Benedizione, di Kent Haruf

benedizione

“Vorrei essere ricordato come qualcuno che si è dimostrato amorevole e compassionevole verso le altre persone. Più sono diventato vecchio, più mi sono avvicinato alla morte, e più le persone mi sono diventate care. Adesso desidero essere completamente presente quando sto con qualcuno.
Come scrittore vorrei essere ricordato come qualcuno che ha ricevuto un talento molto piccolo ma che ha lavorato al suo meglio per utilizzare quel talento. Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo. Con questo intendo dire che ho cercato di scavare fino alla fondamentale, irriducibile struttura della vita, e delle nostre vite in relazione a quelle degli altri.”

Ecco, Kent Haruf si descrive con le sue stesse parole. E da queste parole si dovrebbero capire le intenzioni del romanzo. Il desiderio di Haruf è lo stesso di Dad Lewis, il protagonista della sua storia, cioè lasciare un bel ricordo di sé, un ricordo di amore e di compassione. La storia sa di già visto, di già vissuto, di già letto.

“ Succede quando qualcuno sta per morire. Si vuole dimenticare il passato. Perdonare.”

L’intenzione sarebbe ed è buona, ma non di facile e frequente realizzazione, soprattutto se si parla di tempo ristretto a causa di una malattia in fase terminale. Certi peccati, certi errori, non sono emendabili in poco tempo, quando non è bastata una vita. Accanto a Dad restano la sua famiglia e altri tre nuclei familiari, diciamo. È un romanzo corale, e detto così sembra solo positività, commozione. Ma io ci ho visto dolore, rimpianto, chiusura del mondo esterno che vince sull’amore dei singoli. C’è un paesaggio naturale, quello americano, che funge da consolazione sempiterna, ma Holt, questa cittadina inventata, è tragicamente reale nella sua assoluta volontà di conservazione reazionaria verso tutto ciò che di nuovo e di diverso viene dal mondo, che sia un nuovo pastore della chiesa o che sia un fatto politico o sociale universale. C’è più rifiuto che solidarietà, il rifiuto vince nettamente. Che sia all’interno del nucleo familiare, che sia nella comunità religiosa o che sia nella cittadinanza locale. Come sempre, i panni sporchi si lavano in famiglia. Le cose malvagie si nascondono dietro le tendine pulite delle villette. Tutto è apparenza, si va in chiesa ad ascoltare il vangelo ma quando si tratta di metterlo in pratica, allora la frattura causata dalla menzogna e dell’ipocrisia diventa evidente.

Una storia in cui di nuovo vediamo la provincia americana come protagonista, gente chiusa, ostile, appunto storia già letta, tante volte. Anche le vite familiari le abbiamo già lette. La novità di Haruf è il suo modo di raccontarle. Tratteggiando con semplicità estrema, scavando fino all’osso le parole, non ne usa una in più dello stretto necessario, i dialoghi, in questo senso, sono la cosa migliore del romanzo, e sono questi a rendere i personaggi più vicini a noi.
A me è restata una sensazione di grande rabbia, per ogni cosa, per questa America. Per la vita di tutti noi, che scorre in mezzo ad una prevalenza di errori, anche gravi, di crudeltà gratuite, di incomunicabilità, di chiusura, di paura di affrontare la vita stessa, di fare qualcosa di diverso dal solito, di entrare davvero in comunicazione con gli altri. La sensazione che le tradizioni siano solo una coperta adatta a coprire le manchevolezze, le cattiverie, la povertà d’animo, la vigliaccheria. In questo senso non mi unisco al coro di giubilo su questo libro, non ho visto né redenzioni, né vittoria dell’umano sul disumano, solo sopravvivere al meglio che si può.

E se esiste una cosa buona, non lo è mai per tutti. Una benedizione è un’arma a doppio taglio.
“Che tempo fa oggi là fuori? Ancora troppo caldo?
Dicono che verrà a piovere, rispose Lyle.
Potrebbe. In effetti sta diventando scuro.
Ai contadini non farà piacere, vero papà? disse Lorraine.
No, se devono mietere il grano. Per quelli che coltivano mais fa lo stesso.
Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle.
Dad lo guardò. Eh sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto.”

Alla fine restano i fantasmi, gli unici con cui dialogare. O si trova conforto e speranza solo seduti su un dondolo al riparo di un portico, ad osservare lo stesso paesaggio. O a sperare in un temporale estivo, sperare che duri per sempre, quando sappiamo che invece nessun conforto durerà per sempre.
La vita è tutta un susseguirsi di conflitti, mondiali e familiari, al termine dei quali si contano morti, feriti e danni, e si prova ad andare avanti. Con amore, se ancora qualcuno ne possiede…

Musica: Knockin’ on Heaven’s Door, Bob Dylan
https://youtu.be/rnKbImRPhTE

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Piccola osteria senza parole, di Massimo Cuomo

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Una parte di commedia, una parte di giallo, questo libro si legge velocemente come il protagonista beve velocemente la sua Lemonsoda estiva.
Scovazze, misconosciuto paesino della pianura veneta, dove tutto è immutato e immutabile da sempre, stesse parole, pochissime, molte delle quali bestemmie, stessi gesti, il Bar come unico punto di approdo per i pochi abitanti che han voglia di riunirsi giornalmente. Una storia tutta italiana, insomma. A rompere questa immobilità ci pensa l’arrivo di Salvatore Tempesta, il terrone.

