un cuneo, c’è il dolore per una perdita.
Muore il tuo coniuge. Muore una figlia. Muore una sorella. Una madre abbandona tutti.
Come ne esci?
Soprattutto, ne esci?
Che sapore , che gusto ti resta in bocca, dopo il dolore?
Cinque persone parlano, è un romanzo collettivo.
A ritroso. Dal 2004 al 2000. Sembra complicato, più voci, tornare indietro nel tempo,
quasi quasi mi veniva voglia di andare alla fine del libro e leggere al contrario.
Ma va bene così. Alla fine il puzzle si ricompone.
E un po’ capisci la storia, e un po’ capisci la vita.
Capisci che devi adattarti.
Che non superi. Ti adatti, ti ridimensioni, convivi con lutti, dolori, perdite.
E capisci che ci convivi meglio, se condividi.
Se ti ritrovi con uno che ha perso quanto te, e ti siedi
al tavolino di un bar senza bisogno di parlare,
perchè il bello è questo, in questa vita un po’ di merda c’è di bello
che la Storia non è solo quella scritta sui libri, fatta dai popoli come entità astratta,
la storia siamo noi, siamo noi padri e figli (cit.), certi pensieri e certi sentimenti
sono universali, e non c’è bisogno di traduzione, beviamo una birra insieme e ci leggiamo nel pensiero.
Il dolore e il lutto non possono essere spiegati per bene.
C’è la nostalgia per i momenti.
Quelli belli, le colazioni insieme, le risate,
le ironie, la nostalgia anche per i litigi,
le incompresioni, i difetti esposti.
Ci scappa un sorriso malinconico.
Ma c’è anche il dolore disperato.
Lo sbandamento da cui non ci si riprende, da cui si diventa un’altra persona,
ci si scollega da tutto quanto si era collegati prima di quella linea nera.
Arrivano quelle ondate in cui c’è davanti agli occhi il nitido quadro che ci fa capire
che indietro non si tornerà più, che niente sarà più uguale, che nessuno ci ridarà quella persona, che abbiamo perso quella quotidianità che ci apriva e chiudeva le giornate.
C’è il bisogno di dimenticare, ma vive nella stessa casa in cui abita il bisogno assoluto di ricordare.
E allora, anche in mezzo a Città del Messico, in mezzo a venti milioni di persone,
dove ognuno ha la sua casa, la sua strada, le sue finestre chiuse, la sua vita,
ognuno allo stesso tempo può connettersi con l’altro,
come a Villa Campanario, dove il viottolo conduce la mia vita dentro quella altrui,
in un continuo incrocio di ricordi e di esperienze comuni,
per tentare di sopravvivere, per tentare di non lasciarsi travolgere, e andare avanti.

«Solo che non è nemmeno un fiume la nostra tristezza, è acqua stagnante.
Da quando Luz è affogata, c’è sempre qualcosa che affoga a casa nostra. Certi giorni no.
Ci sono giorni in cui si potrebbe credere che siamo ancora vivi,
i cinque rimasti della famiglia: mi viene un brufolo,
Theo riceve una telefonata da una ragazza,
Olmo dà il suo primo concerto,
papà torna da una tournée,
mamma fa una torta.
Ma poi entri in cucina e c’è la torta,
ancora cruda, sul tavolo di legno,
la metà della superficie già punzecchiata con la forchetta,
l’altra ancora liscia,
mamma con la forchetta sospesa per aria,
la forchetta immobile, lei imbambolata,
e allora capisci che a casa saremo per sempre quasi sei»

Fast car, di Tracy Chapman

 

 

