Chi di noi, di Mario Benedetti

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Amore, rimorso, rimpianto, il tempo che passa, il destino, questi i temi del romanzo.

“Provo una sorta di soddisfazione a posteriori nel fantasticare sui possibili sviluppi di certi dubbi del passato e immaginarmi come sarebbe stato il presente se in un certo istante avessi preso un’altra strada. Ma esiste veramente quest’altra strada? In realtà, esiste solo la direzione che prendiamo. Quello che avrebbe potuto essere ormai non vale più. È una moneta che non accetta nessuno, nemmeno io”

Lo scrive Miguel.
Sposato con Alicia. Ma lei gli scivola via dalle mani e dal cuore da quando la conosce.
Incapacità di amare davvero, da parte sua. Troppo complicata, troppo dura, e troppo intelligente e indipendente lei.


«non ho mai ricevuto in modo diretto la felicità di Alicia, ma mi è sempre arrivata dall’esterno. Sono stato uno spettatore, non ho mai avuto accesso ai suoi spazi di allegria»


Lui si avvita nei rimpianti, e nei rimorsi.
Soprattutto si avvita nel pensiero che Alicia sarebbe stata felice solo se avesse sposato Lucas, amico diventato comune ad entrambi.
Miguel riversa in un diario il suo fallimento, e le sue congetture.
Un triangolo amoroso più immaginario che reale.
Il dato principale resta che infilarsi e restare in un rapporto vivendolo da inetti, da incapaci, gestendo silenzi e sorrisi di circostanza, tentando di mantenere una serenità di facciata, non fa bene a nessuno, e alla fine i nodi vengono comunque al pettine. La simulazione resta tale, e si vede.

Magra consolazione definirsi “il più sincero dei mediocri”.
E alla fine chi vuol passare da vittima forse non lo è, forse manipola gli altri due. E’ lui che decide per se stesso, ma anche per gli altri.

 

“A volte mi sono chiesta da chi, o da dove, ti venga quell’atteggiamento obliquo che ti rende allo stesso tempo così affascinante e così odioso. Non favorisci la corrente, né ti opponi ad essa. … Caro, il nostro matrimonio non è stato un fallimento, ma qualcosa di peggiore: un successo sprecato”

E non è vero che c’è sempre tempo per cambiare le cose. Le puoi cambiare, ma le cose migliori restano quelle colte nel momento migliore, se lasci scorrere la clessidra a lungo non sarà mai la stessa cosa.

 

«C’è stato un momento indimenticabile in cui ci siamo osservati in modo spietato e le miserie dell’altro sono diventate riflesso delle nostre. La cosa peggiore era quella sensazione di irrecuperabilità. Non solo non potevamo recuperare l’altro per come era stato, ma non potevamo nemmeno recuperare noi stessi».


Elucubrazioni continue, flashback, tre teste e tre cuori e tre modi diversi di raccontare, diario, lettera, racconto, che compongono questo puzzle psicologico che mi ha attirato molto nella prima parte, ma ho avvertito complicarsi troppo col proseguire, fino alla terza parte che mi ha annoiato moltissimo, la forma racconto ostica, anche per la presenza di numerosissime note a margine, ha messo altri bastoni tra le ruote della lettura, anche se ne riconosco l’originalità.

Musica: Desperado, The Eagles

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Il silenzio del lottatore, di Rossella Milone

 

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Colpevolmente ho trascurato quest’autrice e questo libro, questa raccolta di racconti.

Molto spesso i lettori si tengono lontani dalla forma racconto per paura di diversi aspetti, tra cui l’essere tra loro slegati, questo loro presunto imporre la forzatura fastidiosa di dover entrare nella storia di botto  dopo averne abbandonata un’altra, di botto,  dopo lo sforzo di esserci appena entrati, quel continuo prendere e lasciare personaggi e situazioni e modi e tempi storici.

Io invece dico che il bello è anche questo, e, nel caso specifico, questa raccolta non contiene questa sofferenza  di tenersi insieme a forza. Le storie sono tutte diverse, e anche i tempi, dato che in pratica si passa da un’epoca all’altra percorrendo settant’anni. Ma anche la vita, la nostra vita, procede così, mettendo insieme pezzi di storie personali e viaggi nel tempo. E comunque qui c’è un filo comune, un sentiero condiviso, tanto che spesso ho avuto la percezione che si stesse parlando di un’unica persona, o che fosse possibile, almeno.

Si va dall’adolescenza che scopre,  all’amicizia, all’amore, alla convivenza, dall’entusiasmo all’insoddisfazione, ai ricordi della vecchiaia.