“Da queste parti uno straniero lo riconosci al volo. Anche perché non ne passano mai. L’ultimo, mi hanno detto, risale a una mattinata di novembre di un paio di anni fa. Un agente di commercio che doveva prendere l’autostrada ed era finito sul viottolo di Scovazze. Salvatore Maria Tempesta invece entra al Punto Gilda con l’ultima luce di una giornata estiva che va spargendosi sulla campagna. E’ venerdì diciassette e questo momento lo ricorderò per sempre. Ci siamo quasi tutti, ma il bar è raccolto in un silenzio concentrato. Si sente solo l’inno nazionale della Bolivia.”

Con il suo ingresso, la situazione muta, e muta per sempre. Tempesta è un cognome scelto probabilmente non a caso. Piccola osteria senza parole si legge velocemente, come ho detto, Massimo Cuomo davvero ha adoperato poche parole, quelle strettamente necessarie, periodi corti, quasi fulminei, frasi secche, tantissimi punti. Tante scene e tante storie, i personaggi ruotano sempre, come i punti di vista, perché questa è nettamente una storia corale, che alla fine costruisce un libro molto intelligente, per larghi tratti spassoso e originale. Tempesta, col suo giochino che si porta dietro, il Paroliere, regala appunto le parole, le motivazioni e gli stimoli perduti agli altri personaggi, è empatico ed è curioso, entra in sintonia con gli altri, sa capire quello che provano, e li incoraggia ad interagire, a comunicare. Ecco, il valore della comunicazione umana, è questo lo scopo, capire che si può e si deve parlare con gli altri, anche se ci sono duemila difficoltà, possiamo sempre farcela. Amore, vita, amicizia, verità, e comunicazione. Tante facce, così come i dadi per comporre le parole. Grazie a quel giochino semplice, le persone scopriranno che i sentimenti e le parole non sono né scontate, né contate, né semplici. Un gioiellino, questo racconto. Quando vorrete distrarvi un po’, e riassaporare il senso delle cose vere.

Musica: Canzone quasi d’amore, Francesco Guccini

L’amore sporco, di Andre Dubus III

Jpeg

SPOILER (non so se leggero o pesante, comunque SPOILER)

Andre Dubus III, figlio d’arte. L’amore sporco è una raccolta di quattro racconti, mediamente lunghi. Il paesaggio descritto è quello della provincia americana, il New England, meglio, una parte di esso. Un paesaggio crollato, rispetto al passato, un paesaggio inquinato, a livello ecologico, malato, come un nobile decaduto, con i suoi enormi malesseri sociali. E soprattutto malesseri di generazioni, di generazioni contro, matrimoni in piena crisi, adulti immaturi e senza responsabilità, e gli adolescenti senza un futuro certo, che si gettano nella musica rap, si stordiscono con l’alcol e con il fumo, e con una vita sessuale vissuta in modo gratuito, regalato e vissuta anche attraverso le nuove tecnologie, le chat e i social network. C’è la perdita, in primo luogo, del valore dell’amore.
Dubus III sa di cosa parla, quando tratta dei traumi familiari. Il più famoso padre, grande scrittore, ha lasciato la famiglia quando lui aveva 11 anni. La sorella entra nel giro dello spaccio, il fratello tenta il suicidio. Il ragazzino si trova presto a dover fare i conti con responsabilità enormi, si prende carico di tutto, subisce pestaggi in continuazione e allora si getta nelle palestre, scolpisce il fisico per autodifesa. Ma improvvisamente scopre la scrittura, e questa lo salva, definitivamente. E gli restituisce il padre, l’affetto mancato. Leggete la biografia di Dubus III, è commovente. E, appunto, fa capire il perchè sappia scrivere così bene di determinati argomenti.
L’adulterio, la crisi di mezza età, la solitudine, la voglia di stare con qualcuno, i tradimenti, i compromessi necessari, gli assestamenti necessari, come nel secondo racconto, dove Marla deve “assestare e sincronizzare” la sua vita, i suoi comportamenti e le sue abitudini con l’uomo che ama.

I finali dei racconti sono tutti aperti, lasciano speranza,comunque, o la lasciano quantomeno intravedere, e sono bellissimi: Un uomo e una donna, il tradimento, lo struggimento, l’ossessione, e l’approdo finale.
«Il cuore una volta ancora dentro la testa perché di nuovo non sa se è all’altezza di tutto questo, questo cambiamento del cambiamento, mentre la porta si apre verso l’interno e lui si sistema e il viso di sua moglie, bello e sorpreso e in attesa».

Lo sporco che resta alle spalle:
«Entrò nell’ingresso caldo. Aveva la fronte sudata. Sentì la porta chiudersi alle sue spalle e la grossa mano di lui sulla schiena. La ciocca di capelli le cadde di nuovo. Allungò la mano e la sistemò saldamente al suo posto, poi salì le scale una alla volta e giunse dov’erano le altre coppie, tutte quelle altre coppie sorridenti e felici»

L’adulterio, la tragedia appena sfiorata, un percorso di dolore anche fisico, che sfocia nella prospettiva di un perdono:
«quelli che aveva ricevuto in dono grazie a una poesia mai scritta e che, ora lo sapeva, probabilmente non avrebbe mai scritto, occhi che non meritava, ma che sperava di guadagnarsi un giorno – occhi di nera speranza».