L’uomo nero e la bicicletta blu, di Eraldo Baldini

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Empatia. Nostalgia. Amore. Rabbia. Compassione. Dolore.
Un’altra storia della nostra Italia di provincia.
I nostri bisnonni, i nostri nonni, i nostri genitori, le loro storie, la nostra identità, le nostre origini.
Un mondo antico, ma genuino.
Dove tutti avevano la loro importanza, il loro ruolo sul palcoscenico della vita,
anche gli strani,gli strambi, gli originali.
Le feste di paese, la raccolta del grano, gli amici del cuore, quelli che non dimenticherai mai,
i focolari, le famiglie, la povertà e la ricchezza, la prima tv, il festival di Sanremo, la scuola che a volte non finisce mai e a volte finisce troppo presto, le estati agognate, le avventure, i sogni, una bicicletta nuova e il primo amore di ragazzini.
Quel continuo rincontrarsi nelle case e nei bar e quel continuo raccontarsi le stesse vecchie storie, che alla fine diventano come leggende,  e se pure le conosci a memoria non puoi non fermarti a riascoltarle.
Questo è un libro che ti trascina indietro.
Che ti fa ricordare le tue corse, le tue prime emozioni, i primi casini, i primi schiaffoni subiti, le prime gioie, le prime ingiustizie, i primi digiuni per protesta o per amore.
La prima volta che stringere una mano nella tua vuol dire volare.
Ho rivissuto la Purezza. Ma qui c’è momento preciso in cui l’infanzia si spezza.
La prima volta che arriva il Male.
L’attimo preciso in cui l’adulto irrompe e fa male.
Anche se la stragrande maggioranza di noi non ha avuto uno strappo cosi doloroso.
Due terzi di storia in cui ho riso e sorriso.
L’ultimo terzo che ti strazia il cuore.
Ho rivisto Ammaniti, ho rivisto Stand By Me, ho rivissuto tutte le storie di bambini innocenti e sognatori, quelli che avrei voluto abbracciare ed aiutare, quelli che mi hanno fatto vivere i loro undici anni e fatto ripensare ai miei.
Parole semplici, dirette, che mi sono arrivate dritte al cuore. Gigi resterà nella mia mente per molto tempo. Insieme alle lacrime che ci ho versato in un pomeriggio estivo.
Resti con la nettissima sensazione che tutto sia accaduto davvero, e ti senti un vuoto dentro vivissimo.
Così bello, così crudele.

 

Musica: Uno per tutte, Tony Renis

Dente per dente, di Francesco Muzzopappa

 

muzzopappa

Divertente, è il primo e scontato aggettivo.
E mi dispiace che sia scontato, perché tutte le battute contenute in questo libro non lo sono.
L’autore riesce a far sorridere e poi a ridere di gusto, di pancia, senza mai essere prevedibile.
Sembra un libro anch’esso scritto di pancia, di getto, mi sa che invece dietro c’è un lavoro notevole di cesellatura.
Le battute sono a raffica, e ti costringono ad essere sempre pronto, attento.
E riderai ad alto volume, la gente ti guarderà incuriosita e pure infastidita, preparati.
Ed è un libro che difficilmente potrai chiudere prima di averlo concluso.
Ironia e sarcasmo a pacchi, molto pungente, molto tagliente, dissacrante, verso molti dei nostri tic, delle nostre manie,
dei nostri difetti, le nostre ipocrisie, la nostra falsissima moralità, il nostro razzismo, il nostro essere cattolici al riparo dietro a un cartellone di pura facciata integralista.

Sono solo un tizio un po’ bohémien che ha avuto un’adolescenza da disadattato. 
Uno come Johnny Depp, su una roba del genere. ci ha costruito la carriera!

Cominciamo dalla parte triste.
Perdere due dita a quindici anni ti rende popolare come la sifilide o la gonorrea.
L’adolescenza non l’ho vissuta, l’ho subita.
Prendiamo le ragazze: quelli come me li fiutavano a distanza. Ero quel tipo di ragazzino triste con una leggera peluria sul labbro, destinato a ragazzine tristi con una leggera peluria sul labbro. Mi spettinavano i capelli dicendomi «come stai, campione?», dove campione era ovviamente ironico.
Nessuno chiama campione un vero campione.
Andava male con le ragazze, socializzavo poco con i ragazzi.
Convinti di possedere un raffinato umorismo, si divertivano a inventare per me deliziosi nomignoli come “Ottodita” o “Moncler” (da Monco, ah-ah).
Il mio passatempo preferito era ormai scrollare le spalle. Mi sentivo sbagliato: non riuscivo a stare in mezzo agli altri, a seguire le lezioni, a stringere amicizia, a presentarmi a una ragazza. Ero considerato una rara forma d’acne sulla pelle liscia della società. Mi esplodeva il cervello. Se avessero inaugurato la fiera del mal di testa ne sarei stato l’ospite d’onore.