Un mondo essenzialmente tutto femminile, quello descritto dalla Milone, la descrizione di un percorso di vita, la formazione di un’esistenza, il passare da uno stato all’altro, queste donne che subiscono una trasformazione e se ne rendono perfettamente conto, ed è spaventoso, tra virgolette, il rendersi conto che questa trasformazione possa avvenire grazie ad un solo episodio o nello spazio di un momento della vita. Come si possa passare dalla bonaccia alla tempesta, dalle certezze alla paura, dalla sicurezza alla delusione, dai pianti di gioia alla siccità completa nello spazio in un flash.  La consapevolezza che il relazionarsi con gli altri ci cambi, anche se non ce ne rendiamo conto. La consapevolezza che si parta da una sorgente e si sfoci spesso in un mare inaspettato, tutto personale:

“Eppure, quella mattina, non mi sentivo niente di loro addosso, se non il colore degli occhi di lui, se non i capelli lunghi e castani che aveva anche lei. Ma nei miei occhi c’era qualcosa che lui non aveva: certe venature verdastre simili a quelle di alcune pietre nei fiumi. E i miei capelli erano doppi e gonfi, mentre mia madre doveva cotonarli ogni minuto per riuscire a dargli la forma a panettone  che le piaceva tanto. Nonostante i loro geni,  nonostante i loro sforzi e i loro gemiti, io ero riuscita a creare da sola qualcosa di nuovo, che non dipendeva da nessuno dei due, ma soltanto dal fatto che fossi lì, a esistere”

Questo relazionarsi è essenzialmente lotta. Tra genitore e figlio, tra due amiche, tra fidanzati, tra moglie e marito. Una lotta sempre dura, a volte scorretta, ma sempre sincera, sempre tra persone che si conoscono bene, alla ricerca di uno spazio per respirare, che spesso viene a mancare. Uno spazio anche fisico. La necessità di due letti separati, di una linea di confine. In un libro dove la fisicità, e il sesso, hanno un’importanza non certo secondaria.

Un libro dove il silenzio, ha il suo nucleo centrale, il suo motore, il suo respiro profondo.

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Il silenzio come pensiero. Come pausa per riflettere. Il silenzio come rifugio dallo spiare altrui e dalle responsabilità che altri ci vogliono affibbiare. Il silenzio dopo un litigio. E anche prima. Il silenzio di un malato e davanti a un malato. Il silenzio di un cane che ti guarda e cerca spiegazioni. Il silenzio di fronte a un fallimento, di un amore o di un’amicizia. Il silenzio durante il sesso. Per indifferenza, per vergogna,  per senso di colpa, per discrezione, per l’orrore di una violenza subita.

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E allora c’è l’assoluto bisogno di aprire qualcosa, di far uscire l’energia di tutti i non detti, che fanno male, se accumulati.

«Avete presente l’energia che ci teniamo dentro? Quel bagliore? Quella luccicanza?»

    «Quale luccicanza?»

    «Sai quel flusso, quell’ammuina che si ammassa nelle ossa, dentro la testa, e pure nelle mura e nelle case. Tutta quella roba che non vediamo ma che non ci fa dormire la notte».

    «E questo bagliore esce fuori dai cassetti?»

    «Eh. Quello viene fuori da tutte le parti. S’accumula».

La paura dello “strappo”, del restare soli , i tanti dubbi che una decisione così porta alla luce, la citazione di Pavese prima dell’ultimo racconto è significativa, in questo: “Val la pena essere solo, per essere ancora più solo?”. Ecco, qui risposte non ce ne sono. La letteratura, e la Milone, non cercano verità, cercano domande. Lei scrive con sincerità disarmante, con durezza e poesia mescolate assieme, così come la vita alterna luce e buio, luccicanze e sconfitte rassegnate.  Questo è un romanzo pieno di lottatrici, che tentano in diversi modi di reagire, di scrollarsi di dosso pesi insopportabili, che a volte vanno in fuga nel deserto, altre decidono di portare quei pesi con stoicismo, altre di ricominciare con nuove consapevolezze, anche se piene di paure:

“Mi sentivo sopraffatta, quasi violentata: c’era improvvisamente troppa vita che mi spingeva via, che mi allontanava da tutto ciò che mi era familiare. Intuivo che ce n’era un’altra, in agguato e del tutto estranea, pronta a fagocitarmi”

“Quando ti allontani dalla finestra ti rivesti con calma, senza fretta. Ti abbottoni il reggiseno, poi la camicetta, poi infili le calze, poi la gonna, poi tiri su la cerniera degli stivali. Con la stessa lentezza cerchi il pacchetto delle sigarette, la borsa, la giacca. Prima di andartene getti un’occhiata distratta alla camera, per verificare di non dimenticare nulla. Pare di no; le tue poche cose le hai raccolte tutte nella borsa che ti porti sempre dietro. Non capisco cosa dici, forse non dici niente. Ma sei triste, si vede. Te ne vai senza nemmeno salutare, chiudendoti l’ennesima porta alle spalle. In quella stanza rimarrà solo un’ombra di te, solo un bagliore, come nella vita di tutti quelli che ti hanno incontrata.”

ricominciare

La vita è una prova. Essenzialmente di resistenza e di coraggio. Fuggire o ricostruire, usando lunghe pause di silenzio per guarire. Sapendo che non esistono i sempre e non esistono i mai.

Musica: Anime salve, Fabrizio De Andrè