L’ultimo, il racconto che fornisce il titolo al libro, è sicuramente quello più complesso, elaborato, difficile. Uno scontro/incontro generazionale, una disperata richiesta di aiuto da una ragazza al prozio, bypassando il padre non adatto al confronto, alla comprensione. Un anziano che ripensa alla sua vita matrimoniale, il rimpianto fortissimo per gli errori commessi, nonostante i compromessi, le tante cose che ha sopportato, piccole cose, prese singolarmente, ma che insieme hanno contato molto, perchè “un tifone non è niente di più che singole gocce di pioggia trascinate da un po’ di vento”. E un’adolescente smarrita, un video che va in rete e sembra distruggere la sua reputazione, ma soprattutto la sua capacità di amare, di avere un rapporto vero con un altro ragazzo. E finisce con prendere l’unica decisione che forse, di nuovo finale aperto, potrà salvarla. E’ il racconto più malinconico e disperato, questo.
“I suoi occhi sembravano splendere di una tristezza dolce, del tipo che viene solo quando si sa che qualcosa di buono non potrà mai, mai durare. Ma tu continui ad andare avanti comunque. Tutto quello che puoi fare è andare avanti e non arrenderti mai.”

Tutti personaggi legati tra loro, trasmigrano da un racconto all’altro, una volta comparse una volta protagonisti, tutti disperati, incapaci di tirarsi fuori dalla palude emozionale ed esistenziale, incapaci di non commettere errori, nonostante siano chiarissimi di fronte a loro, incapaci di fuggire via da essi, e dalle loro vite, oppure sempre incerti sul da farsi, come se fuggire fosse identico al restare. I sentimenti prima forti, dritti, sicuri, e poi si sfaldano, mutano, si sgretolano subito di fronte ad una difficoltà, ad un’incomprensione, ad una sirena tentatrice. Dubus III scrive bene, descrivendo e sezionando alla grande le emozioni, fino in fondo.

Musica: The Space Between, Dave Matthews Band

L’estate del cane bambino, di Mario Pistacchio e Laura Toffanello

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«Menego aveva quattordici anni, io, Michele e Ercole dodici, Stalino quasi, e il cane nero chissà. Era l’estate del 1961. Il nostro mondo di allora era fatto di morti che resuscitavano per uccidere pescatori ingrati, di velieri portatori di peste, topi e vampiri, di nuvole combattenti e cavalieri inesistenti. Era un tempo in cui le leggende erano vere, e se qualcuno ci avesse detto che non era possibile che un bambino si trasformasse in cane, ci saremmo stretti nelle spalle, infischiandocene».

In questo incipit c’è praticamente sintetizzata tutta la storia.
Copertina bellissima, carta bellissima, già tenerlo in mano, questo libro, è stata esperienza appagante.
Anche questo commentato da tante persone, molte delle quali mie conoscenze, quindi penso di poter aggiungere poco.

Commovente. Triste. Doloroso.
L’Italia degli anni Sessanta. Una storia ambientata in uno dei nostri paesi, nella nostra provincia, un’ambientazione unica, riconoscibile solo a noi, con anime e personaggi e luoghi solo nostri, tutti italiani, con pregi e difetti. Soprattutto difetti. Un’Italia arretrata, piena di dicerie, segreti, cose da nascondere ad ogni costo, piena di connivenza, anche, di follia da far passare come normale, di facciate da mostrare. La parrocchia, il bar, il lavoro nei campi, le donne, i matrimoni combinati, forzati, i silenzi pesantissimi, la sopportazione quasi come segregazione e schiavitù..l’ignoranza che vince..non ne esce bene, l’Italia.. Beh, alla fin fine…non che cinquant’anni dopo siamo radicalmente mutati…
Adulti che si nascondono dai bambini, che non mostrano sentimenti, come se l’amore fosse da nascondere sempre, come fosse una colpa…mi ha fatto male leggere questa separazione di mondi, che in realtà è naturale e giusto che esista, ma è lo stacco brutale, il salto, che fa male. Sono due universi paralleli, che non si incontrano quasi mai e, quando lo fanno, lo fanno nel modo sbagliato.
L’unica vera alleanza è tra bambini e nonni. Gli estremi. Solo quando la vita è agli estremi si può ricongiungere, trovare un punto di approdo comune, e si vedono le stesse cose anche senza parlarsi.

Una bellissima amicizia, quelle che forse solo da bambini possiamo aver avuto. Quelle dove nulla è in discussione, dove le diversità si annullano, non c’è litigio che tenga, ci si ritrova, ci si sveglia al mattino e si sorride subito, al pensiero che ci sono ragazzini come te al mondo, uniti, disposti a tutto pur di passare un’ora insieme. Un campetto di calcio che diventa il Maracanà, un bambino che diventa Mariolino Corso oppure Liedholm, le passeggiate sul fiume, i pesci da pescare, il quartier generale dove riunirsi a parlare, fumare, crearsi il proprio microcosmo di felicità…Sarebbe bello che certe cose non si modificassero, nella vita, con la crescita. Sarebbe bello essere sempre così felici, senza saperne nemmeno spiegare il motivo, felici e basta, felici di esserci. E invece tutto finisce, e per questi bambini finisce in modo improvviso, tremendo, come peggio non si potrebbe. Finisce con la perdita improvvisa dell’innocenza, in mezzo ad un’estate che si prospettava la più felice, e diventa invece il peggiore degli incubi. Si perde l’innocenza, l’infanzia, e anche la fiducia negli adulti, tutto in un colpo solo. E’ un libro che ti strazia, per l’ingiustizia verso i deboli. Un libro dove il dolore è ineluttabile, e contro il quale si può solo resistere aggrappandosi a qualcosa, ma le cui ferite restano, incancellabili, profondissime. Non lo so, come atmosfera visiva ho fatto una strana associazione, mi è venuto in mente il film Sleepers.