Leo, con la sua infanzia e adolescenza da disadattato, Leo il tradito, il cornuto, con il quale presto ci identifichiamo, con il quale presto diventiamo empatici e solidali, e seguiamo con passione partecipata la sua vendetta quasi biblica, anche se per larga parte imperfetta ai limiti del disastro.
La sua sofferenza fa sì che questo libro non possa essere considerato esattamente come un “libro che fa ridere”.
Quando trovi il tuo Amore da sogno a cavalcioni su un altro, quando il sogno si spezza, beh insomma, non ti viene tanto da ridere, al momento. Al momento c’è solo voglia di lanciafiamme e sensazione di emorragia interna.
Non c’è niente di “sempliciotto”.
E’ una storia molto acuta, che comunque ti fa pensare, e che fa capire ancora una volta quanto l’ironia possa salvarci la vita. E’ una storia in cui ci ritroveremo, perché ci sono personaggi descritti minuziosamente, nella loro anima, nei loro pregi, nei loro difetti, nella loro piena umanità.
Bellissime e divertenti le ironie sull’arte contemporanea.
Bellissime anche le quattro pagine di scuse con cui l’autore chiude la storia.
Una bella boccata di aria fresca.
Il potere di una risata resta comunque sempre un gran potere.

 

 

Musica: C’eravamo abbastanza amati, Le luci della centrale elettrica

Camere separate, di Pier Vittorio Tondelli

 

Jpeg

Dolore. Sofferenza. Struggente. Malinconico.
La vita che ti abbranca, ti rincorre, ti insegue,
ti domina, tu lotti con tutte le tue forze,
l’amore ti travolge, ma tu vuoi resistere,
non sai quello che vuoi, cerchi la soluzione,
cerchi il tuo posto nel mondo, come lo cercava Holden.

Amore e morte, questi sono i temi.
Ma non solo.

Un libro che merita rispetto, per come è scritto e
soprattutto per come l’autore ha avuto il coraggio
di mettersi completamente a nudo.
Del resto non aveva più niente da perdere.
Diviso tra la voglia di vivere
e la consapevolezza di dover morire in poco tempo.
Diviso tra la voglia di essere e la necessità di nascondersi.
Perché l’amore omosessuale, in quegli anni, ti
costringeva a fingere, a non essere te stesso.

Ma oggi è lo stesso, ed è lo stesso per tutti.
La solitudine è il dato che accomuna tutti.
L’abbandono, la perdita. Quel cavo d’acciaio che ci
attraversa il cuore quando una storia finisce.
Il girare a vuoto, la sensazione di impotenza.
Il parlare un linguaggio diverso dagli altri,
i consigli degli altri che ci sembrano assurdi,
nessuno ti comprende.
La fuga, allontanarsi da tutti per
cercare di ritrovare la pace, e la voglia di ripartire.
Le camere separate le viviamo tutti,
il nodo alla gola lo proviamo tutti,
quando ci accorgiamo della diversità del nostro pensiero
rispetto a quello del mondo.

Il senso di colpa, “per essere nato, per aver occupato
un posto che non voleva, per l’infelicità di sua madre,
per la rozzezza del suo paese si è dislocato in un mondo separato,
quello della letteratura, permettendogli di sopravvivere,
anche di gioire, ma sempre con la consapevolezza
che mai la pienezza della vita, come comunemente
la intendono gli altri, sarebbe stata sua”.

Un passaggio terribile, questo brano, che mi ha colpito
al cuore.

La difficoltà del vivere se provi a uscire dalle regole,
dalle aspettative altrui, dall’impronta religiosa,
chi non l’ha mai provata?
Leo e Thomas hanno provato tutto questo in modo
ancora più amplificato.
La società li rifiuta, li vuole piegare.
Passano dalla speranza, dalla convinzione di
aver trovato qualcuno, finalmente, con cui affrontare
i mostri del mondo, alla consapevolezza che non sarà
possibile farlo insieme.