Il libro è scritto tanto bene, ma tanto…emoziona, tanto. Ripeto lo stupore di molti, pensando che sia stato scritto a quattro mani, davvero non ci riesce a capire come sia stato possibile fondere due menti, due cuori e quattro mani in questo modo direi perfetto, senza sbavature. Impossibile distinguere, impossibile pensare che non sia una sola persona ad averlo scritto, non si notano stacchi e strappi e divergenze. L’atmosfera è totalmente realistica, siamo lì in quelle vie, siamo lì sugli argini del Brenta, siamo lì in mezzo a quella campagna, siamo lì nel chiuso di quelle case, siamo lì nel mezzo tra genitori e figli. Siamo lì, perfettamente uniti a quei ragazzini, sentiamo i loro cuori, camminiamo con loro.

Musica: Stand by me, Ben E. King

Furore, di John Steinbeck

 

Furore-Steinbeck

Il libro sulla Grande Depressione americana. Questa la descrizione di base che abbiamo sempre letto ovunque . Ma non è solo questo. E io non so da dove cominciare a commentarlo. E non so nemmeno come e dove finire. E’ un romanzo potente, deflagrante, doloroso, violentemente doloroso, che ti sbatte al muro della vergogna, che ti fa vergognare anche del piatto che stai mangiando.
Ti ritrovi con i Joad a percorrere la route 66, a sentire il caldo soffocante, a gioire per un pezzo usato di un vecchio furgone con cui ripartire, a maledire la sorte assassina, a maledire te stesso che sei disposto a dimenticare la morte altrui in nome della tua sopravvivenza, ti ritrovi a sopravvivere come un animale, come loro, e a vivere in un paesaggio descritto superbamente, come credo solo Steinbeck ha mai saputo fare. E ti ritrovi ad odiare i tuoi simili, soprattutto quelli che hanno più di te, contro chi specula sulla povertà, contro chi quella povertà alimenta, contro chi gestisce, quella povertà, contro chi getta benzina sui raccolti affinché gli affamati non si sfamino. Perché la povertà va mantenuta e alimentata come un fuoco di notte, non deve mai calare, mai cessare, perché ci sono soldi da fare, montagne di soldi, sulla fame di un popolo. Vi ricorda qualcosa? Cibo che viene lasciato cadere a terra, affinché molti crepino per far vivere pochi. Affinché molti si azzuffino per vivere un giorno in più di altri. Non vi ricorda niente, un arancio lasciato marcire a terra? Gente della stessa nazione che si odia, connazionali poveri che odiano connazionali che stanno morendo di fame, come su un gigantesco piroscafo che affonda, e dove la conquista di mezzo metro di gradino è vitale, molto più della dignità. E allora non resta che unirsi, lottare insieme, tirare fuori la restante umanità e stringersi.

“Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.”

E’ il libro dell’Odissea della famiglia Joad. Sì, come si può negarlo? Ma come si può non vedere che è la Storia dell’intera Umanità, di secoli di umanità intera, come non si possono vedere gli italiani che sbarcano in America dai piroscafi, avvistando la statua della Libertà, così come i Joad avvistano le verdi vallate californiane e i ricchi aranceti e le bianche villette, immaginando un radioso e sereno futuro? Come non si possono vedere le speranze degli extracomunitari sui barconi del Mediterraneo di oggi, quando avvistano le nostre coste?
Furore è tutto. Contiene tutto. Le istanze sociali, il contrasto tra ricchi e poveri, il progresso, il profitto, le idee socialiste, lo sciopero come segno e simbolo di rivolta e di riscatto, la presa di coscienza come lavoratori e come esseri umani, l’egoismo meschino e la solidarietà umana senza tempo e senza limiti. E molto altro.

“Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.”

Una famiglia, centinaia di migliaia di famiglie che hanno nella terra il loro mondo, e che quando la perdono, perdono tutto,e si sfaldano senza pietà. E non esiste disgrazia peggiore della disgregazione familiare. Lo sa bene mamma Joad, il fulcro della famiglia e anche del romanzo, in larga parte, una donna che è disposta ad ogni sacrificio e a tutto, persino a spaccare la testa ai suoi familiari, pur di tenerli insieme.

“La gente è il posto dove vive. E la gente non è più intera se l’ammucchi in una macchina e la mandi da sola chissà dove.”

E’ la mamma che tutti amiamo, il centro, perché gli uomini la vita la portano “dentro la testa” mentre le donne “noi, la vita ce la portiamo sulle braccia”.

“Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. Per la donna è così ch’è fatta la vita.”

Un realismo abbacinante, sfolgorante. Una scrittura vivida, crudele, potente, umana al massimo livello. Retorica ZERO. Mentre leggi, ti sale una rabbia senza pari. Hai voglia di mangiarti il mondo, e di imbracciare il fucile. Furore, appunto. Il titolo è perfetto. Il furore è il sentimento che cova in tutti i protagonisti, dalla prima pagina, ed è quello che tutti tentano di tenere sempre a bada, ma che esplode come un fuoco improvviso, a volte, incontrollato, inesorabile. Quando esplode. Troppo poco, sembra. Il finale è il più splendido finale che io abbia mai letto, forse, nella mia povera vita di lettore. Ed è un messaggio così potente, così vivido, che non ci sono parole possibili per spiegarlo. Va solo letto, va vissuto.
Inevitabile colonna sonora….chiedo scusa se non mi sono inventato nulla nel commento, e anche nella musica a corredo…

Musica: The Ghost of Tom Joad, Bruce Springsteen
https://youtu.be/RHOGxHUTxaM

Florence Gordon, di Brian Morton

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“Florence non era – è importante sottolinearlo – il tipo di donna che cercava di apparire più giovane. Non si tingeva i capelli; non aveva alcun interesse per il Botox; non si faceva sbiancare i denti. I suoi vecchi denti irregolari, ruvidi, onesti e mai ritoccati, le andavano più che bene così com’erano.
Florence non era il tipo di donna che desiderava riafferrare la giovinezza. In parte questo ero dovuto al fatto che la vita che viveva ora le sembrava molto interessante.
Era una donna forte, fiera ed indipendente, che accettava la vecchiaia ma si sentiva comunque fondamentalmente giovane.
Ed era anche, a sentire dalle molte persone che la conoscevano e persino molto delle persone che l’amavano, un’autentica rompipalle.”

Florence Gordon, anziana ma arzilla signora settantacinquenne, scrittrice e persona scorbutica, orgogliosa, una vita passata sulle barricate del femminismo, ma anche della coerenza, della sincerità estrema, anche al di là del brutale. Ma sempre cercando di essere giusta. Una corazza sempiterna, per consentirsi un percorso autonomo, slegato dalle convenzioni, sincero, per non dover dire grazie a nessuno ma anche, direi, per non farsi del male. Perché legarsi agli altri è farsi del male, spesso e volentieri. Una persona che non esita a dire quello che pensa, ma soprattutto a fare, le cose che vanno fatte, senza pensare alle conseguenze. Che sia una protesta contro un tizio che salta una coda o che ci sia da mettersi di fronte a poliziotti in assetto antisommossa. Lei è la protagonista assoluta del romanzo, è il perno attorno a cui ruotano la sua famiglia e le sue amicizie. Perché spesso detestiamo chi si mostra così brutalmente sincero, ma in fondo proviamo una profondissima ammirazione, vicina all’invidia, verso chi ha questo coraggio, nella vita, quello di vivere sempre come si vuole, come si è deciso, coerenti con se stessi, sputando lontanissimo l’ipocrisia.
Una vita importante, ma una vita non attraversata dalla fama, che però arriva improvvisamente adesso, quando non se lo aspettava più. E le cose cambieranno, volente o nolente, in qualche modo. Anche se lei rimarrà sempre se stessa, cocciutamente, ma dignitosamente.

La sua famiglia sarebbe il contorno, i familiari sarebbero i satelliti. Ma non lo sono, alla fine sono importanti quanto lei, nel romanzo. Sono tratteggiati perfettamente. Il figlio bistrattato, la nuora adorante, la nipote Emily, così giovane, così distante da lei generazionalmente, ma alla fine quella che riuscirà ad aprire un varco in quel cuore apparentemente così chiuso, indurito. I dialoghi, ma soprattutto il loro flusso di pensieri, è qualcosa in cui ci possiamo riconoscere in diversi aspetti e momenti della vita. Le dinamiche familiari spesso sono così. C’è una facciata, da preservare, da mostrare, agli altri ma soprattutto a noi stessi, ma poi ci sono i pensieri, quello che davvero si prova e che forse mai ad alcuno mostreremo, per tutta la vita, e a prescindere dall’amore che proveremo per questo qualcuno. I loro rapporti, i loro pensieri, quel voler immaginare quel che pensa l’altro, quei tentativi disperati, di immaginare i pensieri di chi ci sta accanto, sono stati per me la parte più bella di questo libro. Mi hanno dato molto su cui riflettere. Emily, la sua ostinazione nel cercare un punto di contatto con la nonna, un riferimento certo per la sua vita. E i dialoghi muti tra Daniel e Janine, soprattutto… il rapporto di coppia, quando ti sfugge via, quando gli occhi con cui si vedono le cose diventano quattro e non più due, quando si parlano linguaggi diversi, non più uno solo, quando non è detto che uno dei due sbagli, ma comunque non ci comprende più, non si riesce più a dare stimoli all’altro. In generale ho riflettuto sul quando le persone scelgono di morire dentro, piuttosto che dire davvero quel che provano, si fanno venire un infarto, ma non chiedono aiuto, non provano a gridare, a sfogarsi, a dire la verità, l’implosione come scelta di vita.
E’ un libro all’apparenza leggero, ma scritto con grande sagacia, e alla fine è questo, un altalenarsi tra leggerezza e profondità. Con un finale che lascia amarezza, malinconia, tristezza.

“Se c’è una cosa che ho imparato da lei nelle ultime settimane è che bisogna sempre essere coraggiosi. Cogliere l’occasione. Correre il rischio di rimpiangere di aver parlato perché è comunque meglio che rimpiangere di aver taciuto.”