“Erano in guerra contro i valori della società e contro la normalità.
Erano ribelli e si sentivano diversi.
La loro relazione era precisamente una guerra separata.”

“Io voglio vivere seguendo la mia natura.
Perché la mia libertà deve essere giudicata
dalla coscienza altrui? Perché devo essere biasimato per cose di cui rendo grazie?
Questo è scritto nella prima lettera ai Corinti.
E allora perché devo pentirmi?
Io desidero essere felice.
Come espiazione mi pare già sufficiente il fatto di dover essere vivo.
Non sono stati dieci, o cento o mille
uomini a salvarci, padre, ma uno solo;
e se è bastata una vita, una soltanto,
a riconciliare in Dio quella di miliardi
di creature, questo può solo significare
l’enormità del dolore di vivere.
Io non posso amare la religione del cilicio
e della pena. Io vorrei amare la religione della
pienezza. Vorrei essere felice nella mia religione,
perché la sto sentendo come un bisogno biologico,
come mangiare, come bere, come fare l’amore.
Ma voi sembrate non capire questo.
Io cerco di parlare con sincerità,
ma voi negate la mia stessa esistenza.
Eppure per quello che lei o io ne possiamo sapere,
anche i cani hanno un Dio”.

 

Musica: We can’t live together, Joe Jackson

 

Preghiera per Černobyl’, di Svetlana Aleksievic

 

Jpeg

Il libro che fa parlare i morti.
Che fa parlare coloro che hanno dato la vita per gli altri.
Che fa parlare i sopravvissuti.
Un coro di commenti, pareri, invettive,
preghiere, domande, disperazioni.
Che dà la voce, un libro che ascolta, che non commenta,
che è un’inchiesta umana e psicologica.
Che pone interrogativi,
che sgretola certezze.
Che dimostra quanto l’uomo possa essere superficiale.
Che dimostra anche quanto l’uomo possa essere pieno di amore profondo.
Un diario del dolore e della sofferenza.
Un diario dell’amore familiare.
Un diario della distruzione di una fede.
L’esplosione di una centrale
nucleare ha fatto esplodere o implodere una
dottrina politica, un regime, un Credo intero,
e hanno infilato tutto in quel sarcofago di cemento.
Il regime ha sottovalutato,
il regime ha coperto,
il regime ha depistato.
“Fosse accaduto qui o in un’altra nazione, no,
non sarebbe andata così.”
Sicuri? Io no.
Mi ricordo ancora di Seveso,
mi ricordo che dopo una settimana
non ci avevano ancora detto niente,
e mi ricordo che quarant’anni dopo la gente
ancora ne moriva.
Mi ricordo dei vigili del fuoco
delle Torri Gemelle,
e delle malattie per cui sono morti.
Mi ricordo di Fukushima,
di cui ancora sappiamo poco e niente.
Eppure si va avanti.
Non siamo tutti portati al comando,
ci affidiamo ad altri, per vivere al meglio.
Siamo probabilmente colpevoli, ma anche innocenti.
Abbiamo bisogno di credere.
In qualcosa.
In qualcuno.
In un’idea.
Se sei abituato a credere in un ideale,
quando questo crolla tu non riparti,
resti senza guida, spaesato, distrutto.
Muori anche tu.
Ecco, m’interessa la normalità,
m’interessa la pietà che questi racconti
suscitano.
Il libro parla di una sola esperienza, comune a tutti,
ma ognuno ha il suo dolore, il suo percorso privato di lacrime.
All’autrice interessano più i sentimenti e i pensieri
di chi è morto, chi si è ammalato, chi ha perso tutto,
rispetto alle colpe.
Anche a me interessano gli uomini, le donne, i bambini.
I bambini, che diventano passivi, tristi,
immobili, pensierosi, rivolti alla morte
e non alla vita.
Non so se abbiamo imparato qualcosa, da Cernobyl.
Non so se abbiamo imparato a rispettare il mondo, la natura,
e noi stessi per primi.
A me non sembra, che abbiamo imparato.


Musica: Marooned, Pink Floyd