Musica: Hurt, Johnny Cash

Giulia 1300 e altri miracoli, Fabio Bartolomei

giulia

Gran parte dell’Italia, pregi e soprattutto difetti, in un romanzo. Paradossale, ironico, divertente. Una lettura di impatto leggero, ma i temi sono comunque importanti. Fallimenti personali, voglia di riscatto, il lavoro, l’integrazione, la malavita, la connivenza, la ribellione almeno tentata, il divorzio, la solidarietà, il razzismo, l’integrazione e, ovviamente, l’amore. Diciamo, di fronte a questi romanzi, sempre la stessa cosa, e cioè che sono libri troppo sognatori, troppo buonisti, troppo ottimistici. Ma lo diciamo solo perchè noi esseri umani ci siamo dimostrati talmente cattivi oppure talmente assuefatti alle cose cattive, che non appena ci imbattiamo nel buono la prima frase istintiva di risposta che ci sorge è “non è possibile che accada, nella realtà”. Eppure ce ne sono, di persone che si sono ribellate, che hanno cercato qualcosa di più giusto, di più bello, e che ce l’hanno anche fatta. Viviamo da narcotizzati, attendendo un risveglio ma non capendo che solo da noi stessi può arrivare, da nessun altro. Qui il prato musicale del libro è una coscienza sotterranea che emerge, che rende migliori, che unisce, che da il la alla speranza. Tre protagonisti inerti, insoddisfatti, falliti, truffatori, meschini, anche. Che però ci provano, a riscattarsi. Evolvono. Cambiano. Escono dalla narcosi. Ansiosi di trovare un luogo, un posto, un modo di vivere che gli faccia dire “io esisto, sono qualcuno, sono diverso”. Quello che dovremmo fare tutti, in questo Paese.

“Siamo la generazione del piano B. Lavorare in questo paese fa così schifo che, anche se fai il miracolo di raggiungere la posizione per cui hai studiato, dopo due anni ne hai le palle piene e inizi a elaborare il tuo piano B. Quasi sempre si tratta di un agriturismo, questo quando allo schifo per il lavoro si aggiunge lo schifo per la città“.

Per ora, leggendo, ci accontentiamo di fare un cenno di consapevolezza, con la testa. Un libro dove si ride moltissimo, ma dove trovi inseriti pezzi molto riflessivi, importanti, sulla criminalità, sull’amore, sulla vita.

“La mafia non è capace di conquistarsi uno spazio proprio, sa prosperare solo dove la società lascia dei vuoti. Se le famiglie lasciano dei vuoti, se la scuola lascia dei vuoti, se lo stato lascia dei vuoti, la mafia conquista terreno…”

“Io sogno di prendermi cura di lei quando sarà vecchia, di massaggiarle le gambe quando saranno gonfie, di dirle che è bella quando nessuno si sognerà più di farlo, di farla viaggiare quando penserà che ormai sia tardi, di farla ridere quando le altre saranno sole alla finestra con lo sguardo triste. Saprò leggerle negli occhi la paura di morire e riuscirò a farla pensare ad altro… Voglio che si senta sicura aggrappata al mio braccio quando non si sentirà più ferma sulle ginocchia, e quando sarà sorda non mi stancherò di ripeterle le cose due volte”

Letto in poche ore, scivola via che è un piacere.

Musica: La tua canzone, Negrita

https://www.youtube.com/watch?v=JJpwy9pAnXs

In fuga con la zia, di Miriam Toews (2009)

in fuga

Min e Hattie, due sorelle. Min, problemi psichici da sempre, “Virginia Woolf, Sylvia Plath, ‘Anna Karenina’… il ‘Manuale introduttivo’ di Min all’universo del dolore. La sua biblioteca della perdita. Aveva fatto le letture giuste” ha un tracollo, Hattie corre in Canada dalla Francia per andare a soccorrerla, e per andare a soccorrere i figli di lei, i suoi due nipoti. Perché sono soli, il padre è stato cacciato di casa da tempo. Hattie la ama, ne ha avuto paura, sa che la sua nascita ha segnato la sorella “La mia nascita ha scatenato un’onda sismica nella vita di mia sorella. Il giorno in cui sono venuta al mondo si è messa il vestito al contrario ed è corsa via verso un futuro più luminoso, o piuttosto verso un passato più luminoso. I nostri genitori l’hanno trovata su un albero del vicino. Voleva fuggire? Da allora ha continuato a farlo, viaggiare contemporaneamente in due direzioni opposte, verso l’infanzia e verso la morte. Prima della mia esistenza Min era una bambina normale”. Ma la ama. Però è confusa, non sa cosa fare, e trova un solo modo per dare aiuto, inventarsi un viaggio con i nipoti, in un furgone malmesso, in cerca del padre.
E un viaggio significa avventura, incontri di ogni genere, con personaggi di ogni genere, ma, soprattutto, significa conoscersi. Meglio, o del tutto. Le scoperte della vita, del cuore, capire a chi davvero ci sentiamo uniti. Soprattutto per la zia sarà un viaggio sorprendente, avrà a che fare con due ragazzi diversissimi tra di loro, Thebes, la piccola, un’esplosione di idee, di umorismo, di vitalità, ma anche di sensibilità. Logan, taciturno, molto serio, imprescrutabile, ma che quando sorride scoppia la fine del mondo, il suo sorriso è “come un uragano, eroina, partorire un figlio”. Del resto il sorriso di un ragazzino, di un nipote, di un figlio, è questo, puramente questo. Sono loro due, ad essere maestri per la zia, più di quanto lei riesca a fare con loro. Ma sono pur sempre bambini, e soffrono, non sono esenti dal piangere, dal dolore. Hanno bisogno di amore, rassicurazione, sul presente, sul futuro. Tutti e tre insieme usano il viaggio non per scappare, ma per venirsi incontro, per affrontare la vita con nuovi mezzi, dandosi pacche sulle spalle, cinque alti, imparando a volersi bene, a comunicare. Un viaggio sognante, giocoso, malinconia a pacchi, amore. Mentre sembri lontano da tutto e da tutti, riesci meglio a vedere chi ami e chi ti ama.
Un libro che trasuda di dolcezza, e che fotografa le difficoltà di una generazione di ragazzini cresciuti senza un nucleo familiare coeso, ma che fornisce una speranza, data dalla volontà, dal sacrificio e dall’amore, che possono ricostruire legami nuovi laddove c’era distruzione. Questa scrittrice ormai ce l’ho nel cuore, non ci sono dubbi.

Musica: Try and love again, Eagles
https://youtu.be/yNnH1sN0dw8

Il grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

gatsby

Arrampicata sociale di un tizio qualsiasi, nato dal nulla, rapidamente asceso al trono del sociale. La sua villa sfarzosa è simbolo della sua vita. Puoi comprarti la ricchezza, ma non l’amore, l’amicizia, la vera considerazione delle persone. Che invadono casa tua, ma di te non sanno nulla, addirittura molti non conoscono nemmeno il tuo volto. Sono solo cavallette impazzite al tuo ricco banchetto. E quella casa non è davvero casa tua. L’hai voluta solo per osservare da lontano la luce della casa del tuo vecchio amore. Che non ti ha atteso. Che ha una nuova vita, una famiglia. 

Ricchezza, tristezza,infelicità, aridità, ipocrisia, solitudine, amarezza. Nulla si salva, in questi anni ’20 americani. Ce lo racconta Nick, tutto questo, con uno stile da cronista, da taccuino, razionale come pochi altri, anche se forse unico personaggio che conservi un sentimento vero fino alla fine.
Mi colpisce la freddezza, il gelo del racconto.
Tutto è effimero. La vita si porta via tutto, speranze ed entusiasmi. E resta poco, in mezzo alla viltà, ai bugiardi, agli approfittatori. Resta una grandissima amarezza finale, siamo tutti soli, quando arriva la fine. Qualcuno anche di più di altri. Viviamo male, finiamo a volte male, senza che qualcuno ci regali il rispetto dovuto, la dignità che credevamo di esserci guadagnati.
E’ troppo gelido, per i miei gusti personali. Riletto oggi, dopo tantissimo tempo, ma sono rimasto non coinvolto, so bene che per molti questo romanzo è “fondamentale”, che è un “caposaldo della narrativa americane del Novecento”, ma non è il “mio” libro, non mi ha riscaldato il cuore.

Musica: Place to be, Nick Drake

https://youtu.be/9IUqN9ozmhw

Molto forte, incredibilmente vicino – J. Safran Foer

molto forte

Avevo evitato questo libro perché parlava dell’11 settembre. Non avevo voglia di punti di vista americani, di nuovo, dopo anni e anni di continue celebrazioni, come se questa fosse stata la più grande tragedia dell’umanità, come se quelle precedenti, e quelle che sarebbero seguite, non fossero mai esistite o mai degne di essere narrate. L’assoluta incapacità di vedere al di là del proprio naso, questo mi dava fastidio, il dare la colpa agli “altri”, a una follia tutta esterna al proprio mondo, ecco quello che mi ha sempre allontanato dall’11 settembre. Ma questa è questione personale, tralasciamo.Ci voleva una persona amica, un regalo, per farmi provare a leggere questo romanzo. Grazie, Alessandra.E non ne sono pentito. L’autore narra la Storia, ma soprattutto la storia. Il dramma personale, l’elaborazione di una perdita, la ricerca del modo con cui uscire da un dolore e ricominciare a vivere. La struttura narrativa è su più livelli, e mi ha disorientato, all’inizio. Non capivo chi narrasse, e perché lo facesse, e da quale tempo, lo facesse. E’ un rompicapo, devi trovare il ritmo e devi trovare le chiavi di lettura. E poi si va. Si va con Oskar, questo bambino speciale, sensibile, che cerca in ogni modo di sopravvivere e di dare un senso alla follia umana, e soprattutto di vincere il suo grande dolore. E’ veramente difficile non cadere nel banale, nel retorico, nel già sentito e già letto, quando si va a toccare un avvenimento contemporaneo e lo si infila in un romanzo. Ma Safran Foer ce la fa, a non cadere nel banale. Lo fa grazie al linguaggio e alla mente di Oskar, al suo essere bambino, alla sua originalità, alla sua immaginazione fervida, alle sue invenzioni, al suo continuo chiedere il perché delle cose, alla sua sensibilità ed empatia, al suo tamburello che gli fornisce il ritmo del coraggio che ci vuole per trascinare quelle scarpe pesanti di dolore, sempre più pesanti. La sua visione del mondo, il suo modo di agire, sono tutte caratteristiche personali, singolari. Ma spesso ci si può ritrovare anche un adulto. Specialmente quando lui vuol reagire urlando, spaccando, distruggendo e anche facendo del male fisico a chi gli si para davanti, ma poi tutto resta nell’ambito della mente, del desiderio inconscio, la sua educazione e la sua bontà gli impediscono di passare ai fatti. Come spesso capita a noi. Anzi, a me è più la vigliaccheria, a frenarmi, non la bontà.Safran Foer interseca la voce di questo bambino speciale con quelle dei nonni e del padre, costruendo un coro familiare, in cui, ripeto, all’inizio ci si confonde, ma poi comincia a sentirsi un suono completo, e si comprende il senso del tutto. E’ la storia di un dolore che parte da lontano, e attraversa come una lama più generazioni, tutti narrano se stessi e le proprie incapacità, legando il proprio sentire, il proprio cuore, ai propri affetti, come una catena. Così il bombardamento di Dresda trova corrispondenza con le Torri Gemelle, un dolore familiare, tutto interno, ma anche universale, i tanti singoli dolori, le tante singole storie di perdite e lutti si intrecciano con quelle altrui, con quelle del mondo, una follia planetaria che valica il tempo, che si ripete, di cui nessuno ha spiegazione, e non resta che parlarci, stare uniti. Di fronte alla pazzia della Storia ci sono le piccole gentilezze quotidiane, le mille porte aperte al prossimo, i piccoli gesti delle nostre giornate, i caffè presi insieme, le chiacchiere, le confidenze, tutto quello che Oskar incontra nel suo percorso di ricerca, essendone lui il motore, con la sua ingenuità e la sua pulizia. Ecco che nel finale abbiamo la spiegazione della presenza di tanti personaggi “piccoli” in questa storia.Tutti abbiamo amore da dare, amore da ricevere, tutti abbiamo difficoltà nell’esprimerlo, c’è chi ha perso addirittura l’uso della voce, e deve trovare altre vie. Tutti cerchiamo la nostra strada per arrivare alla vita. Ma di vita ce n’è una sola, ed è un peccato:

“Dover vivere è triste, ho pensato, ma è tragico poter vivere una sola vita, perché se avessi due vite una l’avrei passata insieme a lei.”

Il libro è coraggioso anche per l’inserimento di immagini, pagine scritte, disegni, pagine con una sola parola, pagine bianche che però senti cariche di pensieri e di sofferenza. E’ un diario, un fotolibro, un puzzle, le tante foto presenti ti trascinano ancor di più nella storia, ti coinvolgono e ti tengono incollato. E’ lacerante, è coinvolgente. Ti senti insieme a quel bambino, che riavvolge le immagini all’indietro, sognando di poter tornare alla felicità che provava prima che il mondo gliela strappasse di mano. Non siamo mai pronti a dire addio a qualcuno, non riusciamo spesso a dire ti voglio bene a chi amiamo. Prendiamo tempo, pensando di averne. Ma la vita è una…e te le strappa di colpo, spesso. E il tempo che sembrava infinito di colpo ti lascia solo. “Papà…” “dimmi”…”niente…”…..

La lacrima scende, alla fine. E forse anche prima, ma non certo perché sia un romanzo da innamorati. E’ un libro doloroso, che parla di morte, di guerra. Ma anche di amore, certo, di malinconia, di rimpianti, rimorsi. E che alla fine fa comunque vincere la speranza, come accettazione, come voglia finalmente di esistere e non più di sopravvivere. Anche se a me ha lasciato un vuoto tremendo di nostalgia e di dolore. Un disperato desiderio di alleviare il peso di quelle scarpe e di togliere quei lividi a quel bambino, e nello stesso tempo di condividere il nostro peso e i nostri lividi. Ho amato Oskar, ma ho amato allo stesso modo la sua nonna e il suo nonno, le loro magnifiche imperfezioni, il loro modo di amare.

Un libro colmo di citazioni profonde, fortissime, profonde, potenti, che sono ormai da tempo un po’ storia della letteratura, tanto che ho avuto l’impressione di sapere già molto di questo libro quando ancora non lo avevo letto…

«Che cosa intendi per seppellire i tuoi sentimenti?» «Anche se saranno fortissimi non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti.»

«E il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata fra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme, ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l’ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato. »

«io le ho spiegato come mi sentivo, gliel’ho spiegato in questo modo: le ho sollevato le mani di lato, le ho puntato gli indici l’uno verso l’altro e lentamente, molto lentamente, li ho avvicinati, e più si avvicinavano e più lentamente li spingevo finché, quando erano lì lì per toccarsi, quando erano solo a una pagina di dizionario dal toccarsi, premendo i lati opposti della parola «amore», li ho fermati, li ho fermati e tenuti lì»

«mi sono sentito incredibilmente vicino a ogni cosa nell’universo, ma anche straordinariamente solo. Per la prima volta in vita mia mi sono chiesto se la vita valeva tutta la fatica che serve per vivere. Perché, esattamente, valeva la pena di vivere? Che c’è di così orrendo nell’essere morti per sempre e non provare niente, non sognare nemmeno? Che c’è di così fantastico nel provare sensazioni e fare sogni? »

«Il tempo passava come una mano che saluta da un treno sul quale avrei voluto essere. »

Musica: Where the streets have no name, U2